venerdì 30 gennaio 2009

Francesco Zonin a LA FINESTRA SUL VIGNETO, il salotto del venerdì su DiVINando


La finestra sul vigneto, il salotto del venerdì su diVINando.


Con il desiderio di rendere sempre più vivace e dinamico il confronto nel salotto virtuale di diVINando, ho pensato, da gennaio 2008, di aprire il mio blog ad interventi esterni, invitando amici, colleghi, appassionati di vino ed arte, a dire la loro sull’universo enoico, scambiandoci pareri e consigli. Stimolando la riflessione, muovendo l’ anima.

Il salotto dell’ultimo venerdì di ogni mese, dove accogliere le persone e, come in un autentico angolo intimo della casa, soffermarsi, rilassarci, parlare, godendo di un momento di familiarità.

Immagino di incontrare i miei ospiti sul divano del Biancospino, il mio rifugio qua nella Tenuta di Cerreto Guidi. Un appartamento ricavato nel pagliaio della Villa, dal quale lavoro al pc, rimesto la mia uva nel bicchiere, come un alchimista con i suoi alambicchi, e, da una grande finestra tutta vetro, osservo le vigne che degradano dolcemente a valle…

Il primo amico che divide con me il divano del Biancospino è Francesco Zonin.

Ho conosciuto Francesco sul web. Ho avuto il piacere di leggere un suo commento, graditissimo, ad un post che avevo pubblicato sui “vini della recessione” e la controffensiva americana alla crisi. Il passo successivo, l’incontro su facebook e la scoperta di una persona squisita, che mi ha entusiasmata per lo stile, cordiale e caloroso ad un tempo, con cui porge il suo vino in rete.

Affacciamoci insieme alla finestra sul vigneto di Casa Zonin, gustandoci queste belle foto qui.

Francesco Zonin da dieci anni gestisce attivamente, assieme a suo padre e ai suoi due fratelli, le tenute viticole e l’attività commerciale di Casa Vinicola Zonin, la società che ne distribuisce i vini in tutto il mondo. Cresciuto in una famiglia di vignaioli da sette generazioni, l’amore per la terra e quello per il vino lo hanno accompagnato sin dall’infanzia. Oggi Francesco cerca di fare il suo lavoro con quello stesso amore e di condividere sul blog Wine is Love le giornate passate nelle varie tenute, dalla Sicilia al Friuli, e i viaggi dagli Stati Uniti al Giappone.



Francesco, quella di famiglia è una grande azienda: come è possibile coniugare la qualità con la quantità oggi? Un gran parlare di vini artefatti, sofisticati: quale fase, nel processo di produzione del vino, pensi si debba particolarmente curare per creare, invece, vini “autentici” e bevibili sino in fondo, capaci di soddisfare sia i palati più esigenti che i semplici appassionati? Rivelaci il segreto di Zonin…

Oggi qualità e quantità sembrano essere due parole inscindibili per il successo di un’azienda in un mercato così diverso dal passato e sempre più complicato. Dobbiamo solo chiarire cosa si intenda per qualità e quantità. E qui mi affido ad un’altra parola per me fondamentale: segmentazione. Se partiamo dal consumatore e dalle sue necessità (passaggio fondamentale, perché non dobbiamo mai dimenticarci che siamo tutti al servizio del consumatore), possiamo notare come vada soddisfatto in modo diverso a seconda delle esigenze di quest’ultimo. Per diversi consumatori la parola qualità suggerisce standard diversi, ed è qui che dobbiamo evitare la confusione. Ci sono vini molto apprezzati da neoconsumatori, con ridotta capacità di spesa e conoscenza limitata che possono non soddisfare le esigenze di decani appassionati del nostro mondo, ma non per questo non possiamo parlare di qualità. C’è un termine abusato negli ultimi anni, il famigerato rapporto qualità/prezzo. Ecco, se riuscissimo a riportare al valore originario questo semplice binomio, potremmo evitare confusioni inutili.

Non mi crederete, ma non siamo una grande azienda (ogni volta che torno da un viaggio oltreoceano mi rendo conto di quanto piccoli siamo, rispetto al mercato e soprattutto rispetto ai concorrenti internazionali), siamo più una somma di aziende, e forse questo piccolo particolare ci permette di coniugare queste due parole chiave. Abbiamo segmentato il mercato e cerchiamo di soddisfarlo con marchi diversi. Il marchio Zonin fa riferimento ad una fascia di consumo quotidiana, focalizzato su alcuni prodotti in particolare, mentre le 9 tenute si presentano ad un pubblico più formato ed esigente. Ma se analizziamo ogni tenuta nella sua unicità, noteremo che è simile a tutte le altre aziende di riferimento nel mercato. L’unica differenza è la “quantità” di lavoro necessario per coordinare tutto questo, ma per fortuna abbiamo un team di 32 enologi ed agronomi che ogni giorno lavorano con tanta passione. E ho un padre che sin da piccolo mi ha insegnato la regola delle 3 L: lavoro, lavoro, lavoro!

Purtroppo non abbiamo segreti (mi piacerebbe averne almeno uno!) ma posso riportare la semplicità con cui Franco Giacosa affronta questo argomento che considero fondamentale. Oggi forse più che mai dovrebbe vigere la regola “il vino è buono quando la bottiglia finisce”. In cantina i segreti non esistono, in vigna ultimamente stiamo riscoprendo i “segreti” del passato. Credo che il vero segreto sia la passione con la quale affrontiamo le sfide quotidiane ed una passione che non ci fa mai sentire “arrivati”.



Villa Petriolo è una piccola realtà vitivinicola, che produce il suo vino, per così dire “artigianalmente”. Quali le differenze con un’azienda delle dimensioni di Zonin?

Riprendo quanto detto in precedenza, le differenze sono davvero poche: si tratta solo di replicare “in grande” i processi di una piccola azienda. Mediamente il punto di vantaggio è una maggiore capacità di investimento in vigna, cantina o sul mercato perché i costi vengono spalmati meglio; d’altra parte ogni tanto mi piacerebbe vivere più direttamente ed intensamente la vita nelle nostre Tenute, ma oggi è un desiderio che non mi posso permettere di esprimere.

Tu ti occupi anche dell’aspetto commerciale di Casa Vinicola Zonin: quali le ricadute sul mercato per produzioni di portata così differente?

Torno alla segmentazione del nostro portafoglio: la vera difficoltà è riuscire a cambiare giacca quando parliamo della “business unit” Zonin e quella delle Tenute. Sono posizionamenti e canali di vendita totalmente differenti che vanno approcciati con logiche diverse. Non è raro nel nuovo mondo imbattersi in una Cantina che operi su diversi posizionamenti come stiamo cercando di fare noi (da Penfolds, a Robert Mondavi, a Concha Y Toro, ecc…), un pò meno in Italia. La grande differenza è che loro operano con un marchio unico concentrando anche gli sforzi di marketing e comunicazione, mentre noi lavoriamo nei mercati con 10 marchi diversi, uno per ogni Tenuta che produce, vinifica ed imbottiglia in loco. Un plus perché decuplichiamo i risultati, ma allo stesso tempo più che decuplichiamo il lavoro!

E l’Italia, nel suo insieme, come si pone nello scambio mondiale, con i piccoli numeri che la contraddistinguono rispetto a realtà internazionali di ben più ampia gittata?

Difficile rispondere perché il mondo sta cambiando molto rapidamente, forse troppo rispetto alla velocità con cui si muove il nostro settore! Aggiungerei un terzo giocatore che viene menzionato poco, ossia il distributore, colui che fisicamente porta i nostri vini sul mercato. La concentrazione di questi attori negli ultimi 20 anni ha creato un effetto che io chiamo “clessidra”. Alla base ci sono una miriade di produttori (circa 38.000 solo in Italia!) e dalla parte opposta circa 3 miliardi di consumatori potenziali. Ecco, in mezzo si trovano i distributori (importatori, distributori, catene di supermercati, ecc…) che hanno attuato una politica di concentrazione senza precedenti. Erano già pochi rispetto al mercato della produzione, oggi sono pochissimi, grandi se non enormi e molto strutturati. Sono gestiti da managers molto preparati e non si sono ancora fermati sul tema della concentrazione. E noi?

