martedì 30 novembre 2010

All’ “Incontro con i Medici”…il vino di Villa Petriolo. Sabato 11 dicembre alla Villa Medicea di Cerreto Guidi




Sarà un incontro all’insegna del ricco patrimonio toscano quello organizzato dall’Associazione onlus “ Aria…sole…terra ..e mare” per sabato 11 dicembre presso il Museo storico della Caccia e del Territorio di Cerreto Guidi.



Dopo la visita guidata del Museo a cura della dott.ssa Marilena Tamassia, direttrice del Museo, alle ore 20.00 si terrà una cena a base di prodotti locali nel Salone centrale del museo. Tra i vini in degustazione, anche Villa Petriolo.

Per informazioni:
Riccardo _ tel. 3386026459
www.velanoproblem.it

lunedì 29 novembre 2010

“Eleganti con sapore” gli oli extravergine d'oliva del Montalbano: Villa Petriolo su La cucina italiana



Un esaustivo articolo, dedicato ai cinquant’anni dell’olio extravergine d’oliva, esce sulla bella rivista La cucina italiana di dicembre. Lo firma il giornalista Luigi Caricato, che ringraziamo molto per aver voluto citare il nostro olio di Villa Petriolo tra gli oli toscani del Montalbano, definiti “eleganti con sapore”.

“Villa Petriolo. IGP Toscano, è un blend ottenuto da oli ricavati da olive Leccino, Moraiolo, Pendolino, Frantoio, Mignolo Cerretano. Elegante e fine, sapido e armonico, ha un elevato effetto condente. L’azienda è anche promotrice di un concorso letterario”.


La Cucina Italiana - Dic. 2010 - Mondo Olio Di Luigi Caricato - Villa Petriolo

A Villa Petriolo, durante tutto l'anno, si organizzano degustazioni guidate del nostro olio extravergine d’oliva IGP delle tre cultivar aziendali Leccino, Moraiolo e Frantoio, accompagnato da pane toscano. Le degustazioni sono condotte dall’agronomo di Villa Petriolo. Dopo la visita guidata all’ uliveta di Villa Petriolo, si procede con l'assaggio comparato di tre delle cultivar aziendali, oltre ad un olio della grande distribuzione, così da testare personalmente la differenza tra l’olio prodotto artigianalmente e l’olio industriale.

Da Olive Oil tour and tasting a Villa Petriolo


Anche per i bambini un percorso alla scoperta dei sapori buoni. Dopo aver ascoltato, e partecipato, al raccolto - in ottobre/novembre - e al racconto della filiera produttiva dell’olio, i bambini potranno colorare il ciclo dell’olio su un grande cartellone, mentre ai più grandi sarà sottoposto un piccolo e divertente quiz sulle proprietà nutritive dell’olio extravergine d’oliva per il corpo umano. Dopo la frangitura delle olive, i bambini riceveranno una bottiglietta di olio prodotto con il loro impegno. Merenda a base di bruschetta all’olio per tutti!

QUI le nostre proposte Olive Oil tour and tasting.

domenica 28 novembre 2010

“Brodo di gallina” di Daniela Raimondi per "La gaia mensa"



Per un finesettimana di letture nutrienti… il racconto “Brodo di gallina” di Daniela Raimondi, per “La gaia mensa”, il concorso letterario di Villa Petriolo edizione 2010.

Daniela Raimondi, di Saltrio (VA), ha vissuto in America Latina e Inghilterra. Ha ottenuto riconoscimenti letterari nazionali e ha pubblicato in riviste italiane e estere. Suoi testi sono stati tradotti in inglese e ungherese. Ha pubblicato i libri di poesia: Ellissi, Inanna, Mitologie Private, e il monologo teatrale Entierro. Sono in uscita: un libro di poesie in edizione bilingue presso le Edizioni Gradiva di New York, i libri/CD Diario della Luce e Furestér, con Ornella Fiorini e prefazione di Franco Loi.


Racconto “Brodo di gallina” di Daniela Raimondi



“Ma dov’è finito Erasmo?” Ce lo chiedevamo ad intervalli regolari. Noi eravamo pronti: mia madre con la permanente appena fatta e il nuovo vestito a pois; io con le scarpe tinte con la biacca e un grande fiocco in testa. E c’erano le valige, i panini col prosciutto, l’aranciata e il termos con il caffè. Abbastanza cibo per farci sopravvivere un viaggio al circolo polare artico, anche se dovevamo percorrere meno di trecento chilometri. Mancava solo zio Erasmo, unico membro della famiglia che ai tempi avesse la macchina. Alla fine spuntò, clacson premuto allegramente ad annunciare con orgoglio l’acquisto della nuova Millecento.

Non stavo nella pelle, ché andare in vacanza della nonna era un lusso che aspettavo tutto l’anno. In macchina però stavo regolarmente male. Tempo dieci chilometri, ed ero là che vomitavo sul ciglio della strada. L’anno prima mia madre aveva provato con delle pastiglie comprate in farmacia, ma dopo avermi somministrato per sbaglio una dose sufficiente per un cavallo, ero piombata in un sonno semi-comatoso che durò per giorni e quasi uccise me per overdose e lei per il rimorso. Dopo quell’esperienza fu deciso che mai più pastiglie, per l’amor di Dio, che la bambina vomitasse pure l’anima se necessario.
Infatti anche in quell’occasione vomitai ad intervalli regolari, finché mi addormentai, occhi rovesciati all’indietro e biancore cadaverico. Però non prima di sentire mia madre che sentenziava:

“Appena arriviamo le diamo subito un bel brodo di gallina.”

Sapeva che, ad attenderci a casa della nonna, il brodo di gallina c’era sicuramente. In Emilia il brodo di gallina è più di un alimento. Per ogni famiglia della bassa padana, il brodo di gallina è il pasto sacro per eccellenza, un’icona, il rito obbligatorio nei pranzi domenicali di tutta un’esistenza. Non manca mai nelle riunioni di famiglia. Si sussurra sia prodigioso nella cura di svariate condizioni mediche. Assicurasi essere rimedio efficace contro indigestioni, raffreddamenti, stati febbrili, dolori mestruali, parto, puerperio, nonché nei casi di costipazione e stati depressivi. L’immancabile brodo di gallina è il fedele compagno di tutti i compleanni, le prime comunioni, i matrimoni, le rotture di fidanzamento e le riunioni post funerarie. Ogni rito di passaggio, ricorrenza o malattia che si rispetti, viene marcata dall’assunzione del famigerato brodo, possibilmente tagliato con un pezzo di biancostato e sempre accompagnato da tagliatelle all’uovo. Cospargere con formaggio grana e voilà: se Dio mangia qualcosa, di certo deve essere il brodo di gallina con le tagliatelle fatte in case.

Anche in occasione del viaggio nella nuova Millecento di Zio Erasmo, il trauma del viaggio fu seguito della somministrazione del brodo di gallina che, a onor del vero, di leggero aveva ben poco.

La casa dei nonni era un luogo straordinario. Si trovava addossata al grande fiume ed era un casermone scalcinato che il secolo prima era stato adibito a magazzini per il grano. Aveva stanze enormi con soffitti altissimi. Le finestre erano talmente in alto che fuori si vedeva solo cielo. Per riuscire a chiudere le imposte, avevano dovuto costruire tre gradini di pietra.
La mattina gironzolavo per casa e curiosavo nei cassetti in cerca di curiosità e vecchi cimeli. Nella stanza da letto dei nonni c’erano dozzine di fotografie dei cari defunti in bella fila sul comò. Sul letto ricordo un copriletto di raso e una bambola di porcellana dagli occhi azzurri e l’espressione allucinata.
Dopo pranzo andavo nel frutteto con il nonno o lo seguivo al Po per pescare i pesci gatti. Attraversavamo il bosco di pioppi per raggiungere una piccola spiaggia dove mi sedevo, attenta a non fare rumore altrimenti spaventavo i pesci.
A volte invece passavo i pomeriggi sotto i portici deserti del paese, con il sole che picchiava sulla testa, il cicaleggio incessante dei grilli e un ghiacciolo rosso che mi colava fra le mani. Quando mi annoiavo rientravo e cercavo la nonna. Pareva essere sempre in cucina:

“nonna, nonna: raccontami di quando eri povera” – le chiedevo.

La povertà aveva un non so ché di magico. Quel parlare di stenti, di pane che mancava, di parti difficili, dei figli morti ancora piccoli, mi lasciava senza fiato. E me ne stavo lì, con la bocca aperta ad ascoltarla. La nonna parlava, rideva o sospirava e intanto, maniche tirate fin sui gomiti, grembiule fresco allacciato sulla schiena, lasciava cadere uno ad uno le uova nella farina della sfoglia. Un crack del polso e partiva un uovo; un altro crack e partiva il secondo. Quando tutte le uova erano posizionate al centro di quel perfetto vulcano bianco, lei prendeva la forchetta e iniziava a batterle veloce. Poco a poco iniziava ad amalgamarvi dentro la farina. Il vulcano bianco scivolava irrimediabilmente nel centro liquido e giallo, creando una pasta elastica che la nonna avrebbe poi lavorato sotto i palmi infaticabili delle sue mani. La osservavo mentre dava colpi ritmici e sapienti alla pasta che si trasformava rapidamente diventando lucida e arrendevole Quando era pronta, la nonna ripuliva l’asse di legno e, con un gesto di benedizione, vi spargeva sopra un lieve strato di farina. A quel punto passava al mattarello. Eravamo alla fase più artistica della preparazione: in pochi minuti di energico lavoro, la pasta andava allargandosi, assottigliandosi fino a diventare un grande, cerchio. Era un sole: un sole luminoso e trasparente. Ora la pasta era pronta per essere tagliata e trasformata in fragranti tagliatelle.

