sabato 31 luglio 2010

Buon compleanno, Laura!



"C' era una volta un giorno normale
che adesso e un giorno speciale
c' era una stella sospesa nel cielo
leggera come un pensiero..."

Edoardo Bennato



Tanti tanti auguri di buon compleanno a Laura!
Silvia e Federico

Chi, sotto l'Etna, non ha mandato i vigneti in fumo...Il Musmeci della Tenuta di Fessina su Il Venerdì di Repubblica

Da I vini di TENUTA DI FESSINA e VILLA PETRIOLO


Un grande grazie ai giornalisti Gianni e Paola Mura, che hanno firmato l'articolo su "Magia&Bevi" de Il Venerdì di Repubblica di ieri: la rubrica "La bottiglia" è stata dedicata al nostro Etna DOC Il Musmeci 2007. Tra le Enoteche in cui reperirlo, Gaboardi e Pogliani a Milano ed Enoteca Vanni a Lucca.

"(...) A Rovittello, frazione d Castiglione, c'è il vigneto di Fessina. 'Come abbracciato da sue antiche sciare (colate laviche) in un gesto quasi materno'. E' quello che i francesi chiamano un 'clos' naturale. Ci nasce Il Musmeci, da uve Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio. 'Abbiamo dedicao il nostro cru al signor Musmeci che ha tenuto questa vigna con tanto amore da permetterci di lavorare viti di oltre ottant'anni'. Ci piace molto questo rispetto, questa sensibilità. E questo vino: antico e moderno, carnoso e avvolgente, di succosa, elegante forza, carattere e nobiltà".


Il Venerdì di Repubblica - 30 07 2010 - Il Musmeci - "Chi, sotto l'Etna, non ha mandato i vigneti in fumo" ...





Il sig. Ignazio Musmeci (Mr Ignazio Musmeci among I' vigne di Fessina)


On Il Venerdì di Repubblica, has been published the article by Gianni e Paola Mura dedicated to the Tenuta di Fessina's Etna DOC IL Musmeci: "(...) At Rovittello there are the vineyards of Fessina. "They are embraced by the old sciare (lava flows of hte past) in a mother's hug. It is what the French call a natural clos. Il Musmeci is made by Nerello Mascalese and Nerello Cappuccio varietals. We have dedicated our cru wine to Mr Musmeci who for many years has taken care of the vineyards “I’ Vigne di Fessina” - with so much loving affection and attention that we can still cultivate eighty year old vines." We appreciated this respect and sensitivity.And this wine: old and modern, fleshly and enveloping, with juicy and elegant vigour, character and nobility. In Milan at Gaboardi and at Pogliani, in Lucca at Vanni about 32-34 euro a bottle".

venerdì 30 luglio 2010

I racconti vincitori del terzo premio al concorso letterario di Vila Petriolo: "La scarpaccia" e "Il magico filtro di Vitale"

Da "A GRANGOLA!", cerimonia di premiazione del concorso letterario di Villa Petriolo 2010 La gaia mensa

Il giornalista enogastronomico Leonardo Romanelli premia Michele Raul Trojano e Fabrizio Giunta, terzi classificati, ex aequo, al concorso letterario di Villa Petriolo 2010 "La gaia mensa"

Pari merito a Fabrizio Giunta e Michele Raul Trojano al quarto concorso letterario di Villa Periolo "La gaia mensa": i loro bei due racconti si sono meritati la medaglia d'argento sul podio di "A Grangola!" ed una fornitura di magnum del nostro vino. Tanti complimenti ancora a Fabrizio e Michele!

Golagioconda - 23 06 2010 - I Vincitori del Concorso Letterario 2010 di Villa Petriolo

Fabrizio Giunta, nato nel 1950 a Camaiore (Lucca), è pensionato ed abita a Signa (Firenze). La ricetta protagonista del racconto è "la Scarpaccia della Saida". La Saida è la madre di Fabrizio, 95 anni compiuti.

Da I piatti de LA GAIA MENSA. Concorso letterario Villa Petriolo 2010



Nelle parole di Enrico Ghezzi la sintesi del giudizio espresso dalla giuria.
La scarpaccia. La lingua cerca una cadenza da cantastorie, tenendoti all’ascolto in un’aura di ricchezza povera, oscillando tra persona leggendaria e sapienza dell’orto. Reduci da crimee di favola, leggiamo con passo doppio anche noi. Bambini, la ricetta si tramanda e racconta per la nostra attesa, si ripete e dissolve nelle orecchie golose.

Da Giuria concorso letterario Villa Petriolo 2010



III PREMIO

“LA SCARPACCIA” di Fabrizio Giunta


Agnolo Bicicchi detto “Reduce”, la gamba sinistra assai più corta della destra, un orecchio arricciolato come una foglia di scarola, un occhio opaco come calce spenta, ricordi della guerra di Crimea, diceva lui. Vattelo a pesca se vero o falso ma ormai per tutti era il Reduce. Nessuno sapeva nulla di questa Crimea. I più astuti pensavano fosse la cresta dei cavalli, insomma una guerra fra cavalieri. I bimbetti lo seguivano di nascosto per vedere se fosse vero che quella gamba più corta ogni tanti passi lo portava a fare un giro completo su se stesso. Qualcuno giurava fosse vero altri ci ridevano sopra. In capo al giorno di giri su se stesso ne faceva tanti, specialmente se la favola quotidiana che andava narrando era assai divertente e gli fruttava copiosi gottini di rosso. “Con garbo e con rispetto” diceva alzando ogni gottino, “lo porto al labbro e me lo godo drento!” Cancellava l’immancabile cerchio rosso lasciato sul tavolo dal fondo del bicchiere e vuoto lo poggiava allo stesso identico posto, pronto per il fiasco.
“Anco settanta e sei sfregi rossi ha terso dal marmo e ancora prillava sulla gamba sana fino a far vento! Ma pur sempre in senno, vivo e verde!”
Non sempre mendicava, a volte cercava lavoretti.
“Compare, capite la gamba matta mi dole e mi martiria! Vangare un posso, ma cogliere la frutta volentieri!”
“Va bene, ma or che siete sull’albero fischiate la fanfara degli zuavi di Sardegna, che mi piace assai!”
“Fischio, fischio, ma ogni tanto fatimi ripigliar fiato!”
“Fiato, fiato.. hai voglia tu, ma a bocca chiusa!”
Tutti sapevano che si sarebbe servito, ma con riguardo, senza abusare.
Non pensate fosse un vagabondo, perché anche lo fosse stato nessuno lo avrebbe mai additato. Era l’ultimo bardo errante.
“Il porco del Ghianda è grasso come un tordo”
”Alla cantina di Geo è arrivata la botte dalle Pianore”
Notizie che portavano immancabilmente il Reduce a convergere sul bersaglio. Spesso era difficile riuscire ad ottenere un boccone, allora mugugnava: “O come mai nelle famiglie c’enno sempre più bocche da sfamare che braccia a faticare”

Quel giorno di fine giugno sarebbe entrato nella memoria, eppure la strada bianca che saliva ai Volponi era la stessa. Le buche dell’inverno appena rattoppate dal badile di Buccio, lo stradino, con pietrisco di cava rugginoso. I margini erbosi ben profilati, le scanalature degli sgorghi ogni venti passi liberate dalle erbacce. Oltre le siepi di biancospino i piccoli appezzamenti freschi di rugiada, curati come figlioli. Intorno alle case modeste, tirate su con sassi di canale, gli orti vibravano di colori e di aromi. La gloria di ogni famiglia. Ognuno vantava zucchine più tenere, pomodori più sugosi, cipolle amabili come il pane, carote dolci come il giulebbe, fave profumate di caciotta, porri grandi come manici di zappa. Un tripudio di vanità e d’orgoglio.