L’Italia ha la fortuna di possedere il più grande patrimonio viticolo del mondo, ma lo sfruttiamo male e un pò siamo vincolati dalla dimensione media delle aziende. Dobbiamo tenere presente che dal crollo del muro di Berlino il mondo così come lo conoscevamo commercialmente si è molto ampliato e l’azienda che era piccola allora, oggi è piccolissima e soffre di questo sottodimensionamento. Non riusciamo a fare massa critica per una corretta comunicazione (oggi fondamentale) ma quasi sempre la diluiamo ottenendo così risultati risibili. Non riusciamo a fare massa critica nei confronti dei distributori (parlo nel mondo, dove fatturano dal miliardo di dollari medio fino ai famosi 327 di Walmart) i quali stanno al contrario ridimensionando il loro portafoglio concentrandosi su un numero inferiore di marchi. E quando si perde l'accesso al mercato, tutto il lavoro che si fa in vigna non serve! La grande rivoluzione qualitativa che l’Italia ha fatto negli ultimi anni oggi deve replicarla in termini commerciali. Dovremmo conoscere molto meglio i mercati, visitarli di più, promuoverci meglio, comunicare meglio, investire nel marketing, ma quello vero. E comunque per come è strutturato il mercato oggi, non tutti troveranno lo spazio che compete loro: la distribuzione oggi non consente di far arrivare tutti i produttori nei punti vendita nel mondo. Per avere successo dovremo eccellere in tutte le aree: nella qualità dei prodotti, nel marketing, nella comunicazione (se riuscissimo a metterci d’accordo!) e nelle capacità commerciali.


Cosa pensi si possa fare come produttori italiani, di concreto e legato alla nostra cultura, per rilanciare il valore, non solo economico, del nostro vino? Quale comunicazione ritieni si debba perseguire per raggiungere questo obiettivo? Conosco il tuo impegno quale testimonial del vino “Primo amore”. Avendo legato la mia immagine, il mio volto e quello di mio marito - che sulla questione ha altre opinioni ma che, per amore, si è arreso alla mia proposta - alla grafica del concorso di Villa Petriolo, ti chiedo: come ci si sente ad essere nel ruolo di Carla Bruni nell’ambito del vino?!! E che senso ha per te “metterci la faccia”?

La cosa più difficile sarà mettere d’accordo interessi a volte troppo contrastanti. Il Cile, l’Argentina, la California, l’Australia e il Sud Africa stanno conquistando importanti quote di mercato con una comunicazione molto semplice, che spesso recita “Wines of Chile” o “Discover Australia” o simili, spesso supportati dai rispettivi governi.

In generale noi abbiamo molti meno soldi da investire e li dividiamo in una miriade di comunicazioni prive di ripetizione, perciò non memorizzabili o di difficile interpretazione da parte del consumatore. Torniamo alla semplicità e all’ABC della comunicazione. Per quanto riguarda i consumi nel nostro settore, cultura è una parola fondamentale. Dobbiamo tornare ad insegnare la cultura del vino ed i suoi migliaia di anni di tradizione e dobbiamo tornare ad insegnare alle nuove generazioni la cultura della vigna e del lavoro che c’è dietro ogni bottiglia di vino. Più si conoscerà la nobiltà del lavoro in vigna, più rilanceremo il valore del nostro vino.

Grazie del complimento ma non ho certo il ruolo di Carla Bruni. Ho “messo la faccia” perché credo il vino, come molti altri prodotti alimentari, abbia la necessità di essere garanzia per il consumatore. E la maggior garanzia di qualità che si possa dare è quella di “rischiare” la propria immagine. Si può fare solo nel momento in cui si è certi della qualità che si offre ai propri consumatori. Questa certezza la abbiamo, e così abbiamo fatto.



Francesco, ringraziandoti moltissimo, Divinando ti saluta con un gioco. E’ da poco uscito il bando del nuovo concorso letterario di Villa Petriolo, S’io fossi…vino. Tu…che vino saresti e cosa racconteresti di te? Immagino che il suo profumo ti conduca in ogni attimo della vita: come trasmetti il tuo amore per questo straordinario frutto della terra nel quotidiano?

Qui faccio fatica a rispondere: qualunque cosa io dica “offenderei” tutti quelli che ho tralasciato... Chiedere quale sia il vino che mi rappresenti di più equivale a chiedere ad un genitore quale sia il figlio che più gli somiglia... Non risponderà mai!
Rispondo però riprendendo una domanda precedente: dei vini “autentici” e bevibili sino in fondo, capaci di soddisfare sia i palati più esigenti che i semplici appassionati.

Grazie ancora del graditissimo invito che spero di poter ricambiare presto.
Francesco

giovedì 29 gennaio 2009

di cibo di vino


Osservatore di Rosario Trapani



Mentre il concorso letterario di Villa Petriolo edizione 2009 "S'io fossi...vino" è in piena corsa, prosegue su DiVINando la pubblicazione di tutti i racconti dell'edizione 2008, "I giorni del vino e delle rose". In un ideale, magnifico racconto collettivo del vino e delle sue parole, a cui si aggiungeranno tutti i partecipanti della terza edizione.









Oggi, per "I giorni del vino e delle rose", si pubblica il racconto di Giovanni Contarino, "Di cibo di vino".
Complimenti all'autore...ascoltate che ritmo!










Giovanni Contarino è nato a Siracusa trentasei anni fa e vive a Torino da diciassette. Per sopravvivere lavora come ingegnere per una nota azienda automotive, occupandosi di organizzazione aziendale. Scrive Giovanni: “per vivere, scrivo e ascolto per amore dell’arte, nella speranza di non metterla mai da parte”!. Dalla fine del 2007 ha iniziato a partecipare a concorsi letterari, tra i quali "Ridendo con la poesia” “Teatroteatro da mangiare”, concorsi ai quali i suoi elaborati sono stati selezionati; nel maggio 2008 ha meritato la finale al premio “Mario dell’Arco”.


Racconto

“DI CIBO DI VINO”

