Cléopatre Diane, figlia della baronessa austriaca Vincentia de Mérode e di un nobile viennese rimasto sconosciuto. La danseuse più bella e famosa della Francia inizio secolo, modello imperituro di grazia e sensibilità ineguagliabili ancora oggi per tante donne moderne.

Per
Dei modi più eleganti di scendere dai tacchi diVINando dedica questo mercoledì a Cléo de Merode,
“romantica stella” dal fascino adolescenziale, conservato sino in età adulta, col suo vitino di vespa e le gambe lunghe affusolate di ballerina dell’ Opèra National de Paris, a cui giunge in tenera età, sconvolgendo i sogni di tanti ammiratori, che nel fisico ancora immaturo scorgono una femminilità straripante.
Personaggio ambivalente, Cléo de Merode. Santa o strega, vergine o cortigiana?
La madre, la baronessa austriaca Vincentia de Mérode, meglio conosciuta come Zenzy, usò la piccola Cléopatre come sorta di arma per una riabilitazione sociale ambita profondamente, da lei, discendente dalla nobiltà belga, “colpevole” di una maternità extra-coniugale: il fascino verginale della bambina divenne, nelle intenzioni dell’agguerrita madre, il simbolo di un amore puro, pulito, legittimo, e non di un volgare adulterio. Il successo riscosso nelle cerchie più esclusive di Parigi quale riscatto di fronte a coloro che, in patria, le avevano rifiutate. A coronamento, l’ammirazione appassionata per Clèo da parte del re Leopoldo II del Belgio: l’attempato monarca la inonda di fiori e doni, la segue ovunque, al teatro dell’Opéra, nelle tournées europee, spingendosi anche oltreoceano. “Cléopolde”, la caricatura che i giornali inventano del re: ora
“bambolina ostaggio di un vecchio satiro, ora nuda bellezza che lo manovra a suo piacimento, altera e distante”.

Forse, semplicemente, donna dalla personalità eccezionale, né purissima né immonda. Donna in carne ed ossa, qui e ora. Ma dimidiata dalla solita visione che la vuole madre-santa o donna-puttana. Il destino che accompagna in questo clima d’inizio secolo l’icona della Donna Fatale,
irraggiungibile figura dal fascino magnetico, che vive la propria parabola, diventando vessillo di un ideale di bellezza che non si riduce alla sola avvenenza delle fattezze fisiche. La Femme Fatale dispone di capacità di dominio, del capriccio della trasgressione, del piacere di essere più donne contemporaneamente. La Diva del cinema muto italiano è tutto questo, magnifica, sofisticata e sinuosa come un décor in stile Liberty, è il prodotto non tanto dell’Italia reale quanto di quella letteraria e artistica. Ma Clèo contempera anche l’altro modello, quello della vergine in posa estatica, intangibile. Altrettanto fascinoso, altrettanto ambiguo.
Da questo momento in poi, la bellissima
Danseuse, impura divinità ritratta dallo scultore
Alexandre Falguiére al Salon du Printemps Falguiére, muta la sua prospettiva: diviene, consapevolmente, icona di se stessa, costruisce il proprio personaggio all’insegna della bellezza per la bellezza, da contemplare e basta. Casta, inarrivabile. Un mito vivente. Solo ed esclusivamente in virtù della sua grazia straordinaria: la veste Doucet, il più grande creatore di moda dell’epoca, che esalta di lei le forme discrete, l’incanto di perenne adolescente. Mai uno spacco di troppo, un dettaglio provocante, una posa volgare. Clèo de Merode diviene opera d’arte essa stessa: i lunghissimi capelli, gli ampi mantelli, lo sguardo come in estasi divengono celebri sulle cartoline, i calendari, le riviste. In queste immagini, un velo come di marmo sembra avvolgerla, conferendole un potere di seduzione unico del quale, già in giovanissima età, è cosciente:
“Io ero al singolare, e le altre al plurale”. 
Un fascino che le grandi star moderne neanche si sognano, pare dire di lei il grande fotografo Cecil Beaton, che la ritrae nell’ appartamento parigino di rue de Téhéran, dove, alla bellezza di quasi novant’anni, Cléo gli raccomanda…
“Ricordatevi, sono molto civetta. Mi promettete di distruggere le foto venute male?”