Ogni passo del Reduce una nuvola di polvere. Gamba sana nuvola grande, gamba matta nuvola piccola. Aiutato dal bastone avanzava deciso verso la borgata dei Volponi, immaginate voi perché era detta cosi. Nell’aia dell’Estè le fascine si accumulavano da giorni, lui conosceva bene la famosa focaccia dell’Esterina. Si era svegliato con quella sensazione, un sapore ormai lontano che andava rinverdito.
In lontananza sulla collinetta l’aria intorno al fumaiolo del forno vibrava. Bolla calda tremolante e vasta, da grande infornata. Pane, focacce e magari patate alla cenere.
“O Reduce, che siete in caccia?”
Il saluto di una donnetta tutta grinze lo scosse dai pensieri mangerecci.
“O Bianca, non v’avevo visto, lì nascosta tra le vostre belle cipolle!”
“Peccato” continuo il Reduce “che ci sono più maschi che femmine. Avete sbagliato la luna di semina!”
“Maschi? Quali maschi? Che maschi?”
“Via lo sapete anche voi che la cipolla che gira a maschio, non rende. Il cipollotto non cresce e il bigiglioro diventa duro e assai indigesto! Laggiù, quello dalle foglie più scure è un maschio, va svelto. Tanto ruba pane alle sorelle e non produce nulla!”
La donna con un guizzo s’era tuffata con la testa tra le foglie e spulciava le pianticelle con dita lunghe e nervose.
“Santa Vergine, è vero! Ecco il bigiglioro, è un maschio!”
Un gesto deciso e la cipolla fu sradicata e buttata di fianco alla proda.
“La più avanti ne vedo altre due, e ancora una e poi tre…”
Maschi di cipolla schizzavano fuori dalla terra come grilli e si andavano accumulando ai bordi del solco.
“Ecco le abbiamo levate tutte!” disse il Reduce, prendendo fiato come se fosse stato chinato a faticare.
“Proprio un bel lavoro di repulisti! Quelle rimaste verranno su sane e grosse come poponi!”
“Ecco a Voi!” disse la Bianca.
Tre cipollotti gli volarono ai piedi e finirono nella sua bisaccia.
Nuvoletta, nuvolona. Passo a passo su per il colle.
Alla curva del bosco d’acacie, oltre una siepe di rosa canina, c’era la più bella distesa di zucche che mai si potesse vedere. Tra le foglie di zucca spuntavano decine di boccioli e zucchine già pronte, ognuna col suo bel fiore giallo intenso. Farfalle e api entravano e uscivano in un delirio di nettare e di polline.
“Quelle si che mi farebbero comodo” penso il Reduce, scostando con la mazza le rose della siepe.
Nascosta dai panni che andava via via stendendo riconobbe la moglie di Biagio, il padrone dell’orto.
“Buon giorno Angelina!” le gridò agitando la mazza per farsi vedere.
“O Reduce, buon dì.. che siete in caccia?”
Allora è un vizio, penso lui, mentre scavalcava la siepe avvicinandosi alla donna.
“Avete qui delle piante che fanno impressione, chissà la notte che concerti vi fa il Linchetto quando zufola con le foglie di zucca!”
“Via! Non mi fate agitare. Che c’entra il Linchetto con le mie zucche? Di che zufolare parlate?”
Il Reduce rimase zitto e pensieroso.
“O Reduce, suvvia, perchè mi fate impressionare? Non ho nulla da spartire con quello spiritello dispettoso. Il Linchetto qui non si è mai visto!”
“Mi permettete di farvi vedere e sentire? Non faccio danni!”
“Avanti” disse l’Angelina avanzando preoccupata oltre i panni stesi.
Il Reduce scelse alcune foglie di zucca. Lavorando con il suo coltellino le ripulì dalle spine poi con un colpo preciso attento a non forare la canna separò la grande foglia dallo stelo. Praticò un’incisione netta e apri il taglio come fosse l’ancia di un clarinetto. Accostò alle labbra gli steli cosi preparati a mo’ di zufolo a canne e iniziò a suonare una nenia lenta e misteriosa. Rievocava il tuono, il frusciare del bosco, pioggia sulle foglie, vento tra le fronde, notti senza luna. Un pentagramma segreto e primordiale.
“Ecco questo è lo zufolo del Linchetto. Un lamento d’amor perduto”
Angelina riconoscente, aveva le mani colme di fiori di zucca e qualche bella zucchina.
“Ecco, prendete, ve lo siete meritato. Non ho mai sentito niente di tutto questo. Ci starò attenta. Ora che mi avete detto di cosa si tratta se mai lo sentirò non avrò paura!”.
Nell’aia dei Volponi l’Este’ stava coprendo con un telo l’ultima cesta di pane già caricata sul ciuco di Meo. Il Reduce ebbe un fremito. Era arrivato tardi!
L’Esterina, furbetta e maligna, mostrò le mani vuote e si strinse nelle spalle.
“Troppo tardi!”.
“Macchè! Sono proprio arrivato in tempo per usare il forno vuoto e caldo”.
“Che ci fareste voi col forno caldo? Vi cocete le vostre scarpacce polverose?”
“Affatto! Se mi date agio vi faccio stupire!”
“Fate pure!” rispose arricciando il naso.
Cipolle, zucchine e fiori di zucca furono lavati e sminuzzati, messi nel mastello con un goccio d’acqua e la poca farina rimasta sull’asse della spianatoia un pizzico di sale, scorta personale, il tutto mescolato con vigore. L’impasto denso venne steso in una teglia da focaccia ancora tiepida e unta, l’olio avanzato da altre teglie appena usate sgocciolato sopra e via nel forno.
“Bell’intruglio avete fatto. Che v’aspettate?”
“Mal che vada mi mangerò la scarpaccia, come m’avete consigliato voi!”

“Via, via bambini, è tempo di aprire il forno. La Scarpaccia è cotta!”
Disse zia Elide ai mocciosi seduti ai suoi piedi che attendevano golosi la fine della storia.

Da "A GRANGOLA!", cerimonia di premiazione del concorso letterario di Villa Petriolo 2010 La gaia mensa

Al centro, tra Luis Angel Naya e Sara Beinat, il vincitore del terzo premio Michele Raul Trojano


Michele Raul Trojano è nato nel 1968 a Napoli e abita a Pozzuoli.



Nelle parole di Enrico Ghezzi la sintesi del giudizio espresso dalla giuria.
Il magico filtro di Vitale. Buffo ‘racconto di natale’, o sogno di una notte di mezzo film, deforma e sganghera con parola irriverente una ‘storia di cinema’ famosa e improbabile. Un irresistibile Filicudi (mai) girato da Tina Pica a Filicudi, o una cernia (o cefalo, o sarago) anno zero, annamagnani strega che può solo nuocersi e intrigarci consegnando un filtro che è sugo per spaghetti magici. Tra volgarità e licenze, un’ingridbergman afflitta dai brontolii di fame del maestro, ma anche il registro malinconico, con l’innamorato neorealista che diventa svagato distaccato straniato.