di Giovanni Contarino



Di cibo di vino, di perle ti parlo, di ozio nel vizio, di aroma e sollazzo. Di scogli, di pesci, di cozze e aragoste, di totani e forme, slanciate e nascoste. Ti parlo di un piatto come fosse un fratello, ti parlo del sugo, sì… pure di quello. Di carne tritata, di coscia spolpata, di arrosti un po’ misti per tutti i carnisti. Cucino di notte, attingo alla botte, cucino la sera e pasteggio a Barbera, scordando quei giorni in cui mi assaggiavi dicendomi “amore, di sale mancavi”.
Di giorno mi affaccio a questo crepaccio, poi penso al passato e ritorno al brasato, poi penso alle more, che adornan le ore di pasti un po’ stanchi e penso “mi manchi”.
Di cenere e fuoco, di serio e di gioco, di olive nere e di cacio con pere, di pelle abbronzata, di olio e insalata, riguardo la foto e ripenso a ‘sta fata. Mi hai dato più amore di un pollo al vapore, adesso mi siedo e aspetto le ore, di quando quel forno, trillando dirà che se non mi muovo il flan brucierà.
Ma intanto ti penso, non so se ciò ha senso, non so se il profumo è di sugo o di incenso, ma sento qualcosa, la carne riposa, la trippa è sul fuoco e non è proprio un gioco. Non voglio bruciarla, io voglio salvarla, salvar la pietanza che appesta la stanza, se no resto senza, mi faccio una sbronza e il caldo che avanza ne è la penitenza.
Di cibo di vino di spazio e di strazio, in questa cucina di odori mi sazio, la smania, la pena, la pasta e il fornello, lo sguardo che avevi se bevevi un novello. Bevevi d’un fiato, bevevi contenta, non so se mi hai amato ma ci si accontenta, in fondo qui al mondo ci son tante donne, con i pantaloni e con le minigonne; ci son fidanzate che lavano i piatti, ci sono poi quelle con due seni piatti, ci sono anche altre che mangiano sole, che fanno le scaltre ma si compran le viole.
Ti penso, m’incenso, ti immagino qua, il sugo è già denso, temo si attaccherà, lo giro pian piano, ci metto il basilico e penso al tuo amore che mi tenne un po’ in bilico. Poi metto a bollire la pentola e le ire, poi peso la pasta… un etto non basta; allora eran due e sembrava che poi a scacciare la fame fosse solo quel “noi”. Mi chiedo alle volte, me lo chiedo spesso, ma a te poi piaceva il polipo lesso? O te lo mangiavi per farmi piacere per poi vomitare per nottate intere? Dicevi “che buono, che bravo sei stato” e io, gran coglione, ero tutto gasato, poi a letto sentivo sinistri rumori e già con un salto balzavi fuori. Correvi lontano, alla bocca la mano, con gli occhi guardavi il bagno lontano ed io sul guanciale, aspettando la fine, pensavo “però, guarda quante moine”. Non so se è per questo o per la tua allergia, mi hai detto “non resto ma me ne vado via, tu non mi capisci, non sai quel che penso, sai solo bruciare quintali d’incenso”. E vorrei vedere, se non lo facessi, se i cattivi odori io non disperdessi, se un giorno tornassi sui tuoi propri passi, che schifo che avresti se in casa tu entrassi.
Che bello quel giorno in cui entrando dirai, “amore cucina e non te ne pentirai, che dopo un bel pranzo con pesce e gelato, dimenticheremo il nostro passato, dimenticheremo il brutto incidente, faremo l’amore come fosse niente, faremo l’amore come fosse successo che non abbia mangiato quel polipo lesso.” Che bello sarebbe se ciò succedesse! Però!... Per ‘ste rime ho usato un po’ di esse.
Che bello quel giorno in cui rivedrò quel bel paio di occhi che mi ipnotizzò, mi fece scordare un bel po’ di ricette, e mi fece bruciare ventun cotolette. Scordai quantità, dosaggi e ingredienti, il lievito, l’acqua ed i condimenti, ne vennero fuori insulsi bocconi anche nelle piccole e grandi occasioni. Per giorni provai a riprendere un poco a saper maneggiare il tegame sul fuoco, a saper rigirare la frittata in padella, che con tanta fame va bene anche quella. Quegli occhi tuoi grandi eran proprio una scossa, la salsa che da bianca diventa rossa, la torta che in forno si gonfia di brutto sia che tu usi il burro, sia che usi strutto. Tu sei la cipolla che attacca i miei occhi, se tu la mia molla come nei balocchi, si apre la scatola ed esce un bel clown, son io, qui presente, che faccio up and down.
Son sempre convinto che fu una fortuna, portarti una sera al chiaro di luna, poi dirti “sai cara, cucino da dio, se vieni con me a te ci penso io”. Adesso mi faccio una bella scaloppa, ne faccio due etti, non sembra poi troppa, la taglio di sbieco, la batto sul marmo, e scaccio i ricordi di una storia in disarmo. La friggo di brutto, facciamoci male, ci vuole lo strutto ed un poco di sale, che questa nottata la voglio pesante, mi voglio sognare mio nonno cantante. Mi voglio sentire un supereroe, ma sì! Dopo cena mi faccio d’aloe. Ci aggiungo due litri di birra tedesca, non serve ghiacciata, purché un poco fresca. Mi faccio una cena da disperato, con un peperone che faccio grigliato, ci aggiungo di slancio due pomodori, di quelli che mangiano solo i signori, di quelli succosi che tingon la mano e che tutti chiamano “i San Marzano”; li faccio soffritti, li faccio pepati, e dopo li sposo con i maltagliati; mi faccio tre etti di mortadella, che con questa birra sta bene anche quella, mi faccio tre etti di caciocavallo, che il colesterolo in un colpo mi sballo. E’ l’unico modo ti giuro, davvero, lo dico col cuore, lo dico sincero, per far della vita una bella occasione per dimenticare la mia insana passione, che proprio in quei giorni in cui ti conobbi, pelando patate e condendo quei gobbi, mi fece pensare per quattro anni interi che come compagna tu male non eri. E’l’unico modo per dirti che allora, se avessi saputo aspettare quell’ora, saresti partita col treno alle sei, e adesso senz’altro un pò meglio starei.
Di certo in quei giorni ti ho fatto impazzire, con cozze ed orate ti venivo a servire, con quegli involtini di pesce spada, ti ho fatto scordare la tua borsa di Prada, che dopo quel vino, leggero e frizzante, quando sei uscita sembravi volante, cantavi da sola con aria da diva la sera calava e il mio amore saliva. Ti ho fatto un sorbetto con il mandarino, mi hai detto “lo sai che sei proprio carino?”, lo hai fatto così, con un solo richiamo, ed io come un pesce ho abboccato al tuo amo. Di giorno, di notte pensavo alla cena, a far sì che andasse di nuovo in scena, quel bello spettacolo di dolce allegria ma dopo tre giorni sei andata via. Pensai che era stato un bel fuoco di paglia, che indossi per poco come d’estate una maglia, che poi metti via dentro un bell’armadione, la guardi ogni tanto e poi cambi stagione.
Ma un giorno a settembre ad un tratto sei apparsa, e mi ritrovai con la bocca un po’ arsa, scolai quattro birre per restare un pò vivo e intanto qualcosa qui dentro sentivo. Avevo un tamburo che un ritmo suonava che di questa donna da un po’ mi parlava avevo bruciato il mio primo budino pensai tu fossi già nel mio destino, pensavo che in fondo se tu eri tornata o era piccolo il mondo o eri innamorata, perciò le mie orate e le cozze condii e presso il tuo tavolo sorridendo finii; ti baciai la mano come fanno i signori, sarà un po’ antico ma non avevo fiori, e pensai “al mondo non c’è niente di meglio, che sentirsi un po’ vivo, sentirsi un po’ sveglio”. Scegliesti un buon vino, un buon Marzemino, io ti consigliai e intanto schiattai: il sugo di cozza caduto sul braccio mi aveva ustionato e ridotto a uno straccio, il piatto mi cadde con tutte le orate, cascaron le cozze, limone e posate; tu intanto ridevi e piegata in due guardando dicevi “sei più scemo di un bue”, però nel frattempo mi offristi la mano per tirarmi sù come le ali un gabbiano, raccolsi poi tutto, tornai in cucina mi dissi “mi butto, è troppo carina”.
Di cibo di vino, di perle ti grido, di mare, di spiaggia, di ombrelli e di un lido, in questa cucina di un bel ristorante, in cui come te ce ne sono tante, di quelle turiste in cerca di tutto, di pesce grigliato e di carne allo strutto, che prendon la camera, che rubano i cuori, che stanno tre giorni e la notte son fuori. Ne ho viste parecchie, di bionde e castane, ne ho viste tedesche, spagnole e romane, lasciato l’ufficio si fiondan qui a mare e tu come un fesso ti vai ad innamorare. Ormai son vent’anni che sono qui dentro, è periferia ma è proprio il mio centro, ci gravito attorno, se scappo poi torno, è la mia pietanza e io sono il contorno. Mi chiudo in cucina, vicino al fornello, affetto cipolle ed affilo il coltello, poi pelo patate, zucchine e cetrioli, poi riempio la pentola e ci faccio i ravioli. Sto nella mia tana, sto nel mio rifugio, poi guardo la spiaggia e sul mare un po’ indugio, poi penso ai tuoi occhi, alla tua carne molle. Oddio! I ravioli! La pentola bolle…


Il Marchese del Grillo a teatro

mercoledì 28 gennaio 2009

momenti di essere. virginia woolf per "dei modi più eleganti di scendere dai tacchi"


Momenti di essere è il titolo di una delicata novella di Virginia Woolf. Vi si racconta dell'amore dell'adolescente Fanny Wilmot per la pianista Miss Julia Craye. L'amore scoppia su una fuga di Bach.

Voglio dedicare un pensiero a questa adorata creatura nello spazio riservato, come di consueto il mercoledì, all'universo femminile che merita di essere ricordato. La quarta di un ventaglio di donne eccezionali.



Una scrittrice attualissima ancora oggi Virginia Woolf, che ha dato espressione, attraverso opportune e originali tecniche retoriche e stilistiche, alle tipiche esperienze conoscitive ed esistenziali della "modernità". Sentimento della lacerazione, dissociazione della sensibilità, perdita di compattezza e peso specifico del soggetto, sensibilità esasperata del dettaglio, sono tutte caratteristiche che la critica letteraria ha rintracciato negli autori d'inizio Novecento. E Virginia Woolf a questi sentimenti ha dato voce con una sensibilità particolare.

Si parla della particolare scrittura della vita di Virginia come di un' "avventura dell'anima". Possiedo la mia anima, posso scriverne. E' come se ci dicesse questo la sua parola. E il bel libro di Nadia Fusini porta proprio questo titolo, “Possiedo la mia anima. Il segreto di Virginia Woolf”. Facendo parlare il diario, i romanzi, le lettere, i frammenti memoriali, viene qui ricreato l'intero mondo di Virginia Woolf, dalla Kensington natale, vittoriana e altoborghese, alla vita nuova nel quartiere bohémien di Bloomsbury, dalla battaglia femminista al pacifismo, alle posizioni rivoluzionarie sulla letteratura, sull'arte, sull'etica. Intorno alla scrittrice inglese si muove, in un affresco mobile e vivace, un mondo ricco di intelligenza, eccentricità e bizzaria che seppe affrontare con slancio generoso le prove scabrose della modernità. Compresa l'esperienza della malattia mentale, che accompagna, oscura e illumina l'esistenza e la pagina di Virginia.

Attraverso il cosiddetto flusso di coscienza emergeva la frammentarietà dell'uomo davanti alla modernità e al nuovo secolo. Erano gli anni di Kandiskj, Picasso, Schoenberg: si cercavano inedite forme artistiche per dare voce all'angoscia che faceva emergere un secolo pieno di speranze ma anche di enormi sofferenze, un'epoca in cui fortissimo era il contrasto tra umanesimo e crudele sfruttamento del lavoro, tra civiltà e barbarie. Virginia Woolf, in particolare, affrontò in profondità le problematiche della condizione femminile borghese, tanto che la sua opera costituisce un punto di riferimento, tuttora essenziale, per le scrittrici che rifiutavano di adeguarsi ai dominanti modelli maschili e tentavano di creare una scrittura autonoma.