A quel punto la nonna iniziava a fare il brodo. La pentola aspettava sul fuoco con l’ acqua e il sale. Pezzi di carote, aglio e cipolla galleggiano in attesa della gallina vecchia e del biancostato, ché un buon brodo va sempre tagliato con due carni diverse. Io davo la caccia alla gallina, ma non avevo mai il coraggio di ucciderla. Allora, senza battere ciglio, la nonna le tagliava la testa con un solo colpo. Zac! Ricordo l’orrore che spesso seguiva quella cruenta decapitazione: la testa restava sul gradino di pietra, la gallina invece continuava a correva per il cortile saltellando per un tempo che mi pareva lunghissimo. Sembrava un giocattolo, non fosse per il fiotto di sangue che spillava dal collo reciso. Rivedo la nonna seduta sullo sgabello mentre spellava la gallina di turno: le piume le cadevano tutt’intorno. Una volta il vento si levò all'improvviso. Di colpo le piume vorticarono nell’aria formando una nuvola bianca che per un momento sembrò coprire l’intero cortile.
Finito di spellare l’animale, la nonna tornava in cucina. Toglieva gli intestini ancora caldi con la mano che brillava. Metteva in fila il piccolo cuore, i grappoli di uova, lo stomaco azzurro tagliato a metà. Poi bruciava le zampe sul fuoco. La pentola schiumava, la fame dei gatti strisciava fra le gambe e io restavo in punta di piedi, in silenzio. Le mani appoggiate al bordo del tavolo, fissavo quella goccia cadere, le sue mani insanguinate.

A mezzogiorno era tutto pronto: la cucina profumava di fresco. La tovaglia era bianca, il pane dorato. Nonna cuoceva le tagliatelle nel brodo, le metteva nei piatti e cospargeva il tutto con una nevicata di grana. Fu così ogni domenica, per tutti gli anni delle mie vacanze. La radio trasmetteva il Gazzettino Padano. Io dondolavo le gambe sulla sedia troppo alta e soffiavo sulla minestra. Era il tempo della quiete. L’estate era al di là di una tenda in cotone. Respirava come un leone nella piazza deserta, brillava sull’immensa distesa dei campi.

sabato 27 novembre 2010

“Profumo di brodetto e ricordi” di Francesca Tombari per La gaia mensa, il quarto concorso letterario di Villa Petriolo



Francesca Tombari è nata a Fano, dove abita. Autrice affezionata del concorso letterario di Villa Petriolo, racconta di sé: “Scrivere è una passione a cui non ho mai rinunciato, un bisogno che negli anni è sempre più cresciuto diversificandosi. Ho partecipato a diversi concorsi letterari con conseguente pubblicazione in antologie sfiorando i temi più vari e quasi contrastanti fra loro dimostrazione del mio considerare la vita multicolore”.



E’ appena uscito il suo nuovo noir, "Avrei voluto parlare d'amore". Damster Editore, da pochi giorni presentato al pubblico.
Una storia vera, raccontata da Francesca Tombari. “Rosso ed è caldo, scivola fra i capelli, sul collo, lungo la schiena, è il mio sangue. Di nuovo l’odore di ferro e terra bagnata mi penetrano nel naso, ma ora ne sento il sapore anche in bocca mentre scende nella gola.” I miei genitori hanno acquistato la casa dove si svolge la storia nell’ottobre del 1986. Il caso, la sorte, il fato, o forse due anime non soddisfatte del loro destino, hanno voluto che percorressi quello stretto sentiero in discesa che porta alla fonte. Lì ho trovato, scivolandoci accanto, una piccola lapide con la data della morte di Luigia, della seconda Luigia….

Tanti in bocca al lupo a Francesca per la sua ultima fatica letteraria!


Racconto “Profumo di brodetto e ricordi” di Francesca Tombari.

- Rosc pasme du grancell sa na cuchiaiata de sug.
- En ce pos pensa a chi ochi.
- Hai vist che roba en cascati en tel mar dop che man guardat, me trema ancora el core.
- Derno pasme na mazola, que che fai dormi?
- Dai dai aven da sistema cla statua, mangian ste brudet e muvence.
- Aven da scava na bela buga in tel camp de cavil.

Ricordo mio padre che mi raccontava, lontana ancora la mia nascita, l’avventura più importante della sua vita, un incontro che gli avrebbe segnato ogni giorno a venire, ogni suo ricordo era quasi sempre legato a quell’alba ormai lontana, ogni gioia ed anche dolore.
Il brodetto era il piatto di tutti i giorni ed anche quello dei giorni di festa, ogni volta diverso perché dipendeva e dipende dal pesce pescato al mattino e spesso variava e varia a seconda del vento, del sole e soprattutto della fortuna.
Il grembiule di mamma lo indossava facendo qualche mossa buffa, poi iniziava a cucinare.
Non andava più in mare da tempo, era stanco e ammalato, ma la voglia di condividere con la sua famiglia che adorava ancora grande e irrinunciabile.
Quel pesce sul tavolo, il suo profumo, l’odore del mare, il sale e le scaglie che gli rimanevano impigliate fra le dita lo riportavano ai giorni lontani della sua vita quotidiana.
Io mi sedevo e gli preparavo l’aglio e la cipolla mentre lui alternava consigli su come cucinare un buon brodetto ai ricordi del tempo vissuto sul peschereccio con i suoi uomini.
I gesti erano veloci, l’ondeggiare delle onde del mare le sue mani che versavano l’olio d’oliva nella pentola sul fuoco e lo sfrigolare dell’aglio e della cipolla il crepitio dei flutti sugli scogli.
Il sole entrava in quella stanza colorando ogni angolo di arancio, le piantine sul frigorifero erano accarezzate dai suoi raggi e la bolla di vetro con il pesce rosso rifletteva la luce in mille colori.
Quanta pace e che armonia di profumi.
Si muoveva davanti ai fornelli e raccontava.
“Era venerdì, un’alba come tante altre di una estate ormai di fuoco, il ferragosto vicino, sul peschereccio le solite battute, Nello sfotteva a che por Athos che era un ragas.
Mi piaceva il suo parlare fra l’italiano che da noi pretendeva ed il suo farsi prendere dalla storia, lasciandosi andare a qualche accenno di dialetto fanese.
Mio padre, per tutti al porto “Il Roscio”.
“Quando abbiamo sentito quel peso nella rete, abbiamo fatto un grido di gioia, la pescata era abbondante, tornavamo a casa in anticipo sui tempi ed invece la sorpresa ci ha tramortiti.”
- Roberta sta a senti!
Se non mi vedeva più attenta perdeva immediatamente la pazienza e mi riprendeva, certo non gli potevo dire “me l’hai raccontata cento volte”, così lo guardavo dicendogli:
- Dai babbo vai avanti che ti si brucia il brodetto e lui riprendeva a raccontare sfaccendando felice.
“ Tiravamo le reti dentro il peschereccio guardandoci l’uno con l’altro, curvi una mano dietro l’altra, avevamo già capito che qualche cosa non andava, tropp pesant cla ret.
Eravamo a levante del Monte Conero a 27 miglia dalle coste Croate, quante avventure in quelle acque e quanta paura.
Tiravamo e le forze mancavano, ci incitavamo l’uno con l’altro mentre una leggera brezza asciugava il sudore sulle nostre fronti.
Ribolliva l’acqua fra lo scintillare del sorgere del sole sul mare, i pochi pesci rimasti impigliati si dibattevano nella rete lottando contro l’aria fresca del mattino che li uccideva.
Un ultimo sforzo, un grido di sorpresa e lei è venuta a noi maestosa e fiera.”
Interrompeva il racconto al momento giusto.
- Roby ora iniziamo a mettere il pesce, poco alla volta.
- Passami le seppie, lasciamole rosolare un attimo nel sughetto, il giusto che si cuociano un pochino, sono le più dure, ma quant en bon!
Il profumo nella cucina mi faceva venire l’acquolina in bocca e pregustavo il pane inzuppato in quel brodetto caldo fumante che presto avrei mangiato.
Gli schizzi di pomodoro ricoprivano le piastrelle e già immaginavo le grida di mamma quando sarebbe entrata nella stanza, ma poi avrebbe riso come sempre.
L’aceto da poco versato mi stuzzicava il naso, quell’odore agro-dolce era poesia, avvolgeva il profumo dell’aglio e della cipolla smorzando quello del pesce esaltando il pomodoro.
Poesia di profumi.
Iniziava poi delicatamente a mettere gli altri pesci due scorfani, una mazzola, una manciata di roscioli, una di grancelle, qualche nocchia, un rospo, ma poteva essere una razza, una manciata di gamberetti o sogliole purché pesce fresco andava sempre bene.
Mentre il racconto proseguiva con un tono di voce un po’ affannato.
“ Potente era davanti a noi, ricoperta di alghe e incrostazioni, mutilata dei piedi faceva spavento.
Come un’enorme nuvola nera aveva coperto ai nostri occhi il sole, spaventosa ci guardava ed il suo splendore antico era ancora evidente.
Nessuno parlava.
Io la guardavo negli occhi, due grandi pupille bianche che scrutavano nelle mie, impotente e muto per quel ritrovamento che faceva già presagire eventi non comuni.
All’improvviso il peschereccio ha ondeggiato con una forza inaspettata ed i suoi occhi scintillanti sono caduti in mare, veloci e repentini sono ritornati fra quelle acque che per secoli li avevano conservati.
Mi si è stretto il cuore.
Sciagura e vendetta ho pensato sentendo gli altri che con voce strozzata dicevano ad alta voce quel che stavo pensando io.”
- Roby mi sono ricordato il peperoncino vero?
- Si babbo lo hai messo all’inizio con il soffritto, non ti preoccupare il profumo che si sente è già così appetitoso ed invitante che mi è venuta una fame insopportabile.
- E l’aceto? Non è che mi sono dimenticato l’aceto?
- Macché ormai il brodetto lo puoi cucinare ad occhi chiusi e senza pensare!
- Affetto il pane e chiamo gli altri.
- Aspetta fammi finire di raccontare!
E mi fermava con una mano mentre con l’altra scuoteva piano la pentola per non rompere il pesce e riprendeva il suo racconto.
“ Il sole era alto in cielo e quell’enorme statua che il mare aveva restituito ci riempiva la mente di domande sulla sua sorte e sulla nostra.”
Si incupiva e le parole non erano più cristalline come all’inizio, diventava a tratti triste a tratti rabbioso, perché quella statua, suo malgrado, aveva segnato la sua vita ed anche poi la mia.
“ Me ne hanno dette tante e forse in parte avevano ragione, ma in quel momento abbiamo pensato alle nostre famiglie e nessuno di noi poteva immaginare il suo valore.
Siamo ritornati al porto e la notte l’abbiamo seppellita in un campo di cavoli e poi venduta, ma anche a noi ci hanno fregato!
Come erano amare le sue parole.
Non doveva finire così, se forse avessimo aspettato, pensato, chiesto consigli, ma cosa sapevamo, per noi era il nostro trofeo, il nostro bottino per una guerra che ogni giorno combattevamo fra quelle onde che accarezzano ed uccidono con il cambiar del vento, con il tramontare del sole.”
- Batto attento che ti si brucia.
In quei momenti non pensava più a nulla se non all’amaro che gli era rimasto dopo quell’avventura che non aveva cercato.
“ Cosa ne sapevo io che sarebbe stata portata via dall’Italia, che il suo valore era inestimabile che il Museo Gatty l’avrebbe portata in America e mai più restituita.”
- Dai babbo chiudi il gas che il brodetto è pronto.
Versavo il vino bianco nel bicchiere e glielo porgevo con un sorriso, mentre lui spolverava il brodetto con il prezzemolo fresco.
L’olio d’oliva ed il pomodoro amoreggiavano nei piatti con il pesce che ne godeva, le nostre bocche si riempivano di quel piacere ed il silenzio era il giusto sottofondo musicale.
Grosse fette di pane fresco attendevano sul tavolo
Ai ricordi della Roberta Pirani con un pizzico di mia fantasia.
Francesca Tombari.
Brodetto della Roby
soffriggere aglio e cipolla in abbondante olio extravergine d’oliva.
aggiungere un po’di salsa di pomodoro
versare il pesce freschissimo rospo, nocchie, seppioline, astici, roscioli , sogliole…
far cuocere a fuoco bassissimo
Aggiustare con sale e pepe o peperoncino.
Una spolverata di prezzemolo alla fine.