III PREMIO

“Il magico filtro di Vitale” di Michele Raul Trojano


La ricetta degli spaghetti coi pomodorini “a pennula”? Nel medioevo i libri di cucina tacevano in proposito. Per chi avesse voluto cucinarli non c’era che una via: prendere un navigatore genovese, imbarcarlo su un vascello per le Indie sperando in un clamoroso colpo di scena durante il viaggio, pazientare per anni cinquecento, quindi ingelosire una focosa romana inerpicandosi su di un vulcano a braccetto con una svedese, filmare neorealisticamente la scandinava mentre seduce un pescatore che raccoglie pomodori, persuadere quest’ultimo a implorare una strega perché gli appronti un filtro magico sotto forma di sugo, e infine sottrargli la formula.
A combinare questi ingredienti hanno provveduto la storia, un film e un furto.
Io mi sono occupato del furto.
Procediamo con ordine.
Come tutti sanno i pomodori giunsero dall’America, ma la storia dimentica di dire che il primo viaggio di Colombo fu un fiasco: appena giunto ai Caraibi una delegazione di indigeni, anziché accoglierlo con canti e balli tipici, lo respinse in malo modo centrandolo ripetutamente con pomodori maturi. Deluso, Colombo tornò in Spagna ancora sporco di semini e si ritirò in campagna, gettando tra i rovi il suo completino da marinaio imbrattato. Caso volle che quei semi attecchissero, introducendo in Europa il prezioso ortaggio rosso.
Qualche annetto dopo, nell’estate del 1949, il regista Roberto Rossellini si reca a Stromboli per girare il film Stromboli. E’ fresco reduce da una tempestosa relazione con Anna Magnani e come attrice protagonista ha scelto Ingrid Bergman, ammiratrice del regista. Per ripicca la Magnani, rimediato un cast di fortuna, si fionda su Vulcano per girare il film Vulcano.
Breve inciso: sebbene la storia del cinema taccia per decenza, pare che anche Tina Pica abbia pensato di sbarcare a Filicudi per girare Filicudi, ma abbia poi desistito per un provvidenziale sciopero dei traghetti.
Tornando a Stromboli, il protagonista maschile del film non è un attore professionista. Si chiama Mario Vitale. E’ un pescatore di Salerno ingaggiato come manovale dalla produzione. Rossellini gli affida il ruolo principale al fianco della Bergman, non tanto per mera adesione alla poetica neorealista, ma a patto che gli peschi e cucini una cernia al giorno.
E qui le cose si complicano: dopo pochi ciak l’ingenuo Vitale è già bell’e cotto della Bergman, che però è avvezza a bazzicare star: nei film precedenti ha baciato nell’ordine Gary Cooper, Humphrey Bogart e Cary Grant, ora fa il filo al regista e per l’umile Vitale si fa dura.
O forse no.
Corre voce che in cima al vulcano viva una vecchia pazza (che somiglia vagamente alla Magnani) famosa per i suoi filtri magici. E’ quello che ci vuole, pensa Vitale, e durante una pausa delle riprese si arrampica sulle pendici del cratere. Lungo il cammino la sua attenzione viene attirata da un curioso pomodoro arancione, secco e grinzoso. E’il tipico pomodorino a punta eoliano, che prospera sui terreni vulcanici anche con scarsa irrigazione. I locali li conservano in ruote di vimini, legati in pendoli, a “pennula” appunto, per consumarli anche d’inverno. Vitale ha un’idea: ne raccoglie un cesto affinché la strega prepari un filtro speciale proprio col sugo di quei pomodori.
Quando raggiunge la caverna della strega è mezzogiorno. In paese si dice che la sua grotta sia direttamente collegata con le viscere del vulcano e che la megera sia dedita a pratiche stregonesche, come bere lava, comandare le eruzioni o assumere false identità (di recente la più gettonata è Anna Magnani). In realtà la casa non è una grotta, è una catapecchia malandata, e la strega (benché sia la Magnani spiccicata) è una gentile vecchietta con un incongruo accento romanesco. Quella che beve non è lava, ma quasi: è, tenetevi forte, Malvasia delle Lipari, un vino che Maupassant, di passaggio nelle Eolie nel 1885, così descrive: “Sembra sciroppo di zolfo, è proprio il vino dei vulcani, denso, zuccherato, dorato e con un tale sapore di zolfo che vi rimane attaccato al palato fino a sera: il vino del diavolo.”
La vecchia se ne scola un litro al giorno come se fosse orzata e non è granché lucida. Vitale le chiede il filtro, lei fraintende e cucina spaghetti con pomodorini a pennula per due. Vitale, convinto che si tratti di una pozione magica, annota su un taccuino le fasi della creazione.
Ecco cosa scrisse: soffriggere in una larga padella aglio e peperoncino; quando l’olio è rovente e sprizza lapilli aggiungere una decina di pomodori a pennula tagliati lungo l’equatore, adagiando gli emisferi nell’olio con la punta verso l’alto, come se fossero piccoli vulcani in attività. Resistere alla tentazione di schiacciarli: se vi azzardate a farlo vi scaglieranno fiotti piroclastici di polpa ustionante negli occhi. Cuocere a fuoco vivo; vigilare sulla cottura inclinando i vulcanetti e verificando l’incandescenza della camera magmatica. Aggiungere sale marino e una pioggia di origano, leggera come cenere d’eruzione. A cottura ultimata e a fiamma spenta, i pomodori, come per incanto, assorbiranno tutto l’olio. Il fenomeno innesca al loro interno un potenziale eruttivo di tipo pompeiano che può essere domato solo da alcune divinità greche minori preposte ai cataclismi, o mescolandoli agli spaghetti al dente e servendo in tavola.
A fine pranzo bevono un bicchiere di Malvasia, e poi due, e poi tre. Ubriachi, ridono sgangheratamente fino a sera, quando Vitale deve tornare per pescare la cernia per il maestro e somministrare il filtro alla normanna. Deve affrettarsi, Rossellini la sera precedente si è lamentato perché secondo lui la cernia non era una cernia, era un cefalo e neppure tanto saporito. E’ tardi, riesce a pescare solo dei saraghi smunti.
La coppia siede affamata a un tavolo appartato sul set. E’ lo stesso Vitale a servire: “cernia” olio e limone per Roberto, spaghetti con pomodori a pennula per Ingrid. E qui il fato ci mette del suo: Rossellini, ancora una volta deluso dalla cernia, è incuriosito dal sugo di Ingrid: le sottrae il piatto, divora i restanti spaghetti e con un filone di pane locale si produce in una prolungata scarpetta fino a smerigliare il piatto.
Questo non ci voleva. Ora anche lui ha inoculato il filtro.
Vitale è spiazzato, serve il dessert turbato da foschi presagi: porta una bottiglia di Malvasia e un cartoccio di cannoli con ricotta, dono della vecchia. Roberto e Ingrid si ingozzano spudoratamente. Sbronzi di Malvasia, decidono di appartarsi e allontanano l’importuno Vitale chiedendogli astutamente di portargli, per favore, il conto. Vitale, intontito dagli eventi, esegue l’ordine. Quando capisce il trucco è troppo tardi: il tavolo è vuoto, gli amanti sono spariti senza neanche lasciare la mancia. Allora segue le impronte nella sabbia verso il mare, presentendo l’amaro epilogo: non vede i due fuggiaschi, ma ne intuisce la presenza avvertendo indecorosi mugolii provenienti dagli scogli.
Il filtro ha funzionato, ma con la persona sbagliata.
Vitale è affranto, a dispetto del nome è morto dentro come un vulcano spento. Reciterà le ultime scene svagato, sviluppando un’interpretazione distaccata molto apprezzata dalla critica.
Girerà pochi altri film.
Lo incontro anni dopo in una taverna del porto, davanti a una bottiglia di fatale Malvasia. Mentre mi racconta la storia approfitto del suo dolore e gli frego la ricetta per rivelarla al mondo.
Ma prima di lasciarlo gli chiedo gli ultimi dettagli della vicenda.
“Per il resto dell’estate - racconta Vitale - cucinai pesce guasto con pomodori marci, eppure Rossellini mandava giù tutto senza batter ciglio. Odiavo quell’uomo: aveva accanto una dea e non pensava altro che al cibo. Una sera a fine lavorazione, verso l’ora di cena, Rossellini si aggirava pensoso sul set. Al suo fianco la Bergman era triste, si sentiva trascurata. In sottofondo si udiva un cupo, sordo brontolio.”
“Un’imminente eruzione del vulcano?” chiesi.
“No - disse Vitale - Era lo stomaco del maestro che gorgogliava per la fame.”