Di una bellezza linda, piena di armonia, e allo stesso tempo piena di contrasti e di ombre come la sua vita, la sua scrittura così lirica ce la restituisce in tutta la sua potenza:

Non c’era nessuno. Le parole svanirono. Allo stesso modo nell’aria svanisce un razzo, e le scintille, attraversata la notte, si arrendono, e il buio cala, e si posa sulle case e sulle torri, e i fianchi desolati delle colline si ammorbidiscono e scompaiono. Ma anche se sono scomparse, la notte è piena di loro; perso il colore, senza più finestre, le case esistono più massicciamente, emanano ciò che il pieno giorno non riesce a trasmettere - l'affanno e la sospensione di ciò che è ammassato nel buio; raggomitolato nel buio, privo del sollievo che porta l'alba, quando inonda di bianco e di grigio le pareti, e illumina ogni finestra, solleva la nebbia dai campi, mostra le mucche rossicce che vi pascolano in pace, e tutto riporta all'occhio, e tutto esiste di nuovo. Sono sola; sono sola! gridò, accanto alla fontana di Regent’ Park (fissando l'indiano e la sua croce), come a mezzanotte, forse, quando si sciolgono tutti i legami, e il paese ritorna alla sua forma antica, com'era quando i Romani vi sbarcarono, coperto di nuvole, quando ancora le colline non avevano nome e i fiumi serpeggiavano, non si sapeva verso dove - tanto era il buio…

da La signora Dalloway.

Dedicato a tutti i futuri scrittori del concorso letterario di Villa Petriolo.

"The Hours", la morte di Virginia Woolf

martedì 27 gennaio 2009

ubriaco canta amore alle persiane...la mia intervista a cura di Paolo Pianigiani sul sito di Dino Campana


Esce sul sito dedicato a Dino Campana, uno dei miei poeti preferiti, l'intervista - o meglio, si è trattato in realtà di una piacevolissima conversazione - che Paolo Pianigiani mi ha rivolto qualche tempo fa al Biancospino. Letteratura, vino, il concorso di Villa Petriolo, le poesie di Campana. Un bel dilungarsi su passioni, progetti, sogni.

Paolo è un appassionato studioso di Campana e, in finale di intervista, rivela uno dei prossimi "viaggi" di Villa Petriolo, a cui tengo davvero molto.

Un ringraziamento speciale a Paolo Pianigiani e a presto per i tutti dettagli sul nuovo percorso...per un omaggio e un ricordo, come dice Paolo, al poeta che più di altri ha saputo trovare parole per cantare i colori della natura e del paesaggio

piccole vignaiole crescono....




L'8 e 9 marzo torna a Lido di Camaiore (Lucca) Terre di Toscana, la manifestazione organizzata dalla testata on line L'AcquaBuona.




Tornerà anche Villa Petriolo, già ospite dell'evento l'anno passato...con evidente soddisfazione anche da parte delle piccole vignaiole di Villa Petriolo. Margherita, la mia nipotina, così commenta...Villa Petriolo è il posto ideale per tutti quanti...è stato meraviglioso, la sala era molto grande;-)))))!!!

Villa Petriolo al gran completo vi aspetta a Terre di Toscana!

27 gennaio ARTE X MEMORIA = PACE




Ricevo dall'amica Mara Faggioli e pubblico volentieri su DiVINando. Nel giorno della memoria, contro tutte le guerre, di ieri e di oggi.

Per non dimenticare l'olocausto,
perchè i giovani sappiano,
perchè tali crimini non debbano più accadere
lottiamo tutti per la pace ...


Nel blog Voci di pace - nella sezione Accademia e Poesia
è stata pubblicata una mia scultura dedicata all'olocausto con la recensione di Renato Piccioni - Presidente dell'Accademia Culturale Le Tre Castella della Repubblica di San Marino.

Il Dr, J.Mengele fu certamente tra i peggiori criminali nazisti. Ad Auschwitz effettuò atroci orribili ed agghiaccianti esperimenti sui bambini.


"Ho rappresentato uno dei tanti bambini dei campi di concentramento sottoposti a tali crudeli torture prima di essere uccisi. L'ARTE DEVE ESSERE ANCHE UNO STRUMENTO PER DIFFONDERE LA PACE".
Mara Faggioli

lunedì 26 gennaio 2009

...e il concorso letterario di Villa Petriolo volò oltreoceano!




...che bello, il concorso 2009 "S'io fossi...vino" sul blogazine argentino MIA mujeres italianas y argentinas! Ringrazio le redattrici e mi auguro davvero che arrivino tanti bei racconti da questa e altre parti del mondo che stanno riscoprendo la viticoltura come ambito importante da sviluppare per la promozione, ad un tempo, di tradizione ed innovazione di un Paese. Senza contare la valorizzazione della nostra splendida lingua italiana all'estero e l'importanza, oggi, di un profondo scambio interculturale. E che la cultura del vino possa contribuire ad unire la gente, sciogliendo la lingua...Evviva!

Un bel premio in palio per la sezione internazionale, "Percorsi di terra e di gusto": un viaggio di andata e ritorno in Italia ed un soggiorno di una settimana sulle dolci colline del Montalbano. Chissà dove troverà alloggio il biglietto aereo in premio...

Grazie in particolare all'Agenzia di Empoli Turandot Viaggi e alla Strada dell'olio e del vino del Montalbano per aver reso possibile questa estensione del concorso letterario di Villa Petriolo all'estero.


Le dolci colline del Montalbano...

sabato 24 gennaio 2009

al via il tam tam dal web sul concorso letterario di Villa Petriolo 2009...


Ecco che la rete accorre in soccorso, come da tradizione nel concorso letterario di Villa Petriolo.

Non posso che cominciare a ringraziare tutti i siti e le redazioni che stanno pubblicando la notizia dell'uscita del bando di "S'IO FOSSI...VINO".

Grazie tante anche alla redazione di Controradio, e all'amico Domenico Guarino soprattutto, che ha consentito che stamani andasse in onda l'intervista telefonica qua sotto...grazie grazie grazie, speriamo che gli ascoltatori di Controradio siano delle belle penne indomite!





...e grazie a tutte le redazioni dei siti, che continuano a seguirci con costanza e sensibilità. Grazie a tutti!


Poetilandia

Mag-Libri

M-contest Contest e concorsi

Eccolitalia

Viniesapori

winelovers.carmignano


culturaglobale

montalbano.toscana

saporetipico

Nakone 2007 su WineReport!


E' appena uscito un bell'articolo di Wolfango Jezek su WineReport, dedicato al nostro Nakone, Chardonnay in purezza prodotto in Sicilia, a Segesta.

Leggete che bel modo di parlare di vino...anche in vista del nostro concorso letterario "S'io fossi...vino"!
Grazie al giornalista Wolfango Jezek pr la sensibile attenzione!

mercoledì 21 gennaio 2009

Terza edizione del concorso letterario di Villa Petriolo. S'IO FOSSI...VINO. Epifanie dello spirito

Un regalo agli amici di DiVINando...Eccovi anzitempo - di qualche ora! - il bando e la locandina del nuovo concorso letterario di Villa Petriolo, edizione 2009. La diffusione avrà inizio ufficialmente domani 22 gennaio 2009, per terminare il 30 aprile 2009. Sul sito di Villa Petriolo, da domani, tutte le indicazioni utili per partecipare con un racconto breve della lunghezza massima di 8.000 battute, in lingua italiana. La partecipazione al concorso rimane libera ed aperta ad autori sia italiani che stranieri. Tante le novità ed i premi!

Avevo una gran voglia di condividere con gli amici di Villa Petriolo l'inizio di questa ennesima avventura e così...eccolo. Spero davvero che vogliate stappare con noi una bottiglia, quella migliore che conservate nella vostra cantina, e far uscire a danzare lo spirito! Buona scrittura a tutti, vi aspetto!