PS: Il brodetto fanese, ho voluto raccontare di un piatto caratteristico della mia città che ogni famiglia cucina con un pizzico di fantasia propria, reso noto anche grazie alla gara che ogni anno si ripete a Fano, esaltando il piacere del mangiare il pesce fresco sapientemente cucinato con una ricetta tramandata negli anni con quegli accenni di diversità che la rendono ineguagliabile e irripetibile di volta in volta.
L’Atleta del Lisippo trafugata, rubata, venduta, ceduta, ad ognuno la propria idea, ma nulla toglie la fortuna di alcuni marinai che l’hanno riportata alla luce.
Una magnifica opera che il mio cuore fanese vorrebbe riconsegnata alla Città della Fortuna dagli americani che ne hanno saputo riconoscere il valore molto più di quei poveri pescatori.

venerdì 26 novembre 2010

"I vini dell'Etna": Il Musmeci 2007 della Tenuta di Fessina a ENOLOGICA 2010


«La tradizione non può essere ereditata, se la volete possedere dovete conquistarla con grande fatica.»
Thomas Stearns Eliot
(Tradition and the Individual Talent, 1920)



L’idea di tradizione come concetto contemporaneo, qualcosa che deve essere condiviso dalla comunità, elemento culturale di cui avere consapevolezza. Non un percorso museale, questa l’idea di ENOLOGICA 2010 nelle parole di Giorgio Melandri, curatore della manifestazione.



La nostra Tenuta di Fessina ha preso parte ad Enologica, Salone del vino e del prodotto tipico dell’Emilia Romagna, con l’incontro “I vini dell’Etna”, curato dai giornalisti Giuseppe Carrus e Antonio Boco. Ospite il nostro Etna DOC Il Musmeci, annata 2007, accompagnato a Faenza da Federico.


Note di degustazione dell'Etna DOC Il Musmeci 2007 a cura di Federico Curtaz

Scheda Il Musmeci 2007 - Tenuta di Fessina

giovedì 25 novembre 2010

Tradizione, innovazione e rispetto alla tavola di Paolo Fiaschi di Papaveri&Papere a San Miniato



"Su un campo di grano che dirvi non so,
un dì Paperina col babbo passò
e vide degli alti papaveri al sole brillar...
e lì s'incanto'.
La papera al papero chiese
"Papà, pappare i papaveri, come si fa?"
"Non puoi tu pappare i papaveri" disse Papà.
E aggiunse poi, beccando l'insalata:
"Che cosa ci vuoi far, così e' la vita..."

Da Papaveri e papere cantata da Nilla Pizzi


Con mio marito Roberto siamo stati recentemente ospiti della magnifica cucina di Paolo Fiaschi, tra le eccellenze enogastronomiche del nostro territorio senza dubbio, patron di Papaveri&Papere di San Miniato.

La mano di Paolo ai fornelli mi ha totalmente conquistata: la stavo cercando da tempo una cucina tradizionale toscana così, realizzata con prodotti di qualità sbalorditiva – e non solo il pregiato Tartufo Bianco di San Miniato, magnificato, proprio in questo momento, dall'annuale sagra -, rivista semplicemente nel modo di porgerla, di presentarla. Mi sono annotata i filetti di coniglio con le olive taggiasche..piatto favoloso, che consiglio a tutti di provare!




Emozionante il ricordo, che Paolo ci ha personalmente regalato, dell’origine del nome di questo Ristorante che accoglie in carta, con nostro onore, i vini di Villa Petriolo e Tenuta di Fessina: i’ babbo di Paolo cantava sempre, a lui piccolino, questo evergreen di Nilla Pizzi… che, ancora oggi, riporta alla mente la bellezza dei campi di grano e di papaveri che brillano al sole sulle nostre morbide colline toscane quando arriva la primavera.


INFO:
Papaveri&Papere
Via Dalmazia, 159/d
San Miniato (PISA)
Tel. 0571 409422
info@papaveriepaolo.com
www.papaveriepaolo.com

mercoledì 24 novembre 2010

Villa Petriolo alla decima edizione di Eccellenza di Toscana 2011 con Golpaja e Serberto




Presente anche Villa Petriolo a questo importante anniversario: la X edizione di Eccellenza di Toscana, che si svolgerà domenica 5 dicembre 2010 - dalle 10.00 alle 19.30 – nell’ esclusiva location del Four Seasons Hotel Firenze.

Villa Petriolo sarà tra le aziende vinicole di Eccellenza di Toscana segnalate nella guida Duemilavini 2011 grazie ai 4 grappoli conferiti ai nostri Golpaja e Serberto.

Queste le motivazioni della Guida curata dall'AIS:

Golpaja annata 2007: "Rubino scuro con unghia granato, ha un bel naso di terra bagnata, mora matura, legno di cedro e carruba. Bocca morbida, rotonda, con un tocco sapido e tannini morbidi; fruttata e decisamente calda la chiusura. Un anno di tonneau. Bocconcini di coniglio al ginepro".

Serberto annata 2008: “Rubino scuro e vivo, ha un gran bel naso di fragola, fiore di oleandro e mentuccia. Palato dal continuo contrasto fresco-caldo, con una prorompente vena sapida e fruttata ed una lunga scia finale su toni di spezie e fiori. Un anno di legno. Involtini di bufalotto alle spezie”.