giovedì 29 luglio 2010

Chez...Villa Petriolo: degustazione dei nostri vini toscani e siciliani con i ristoratori

Da Degustazione a Villa Petriolo


Un' autentica gioia per noi accogliere i ristoratori e gli agenti di vendita a Villa Petriolo per la degustazione dell'intera nostra linea di produzione, sia per la tenuta toscana che per Tenuta di Fessina, sull'Etna...In questi giorni, hanno visitato i nostri vigneti e le nostre cantine, assaggiando tutti i nostri vini nel luogo d'origine, il patron di Maciste, nota enoteca di Empoli, Sandro Alfaroli, lo chef Stefano Pinciaroli ed il sommelier Lorenzo del nuovo Ristorante PS di Cerreto Guidi, l'agente di vendita Alessio Petri e il blogger Juri Borgianni.

Grazie per la gentilissima visita!

martedì 27 luglio 2010

"Fossili" di Sara Beinat, racconto secondo classificato al concorso letterario 2010 di Villa Petriolo

Da "A GRANGOLA!", cerimonia di premiazione del concorso letterario di Villa Petriolo 2010 La gaia mensa



Sara Beinat vince il secondo premio del concorso letterario d Villa Petriolo, edizione 2010, "La gaia mensa. Di vino sincero pani condimenti e fuochi ardenti". I nostri complimenti!

Sara nasce nel 1981 in Germania da una famiglia di gelatai emigranti e all’età di tre anni ritorna nell’originario Friuli. Impara a leggere a cinque anni, a sette inizia a scrivere raccontini e da allora non ha mai smesso. Laureata al Dams dell’Università di Udine, ora frequenta l'Accademia teatrale Città di Trieste.


Il giornalista de Il Corriere della Sera Edoardo Vigna premia Sara Beinat. Foto di Gloria Giampiccolo


Nelle parole di Enrico Ghezzi la sintesi del giudizio espresso dalla giuria.
Fossili. Una ronde leggera ma senza fiato, dove la lingua passa quasi inosservata, una folata di vento che fa volar via le briciole le maschere, un catalogo cecoviano di desideri inattuati, tracce di destini sfiorati e spazzolati dal picnic, il girotondo finisce e neanche un temporale avviene.





II PREMIO

“FOSSILI” di Sara Beinat


Cosa rimane di un pic nic sotto il sole, quando soffia aria di pioggia? Solo posate incrostate, fette di torta invase dalle formiche, tracce di labbra sui calici, palloncini raggrinziti?
La memoria pervade gli oggetti e soffia in loro la vita, la vita color lattemiele dei ricordi.

Qualche ora prima, su quella medesima erba, piedi nudi e risate avevano circondato la grande tovaglia, candido prato solcato dalle orme rossastre del calice della Padrona di casa, che entusiasta proponeva brindisi su brindisi senza notare l'imbarazzo del Marito, zitto e assorto nel frantumare le meringhe in minuscole briciole depositarie del suo nervosismo per quella merenda non voluta né compresa, assurdo convegno tra adulti illusi di ritornare bambini in mezzo a palloncini arancioni e bolle di sapone, mentre l'unica ancora in età di vezzi adolescenziali, ossia sua Figlia, se ne stava immobile, sconvolta da un tumulto represso e tradito solo dal cobalto fuso dei suoi occhi, che a fatica abbandonavano il Poeta sedutole accanto, giovane ma già esperto del mondo, come dimostrava dal modo in cui affondava i denti nella croccantezza del cioccolato bianco con violette offertogli da una Nobildonna voluttuosa, il cui gran cappello di paglia le adombrava a dovere i segni degli anni sul volto, così che il suo intingere le dita nella ciotola di spuma al limone e zenzero non venisse notato e considerato un gesto sconveniente, come invece lo giudicava la Dama di compagnia, abituata alle smancerie indecenti rivolte dalla sua assistita ai giovanotti prestanti, e dunque fiduciosa di poter dedicare piena attenzione al proprio calice affinché fosse sempre degnamente rifornito del delizioso vino bianco che il Maggiordomo teneva in fresco in un cestello ghiacciato, pronto a versarlo ove richiesto, soprattutto nel bicchiere del suo amico Fisarmonicista, un omone bonario, vestito di rosso, chiamato a rallegrare la merenda e rallegrato lui, invece, da un tale spettacolo umano e in particolare dalla danza improvvisata da una Donna Cannone non appena aveva abbozzato un allegro valzerino, le cui note avevano scosso le viscere di un timido Direttore d'orchestra, steso sull'amaca di corda bianca, siccome proprio quella musica era stata il sottofondo di un certo incontro galante, e il ricordo ancora nitido del fervore l'aveva messo talmente a disagio da rovesciare l'amaca e farlo piombare a terra, schivando per un pelo una Coccinella che, spaventata dallo schianto dell'uomo, era volata al riparo su una mano bianchiccia, paffuta estremità di un braccio florido attaccato alla morbida spalla di una Comare, chiacchierona e talmente orba da scambiare la coccinella per un'ape e mettersi a strillare di punto in bianco proprio quando il suo paziente Ascoltatore aveva deciso di concedersi il primo pasticcino del pomeriggio e, colto di sorpresa dall'urletto acuto, per poco non moriva soffocato, se non fosse intervenuta un'energica Insegnante di equitazione abituata a domare ronzini imbizzarriti e gestire emergenze sanitarie di varia natura, con una rapidità ritenuta sbalorditiva da tutti, ma in modo speciale da un anziano Scultore, la cui decennale ricerca della modella per un ambizioso progetto su Andromaca aveva forse trovato un epilogo positivo proprio in quell'istante, e tale folgorazione l'aveva fatto esplodere in un battimani infantile al quale subito si era unita una Ballerina ormai a riposo, inconsapevole della ragione di quell'applauso ma felice di poter esternare la propria commozione per la squisitezza della torta appena assaggiata - un labirinto di panna, cacao amaro e cannella - del cui sapore sublime non avrebbe potuto godere se fosse stata ancora in carriera, come aveva appena finito di spiegare al Bibliotecario, un ometto dalla salute cagionevole, apparentemente interessato alla conversazione ma in realtà in continuo stato d'allarme a causa di quella scavezzacollo di sua Moglie, tutta intenta a correre per far volare un aquilone da lei stessa costruito, senza la minima preoccupazione di sudare o sporcare l'abito chiaro ma divertita, piuttosto, di essere affiancata dalla bicicletta del Garzone del pasticcere, mandato lì a consegnare l'ultimo vassoio di bignè alla crema, che rideva e la incitava con il trillo del campanello su cui aveva fissato il papavero regalatogli pochi istanti prima, dietro il salice, dalla giovane Cameriera bionda, emozionata quando l'aveva sentito avvicinarsi fischiettando e ora indispettita nel vederlo scherzare con un'altra, imbronciata e gelosa al punto da non accorgersi di star versando il tè sulla tovaglia e non nella tazza del vecchio Sarto, distratto a sua volta dalle nuvole nere e dal vento fresco in arrivo.
Erano corsi via lasciando la merenda a metà.
Infine, non piovve. La sera si rivelò serena e delicata, con pennellate rosa a mitigare di dolcezza la crescente penombra celeste. Giovani, le stelle danzarono al ritmo sincopato di grilli e cicale.
Tutto il resto era silenzio, e petali addormentati.
Sull'erba rimasero la tovaglia macchiata di vino e tè, briciole di meringhe, l'amaca rovesciata, un papavero floscio, un vassoio di bignè intatti, il cestello con ghiaccio sciolto, una coccinella spaurita e i reticoli degli sguardi tesi quel pomeriggio, lasciati lì, a brillare al chiaro di luna, come fossili di conchiglie orfane del mare.