III Concorso letterario Villa Petriolo
Edizione 2009


Dedicato a Mario Soldati ed al suo "Vino al vino"



“S’IO FOSSI...VINO"
Epifanie dello spirito

da un'idea di silvia maestrelli
progetto a cura di diletta lavoratorini


“Tempo verrà
in cui, con esultanza,
saluterai te stesso arrivato
alla tua porta, nel tuo proprio specchio,
e ognuno sorriderà al benvenuto dell'altro,
e dirà: siedi qui. Mangia.
Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato
per tutta la tua vita, che hai ignorato
per un altro e che ti sa a memoria.
Dallo scaffale tira giù le lettere d'amore,
le fotografie, le note disperate,
sbuccia via dallo specchio la tua immagine.
Siediti. E' festa: la tua vita e’ in tavola”

Derek Walcott, Amore dopo amore

Presentazione:

“Il vino non è un immediato dono della natura, come il grano; è un succo spremuto con la forza, che passando attraverso una sorta di morte ottiene una vita spirituale, nella quale (rinchiuso e conservato per così dire come un secreto) può durare più a lungo e dimostra continuamente un carattere determinato, anzi individuale; ma esso dimostra la sua natura per così dire demoniaca o spirituale attraverso quella punizione che lo colpisce al tempo del fiorire della vite. Il vino è dunque il dono del dio già spiritualizzato, così come il seme è il dono di Demetra che appunto soltanto si arrende al dio più alto. Come questo è il frutto che nutre il corpo, così quello è il dono che risveglia la vita più alta dello spirito e fa sorgere le gioie nascoste e i più profondi dolori della vita” (F. W. J. Schelling, Filosofia della rivelazione, 1858).
Torna il concorso letterario di Villa Petriolo, giunto nel 2009 alla terza edizione, con un caldo invito agli aspiranti scrittori: sotto il vostro sguardo il vino viva in forma di maschera, “Persona” e mistura immaginifica. L’esortazione è ad entrare nel cerchio magico del gioco, nel quale cercare il ricongiungimento tra natura e umanità, ricavare quella visione del mondo unitaria, animata e animatrice, che consenta la maturazione e l’espansione della personalità. Come se…fosse vino. Profili di vite. Di vini.
L’uomo gode della grande libertà di porsi quale principio creatore di sé: autopoiesi che è anche perdita di sé, per preparare l’incontro con l’inatteso doppio. Per concepire se stessi verso i territori inesplorati e fertili dell’immaginazione, in grado di trascendere i limiti del reale e generare modelli di vita inediti. Per preparare l’avvenire, intravedere nuovi traguardi di conoscenza e opportunità di realizzazione, nell’ indispensabile confronto con i nostri simili. Dal vino al vivo. Sognare di essere vino, un vino che ha avuto il coraggio di incarnare il proprio destino fino in fondo, guadagnandosi un carattere irripetibile ed un stile riconoscibile nell’essenzialità: quieto, scorrevole e dissetante, oppure sodo, maturo e virile, altrimenti un vino spumante in decolté, d’argento, saltante. E le centomila bocche assetate che lo avranno assaggiato ne avranno sentita l’autenticità o colti l’artificio, la sofisticazione, saggiato il tannino aggressivo o la stucchevole dolcezza, la veste decadente, si saranno inebriate delle effervescenze entusiasmanti o dell’amabilità discreta, dello sguardo di velluto porpora, della fragranza di pane e spezie. Un vino che avrà seguito, o tradito, la sua naturale inclinazione. Calice, bottiglia, botte, cantina, la stanza della penombra, i muri dell’identità. Che si ossigena, stagiona, si umanizza, traducendo dal silenzio man mano che si definisce. Ma i muri devono essere finiti, quelli dentro e quelli fuori, per poi fare tanti giri e restare comunque nella suggestione, nella misteriosa complessità di ogni esistenza.
Siate vino e donatevi a larghi sorsi, eccitate la fantasia prima di tentare le labbra. Sarà sufficiente investire il calice di vino di una carica numinosa. Che la metafora del sole sotterraneo porti a maturazione i chicchi, proprio come il nero della parola scritta fissi un’intuizione: farsi contenuto e contenitori di se stessi.

E allora, per voce di Shakespeare…di grazia, togli il tappo dalla tua bocca, ché io possa bere le tue notizie!



La novità dell’edizione 2009


Gli autori del nuovo concorso di Villa Petriolo avranno, da quest'anno, la possibilità di inviare la riproduzione digitale di un’opera pittorica, fotografica, musicale, video, di un manufatto artigianale, etc., di propria creazione, che accompagni il racconto, coniugando le parole con altre forme d’arte. Gli elaborati, giudicati a parte, saranno pubblicati su DiVINando e valorizzati durante la cerimonia di premiazione, che si svolgerà a Villa Petriolo nel giugno 2009. Per una grande festa dello spirito.

Una GIURIA DOC ad attendervi: Enrico Ghezzi, critico cinematografico; Claudio Cinelli, regista teatrale; Roberto Cotroneo, scrittore e critico letterario; Federico Curtaz, enologo; Ernesto Gentili, giornalista enogastronomico, co-curatore della Guida Vini d’Italia de L’Espresso; Chiara Riondino, cantautrice; David Riondino, attore, comico e cantautore; Cristina Tagliabue, giornalista esperta in creatività e innovazione culturale; Carlo Tempesti, Sindaco di Cerreto Guidi; Edoardo Vigna, giornalista de Il Corriere della Sera.
Un ringraziamento speciale a tutti i nostri giurati da Villa Petriolo!

Cerimonia di premiazione Concorso letterario di Villa Petriolo edizione 2008



Cerimonia di premiazione Concorso letterario di Villa Petriolo edizione 2007



Tutti i documenti informativi e le regole del concorso saranno ufficialmente pubblicati in un’apposita sezione del website www.villapetriolo.com e sul blog www.divinando.blogspot.com (ETICHETTA: “S’io fossi...vino”).

Chiarimenti ed informazioni potranno essere richiesti via e-mail ai seguenti indirizzi: ufficio.stampa@villapetriolo.com - info@villapetriolo.com, oppure contattando i seguenti recapiti: tel. +39 0571 55284 / fax. +39 0571 55081. Aggiornamenti e sviluppi del concorso potranno essere seguiti sul blog www.divinando.blogspot.com (Etichetta: “S’io fossi…vino”)

DA QUEST'ANNO SI PARTECIPA AL CONCORSO ESCLUSIVAMENTE VIA E-MAIL. Un piccolo contributo per sensibilizzare contro lo spreco di carta. A salvaguardia della terra che ci nutre.

L’indirizzo e-mail a cui inviare le opere per la partecipazione al concorso è:

ufficio.stampa@villapetriolo.com
(chiedendo un riscontro del ricevimento)


indicando in oggetto “Concorso letterario Villa Petriolo 2009 – sezione prescelta: SEZIONE GENERALE, SEZIONE IL VINO DELL’AMICIZIA, SEZIONE INTERNAZIONALE STRADA DEL MONTALBANO - nome e cognome del mittente”. Farà fede la data della e-mail inviata.



Un ringraziamento a Massimo Bonistalli: è sua la fotografia da cui è tratta la locandina 2009. Grazie Massimo!

Dei modi più eleganti di scendere dai tacchi. Coco Chanel, l'insostituibile




Come ogni mercoledì, appuntamento su DiVINando con ...Dei modi più eleganti di scendere dai tacchi!

Per essere insostituibili bisogna essere diversi, amava dire Gabrielle Bonheur Chanel, meglio conosciuta come Coco Chanel, icona insuperata di stile ed eleganza. Nonché la donna più ragionevole del mondo, a detta di Pablo Picasso.



Anche Jean Cocteau la racconta: “Se mademoiselle Chanel ha regnato sulla moda non è perché ha tagliato i capelli alle donne, ha mescolato lana e seta, ha messo le perle sui golfini, ha evitato etichette poetiche sui suoi profumi, ha abbassato e alzato il punto vita e ha obbligato le donne a seguire le sue direttive; ma è perché - al di fuori di questa gentile e decisa dittatura - non c' è niente della sua epoca che abbia mancato». Nonostante la partenza difficile – era nata da una famiglia di venditori ambulanti in miseria, orfana a dodici anni, allevata severamente dalle suore in un convento di Corrèze - la giovane Gabrielle Chanel è riuscita a diventare amica e mecenate dell’avanguardia artistica e culturale di Parigi, frequentando molti dei grandi della sua epoca. E questo grazie al suo carattere, il coraggio, l’inventiva, che le hanno permesso di ricoprire il ruolo di protagonista della storia e del costume del Novecento a tutti gli effetti. Nata nel 1883, nel 2008 si sono ricordati i 125 anni dalla nascita con una moneta encomiastica, che il direttore della maison Karl Lagerfeld ha voluto raffigurasse da un lato il profilo della stilista e dall’altro un grande 5, come il profumo evergreen creato nel 1913: il peso della moneta in oro è di 5 once, prodotte in due versioni, oro e argento. Uno dei tanti omaggi che si continuano a tributare a Chanel, sulla quale sono stati scritti libri, girati film, dedicati infiniti articoli.

A me piace ricordarla con uno dei suo simboli più conosciuti, ed imitati. Non le perle o le mitiche C incrociate, ma la camelia. Fiore particolare, importato da G. J. Camel a partire dalla seconda metà del 1700 dalla Cina e dal Giappone, dove le varietà sono moltissime, raggiunse grande popolarità con il romanzo di Dumas "La signora delle camelie". Da quel momento, il fiore della camelia si cominciò ad appuntarlo su scollature ed orli degli abiti delle signore. Madame Chanel ha insegnato alle donne a portarla sui suoi tailleurs, vera o falsa, di stoffa o pietre preziose. Non sarà un caso che la camelia nel linguaggio dei fiori stia a significare la perfetta bellezza e superiorità non esibita; simbolo di costanza in amore e di grazia, si regala, bianca, in segno di stima.