La sera di sabato 4 dicembre si svolgerà nelle sale del Conventino la Cena delle Eccellenze. Un gala a cui parteciperanno la stampa specializzata, ma non solo, i maggiori produttori toscani, autorità e personalità del settore. Il leitmotiv sarà la degustazione in anteprima dei 5 e 4 Grappoli presentati durante la manifestazione.

Per l’evento sarà pubblicata una guida dei 5 e 4 Grappoli con una descrizione delle aziende produttrici presenti all’Eccellenza di Toscana, distribuita a tutti i visitatori e nei punti più importanti della città. Questa pocket guide sarà uno strumento che aiuterà i visitatori nel corso della giornata del 5 dicembre e rimarrà come mezzo di promozione delle aziende presenti a questa decima edizione dell’ Eccellenza di Toscana. Per l’occasione uscirà un numero speciale della rivista Sommelier Toscana.

martedì 23 novembre 2010

La storia di Villa Petriolo narrata ai bambini...

Da Scuola Nuova Educazione


Un bellissima esperienza quella con gli alunni della Scuola Nuova Educazione di Milano, dove la mia piccola Lavinia frequenta le elementari.

Ieri pomeriggio, alle 14.00…l’emozione forte di Lavinia si dipingeva anche sul mio volto. Una “lezione” – o meglio, un racconto – sulla storia di Villa Petriolo…

Da Scuola La Nuova Educazione


C’era un volta…una grande tenuta a poca distanza da Cerreto Guidi, circa 40 chilometri da Firenze, Villa Petriolo, dove viveva la nobile famiglia fiorentina degli Alessandri. Gli Alessandri nacquero nel 1372: i fratelli Bartolomeo e Alessandro degli Albizi si staccarono dalla potente famiglia di origine e cambiarono cognome in Alessandri. Nel 1510 papa Leone X fece Conti gli Alessandri.
Gli Alessandri, famiglia composta nei secoli da importanti ambasciatori, podestà e banchieri, dalla metà del 1500 trascorrevano il loro tempo libero a Villa Petriolo, la cui dimora padronale diventò il luogo di riposo tra una caccia e l’altra. Nei boschi che circondano la tenuta, allora come oggi, abbondava infatti la selvaggina: fagiani, lepri, cinghiali crescevano liberamente nella riserva e venivano cacciati per fornire un'integrazione importante al nutrimento degli uomini, poiché all’epoca occorreva procurasi il cibo tramite la caccia, per mangiare carne, tramite la pesca nei fiumi, nei laghi o in mare, oppure attraverso il raccolto dei campi, coltivati a vite, olivo, alberi da frutto, grano, e dell’orto per le verdure ed i legumi.




Abbiamo proseguito narrando dei sontuosi banchetti rinascimentali, dell’antica tradizione della caccia sul Montalbano, della fauna e della vegetazione ricchissime del Padule di Fucecchio, degli intrecci tra la Famiglia Medicea – che qui ha edificato la Villa Medicea, palazzina di caccia della famiglia principesca e oggi Museo Storico della Caccia e del Territorio - e Cerreto Guidi, dove la nostra tenuta riposa. Ad ogni nuovo capitolo della storia, i bambini, tutti assorti nell’ascolto della narrazione, interrompevano per fare continue domande…una meraviglia! I bambini, che stanno studiando in questo momento dell’anno l’acropoli ateniese, hanno immediatamente istituito il paragone tra la necessità, in tutti i periodi storici, di abitare luoghi innalzati e la nostra collina.



L’illustrazione della composizione dei terreni l’argomento per introdurre la coltivazione a Petriolo.
A ogni bimbo è stato consegnato un sacchettino con la terra di Petriolo e le conchiglie che sui nostri terreni si trovano in abbondanza.




Un grazie di cuore a tutti gli alunni per la loro attenzione sempre costante, e così stimolante, e alla maestra Stefania che mi ha permesso di condividere questa bella esperienza con gli adorati alunni della terza elementare della Scuola Nuova Educazione!

sabato 20 novembre 2010

Chi ci sarà quest’anno a "Quelli che le Guide"?



"Quelli che le Guide", la tavola rotonda organizzata ogni anno dal giornalista enogastronomico Guido Ricciarelli, torna: a Firenze, l’ 11 dicembre 2010 alle ore 17.30 - in Via L. Bausi, 5, a fianco dell’antica stazione Leopolda -, nella prestigiosa cornice dell’AC Firenze Hotel (www.ac-hotels.com). Un forum aperto a produttori, enologi, enotecari, bloggers, consumatori per riflettere sulle Guide ai vini d’Italia 2011 appena presentate.



Federico Curtaz a QUELLI CHE LE GUIDE edizione 2009.


Sveliamo che Tenuta di Fessina sarà presente anche quest’anno, dopo la stimolante esperienza 2009, grazie all’Eccellenza dell’Espresso conferita al nostro Etna DOC Il Musmeci 2008 e ad Ero, Nero d’Avola in purezza insignito della menzione “Grande vino” per la Guida Slow Wine 2011 e “Golden Star” della Guida ViniBuoni d’Italia 2011.


Prime notizie sul tavolo dei relatori...

- Curatore assieme a Fabio Giavedoni di “Slow Wine – Storie di Vita, Vigne, Vini in Italia”, Giancarlo Gariglio partecipa a “Quelli Che…… Le Guide” per la seconda volta.
La sua prima presenza risale al 2008, come collaboratore principale della Guida Vini d’Italia 2009, la ventiduesima e ultima edizione pubblicata congiuntamente da Gambero Rosso e Slow Food Editore. Nelle oltre 1200 pagine della versione 2011, al suo debutto assoluto ed edita da Slow Food Editore, la Guida, presentata il 20 Ottobre 2010 a Torino, recensisce 1.850 aziende (su 2.100 cantine visitate) , per 8.400 vini (a fronte degli oltre 21.000 degustati). Rifuggendo dalla tradizionale classificazione per punteggi, Slow Wine si propone di enfatizzare il valore della narrazione suddividendo le schede aziendali in tre blocchi (Vita, Vigne e Vini).

- Curatore assieme a Luigi Cremona di “VINIBUONI d’Italia”, Mario Busso partecipa a “Quelli Che…… Le Guide” per la terza volta. E’ il cofondatore di questa Guida, giunta alla 8° edizione, che ne ha visti artefici, inizialmente, anche Carlo Vischi e Carlo Macchi. Nelle oltre 700 pagine della versione 2011, edita da Touring Editore, la Guida, presentata il 6 novembre 2010 a Merano, recensisce 1.090 cantine proponendosi come l’unico annuario di settore interamente dedicato ai soli vini da vitigni autoctoni (oltre 4.000 le etichette inserite). Appositi simboli segnalano i produttori che praticano agricoltura biologica o biodinamica e vengono esplicitati i parametri utilizzati per la valutazione e l’attribuzione dei punteggi.

- Curatore assieme a Gigi Brozzoni de “I Vini di Veronelli”, Daniel Thomases partecipa a “Quelli Che…… Le Guide” sin dalla prima edizione. Nato a Stratford in Connecticut e laureatosi in Lettere alla Harvard University, vive a Firenze. E’ wine-wirter per varie testate italiane e revisore del capitolo Italia del Pocket Wine Book di Hugh Johnson (Inghilterra). Nelle oltre 1000 pagine della edizione 2011, edita dal Seminario Permanente Luigi Veronelli, la Guida, presentata il 26 Ottobre 2010 a Brusaporto (BG), recensisce 2.903 aziende, di cui 197 esordienti, con 16.997 vini descritti e, fra questi, 1.970 al loro primo inserimento. Appositi simboli segnalano i produttori che praticano agricoltura biologica o biodinamica e recuperano spazio i racconti descrittivi a completare le schede aziendali.





A prestissimo ancora aggiornamenti!

venerdì 19 novembre 2010

Villa Petriolo alla presentazione della Guida ai vini d'Italia 2011 DUEMILAVINI dell'AIS



Martedì 16 novembre, nella sede Duemilavini Bibenda, ore 10.00.

Un sentito grazie di cuore a Franco Ricci, Paola Simonetti e Daniela Scrobogna per la squisita accoglienza riservata a me e Federico: da apprezzare maggiormente visto che era il mitico giorno dopo la presentazione della Guida Vini d’Italia 2011 Duemilavini….curati in modo magistrale ben 1200 ospiti! I nostri complimenti più sinceri.

Da parte nostra, felicissimi di aver raccolto i quattro grappoli per i nostri Golpaja 2007 e Serberto 2008.

Golpaja annata 2007: "Rubino scuro con unghia granato, ha un bel naso di terra bagnata, mora matura, legno di cedro e carruba. Bocca morbida, rotonda, con un tocco sapido e tannini morbidi; fruttata e decisamente calda la chiusura. Un anno di tonneau. Bocconcini di coniglio al ginepro".

Serberto annata 2008: “Rubino scuro e vivo, ha un gran bel naso di fragola, fiore di oleandro e mentuccia. Palato dal continuo contrasto fresco-caldo, con una prorompente vena sapida e fruttata ed una lunga scia finale su toni di spezie e fiori. Un anno di legno. Involtini di bufalotto alle spezie”.

Vinsanto del Chianti 2004: “Ambra intenso, con profumi di dattero, confettura di fichi, caramello e zafferano. Dolce, equilibrato con una scia di crema di arachidi e spezie. 5 anni di caratello. Tortino alle mandorle”.