Gli attori Andrea Vagnoli e Nicoletta M. Loisi durante la lettura dei racconti vincitori




I Grandi Vini - Luglio 2010 - I Vincitori Del Concorso Di Villa Petriolo 2010 La Gaia Mensa

lunedì 26 luglio 2010

Bentornato Nakone. Addio Se...



SE avessimo potuto continuare a chiamarlo Nakone lo avremmo fatto molto volentieri. Ma qualcuno, più lesto, ci ha soffiato il nome, registrandone il dominio.
Dunque, SE fossimo stati più svelti, più svegli e meno innamorati di SEgesta e dei suoi terreni, la magia di Nakone, città mai trovata degli Elimi, avrebbe continuato ad accompagnare la nostra avventura all’ombra del tempio...




Rammentate quando siamo stati costretti a variare il nome al nostro "Nakone" e a nominarlo "Se"? Ebbene, la prontezza di spirito, che qualcuno, generosamente, ci ha riconosciuto, oggi ci premia. Risolto felicemente il casus belli sul diritto di dare nome "Nakone" al nostro Chardonnay, abbiamo deciso di tornare, dalla nuova annata, alle origini.


Lo Chardonnay in purezza prodotto a Segesta dalla vendemmia 2009 potrà nuovamente chiamarsi "Nakone".



D'ora in poi, il nostro adorato "Se" riposerà con dolcezza all'ombra del tempio di Segesta, passando il testimone, con orgoglio, a Nakone.

Da Il pranzo della GAIA MENSA a Villa Petriolo


Bentornato Nakone...e addio, buon "vecchio" Se!




Federico Curtaz racconta il suolo da cui nasce lo Chardonnay di Tenuta di Fessina

domenica 25 luglio 2010

Carricante in purezza della Tenuta di Fessina: l'articolo di Alfonso S. Gurrera su Vitevinonews

Da PUDDARA della Tenuta di Fessina

Viti di Carricante della Tenuta di Fessina


Il giornalista Alfonso S. Gurrera firma su Vitevinonews l'articolo, dedicato al Carricante, "L'ex gregario ora principe dei Bianchi".

Lo riporto integralmente.



"I bianchi dell’Etna? Vedi alla voce Carricante. Che nell’espressione originale si pronuncia con la erre arrotata e va scritto sempre con la “c” maiuscola (C). Anche perché costanti e maiuscole sono, da qualche lustro a questa parte, le sue performance, ed è ormai un nome che identifica e richiama subito il Bianco Dop dell’Etna. Il Carricante è un vitigno autoctono, ovviamente, tanto antico da non consentire un rilascio attendibile di uno stato di famiglia. Di certo c’è solo il nome ma non la data di nascita né la paternità. È stato battezzato “Carricante” a Viagrande, un paesino alle pendici dell’Etna, diverse centinaia d’anni fa, dai viticoltori che lo hanno selezionato, adottato e così chiamato, proprio per la sua indole a prodursi copiosamente. Perché carricava, con due erre come la pronunzia dialettale reclama, celermente e in abbondanza, i carri dei trasportatori. Qualcuno dice che il Carricante sarà presto celebrato come il “vitigno principe dei bianchi siciliani”. Sembra un’iperbole, alla luce del suo passato ampelografico di umile gregario, un vitigno dagli acini piccoli e fragili, per vini acidi ma corti, in bocca e nel tempo, e così scadenti che in passato si trovavano spesso sulle tavole delle putìe, a consolar appena i personaggi vinti dei migliori romanzi del Verga. Oggi è lui, il Carricante, il vincitore, un vino mattatore il cui prototipo può essere indicato nel Pietramarina, un Doc bianco dell’azienda Benanti nato nel 1991. Ebbe, ma non subito, effetti dirompenti. Come sinfonia di un mondo nuovo. Perché di lì a poco gli echi attirarono nuovi colonizzatori, l’enologia d’avanguardia spazzò il vino del contadino e la viticoltura etnea sposò i protocolli che oggi caratterizzano il terzo millennio. Per esplicitare i segni di questa new wave, ci viene incontro il paradigma di cinque bianchi singolari e, al tempo stesso, variegati, tanto diversi tra loro che di più non si potrebbe. Cinque tra i tanti, e tutti senza pretese di imitazioni ma desiderosi di eguagliare il Pietramarina. E dei cinque, quattro sono fresche e autentiche novità. Le hanno firmate Alberto Graci con il Dop bianco che chiamerà Quota 600 come il suo premiatissimo rosso; Silvia Maestrelli e Federico Curtaz della Tenuta di Fessina che per il neonato hanno scelto, per nome, A Puddara; Francesca, Santi e Alessio Planeta presentano il loro Carricante, un Igp in purezza che non potrà esser un Dop per un paradossale cavillo burocratico. Sarà sugli scaffali tra poche settimane; Marco Nicolosi, l’ultimo rampollo della dinastia Nicolosi Asmundo dell’azienda Villagrande di Milo, ha sintetizzato studi e ricerche di papà Carlo, docente di enologia, corroborandoli con i consigli e gli input di Luigi Moio e con un pizzico della sua giovanile spregiudicatezza. Ne è venuto fuori un nuovo Dop bianco, il Legno di Conzo. Affiancherà lo storico Bianco dell’Etna Superiore ma distinguendosi da questo per struttura colore e aromi. Chiude il gruppo di questi fuggitivi, il Valcerasa di Alice Bonaccorsi, frutto di un sodalizio tutto al femminile con la 34enne friulana Marinka Polencic. Un matrimonio tra due anime più che gemelle, parallele e convergenti verso l’obiettivo di un vino dalla naturale evoluzione. Che non può non assomigliare alle loro essenze spirituali. Ammantate di una palpabile e raffinata eleganza. Tutta accreditata nel bicchiere".
(Alfonso S. Gurrera)

Vintevinonews - luglio 2010 - Carricante, l'ex gregario ora principe dei Bianchi di Alfonso S. Gurrera

sabato 24 luglio 2010

Il racconto "Felicetta" di Antonio Giordano, vincitore del quarto concorso letterario di Villa Petriolo "La gaia mensa"

Da I piatti de LA GAIA MENSA. Concorso letterario Villa Petriolo 2010


A distanza di un mese dalla cerimonia di premiazione del quarto concorso letterario di Villa Petriolo "La gaia mensa. Di vino sincero pani condimenti e fuochi ardenti", ecco per tutti i lettori di DiVINando il racconto "Felicetta" del professor Antonio Giordano, vincitore del primo premio.