Una donna volitiva, Coco Chanel. Henry Gidel, autore della sua biografia, narra i suoi amori, le sue battaglie nel mondo della moda, le gioie ed i dolori. Fra i suoi amori figurano un nipote dello zar, il granduca Dmitrij Romanov, un cugino del re d’Inghilterra,il duca di Westminster, un poeta surrealista,Pierre Reverdy. Celeberrima la passione per Igor Stravinsky: iniziò nell' estate del 1920, quando Coco Chanel invitò il compositore della Sagra della Primavera a trascorrere del tempo nella sua villa fuori Parigi. Stravinsky era fuggito dalla Russia rivoluzionaria ed era in difficoltà. Con lui, la moglie malata, i quattro figli, la pianola, il gatto e una serie di pappagalli parlanti. Madamoiselle Coco, “l' orfanella i cui vestitini neri si ispiravano alle divise della sua infanzia dalle suore, non poteva farsi sfuggire Stravinski, l' uomo che parlava in musica anche della guerra”. Coco aveva assistito nel 1913 alla tumultuosa prima della Sagra della Primavera con i Ballets russes di Diaghilev al Théâtre des Champs-Elysées. Ne era rimasta incantata.


Le Sacre du Printemps
, Pina Bausch Wuppertal Dance Theater



Dopo aver chiuso la casa di moda, quando era all’apice del successo allo scoppio della seconda guerra mondiale, Madame Chanel torna ad affrontare la scena a 71 anni, senza temere i critici impietosi delle riviste di moda, ormai innamorati di Dior, e le beffe di chi la credeva finita. Invece, torna a trionfare, in America e nuovamente in Europa.

È stata spesso sola, ha perso molte delle persone che amava, le è stata preclusa la gioia di un figlio. Ma fino all’ultimo non ha smesso di combattere, regale e generosa, impetuosa e collerica.

Alcune delle sue perle che amo di più: “La volgarità è la più brutta parola della nostra lingua. Rimango in gioco per combatterla; L'eleganza non consiste nell'indossare un vestito nuovo; La moda è fatta per diventare fuori moda; La moda passa, lo stile resta; La moda riflette sempre i tempi in cui vive, anche se, quando i tempi sono banali, preferiamo dimenticarlo; La natura ti dà la faccia che hai a vent'anni; è compito tuo meritarti quella che avrai a cinquant'anni; Non mi pento di nulla nella mia vita, eccetto di quello che non ho fatto; Se sei nato senz'ali, non fare mai nulla per impedire loro di crescere”.

“Vedi, così si muore”. Queste le ultime parole pronunciate in punto di morte, rivolgendosi alla cameriera.


Coco Chanel parle de l'élégance

martedì 20 gennaio 2009

il miele del cuore


Female drinker, Bill Traylor


In attesa della diffusione del bando del III concorso letterario di Villa Petriolo - giovedì 22 gennaio 2009 uscirà ufficialmente - continua la pubblicazione di tutti i racconti de "I giorni del vino e delle rose", edizione 2008.

Oggi ho il piacere di ospitare su DiVINando il racconto "Il miele del cuore" di Marina Priorini.


Marina Priorini
è nata a Roma ed abita a Maccarese (Roma).
Funzionario pubblico, ha una laurea in sociologia.
Nel 2006 Marina vince il premio letterario Senso e la competizione Eroxé Award; nello stesso anno arriva tra i finalisti di Profondo Giallo Mondatori; nel 2007, agli Eroxé Award, il suo è il miglior racconto in assoluto; al concorso Carte Segrete – L’Eros in teatro, un suo elaborato ottiene una segnalazione di merito; si classifica seconda al concorso I veli della luna; pubblica un proprio racconto nell’antologia Sex Conditio e l’ebook Violent Chick, oltre a varie pubblicazioni in antologie. Nel 2008 Marina è relatrice al IX Congresso di Sessuologia di Roma.


Racconto

"IL MIELE DEL CUORE"

di Marina Priorini



Arrivai nell’azienda agricola con un giorno di anticipo.
Avevo volutamente scelto quel tipo di alloggio, alle porte di Firenze, per concedermi un giorno di riposo prima di affrontare le fatiche del convegno in cui ero relatrice.
La vista delle colline coltivate ebbe, come sempre, il potere di calmare la mia inquietudine.
Venne ad accogliermi un uomo vestito in modo trasandato e i capelli arruffati. Sul volto cotto dal sole risaltavano due occhi verdi che si confondevano con il paesaggio.
Si presentò scusandosi per l’abbigliamento con una calorosa stretta di mano.
“Mi occupo personalmente del vigneto – disse con un forte accento toscano – e a quest’ora del mattino sono impresentabile. Mi farò perdonare questa sera cucinando personalmente per lei.”
Lo ringraziai nonostante fossi infastidita di tanta galanteria.
“La cena sarà servita alle nove nella limonaia” aggiunse prima che potessi dire una parola.
Lasciai la stanza alle otto e trenta e raggiunsi il ristorante creato in uno spazio circondato da ampie vetrate e alberi di limone. L’unico tavolo, posto al centro della sala, era apparecchiato con un insolito accostamento di colori : il verde dei piatti contrastava con il viola della tovaglia e i bicchieri di vetro erano sfumati in diverse tonalità di rosso.
La cucina era collocata al centro del locale e un uomo, di spalle, era intento a cucinare.
“Buona sera signorina, si accomodi dove vuole.”
“Sono l’unica cliente?”
“Lei è l’ultima prenotazione della stagione che ho accettato. Da domani inizierà la vendemmia e dovrò occuparmi a tempo pieno della mia vigna.”
L’uomo si voltò rivolgendomi un sorriso disarmante e mi trovai di fronte una persona diversa, elegante, assolutamente affascinante.
“Ho letto sull’opuscolo che ho trovato in camera che lei produce un vino eccezionale ma purtroppo io sono astemia” dissi scusandomi.
“ Che peccato. Il mio vino ricorda la generosa natura della toscana e lei non potrà godere del profumo, della ricchezza, del gusto di frutta, del sole in esso contenuto. C’è la vita da assaporare in un bicchiere di vino mia cara signorina, e lei si preclude questa possibilità.”
“Sopravvivo anche senza questi piaceri, mi creda” risposi seccata.
“Mi spiace per lei. Platone considerava il vino un mezzo per il superamento del sé verso un contatto più stretto con il divino e per aprire la mente a una superiore conoscenza. Quindi ho sprecato il mio tempo cercando in cantina una bottiglia degna di questa cena. Vorrà dire che berrò da solo.”
Ero infuriata con me stessa per aver permesso all’uomo d’intrattenere con me una conversazione che non desideravo.
“A proposito, io mi chiamo Alberto. Posso sapere il suo nome?”
Risposi per educazione. “ Io sono Angela.”
Incuriosita rivolsi una domanda “ Si occupa sempre lei della cena per gli ospiti?”
“Quando ho tempo mi piace molto cucinare e sono anche piuttosto bravo, per me è un atto d’amore. Ci metto passione, animalità. Mescolo, assaggio, assaporo, condisco, godo immensamente nel cercare il giusto equilibrio tra sapore e piacere del palato. Invento ricette, le rielaboro.”
“E le piacciono anche altri vini oltre il suo” dissi indicando le numerose bottiglie conservate sul ripiano di marmo mentre leggevo i nomi sulle etichette.
“Conservo gelosamente le mie preziose bottiglie e le vendo soltanto a clienti selezionati. Però amo tutti i grandi vini come questo Chateau Kefraya – rispose mostrandomi la bottiglia – risultato interessante di uve a bacca rossa, colore rosso rubino intenso, aromi fruttati. L’avevo scelto per lei sperando potesse condividere con me questo piacere.”
Posò la bottiglia con delicatezza.
“Non le piace bere, ma sicuramente apprezzerà il mio sugo. Venga qui, vicino a me, la prego. Assaggi e mi dica che cosa ne pensa.”
M’invitò con gentilezza e non fui capace di rifiutare la cortesia.
Mi avvicinai ai fuochi e presi un mestolo di legno.
“Deve usare il dito – gridò - il legno altera il sapore. Lo lecchi, lasci che il gusto scivoli giù nella gola o non imparerà mai a riconoscere i sapori.”
“E’ molto buono.”
“Soltanto buono?” Ho preparato il mio ragù speciale mescolando carne di maiale, carne di manzo, carote, sedano e finocchio selvatico tritati insieme. Il sugo bolle da questa mattina per raggiungere un sapore deciso che deve restare intrappolato nella pasta corta. Le confido il mio segreto: aggiungere sempre al ragù del finocchio selvatico.”
“Allora diciamo che è strepitoso.”
“Venga con me.”
Alberto prese un pezzo di pane inzuppato nel sugo e mi condusse nella cantina del ristorante, che scoprii, vantava una ricca importazione di vini sudafricani, cileni e neozelandesi per i clienti più esigenti. Del suo vino nessuna traccia.
Scelse un rosso cileno, il Mouthes Alfa, e tenne a sottolineare che fosse abbastanza costoso. Stappò la bottiglia, attese, ne versò due dita in un calice e mi mise tra le mani il pezzo di pane al sugo.
“Mangi e beva un sorso di questo vino. Dopo sarà grata a Dionisio per aver insegnato agli uomini la coltivazione della vite.”
Chiusi gli occhi e con la punta della lingua afferrai gocce del liquido rosso che Alberto mi aveva offerto. Poi bevvi piccoli sorsi trattenendo più a lungo possibile l’aroma di quel nettare peccaminoso. Avvertii un leggero brivido prima di riaprire gli occhi e scontrarmi con il suo sguardo curioso.
“Lei non è astemia! Mi ha mentito.”
Rossa in volto tossii. “E lei come l’ha scoperto?”
“Chi beve per la prima volta contrae il volto e manda giù come si trattasse di sciroppo. Lei invece ha avvicinato il bicchiere al naso, ha annusato e infine sorseggiato.”
“Touché.”
“Questo è un bene Angela e io le concederò il privilegio di visitare il mio mondo.”
Annuii senza comprendere il senso di quello che aveva detto perduta dietro il suono della sua voce e affascinata dai modi insoliti dell’uomo.
Alberto mi prese per mano e mi lasciai condurre docilmente verso una piccola scala di legno. Scendemmo diversi gradini prima di giungere in una grotta naturale dove erano conservate botti di legno di rovere e bottiglie impolverate.
“Mi conceda l’onore di farle gustare un rosso della mia riserva personale. Brinderemo a noi con un bicchiere di Sangue Vermiglio.”
Stappò la bottiglia e riempì a metà due calici molto ampi.
Si avvicinò a me pericolosamente.
Nel silenzio quasi religioso che regnava nella grotta mi lasciai andare oltre il corpo che da tempo intrappolava le emozioni della passione.
Eravamo uno di fronte all’altro, con i calici nelle mani di entrambi, e ci fissavamo cercando di scalfire le personali reticenze.
Alberto all’improvviso posò il bicchiere e mi attirò nelle sue braccia.
“Trattieni il sapore di me nella bocca e mescolami con il vino – sussurrò nel mio orecchio – bevi il miele del cuore omaggiando Omero.”
Le nostre bocche si unirono in un bacio profumato di terra e di uva.
Stordita uscii dalla cantina provando il disagio per essermi lasciata travolgere dal desiderio.
Lui mi seguì silenzioso.
Raggiungemmo l’uscita e un cielo stellato accolse la mia mente in subbuglio mentre una luna enorme rischiarava la collina illuminando i filari dei vitigni perfettamente allineati.
“E’ stupefacente come l’uomo abbia potuto lavorare tanto e modellare il territorio” disse alle mie spalle.
“Tu vivi in paradiso” risposi malinconica.
“C’è un uomo nella tua vita?” chiese semplicemente.
“C’è stato, ma il nostro matrimonio è naufragato due anni fa. E tu hai una moglie?”
“Non più, ma ho un figlio che non ne vuole sapere di lavorare la terra. E’ andato a vivere in Spagna e si occupa di finanza. Io da tempo ho smesso di fare l’architetto per dedicarmi con amore all’attività di viticoltore senza rimpiangere la scelta.”
“Io invece sono stanca della mia vita e da molto mi riprometto di cambiare stile di vita anche se forse non ci riuscirò mai.”
“Che lavoro fai?”
“Sono esperta in marketing .”
“Potresti occuparti della mia azienda e godere della pace di questo luogo incantato.”
“E’ una proposta di lavoro?”
“Sono stanco di bere da solo e spero che il mio vino ti abbia stregato.”
Il Dio Flufluns alzò invisibile la patera verso il cielo.