L’Imbrunire 2009: “Rubino con qualche riflesso purpureo, ha un naso di geranio, fragoline di bosco e origano, con un costante tocco vinoso. Bel palato, fresco e fruttato, con tannini dolcissimi. 8 mesi di cemento. Pollo alle erbe”.

E nella scheda generale: “Silvia Maestrelli è una persona straordinaria. Il suo entusiasmo, la sua forza e la sua testardaggine stanno lasciando il segno attraverso le sue due aziende, quella di Cerreto Guidi e quella più recente dell’Etna. L’idea di fondo di Silvia può essere riassunta nella personalità e nel coraggio di fare delle scelte, come testimonia la sua gamma di vini, mai banale: a partire da un Canaiolo sempre interessante ed originale come L’Imbrunire o dall’ultimo nato di casa, il Ser Berto, Merlot in purezza di grande bevibilità, ben lontano dagli stereotipi toscani del vitigno. Nella gamma presentata quest’anno svetta il Golpaja, Igt a prevalenza Sangiovese, mentre mancano il Rosae MnemoSis e il Chianti Villa Petriolo 2009, per i quali è stata presa la decisione di ritardare l’uscita di un anno, per averli nella loro espressione migliore al momento della messa in commercio”.



Guida Ai Vini d'Italia DUEMILAVINI 2011 _ Scheda Villa Petriolo




E a Roma, doverosa, e piacevolissima, la tappa da Trimani.
Tanto tanto lavoro, dunque, ma anche piacere…imperdibile l’aperitivo da Roscioli: ci siamo gustati la fantastica pizza bianca con la mortadella di Bologna..una vera golosità, tentazione irrinunciabile.
Cena al Ristorante Al Ceppo, in Via Panama, della splendida Caterina, con Federico e l’amico Giampaolo Gravina.


giovedì 18 novembre 2010

Tenuta di Fessina a Winett T&T EXPORT 2010: l'entusiasmo dei buyers internazionali per le varietà autoctonee siciliane


"L'Etna bianco raccoglie e fonde, nel suo pallore e nel suo aroma, nella sua freschezza e nella sua vena nascosta di affumicato, le nevi perenni della vetta e il fuoco del vulcano"
Mario Soldati, "Vino al vino"

Insieme ad altre venti cantine siciliane, il 3 novembre abbiamo partecipato, con la nostra Tenuta di Fessina, a Winett, splendida occasione per intercettare nuove opportunità nei mercati del vino di tutto il mondo. Winett T&T EXPORT è organizzato in collaborazione con Michèle Shah, nota giornalista enogastronomica che ha vinto nel 2009 il premio Grandi Cru d’Italia Awards quale miglior giornalista internazionale.

Nella bellissima location dell'evento, l'Hotel Westin Europa & Regina di Venezia, vista mozzafiato sul Canal Grande, l'organizzazione si è dimostrata impeccabile. Ospiti dell'IRVV di Palermo, presente in laguna col Presidente Giancarlo Conte e il direttore Dario Cartabellotta, abbiamo avuto la possibilità di presentare i nostri vini a più di dieci importatori, provenienti da Israele, Novergia, Canada, Mauritius, India, Cina, che si sono rivelati entusiasti della straordinaria ricchezza e qualità vitivinicola dell' isola. E del microambiente unico che si trova sui versanti dell'Etna in maniera particolare. Un territorio affascinante, fatto di contrasti, che dona vini dal forte carattere. L'Etna DOC, anzitutto, poco più di due milioni di bottiglie per duemila ettari di vigneti iscritti alla DOC, prevalentemente coltivati a Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio, Carricante. Viti di oltre ottant'anni, le nostre di Fessina in Contrada Rovittello, che, mantenute ad alberello come la tradizione vitivinicola etnea richiede, ci regalano i nostri Etna DOC Il Musmeci ed Erse. Dal Nerello Cappuccio in purezza produciamo, invece, Laeneo, l'ultimo nostro vino nato che proviene dal versante sud dell'Etna, da un vigneto che riposa a tremila metri in località Santa Maria di Licodia.



A Winett, in assaggio anche la nostra produzione di Segesta: all'ombra del tempio greco che domina la collina, coltiviamo Chardonnay per Nakone (ex Se); Ero, il nostro Nero d'Avola in purezza della Val di Noto, ha chiuso la linea siciliana presentata a Venezia.



L'intera Sicilia del vino, con le sue varietà autoctonee che tanto interesse stanno suscitando nei mercati internazionali, è stata rappresentata al meglio per Winett, tanto che il direttore generale dell'Istituto Regionale della Vite e del Vino, il dott. Dario Cartabellotta, ha dichiarato l'ambizioso progetto di portare Winett a Palermo: «L’idea è portare i buyer internazionali da Venezia a Palermo, unendo così idealmente le due capitali del Mediterraneo. (...) In Sicilia la manifestazione non si limiterà all’incontro tra aziende vinicole e importatori ma darà anche, a questi ultimi, la possibilità di conoscere il territorio dell’Isola per promuovere, per così dire, l’imbottigliamento del territorio. L’iniziativa, sottolinea il direttore, si inserisce nel contesto della politica dell’Istituto regionale della vite e del vino, impegnato in attività di ricerca e innovazione e certificazione dei vini a denominazione, e anche sul fronte del marketing e della comunicazione del territorio».

I Grandi Vini - 19 11 2010 - Tenuta Di Fessina a Winett 2010

QUI la relazione su Winett di Vitevinonews e i dati sull'esportazione 2009.

"L’export dei vini siciliani nel 2009 ha registrato una buona performance. I primi mercati importatori sia per volume che per valore, sono stati Regno Unito (100.000 hl), Germania (64.029 hl), quindi Stati Uniti e Svizzera. A distanza, seguono Canada, Giappone, Paesi Bassi e Svezia. Interessante anche la crescita della Russia, paese in cui il vino siciliano è acquistato al prezzo maggiore (5,44 €/litro); e il boom della Cina, dove si sono più che quintuplicati gli ettolitri di vino siciliano confezionato. Sempre nel 2009, l’incidenza del confezionato sull’export vinicolo complessivo dell’Isola, è stato di quasi il 74% sulla quantità totale con una quota di quasi l’89% sul valore totale, a dimostrazione della crescita di immagine del prodotto made in Sicily".

Presentazione i' Vigne Di Fessina - Ita

mercoledì 17 novembre 2010

“La pizza di nonna Margherita” di Tiziana Monari per la raccolta dei racconti de "La gaia mensa"



Un altro bel racconto per la raccolta del quarto concorso letterario di Villa Petriolo “La gaia mensa” è “La pizza di nonna Margherita” di Tiziana Monari.

Tiziana, di Prato, ha partecipato a numerose antologie, tra cui “Donne in poesia”, “Ladre di desiderio”, “Briciole di Senso”, “In senso inverso”, “Il silenzio dell’anima”, “Concorso di emozioni”, “Di quel fuoco”, “Poetica”, “Scrivere”, “Erositylove”, “Di Versi nel vento”, “La parola sensuale”"My secret Dyary","Il suono del silenzio". È presente con racconti e poesie in svariate antologie della casa editrice Aletti e Perrone. Si e' classificata ai primi posti in numerosi concorsi letterari vincendo NEL 2009 il Trofeo Mons Aureus di Montelepre, il premio Vigonza per la poesia dialettale, il premio Stella e Antonio Norbiato, il Viareggio carnevale, il premio poesie del terzo millennio della Capit a Roma, Il Silchelgaita, Arteinstrada, Deandreade, Castelli magico mondo di pietra, Fratelli della stazione Foggia-Premio internazionale città di Fucecchio-Premio Poetare è d'amore- Giuseppe Altobello. Ha ricevuto il premio della Stampa di Vercelli al concorso Mario Barale,il premio della critica Luciana Baroni al concorso di poesia Capannori-Lucca-Il premio della giuria al concorso Natta di Vallecrosia. Nel 2006 ha pubblicato l’Opera di poesia “Frammenti d’anima.” Con la raccolta “Il cielo capovolto” ha vinto il Premio Letterario-Editoriale “L’Autore". E di quest'anno la sua ultima pubblicazione "Il lamento di Antigone". E' presente nel museo della poesia dei poeti contemporanei di Garassio, e nell'antologia “Aletti" dei poeti italiani.