Vitevinonews - Luglio 2010 - Sul Podio Di Villa Petriolo
Cronache Di Gusto - 08 07 2010 - Quei Gourmet Intellettuali Di Laura Di Trapani
Cronache Di Gusto - 24 06 2010 - Un Premio a Pasta c'a Muddhica

Antonio Giordano, nato nel 1937, ha ottenuto la Targa d’argento della Città di Palermo, oltre ad aver ricevuto la benemerenza civica per meriti culturali e artistici, conferita dalla Provincia Regionale di Palermo. Socio onorario dell’Unione Nazionale Scrittori ed Artisti, dopo aver svolto l'attività di dirigente scolastico ordinario presso il Liceo Scientifico Statale G. Galilei di Palermo, ha insegnato alla Scuola Polo Interregionale per l’Educazione al Teatro e “Drammaturgia Applicata” presso l’Università “U.E.t.l.”. Presidente dell’Associazione culturale “Scena Aperta”, è stato esperto di pedagogia teatrale presso l’ “Accademia Nazionale d’Arte Drammatica S. D’Amico” di Roma. Antonio Giordano è scrittore drammaturgo, critico teatrale e musicale del quotidiano “La Sicilia” di Catania.



Racconto vincitore del I PREMIO.

“FELICETTA” di Antonio Giordano


Fa caldo. Prima di morire mia madre mi aveva sussurrato stringendomi la mano con una forza insolita. ”Non mi lasciare tutta sola con quel buio…”. Le avevo giurato che non lo avrei fatto e adesso ogni settimana vado al cimitero prima di pranzo perché c’è pace ed è difficile incontrare qualcuno. Le porto un po’ di fiori e le parlo delle mie vicende quotidiane. Ho bevuto un aperitivo che, al momento, mi aveva dato refrigerio ma che adesso mi fa sudare. Mi metto all’ombra di una cappella e mi trovo di fronte una lapide. “Famiglia Pasta” e, più giù, “A Franco con amore dalla sua Felicetta Mollica”. Che strano. Guardo, attirato non so da che cosa. Mia madre aspetta ma a me cominciano a venire dei capogiri vorticosi, come una giostra. “Pasta…mollica…felicetta…mollica… pasta…felicetta…”. Poi una voce profonda e querula mi fascia il cervello.

“Ogni giorno all’una Felicetta mia mi manda il pranzo con Pinuzzo. Sempre calda calda mi arriva. E sì, perché intorno al tegame, per non fare disperdere il calore, mia moglie ci mette un panno di lana.
Io volevo studiare ma mia nonna mi mandò a garzone da don Ciccio il muratore. Ma io piano piano sono diventato operaio qualificato. Tutto questo lo debbo al mio angelo custode, l’ingegnere Lo Monte, che mi vuole bene e che mi ha nominato capo cantiere. Che brava persona!
Vediamo che cosa mi ha preparato oggi la mia mogliettina. Uhm ... che buono odore! Ma dove si trova un’altra Felicetta? Ogni giorno mi prepara una pasta nuova. Ieri con la carne e i piselli e oggi con la mollica “atturrata”, tostata. Come, non la conosci? La ricetta me la diede mia nonna perché la passassi a mia moglie. Io, però, gliel’ho copiata, perché quella di nonna Angelina la porto sempre nel portafogli, scritta da lei in palermitano”.

Mi succede spesso che mentre sto dormendo dica a me stesso “Stai, dormendo, svegliati!”. E mi sveglio. Oggi, però, non ci riesco. Ma che fa ora Franco Pasta? Si leva il cappellino di giornale, tira fuori un foglietto e me lo porge. Mamma mia! Faccio tanti sforzi per aprire gli occhi ma non ci riesco. Come sta diventando grande questo foglietto!

Pasta c’a muddhica. Nzuoccu cci vuoli pi quattru cristiani.
400 grammi di maccarruncinu/150 grammi di muddhica (pani rattatu di tumminia)/na nuciddha d’astrattu ri pumaruoru siccatu/un mazzu i pitrusinu/1/2 cucchiarinu ri pruvigghia di pipi- sali a tastu/quattru cucchiara d’ uogghiu ri parmientu-100 rammi ri ricuotta salata,nfurnata e rattata-15 mennuli atturrati, 10 ruci e 5 amari-4 anciuovi salati spicchiati-ru spicchia r’agghia.
CUONZA. Si ngancia cu n’a cucchiara d’uogghiu nto ‘n tianu n’anticchia r’agghia tagghiata fina fina e quannu s’atturra anticchia si ci iunci a ‘nciuova, squagghiata n’to ‘n murtaru nziemmula ‘e miennuli e s’arrimina. Puoi si cci mietti a’ strattu ca si squagghia a cuttura cu n’anticchia d’acqua sempri arriminannu cu na cucchiara i lignu. Quannu acqua e uogghiu arriestanu ri friiri s’allienta u luci e s’ accumincia araciu araciu a ghiuncirici a muddhica, arriminannu siempri, e ghiunciennucci l’avutri cucchiara r’uogghiu nfinu c’atturra senza allintari l’arriminata. N’cuttura si cci iunci u sali a tastu, u pitrusinu tagghiatu finu finu e a pruvigghia ri pipi. Quannu l’atturratura è fatta, astutari u luci e cummigghiari.
PASTA. Si miettuni a vugghiri ru litra r’acqua nta ‘na pignata, si sala e a vugghiuta si cci cala u maccarruncinu ca avi a cuociri uottu minuti e s’av’a scinniri ngriddhu mittinnuci u Sali a tastu. Si scula buonu buonu, si mietti arrieri n’ta pignata iunciennuci una metà r’a cuonza e s’attuppa tuttu c’un cummuogghiu.
Dhuoppu quacchi minutu si mietti tuttu n’te piatta e si cci iunci a cuonza arristata e si cci ratta a ricuotta salata. Arrimini e accamuora…mizzica, chi manci! (*)


Non riesco e continuo a dormire. Ecco! Di nuovo il muratore.