Little Ole Wine Drinker Me, Dean Martin

lunedì 19 gennaio 2009

all' Inauguration Gala di Barack Obama si beve italiano!


Nel pieno dei quattro giorni di celebrazioni per l'insediamento del nuovo Presidente degli Stati Uniti, una bella notizia per tutto il vino italiano: sono stati scelti due vini della tenuta americana della famiglia Zonin per il "2009 Inauguration Gala" di Barack Obama.

Tante congratulazioni a Francesco Zonin e...speriamo che sia di buon auspicio per tutto il made in Italy!

ohhh chihuahua....



Finalmente una domenica dedicata interamente alla mia piccola principessa Lavinia...
Sveglia ore 9.00.
Colazione, rigorosamente a letto dall'amica Cristina Sivieri Tagliabue per un'intervista sul tema "la bellezza". Con grande felicità di mia figlia..."mamma entreremo dentro la televisione? Siamo due attrici?!!"...grazie Cri, molto piacevole e divertente!

Pomeriggio al Cinema: Beverly Hills Chihuahua... Andate, vale la pena. E il compleanno di Sebastian... meraviglioso!

sabato 17 gennaio 2009

David unt Goliath...il Golpaja 2005 sulla rivista IL MIO VINO per la Germania



Ecco il nostro Golpaja 2005 sulla rivista IL MIO VINO, nella versione per il pubblico tedesco. L'articolo uscirà sul numero di febbraio/marzo 2009 ed evidenzierà il buon rapporto qualità/prezzo di una serie di rossi toscani, la squadra dei Davide...contro Golia!


Toscana Igt Rosso “Golpaja” 2005


Das von Gesindehäusern umgebene Herrenhaus von Petrolio auf der Höhe eines Hügels bei Cerreto Guidi wirkt wie der Inbegriff des toskanischen Traums. Es ist umgeben
von 160 ha Weinbergen, Olivenhainen, Obstplantagen, Gärten und Waldungen.
Der Betrieb konzentriert sich auf ein sehr straffes Produktionsprogramm.
Insgesamt werden vier vereschiedene Weine hergestellt: ein Chianti Doc, ein eißwein, ein Vin Santo und der Golpaja, der an unserem Vergleichstest teilnahm. Er besteht aus Sangiovese mit einem kleinen Anteil Merlot. Im Glas präsentiert er sich mit einem schönen dichten Rubinrot mit feinen violetten Nuancen. Sein kräftiger
Duft zeigt Eleganz. Zu erkennen sind Noten von roter Frucht sowie leichte Töne von Minzen und Rosenblüten. Im Vordergrund steht eindeutig der würzige Duft von chwarzem Pfeffer. Im Geschmack wirkt der Wein frisch. Er zeigt ein schönes andelaroma, das auch im Finale erhalten bleibt, bei dem zusätzlich eine feine, elegante Gerbsäure in Erscheinung tritt.


La bella degustazione era già uscita, nel novembre 2008, sulla rivista in italiano. Qui l'articolo riportato su DiVINando.

Di nuovo tanti ringraziamenti alla redazione de Il mio vino per la gentilissima attenzione dedicata ai vini di Villa Petriolo.




venerdì 16 gennaio 2009

Corto e Mangiato: Vini,vigne e vignaioli. Fino al 29 febbraio.

3ˆ EDIZIONE DEL CONCORSO
PREMIO MONTEBELLO



"Corto e Mangiato: Vini,vigne e vignaioli."


Il concorso è aperto a cortometraggi che si concentrino sui temi della cultura del cibo, dell'identità e della tradizione culinaria in relazione al cibo biologico ed in particolare alla produzione e commercio equo e solidale. Le opere finaliste saranno proiettate giovedì 26 marzo 2009 nella sala audiovisivi del Monastero di Montebello (Comune di Isola del Piano, Provincia di Pesaro e Urbino).
C'è tempo fino al 29 febbraio 2009 per presentare le opere.


Partecipiamo con il video della cerimonia di premiazione del concorso “I giorni del vino e delle rose”?!!!!

rosa e le sue spine



"Rosa e le sue spine", il delicato racconto di Patrzia Esposito per il concorso di Villa Petriolo "I giorni del vino e delle rose".


Patrizia Esposito
è nata a Napoli ed abita ad Induco Olona.
Ha pubblicato nel 2005, per le edizioni Il Filo, il componimento “Il silenzio dei pensieri”. Nel 2006, con il racconto breve “U’ serbaggio”, si è classificata prima al concorso nazionale Poetika; al concorso Natura in bici, nello stesso anno, la sua poesia “Gira la ruota” ha meritato la menzione d’onore, mentre al concorso nazionale Cava de’ Tirreni, con il racconto breve “Fotogramma realista”, si è aggiudicata la medaglia, così come l’anno successivo con “Autodifesa di una donna matura”. Nel 2007, al concorso Narrativa Capannese Renato Fucini, si classifica seconda col racconto “Con gli occhi del cuore”. Nel 2008, Patrizia vince il terzo premio al concorso Bruno Cornaglia con la poesia “Sport e handicap”.