Racconto “La pizza di nonna Margherita” di Tiziana Monari


Il profumo delle sfrappole della nonna arrivava col vento gelido di febbraio, insieme ai coriandoli ed alle stelle filanti di carnevale. Si insinuava come un nevischio fine dentro i maglioni a collo alto, disperdendosi nella minuscola cucina in antitesi al freddo dell’inverno. A quel tempo abitavo in un piccolo paesino di montagna, un puntino nero sulla carta geografica dell’Emilia. Una strada principale che saliva fino alle file di case dal tetto spiovente, una chiesa sbilenca fatta di mattoncini rossi, una piazza piena di bar per bere una bibita o una cioccolata calda negli indolenti pomeriggi dell’inverno. Qualche fattoria sparsa per la campagna, poche vigne assopite nel tiepido sole di febbraio. E alberi di mele che aspettavano la resurrezione della primavera. Nel mese di San Biagio in paese si accendevano migliaia di luci passeggere,in questo clima di festa,la nonna, il foulard blu in testa, le mani ruvide da lavandaia, le dita profumate di sapone di marsiglia, impastava farina, uova, e cognac in un fatuo gioco d specchi,in un’orgia di colori, aromi e capricci estetici, creando gustose leccornie ricoperte di soffice zucchero a velo. Erano le cosiddette sfrappole che se riuscite bene dovevano essere lievissime, quasi trasparenti,impalpabili. Sfornate da poco e ancora bollenti luccicavano in tavola di bagliori caramellati ,chiare come un tesoro inabissato nella grotta di Aladino. Nei vapori del carnevale,altri sapori eccentrici e ardori culinari accompagnavano il martedì grasso: il pasticcio di mele alla vaniglia,uva secca e pinoli, le frittelle ricoperte da uno strato di zucchero caramellato e gonfie all’interno di crema dorata,le frittate dolci strapazzate e mescolate all’uva passa, spruzzate da sciroppo di cioccolato o d’amarena, il creme caramel cotto a bagnomaria in uno stampo gigante che poi veniva tagliato e servito a fette come una torta. Queste ore conviviali perduravano in un banchetto perpetuo, il pranzo si congiungeva lentamente alla cena in una tavola continuamente imbandita di portate. La cucina della nonna era vissuta, piena di strofinacci e ninnoli colorati. La stufa di ghisa borbottava in un angolo insieme alla cuccuma del caffè d’orzo. C’era un frigo bianco scintillante, di una grandezza esagerata, provvisto di uno sportello metallico, un fornello pieno di schizzi d’olio, le forchette con i rebbi un po’ storti e fuori dalla finestra le stelle che splendevano tristi. La cucina cambiava aspetto a secondo delle stagioni, mentre il tempo scorreva lentamente, silenzioso, e il vento scuoteva in giardino gli alberi e i fili della corrente. La primavera arrivava con dita affusolate, avvolta da una luce morbida che si rifrangeva sulle finestre e formava aloni iridati e trasparenti. Il primo verde punteggiava l’aria dando ai prati un’apparenza sonnolenta. Quando la bella stagione suonava il campanello,la nonna si legava stretto il grembiule ai fianchi e cominciava a preparare piatti nuovi finchè il calore del giorno non si stemperava nell’azzurra brezza della sera. La tavola veniva apparecchiata con pietanze che portavano il sapore della campagna e della tradizione in bocca:tortellini in brodo, strozzapreti montanari, la pasta e fagioli fatta con elementi grassi e carnosi, con salciccia,pancetta e candidi fagioli borlotti, gli stricchetti,i garganelli, tutta pasta tirata col mattarello sensuale e saporita,il cotechino in camicia, il lombo in agrodolce con cipolline al balsamico, il tutto arricchito da insalate di pomodori, croccanti foglie di lattuga, da patate lesse sommerse dal burro e prezzemolo, da amari asparagi di campo con maionese casalinga accompagnati da uova sode. C’erano giorni in cui la primavera si ricopriva di umide carezze, nel giardino si intravedevano piccoli smottamenti di polvere rossastra. In quelle lunghe ore mi piaceva sedere accanto al camino, nel cerchio biondo delle lampade, nel divano coperto di cinz a fiori,tra morbidi tappeti cinesi e maniglie dorate, bevendo un vin brulè che fiammeggiava nella piccola stanza dalle travi posticce, sulla carta da parati rosa con i motivi a losanghe di altri tempi. In questi giorni accovacciati nella voglia d’azzurro, per compensare la tristezza della pioggia, la nonna preparava la pizza. Quella robusta,dalla fragranza sublime e compatta, immersa nel vapore dei pomodori rossi, dei capperi freschi, della mozzarella filante .Il rito della sua preparazione sarà per sempre inciso a fuoco nella mia memoria. Iniziava nella lentezza del primo mattino in quella vecchia casa con un gatto addormentato sul cuscino. Senza vanterie, senza chiasso, si preparava il pomodoro che bolliva per ore prima di essere pronto per l’impasto, si aggiungevano i capperi freschi e salati, tagliati sottili, si mescolava fino a che il profumo rosseggiante del sugo non era diventato un’alchimia principesca. A parte veniva preparata la pasta:farina, acqua, latte e lievito. Con gli occhi bassi la nonna spianava sorvolando il tempo in una grazia celestiale. Quando la pasta era pronta veniva avvolta come se fosse un bimbo appena nato in una coperta di lana, nella sua voluttà calda. E in questo mare orlato e soffice, lievitava fino a pomeriggio inoltrato in una stanza dal colore dei giorni declinanti. Nel pomeriggio s’indugiava a ordinare, ci facevamo conquistare dalla dolcezza agra della sera , dall’inebriante morbidezza della pasta ormai pronta per la cottura. In un brusio lento di parole, sfiorando immagini capovolte, la pizza veniva condita e messa nel forno caldo. Un miraggio perfetto al centro del sogno. Si serviva sulla tavola ancora fumante, un piccolo respiro caldo che si sprigionava dall’ombra, una pietanza da gustare con gli occhi, con la bocca e col cuore. E poi ,a poco a poco, nell’arco di qualche mese,l’aria velata di frescura si faceva languida, i papaveri ondeggiavano nel grano, i prati venivano bruciati dal sole, il cielo si tingeva di bianco, le stoppie prendevano il posto dei fili d’erba:era arrivata l’estate. Tutto cambiava in poco tempo, le felci si trasformavano in cespugli d’oro stinto, le cascate di ginestre si univano al colore di quei giorni allargati alla luce. Nell’orto tondo del nonno le pesche erano mature. Ciondolavano appese ai rami in un piacere del dopo ,in attesa di essere colte. Nella malinconia calda del pomeriggio, quando la stanchezza diveniva barca per un lento viaggio, le pesche finivano raccolte, pulite e riposte in una cassetta di legno. Venivano cotte con rum e cioccolata e servite insieme ad un vasto campionario di frutta mediterranea:l’anguria dolcissima, il melone rugoso, l’uva di ogni forma e colore, i piccoli fichi dell’orto, quasi cremosi, le ciliegie dalla polpa morbida e un po’ filamentosa che si servivano insieme ad un vino bianco ghiacciato fatto insaporire e macerato a delle scorze di limone in capaci caraffe di cristallo. Alla fine dell’estate, quando le vacanze erano agli sgoccioli si andava per more, sempre nello stesso posto: alla salita del ponte del confine. Ogni anno i cespugli diventavano più fitti e pungenti. Nella luce ancora calda di settembre si coglievano piccole more di un nero brillante, per fare qualche vasetto di marmellata o un sorbetto da mangiare il giorno stesso. Una dolcezza gelata che racchiudeva tutto il bello della stagione che stava per finire. Con le more raccoglievamo anche l’estate, le prime foglie si ingiallivano, la luce si smorzava,i ricci delle castagne facevano capolino sui sentieri. Mi mettevo addosso il maglione a trecce larghe che mi aveva fatto la nonna l’autunno prima, quello rosso, che aveva il colore del fuoco quasi spento. I sentieri del bosco si tingevano di miele ed ambra, la nebbia leggera penetrava dolcemente cose e persone. Tutto diventava lento al limitare dell’inverno. Il paese si addormentava come fosse rinchiuso in una boccia di vetro, le giornate diventavano pesanti, ciascuna nel solco del proprio sogno. I colori trasformati in piombo, le strade grigie, la neve che scendeva copiosa in una fissità malinconica. L’azzurro diventava fittizio, cominciava a nevicare anche dentro di noi. Solo allora la nonna per riempire quelle ore vuote, dopo la prima colazione, nella sua sapienza puntigliosa preparava il pasticcio di maccheroni, le maniche delle camicie rimboccate attorno al silenzio limpido dell’inverno, le mani che si spostavano rapide tra un piatto di portata , il pane abbrustolito e le brocche del vino in una mescita sempre nuova di gusti ruvidi e duri,teneri ed asprigni. Sono dipinti ad acquarello sul mio cuore questi scampoli di sole che ho colto da bambina. Piccole osmosi domestiche che avevano la felicità del primo ballo e la malinconia di non poterne farne parte. Hanno la voce dei miei nonni, la loro piccola luce allungata nella mia vita anche adesso che loro camminano sul filo , funamboli in un mondo più puro di questo. Avranno per sempre il profumo della vaniglia, delle arance bruciate sulla stufa, di un’infanzia amica, anche ora che piano piano sta scendendo la sera.

martedì 16 novembre 2010

Nuovi appuntamenti con i vini della Tenuta di Fessina nel mese di novembre 2010: “Enologica” a Faenza e “Guida ai vini” di Sicilia 2011 a Palermo


"La Sicilia"
Un paese a cui la colomba
diede in prestito il suo collare, e il pavone
rivestì dal manto delle sue penne
Par che quei papaveri sian vino
e i piazzali delle case siano i bicchieri.

Ibn Hamdis, poeta arabo-siciliano dell'XI secolo


A novembre, due nuovi appuntamenti in cui assaggiare i vini della nostra Tenuta di Fessina.