“Se io non mangio la pasta ogni giorno mi sento digiuno. E la gioia mia pensa sempre cose nuove: la pasta colle “gondole”, con i finocchietti, che noi chiamiamo con le “sarde a mare”, coi fagioli e un broccoletto, con le melanzane fritte, perfino con i broccoli in tegame. Le ho detto tante volte che ora posso permettermi di tornare a casa in macchina, mangiare, prendere un caffè e andarmene. Ma lei dice che mi stanco troppo. Come si preoccupa l’amore mio!
Solo la domenica mangio a casa. E Felicetta fa certe teglie di pasta al forno… Sempre con condimenti diversi, carne, besciamella, funghi … Anche perché quasi tutte le domeniche viene a pranzo l’Ingegnere e Felicetta non vuole farmi fare brutta figura. Come è premurosa! Lui porta sempre un vassoio con i dolci ma io con la pasta mi sazio.
Come fa Felicetta a mangiare tanti dolci e a restare sempre in linea? Forse perché non ha avuto figli. Ma ci stiamo pensando.
Dov’ero rimasto? Ah, e io sempre pasta! Che ci volete fare? Ci sono i “carnefici”, quelli a cui piace la carne, i “ricottari”, i “panari”, i “secondari”, i “primari”… Io sono un “primario” della specie “pastari” perché vado pazzo per la pasta.
Da quando l’ingegnere Lo Monte mi ha messo a posto, Felicetta non lavora più. Il regno della donna è la casa. E il profumo di pasta che si sente, anche la sera, mi pare quello di Felicetta mia.
Oddio, per passare il tempo, fa qualche lavoretto in casa, allarga e stringe pantaloni, fa qualche orlo; lavori di cucito insomma per comprarmi qualche regalino.
Ma qui mi devo sbrigare perché sennò la mia pasta si potrebbe freddare e io questo torto a Felicetta non voglio farglielo.
Che squisitezza! La mania della pasta mi prese quando il padre di Felicetta mi cacciò via perché ero un volgare muratore e abbiamo fatto la “fuitina”. Ce ne siamo andati in una casa sfitta di zia Concettina. Lei diceva che si vergognava. Ma io ho insistito e poi… Insomma, arrivai che non ce la facevo più. Mamma mia che lavoro! A tempo pieno, altro che “partime”. Mi veniva una fame che non ci vedevo. Eravamo senza soldi e mangiavamo solo pasta. Poi la zia rivolle la casa. Lo dissi all’ingegnere che mi tranquillizzò. Infatti mi prestò un po’ di soldi e ci offrì un appartamentino. Che signore!
Che buona questa pasta! Ci avrà sfarinato pure qualche mandorla amara.
L’ingegnere mise tutto a posto e ci siamo sposati. Si affezionò anche a Felicetta. Che persona! Fra poco sarò capo cantiere stabile, lo so.
L’altro giorno mi ha presentato un signore tutto elegante che mi ha fatto firmare un’assicurazione per cui avrò un’altra pensione e, se io muoio prima, a Felicetta entrano 200.000 euro. Mi ha voluto pagare perfino le prime due rate, io ho protestato e lui mi ha detto che è un regalo per il bambino che finalmente dovrebbe venire.
Forse sto parlando troppo perché mi brucia lo stomaco e sudo freddo. Beviamoci su.
La pasta mi è rimasta ferma qui. Quando si mangia non si parla, diceva mio padre. Mamma mia, mi gira la testa. Questa pasta dovrei finirla, sennò Felicetta ci resta male.
Mi viene da rimettere. Caro ingegnere, forse oggi non ce la faccio a riprendere.
Come mi sento male! Oddio che stupido! Felicetta, Ingegnere, che avete fatto? Perché si è sempre gli ultimi a capire? Il sapore di mandorla amara ... Altro che pasta! Mi avete combinato, tutti e due, una bella pastetta! E chissà con che alibi …
Fe-li-cé ...
Morto, sono morto. Che bisogno c’era di ammazzarmi? Potevo continuare a non saperlo di essere cornuto. Il bambino, poi, me lo sarei accollato io. Ora all’Ingegnere gliela puoi cucinare la pasta.
Alla puttanesca, però. E’ vero, Felicetta?”.

Mi scuoto e riapro gli occhi. Non sono solo. Davanti alla tomba, inginocchiata, una giovane donna, tutta vestita di nero, fa vibrare le labbra in una preghiera appena sussurrata. Graziosa, bruna, afflitta. Ho sognato. La calura gioca spesso brutti scherzi. Faccio per parlarle ma sento sopra la mia testa, autorevole ma gentile, un vocione:
“Su, forza, Felicetta, andiamo. Fra dieci minuti la bambina esce dall’asilo e non vorrei che non ci trovasse. E lo sai che dopo debbo tornare in cantiere”.



*)Traduzione in italiano della ricetta dal vernacolo palermitano.

Pasta col pangrattato. Dose per quattro persone.
400 grammi di maccheroncini - 150 grammi di pangrattato(possibilmente pane nero di frumento)-una nocciola di estratto concentrato di pomodoro già seccato al sole - un mazzo di prezzemolo - 1/2 cucchiaino di polvere di peperoncino - sale ad assaggio - quattro cucchiai di olio da macina - 100 grammi di ricotta salata al forno - 10 mandorle di cui 3 amare tostate e tritate - 4 filetti di acciughe salate sottolio.
CONDIMENTO. Si mette un cucchiaio d’olio in un tegame con un po’ d’aglio tritato. Quando l’aglio comincia a dorare si aggiungono i filetti di alice, precedentemente macerati in un mortaio insieme alle mandorle e si mescola. Si aggiunge poi l’estratto di pomodoro che si va sciogliendo con qualche goccia d’acqua sempre mescolando con un cucchiaio di legno. Quando acqua e olio smettono di friggere si diminuisce un po’ la fiamma e si comincia ad aggiungere il pangrattato, mescolando sempre e aggiungendo il resto dell’olio, fino a doratura. Sempre in cottura, mai rallentando di mescolare, si aggiunge il sale ad assaggio, il prezzemolo tritato e la polvere di peperoncino. Quando il tutto assume un colore dorato, spegnere il fuoco e coprire.
PASTA. Si mettono a bollire due litri d’acqua. A bollore si sala e si butta giù la pasta che deve cuocere otto minuti e si deve scolare quand’e ancora non del tutto cotta. Si rimette nella pentola, vi si mescola metà del condimento e si chiude tutto per qualche minuto. Si mette poi il tutto nei piatti, si aggiunge il condimento rimasto e vi si grattugia sopra la ricotta salata. Mescoli e adesso…perbacco, che mangi!




Nelle parole di Enrico Ghezzi la sintesi del giudizio espresso dalla giuria:
Felicetta. Che fa rima con ricetta. Felice ricetta. Con felicità diretta e semplice, l’autore gioca le infinite e allegre declinazioni e mutazioni della pasta, portandola a una bollitura mai scotta in cui lo scambio tra materie e codici, cibo e sesso, corpo e fantasma, avviene con serena distensione, in una ricettività cinica che tinge infine di un sapore cinerino lo sfavillio povero dei gusti.



L'attore palermitano Filippo Renda interpreta la ricetta della Pasta c'a muddhica durante la cerimonia di premiazione


Lo chef Pino Maggiore cucina per tutti gli ospiti di "A Grangola!" la pasta c'a muuddhica

Da "A GRANGOLA!", cerimonia di premiazione del concorso letterario di Villa Petriolo 2010 La gaia mensa

Il musicista Federico Giarrusso accompagna Pino Maggiore e Filippo Renda nella performance culinario-musicale della pasta c'a muddhica

Foto di Gloria Giampiccolo

mercoledì 21 luglio 2010

Calici di stelle 2010 a Fessina: un brindisi sotto l'ombra del Vulcano



In occasione di "Calici di stelle" 2010, la nostra Tenuta di Fessina organizzerà l'iniziativa "Cuntu, contastorie in vigna", percorso enoteatrale tra le vigne ottuagenarie di Fessina, in Contrada Rovittello, poste tra due antiche sciare semicircolari, colate laviche del passato che, come due grandi braccia, cingono il vigneto in un gesto quasi materno.