Racconto

"ROSA E LE SUE SPINE"

di Patrizia Esposito



“Non me ne importa proprio nulla di te e della tua stupida vita!” A questo pensavo mentre me ne stavo seduto sotto il pergolato al riparo dai raggi del primo sole primaverile.
“Sono sicuro che la mia esistenza andrà avanti benissimo anche senza la tua presenza ossessiva. Il domani non mi fa paura.” E via a un bel respiro liberatorio.
Quella mattina l’aria tersa consentiva al mio sguardo di spaziare fino al lago passando sopra le meravigliose colline dove l’uva sarebbe maturata durante l’estate. Il profumo delle rose che mi colpiva le narici era una carezza dolce e rassicurante.
Stavo trascorrendo un periodo di vacanza nella casa dove i miei nonni avevano condotto un’esistenza libera dagli stretti vincoli della città.
Erano stati felici contadini prima e lungimiranti proprietari terrieri poi, capaci di scorgere la possibilità di investire danaro e mezzi per arrivare a possedere vigneti capaci di produrre molta uva e di produrre il vino da vendere proprio in quella città che tanto odiavano.
Così era stato e oggi io potevo godere di tutto quel ben di Dio senza aver fatto nulla.
Quando ero bambino durante d’estate i miei genitori, che avevano seguito tutt’altra strada, si trasferivano qui ed io ne provavo un fastidio profondo perché mi allontanavano dai compagni di giochi facendomi sentire solo. Nella zona non abitavano bambini della mia età e così ero costretto a trascorrere le mie giornate con gli adulti. Se all’inizio la novità mi piaceva, dopo pochi giorni, passata l’euforia di sentirmi grande, cominciavo a protestare prima a parole e poi con i fatti rifiutandomi di mangiare e di dormire.
Ricordo la tenerezza di mia madre in quei momenti mentre cercava di consolarmi con le frasi dolci che solo lei sapeva pronunciare. Col tempo ho capito che, come me, era stata vittima di un egual destino.
L’ambiente contadino non mi apparteneva. Io cittadino trovavo difficile superare i disagi della vita di campagna.
La casa era una bella costruzione anche piuttosto moderna se la si confrontava con le case coloniche sparse lungo i pendii delle colline, ma presentava pur sempre delle limitazioni. L’acqua scarseggiava e bisognava dosarla adeguatamente. I nonni mi rimproveravano sempre quando si accorgevano che lasciavo aperto il rubinetto più del necessario. Io non lo facevo apposta: era un comportamento normale in città.
Che dire poi dei numerosi animaletti con cui mi dovevo confrontare in camera da letto oppure nella grande cucina, verso i quali provavo ribrezzo per non dire un disgusto assoluto. Mia madre nella sua estrema saggezza mi diceva sempre di considerare anche loro creature di Dio e di sopportare.
Comunque quegli anni erano stati veramente duri e maggiormente quelli che mi avevano visto adolescente, desideroso di frequentare gli amici una volta libero dagli impegni scolastici.
Invece le mie aspettative andavano puntualmente deluse per l’obbligo imposto da mio padre che riteneva impensabile trascorrere le vacanze in città, avido com’era di assaporare i profumi della campagna nelle dolci sere estive.
Così occupavo molto del mio tempo a leggere o a passeggiare tra i vigneti tenendo un filo di erba serrato nelle labbra mentre la rabbia mi montava dentro.
Poi venne l’estate del cambiamento. Ero arrivato in campagna, appena finita la quarta liceo, con la certezza di poter godere finalmente di una sconosciuta indipendenza perché avrei liberamente scorazzato in sella alla moto che mio padre mi aveva regalato come premio per la promozione o forse solo per lavarsi la coscienza. Finalmente avrei potuto cercare alternative alla noiosa vita casalinga che mi era stata imposta fino all’anno precedente, fare nuove amicizie e magari dare solo quattro calci al pallone nel cortile dell’oratorio o sulla piazza del paese.
Così avevo in animo di affrontare quell’estate e così feci.
Le mie scorribande lungo le modeste strade della zona divennero famose e i paesani avevano imparato ad usare il mio passaggio per regolare gli orologi!
Inaspettatamente ero felice di stare in campagna. Gli amici conosciuti erano piacevoli compagni e con loro andavo a fare il bagno nel lago divertendomi molto.
In particolare avevo legato con Edoardo, il figlio del farmacista che come me, terminato il liceo, si sarebbe iscritto alla facoltà di giurisprudenza; lui voleva fare il giudice, io l’avvocato. Entrambi eravamo forti delle nostre scelte e immaginavamo fronteggiarci, codici alla mano, in feroci dispute. Quante volte in conclusione abbiamo riso di noi, quante volte seriamente ci siamo confrontati finendo poi per parlare di ragazze divertendoci molto di più.
Poi ecco arrivare Rosa e la mia vita è esplosa in un caleidoscopico intreccio di emozioni e di passioni. In pochi minuti è divenuta il punto focale dei miei desideri, il limite massimo delle mie ambizioni, la meta dove avrei trovato la felicità.
In seguito anche lei mi disse di aver provato le stesse sensazioni ma la sua giovane età le aveva impedito di gustarle appieno. Solo col tempo avrebbe imparato che quei pizzichi al cuore erano il segno dell’amore che faceva capolino.
“Rosa è la mia vita!” Ecco come rispondevo a chi mi chiedeva chi fosse quella graziosa biondina con la quale mi accompagnavo nei assolati pomeriggi d’agosto.
“Rosa è la mia vita?” Ecco cosa mi chiedo oggi dopo venti anni, incapace di offrire a me stesso una risposta soddisfacente.
Di tempo insieme ne abbiam trascorso tanto, siamo cresciuti tenendoci per mano, abbiamo esplorato i sentieri della vita e dell’amore camminando fra le vigne fermandoci solo per scambiarci baci teneri o appassionati non appena i pampini ci nascondevano agli occhi degli altri.
I nostri volti erano coloriti dai raggi del sole al quale non risparmiavamo di offrirci durante i mesi estivi perché star fuori di casa era il modo per trascorrere insieme ogni momento delle giornata incuranti dei rimbrotti dei nostri familiari.
Divenuti adulti abbiamo deciso di unire anche davanti a Dio le nostre vite e con il matrimonio ci è sembrato di coronare un sogno vissuto da sempre.
Mai avrei immaginato che sarebbe arrivato un giorno in cui avrei allontanato da me il suo viso perdendomi nel vuoto della solitudine.
Oggi vedo riflesso nel bicchiere di vino rosso che ho nelle mani un volto sconosciuto sul quale scorgo profondi segni tracciati da un dolore. Cerco di inebriarmi con il profumo che promana dal calice ma non ci riesco.
Un sorso e poi ancora con il pensiero corro via, raggiungo le vigne, mi addentro tra i filari e la cerco.
“Dove sei Rosa?” La chiamo, la invoco, la maledico.
Rosa è la mia vita e io la sto perdendo! Sono solo e disperato. Sono venuto qui per cercare il mio passato.
“Rosa dove sei?” La maledico, la chiamo, la invoco.
Il tremore che mi ha preso la mano e rischia di farmi rovesciare il vino. Afferro il bicchiere per trattenerlo e bevo quel nettare tutto d’un fiato per non perderne neppure una goccia.
“Rosa…” Profumo di ricordi, vellutate sensazioni di dolcezza, abbracci di aromi confusi nella campagna di cui eravamo figli negletti.
Avevo raggiunto il mio sogno camminando al suo fianco senza pungermi con le spine del suo stelo sentendomi forte per il suo amore. E poi…
Chiudo gli occhi e sento il profumo delle rose carezzarmi il volto come un soffio di tiepida brezza. Sobbalzo, guardo con attenzione verso la campagna e la scorgo.
È ancora una biondina con lo sguardo imbronciato che si nasconde fra le ginestre fiorite che macchiano le colline fra il biondo del grano e il verde argenteo degli ulivi.
Mi fa cenno di raggiungerla.
“Rosa…” Ecco, finalmente è tornata a sorridermi. Siamo ancora noi.
“Rosa sto arrivando” le sussurro mentre muovo gli ultimi passi prima di perdermi trascinandomi tra i filari della memoria, assaporando il gusto aspro dell’uva non ancora matura godendo del calore del sole alto nel cielo che cancella l’immagine delle rose profumate ormai appassite dentro il mio cuore.


Amore che vieni, amore che vai, Franco Battiato (da Fabrizio De André)