Il primo si terrà alle ore 18,00 del 18 novembre alla libreria del Kursaal Kalhesa al Foro Italico di Palermo: ci attende la nuova pubblicazione “La Sicilia, Vitigni e Territori. Guida ai vini 2011”, curata dalla giornalista Alma Torretta ed edita da Enos nell’ambito della nuova collana “I libri di Degustivina”, nella quale Tenuta di Fessina è tra le cantine selezionate con i vini Nakone 2009, Chardonnay in purezza prodotto a Segesta, il Nero d’Avola Ero annata 2009 e l’Etna DOC Il Musmeci 2008.


Note di degustazione di Federico Curtaz: Nakone 2009 e Ero 2009


Innovativa per l’ordine delle etichette, per vitigno e non per azienda produttrice come le tante in circolazione,(...) esce col doppio testo, sia in italiano che inglese «per essere fruibile anche dai tanti stranieri appassionati di vino siciliano», spiega l’autrice. Il volume illustra 100 etichette. Intende essere, afferma Torretta, una «selezione rigorosa ma rappresentativa della più interessante produzione enologica siciliana, e un panorama esauriente dei diversi terroir». I vini scelti sono firmati da 76 aziende. Sono bianchi, rossi, rosati, spumanti, vini dolci e marsala. Tascabile il formato che, «ai dati e alle informazioni affianca curiosità, foto e piacevolissimi disegni».



Sabato 20 novembre Tenuta di Fessina parteciperà all'iniziativa "I vini dell'Etna", che si svolgerà, alle ore 20.00, presso "Enologica" di Faenza (RA), la manifestazione sul vino più prestigiosa dell'Emilia-Romagna, curata da Giorgio Melandri. Quali relatori dell'incontro "I vini dell'Etna", i giornalisti Giuseppe Carrus e Antonio Boco.
Tenuta di Fessina sarà presente con l' Etna DOC Il Musmeci 2007.

Dal programma di Enologica:
ore 20.00
Degustazione: I vini dell’Etna.
Relatore: Giuseppe Carrus e Antonio Boco

L’Etna è la nuova frontiera della qualità siciliana, nuova regione viticola definita la Borgogna d’Italia, che nuova non è per niente dato che è ricca di vecchissime vigne ad alberello con densità di viti che può variare da 6.000 fino a 12.000 ceppi per ettaro nei vigneti più antichi. Nerello Mascalese e Cappuccio, coltivati fino 1100 metri s.l.m. disegnano una geografia fatta di suoli che variano continuamente, la memoria della storia del vulcano e delle sue eruzioni. I vini dell’Etna sono eleganti e minerali, figli di terreni vulcanici e dalle grandi escursioni termiche stagionali e giornaliere che donano alle uve qualità di primissima grandezza. Sentiamo i migliori vini dell’Etna selezionati da due giovani e bravi giornalisti del Gambero Rosso.
Costo 15 euro





Note di degustazione di Federico Curtaz: Il Musmeci 2007

Rassegna Stampa_Press TENUTA DI FESSINA - Aggiornata a Novembre 2010

domenica 14 novembre 2010

Lo spazio infinito di Escher…


…e la voglia di entrare in quel piccolo incantevole puntino nero, il centro della sua opera.

La gaia mensa: "Il profumo della schiaccia briaca" di Maria Gisella Catuogno



“Il profumo della schiaccia briaca” di Maria Gisella Catuogno per “La gaia mensa”, il concorso letterario 2010 di Villa Petriolo, in questa domenica di letture golose…

Maria Gisella ci racconta di sé: “Sono nata all’Isola d’Elba, dove vivo, sono sposata e ho tre figli. Insegno Italiano e Storia in un Istituto Tecnico: amo molto il mio lavoro e lo considero quasi un privilegio, malgrado la scarsa considerazione sociale, la fatica e la straordinaria responsabilità.. Ho pubblicato nel 2003 la mia prima raccolta di liriche, Parole per amore (Ed. Libroitaliano) cui sono seguiti altri sei testi in prosa e poesia. Sono presente in molte antologie, ho ottenuto vari riconoscimenti. Collaboro a testate giornalistiche e blog letterari”.


Racconto “Il profumo della schiaccia briaca” di Maria Gisella Catuogno

Quando cominciavano le vacanze natalizie, Irene, otto anni, caschetto di capelli neri e grandi occhi verdi spalancati sul mondo, lasciava il suo appartamento di paese e si trasferiva con la mamma e il fratellino Francesco, per due settimane, dai nonni, a Capocastello, per trascorrere insieme a loro le feste più belle dell’anno: che emozione, per lei, riprendere il filo interrotto del colloquio col mare, che si apriva là sotto, a due passi da casa, respirarne il profumo di salmastro tutte le mattine, vedere la sua superficie trascolorare dal grigio allo zeffiro a seconda dell’umore del cielo! Anche la lontananza degli amici pesava meno: li avrebbe rivisti presto, appena dopo l’Epifania.
Ma per arrivare dai nonni era inevitabile passare davanti a un’austera costruzione, che somigliava molto ad un castello medievale, con tanto di torrette con i merli e storie di fantasmi che, come una calamita, attiravano la sua attenzione ma le procuravano eccitazione e ansia. Decise un giorno di saperne di più e di rivolgersi quindi a chi aveva la maggiore memoria storica di quella costruzione.
-Nonna mi racconti del castello!?-
Quella villa massiccia, le pareti grigie, le grandi finestre, il parco intorno, le statue di bellissime donne o strani bambini che aveva sentito chiamare puttini, erano nel suo immaginario da quando aveva cominciato a pensare:
-Che vuoi che ti racconti!?-
-Tu la sai tutta la storia, nonna… dei padroni, delle feste da ballo, dei fantasmi…-
-Allora, tanto tempo fa –cominciava con pazienza la nonna, i vivaci occhi castani che brillavano dietro gli occhiali, i capelli candidi raccolti a chignon sulla nuca- c’era un uomo intraprendente che possedeva navi e faceva il capitano; guidava i velieri con coraggio in mezzo alle tempeste e anche quando i suoi uomini erano bagnati fradici, impauriti, e invocavano la Madonna per la salvezza, lui dava ordini, forte e sicuro, senza cedere mai. Ma gli anni passavano, il sale gli ricamava le rughe sul viso, il sole glielo cuoceva, le bonacce si alternavano alle burrasche ma il suo tetto era sempre il cielo e la sua terra l’acqua del mare. Era stanco, non conosceva quasi i suoi figli, e sua moglie stava per lasciarlo, non sopportando più le sue continue assenze. Allora decise: -Ritorno a casa, alla mia isola, farò qualcos’altro…-
Aveva guadagnato tanti soldi e non aveva speso quasi nulla per sé: vendette tutto quello che possedeva e dette l’addio al mare. Investì i guadagni di una vita nell’acquisto della concessione dello sfruttamento delle miniere dell’Isola d’Elba, trasformandosi da lupo di mare in imprenditore. Dopo le prime difficoltà cominciarono a arrivare ricchezze, che divennero negli anni tante, insperate e quasi favolose.
Così si fece costruire un villa che avesse l’aspetto di un castello: un avamposto con due torrette sul mare e il resto dell’edificio più a monte; nel mezzo un viale alberato con statue e fiori…- la nonna fece una pausa che a Irene sembrò troppo prolungata- E’ questo il castello di cui mi chiedevi notizie! Sei contenta?-
-Ma nonna, non ti fermare tanto presto, raccontami ancora…-
-Irene, fammi prendere fiato, almeno… siediti qui e guardami mentre faccio la schiaccia briaca, così impari!- rispose la donna affaccendata a preparare il tradizionale dolce natalizio, senza il quale la festa sarebbe stata meno bella. La bambina non perdeva un gesto della nonna: la vedeva mettere la farina nella spianatoia, aggiungervi lo zucchero, un bicchiere d’olio d’oliva e uno di vino aleatico; poi, via via che quegli ingredienti si mescolavano in un impasto morbido, elastico e profumato, la osservava mentre, con mosse precise e sapienti, univa ad essi un trionfo di frutta secca, pazientemente sgusciata e grossolanamente tritata la sera prima: noci, mandorle, pinoli e poi ancora uva secca ammollata e la scorza grattugiata di un’arancia
-Ma quante cose, nonna! Anche questo dolce ha una storia, vero, come il castello, come il più semplice filo d’erba?.
-Certo, bambina mia- questo dolce noi lo chiamiamo schiaccia, perché non deve essere tanto alto di spessore, non ci si mette nemmeno il lievito; l’importante è lavorare bene la pasta e non dimenticarsi nulla. E’ un dolce strano: non ci sono uova, non c’è burro, latte, panna. Era ed è il dolce dei nostri marinai, anche di tuo padre, che naviga. Se lo possono portare a bordo -si mantiene a lungo nelle stive delle navi- e mangiarlo un po’ per volta. Sai, mi ha detto il babbo che cerca di farselo durare il più possibile, ne mangia un pezzetto al giorno per sentirsi a casa, in mezzo a noi anche quando è in mezzo mare..-
- Oh, nonna che bella storia anche questa! E poi che si fa?-
- Vedi, si unge una teglia, ci si adagia la pasta, ci si fanno dei buchetti sopra con la punta delle dita, vedi così…fallo anche tu… per decorarla con altra frutta secca triturata, zucchero e abbondante alchermes, che è un liquore dolce e rosso che le dà un aspetto allegro. E poi ancora un filo d’olio di quello buono…e il gioco è fatto!-
Irene con le sua mano paffutella formava tante piccole cavità sulla superficie dove gli elementi andavano a posarsi come in minuscoli laghi.
-Nonna, ma si chiama così perché c’è perché tanto vino? Ma non fa ubriacare chi la mangia?-
-Ma no, Irene mia, l’alcol evapora in forno e resta solo il sapore!!-
-E ora che facciamo?-
-La inforniamo…mi raccomando, aiutami a controllare il tempo: 40-50 minuti a 180 gradi…Sentirai che profumo…-
Che bello, pensava la bambina, sto aspettando il dolce più buono del mondo, fra pochi giorni è Natale e il mio babbo sta per tornare!
Il babbo stava per ritornare, infatti, e la sua presenza già aleggiava in ogni stanza e in ogni discorso e sicuramente, come sempre, sarebbe stato carico di regalini per i suoi bimbi, comprati in tutti i porti del Mediterraneo. E la festa sarebbe stata speciale.
-Allora, nonna, che mi dicevi di questo signore, del castello, della villa Bellariva!?-
- Ancora?...Non ti è bastato quello che ho detto finora?-
-Dai nonna, mentre aspettiamo che la schiaccia briaca cuocia…-
E seduta sullo sgabello ai piedi della nonna, con le mani sporche d’impasto, aspettava il suo racconto come un passerotto l’imbeccata.
-Ti dicevo che queste persone vivevano da principi: oltre alle ville, viaggiavano, avevano amici ricchi e potenti, possedevano un veliero bellissimo, con le vele di seta, invitavano qui all’Elba ospiti importanti, scrittori, politici, industriali, erano i signori del paese, la gente li chiamava così, i signori, senza aggiungere il nome, e ci si capiva al volo, non occorreva dire altro. I pesci più buoni, le orate, i dentici, i saraghi, i paraghi erano per loro; e così le aragoste, le granceole…i pescatori lavoravano per loro, i contadini lavoravano le loro terre: il fattore, che amministrava tutto, aveva una bella casa tutta sua con annesse le scuderie dei cavalli e si produceva tanto vino, olio, grano, frutta…
Giuseppe morì lasciando un immenso patrimonio ai suoi due figli, Ubaldo e Giuseppina e questo sor Ubaldo, come lo chiamavano in paese, diceva che nemmeno con una pala sarebbe riuscito a finire i suoi soldi…- Irene a queste parole si immaginava forzieri colmi come quelli di Paperon de’ Paperoni e Ubaldo, con la pala in mano, tutto sudato, che cercava inutilmente di svuotarli.
Poi l’odore inconfondibile del dolce che cuoceva e si insinuava in tutte le stanze, avvolgendole della sua fragranza, la strappava dalle fantasticherie: -Svelta, svelta, che si brucia…- s’affrettava la nonna e con un gesto rapido apriva quello sportello che per la bimba era come la porta dell’inferno e ne estraeva, cotta al punto giusto, mirabilmente profumata di buono, la ricompensa delle loro fatiche:
-Dai, Irene, prendi quel vassoio di porcellana, il più bello che abbiamo…aspetta da un anno la sua schiaccia briaca-
E mentre la nonna ripuliva la cucina e l’odore del dolce annunciava la vigilia:
-Ma, insomma, nonna, come è andata a finire questa storia!? Ce l’ha fatta o no il sor Ubaldo a consumare i suoi soldi?-
-Certo che ce l’ha fatta! C’è riuscito benissimo…tanto è vero che a un certo punto, a forza di spendere e spandere, s’è ritrovato quasi povero, ha dovuto vendere le sue ville a poco prezzo e mettersi a lavorare!-
A Irene questa mesta conclusione della storia, così diversa da quella delle fiabe che conosceva, metteva inquietudine: certo se l’era meritata il suo protagonista, però che peccato! Ne traeva la morale che sarebbe stata ben attenta ai soldi del suo porcellino salva-denaro, anche se erano così tanti che nemmeno riusciva a contarli…
Quando finalmente andava a letto, lo sciabordio del mare diventava nenia e poi dolce ninnananna: allora sognava i velieri che solcavano gli oceani, rossi come l’aleatico e il capitano intrepido, con la fetta di dolce in mano, che sfidava le tempeste come Achab la balena bianca.
Al mattino, le pareva che il sogno avesse la sua naturale conclusione nella tiepida realtà che l’aspettava fatta del profumo della schiaccia briaca e del fragore delle onde sotto casa. Allora, con gli occhi chiusi, immaginava di navigare quel mare, con suo padre, e pensava che non avrebbe avuto paura di lui, neppure se si fosse scatenato, perché lei aveva gli argomenti giusti per ammansirlo e ridurlo alla bonaccia, come aveva fatto San Francesco col terribile lupo di Gubbio. Si sentiva una creatura marina e si meravigliava di non odorare di sale o di non avere alghe per capelli.

Da I piatti de LA GAIA MENSA. Concorso letterario Villa Petriolo 2010


Ricetta schiaccia briaca

gr. 600 farina
gr. 300 zucchero
¼ di litro d’olio extravergine d’oliva
¼ di litro di vino rosso (meglio aleatico)
gr.300 di frutta secca grossolanamente tritata (noci, mandorle, pinoli)
gr. 50 uvette secche ammollate
la scorza di un’arancia
una spruzzata d’alchermes

Amalgamare tutto a lungo, spianare su una teglia oliata, mettere sopra ancor zucchero, vino, olio, alchermes e frutta secca. Infornare e cuocere per 40-50 minuti a 180 gradi.

sabato 13 novembre 2010

L'Imbrunire di Villa Petriolo a Vinix Live!#8. Sabato 11 dicembre al Castello Estense di Ferrara appuntamento con la piacevolezza dei vini da bere




"Nell’epoca del dominio globale dei vini concentrati, tannici ed alcolici, rivendichiamo il diritto alla piacevolezza dei vini da bere. All’estetica autoreferenziale della degustazione anteponiamo l’immediatezza appagante della freschezza fruttata e della sapidità. Alla razionalistica dittatura della valutazione centesimale opponiamo l’umanistica vocazione alla convivialità del vino, simbolo della condivisione e della fraternità. Rifiutiamo l’omologante gusto internazionale nel quale è smarrita ogni specificità, sostenendo l’unicità del vino che interpreta il sapere gastronomico d’un territorio. Rifuggiamo dall’ossessiva ricerca della perfezione enologica, preferendo il vino nel quale si sostanzi l’irripetibile comunione dell’ambiente naturale e dell’ambiente umano. Promuoviamo l’onesto piacere del vino come risposta all’incultura dell’eccesso ed alle opprimenti teorizzazioni del dilagante neoproibizionismo. (26 ottobre 2009)".
Elogio del vinino, ovvero: Manifesto per la piacevolezza dei vini da bere.
by Angelo Peretti



Un' originale iniziativa, organizzata dall’amico Mirco Mariotti in collaborazione con il Consorzio “Il Gusto di Ferrara” e Itinerando, è in programma al Castello Estense di Ferrara il prossimo 11 dicembre: Vinix Live! #8, “Alla scoperta dei Vini delle Sabbie e del Territorio Ferrarese”, degustazione e acquisto di vini e di cibi a prezzo sorgente. Dalle ore 14.00 alle 20.00 nell’Imbarcadero del Castello.
Alle 18.00 "Baratto Wine Day" (libero scambio di vini portati da casa o acquistati in loco), gestito da Davide Cocco.
Alle ore 20.30 cena su prenotazione nella “Caffetteria Castello”.

Villa Petriolo parteciperà a Vinix Live! #8 insieme ad altre interessanti realtà vitivinicole - Fortana – Mirco Mariotti – Azienda Mariotti; Sauvignon Rosso – Paolo Babini – Vigne dei Boschi; Corvina (Bardolino) – Matilde Poggi – Le Fraghe; Grignolino – Nadia Verrua – Cascina Tavijn; Tai rosso - Tomaso Piovene - Piovene Porto Godi; Schiava – Matthias Hauser – Castell Sallegg - con il Canaiolo in purezza L’Imbrunire 2009.




Una delle varietà trovate in un vecchio vigneto di Villa Petriolo è il Canaiolo. Da sempre questo vitigno è usato nel taglio classico del Chianti. La curiosità di capire quanto potesse valere da solo il Canaiolo ci ha indotti a provare a vinificarlo in purezza, raccogliendo i pochi grappoli rimasti dal vigneto San Martino, di oltre trenta anni di età. E’ un vitigno che sta scomparendo, i cui profumi ci ricordano, con i sentori di terra bagnata e di frutti ossidati, le sere di fine estate. Con molto frutto e leggero tannino, è da considerarsi un “vino del mattino”, che può sostituire un bianco da aperitivo, da bersi anche fresco. Molto importante la terziarizzazione dei profumi: esprime tutte le potenzialità del territorio col suo stile di semplicità. L'Imbrunire è un vino diretto, "da compagnia".




Vi aspettiamo a Vinix Live!#8, non mancate!

Scheda tecnica L'IMBRUNIRE 2009 - Villa Petriolo