La Sicilia è da sempre una terra di racconti e di sfide. Un approdo per viaggiatori di mari in tempesta, una terra che è stata l’obiettivo di conquistatori orgogliosi e il miraggio per fuggiaschi impauriti e affannati nella ricerca di luoghi sicuri per il corpo e per l’anima, un luogo magico fonte di ispirazione per poeti e filosofi erranti. Terra che unisce principi e popolani nell’isola che ha l’infinito per confine. Terra ricca, natura straripante, civiltà sovrapposte, cultura profonda e complessa. Luogo di terra, di cielo, d’acqua e di fuoco. Da Euripide ai cantastorie, la Sicilia è un luogo in cui la ritualità e la teatralità aiutano in chiave psicanalitica a far proprie le inquietudini del vivere, e a guardare al futuro con la voglia di diventare più forti. Sul palcoscenico delle vigne di Fessina, il racconto di mille storie di uomini e donne.

Da "A GRANGOLA!", cerimonia di premiazione del concorso letterario di Villa Petriolo 2010 La gaia mensa


Al termine della performance itinerante con l'attore Filippo Renda, aperitivo-degustazione dei Nerelli della Tenuta di Fessina con assaggi di salumi e formaggi locali nell'antica bottaia della tenuta. A condurre la degustazione il nostro Federico Curtaz. Dalle ore 19.00 alle ore 21.30. Su prenotazione al n. 335 7220021. Biglietto a persona: 12,00 euro. I posti sono limitati: tre rappresentazioni per gruppi di 30 persone ciascuna.

E' davvero importante promuovere attraverso iniziative come ‘Calici di stelle’ il territorio dell’Etna, unico per le condizioni pedoclimatiche straordinarie che lo caratterizzano, capaci di donare vini di una qualità eccellente. La scelta di Tenuta di Fessina di abbinare il vino al teatro è determinata dalla volontà di valorizzare quanto possibile la terra meravigliosa che ci ha accolto, quest’isola così ricca di cultura e natura rigogliosa che sta in mezzo al mare e alle terre. ‘In-mezzo-alle-terre’ non è semplicemente una constatazione geografica. Mediterraneo significa ‘stare in mezzo’ a popoli, civiltà, comportamenti diversi che in questo ‘mezzo’ si relazionano. Quale strumento migliore del teatro per recuperare e trasmettere questa entusiasmante complessità?

Calici Di Stelle 2010 nella Tenuta Di Fessina

In contemporanea, nella notte di San Lorenzo, nel centro di Castiglione di Sicilia, degustazione dei vini della Muntagna: Tenuta di Fessina sarà presente con ERSE, Etna DOC 2008, e il nostro cru da Nerello Mascalese in purezza Il Musmeci.

Raccolta Rassegna:Press Stampa TENUTA DI FESSINA - Aggiornata a luglio 2010

E ai vini della "Montagna di fuoco" il giornalista Luigi Salvo dedica l'ampio ed interessante articolo "Un brindisi sotto l'ombra del Vulcano": "Lo straordinario territorio dell'Etna, dove i percorsi delle vigne sono stati tracciati dalla lava, ci regala vini unici grazie alle particolari condizioni pedoclimatiche che caratterizzano questa zona".

Tra i vini in assaggio per Calici di stelle a Fessina, anche il nostro Etna DOC Il Musmeci, che Luigi Salvo ha recensito sulla rivista DeVinis di luglio-agosto: “Fessina è un atto d’amore della toscana Silvia Maestrelli verso la Sicilia. Il vino nasce con l’intervento dall’enologo ed agronomo Federico Curtaz, le vigne di Contrada Rovittello di oltre 80 anni di età sono a 670 m. slm, affina 15 mesi in parte in botte da 36 hl e in parte in tonneaux. Dal vivo colore rubino, ha naso con eleganti note di rosa, ciliegia, amarena sottospirito, vaniglia e tabacco scuro. La bocca è fresca e poliedrica, minerale, dalla nobile trama tannica, è persistente nella lunga scia di gran fascino. Abbinamento con involtini di agnello. Prezzo consigliato in enoteca: 35 euro”.


DeVinis Luglio-Agosto 2010 - Un Brindisi Sotto l'Ombra Del Vulcano Di Luigi Salvo

martedì 20 luglio 2010

Sorsi d'Etna e di Toscana allo Shalai....l'articolo di Cronache di gusto



Da Amici a Fessina

Anche il giornale di enogastronomia on line Cronache di gusto presente allo Shalai Resort lunedì 12 luglio per la presentazione dell'intera linea di produzione di Tenuta di Fessina e Villa Petriolo.

Da Amici a Fessina


La giornalista Laura Di Trapani, dopo una visita nel pomeriggio alle vigne di Fessina, ha raccontato la degustazione dello Shalai nell'articolo "Sorsi di Etna e di Toscana":

"I vini di Tenuta di Fessina raccontati là dove nascono, dal filare di vite al bicchiere. Lo scorso 12 giugno si è svolta un’intensa giornata dedicata alla promozione della cantina, organizzata dai titolari Silvia Maestrelli, Federico Curtaz e Roberto Silva, in collaborazione con lo Shalai Resort di Linguaglossa.
L’azienda, che nasce dalla passione dei proprietari per la terra dell’Etna e per la viticoltura siciliana, comprende sei ettari e si trova in contrada Rovittello a 650 mt. s.l.m. Le ampie finestre di casa si affacciano su una vigna terrazzata regalando una splendida vista. Passeggiando tra gli alberelli, alcuni dei quali di circa ottanta anni d’età, si ammira il terreno, di una sottilissima polvere che sembra cipria nera, mentre l’imperfezione del vigneto,in cui si trovano diverse varietà di uva l’una accanto all’altra, ci evoca la storia e la tradizione di questi luoghi. Mascalese, Nerello Cappuccio, Carricante e Minnella convivono in armonia in un luogo dove il tempo si è fermato. L’affinamento avviene per metà in tonneau e per metà in botti grandi.
A raccontarsi da soli poi, i vini, che sono stati protagonisti della cena preparata dallo chef Giovanni Santoro che ha curato una selezione di piatti e li ha abbinati ai prodotti di Tenuta di Fessina e di Villa Petriolo, l’azienda toscana di Silvia Maestrelli, di cui Federico Curtaz cura l’aspetto tecnico.
(...)
Eleganza è stata la parola chiave della serata perché leitmotiv dei piatti e dei vini di queste due incantevoli aziende, tanto lontane fisicamente, quanto vicine in filosofia e cura dei dettagli. Curtaz si afferma il Valentino del vino siciliano e toscano, capace di cucire l’identità del territorio di appartenenza su ogni prodotto da lui creato".

(Laura Di Trapani)




Cronache Di Gusto - 19 07 2010 - Sorsi Di Etna e di Toscana - di Laura Di Trapani

The recent wine tasting at the Shalai Restaurant in Linguaglossa has generated many press articles.

Luigi Di Salvo on Wine Reality wrote “Silvia Maestrelli presents her wines from Tenuta di Fessina and Villa Petriolo” and Laura Di Trapani on Cronache di gusto “Sorsi di Etna e di Toscana”.


Two abstracts:

"Tenuta di Fessina's wines told from the vineyard to the glass . Last 12 July the owners of Fessina Silvia Maestrelli, Federico Curtaz and Roberto Silva, in collaboration with the Shalai Resort of Linguaglossa organized a wonderful wine tasting. The winery extends for 6 hectares on the Etna slopes in contrada Rovittello at 650 mt. From the ample windows there is a beautiful view: 80 years old vineyard grown at alberello. The varietals Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio, Carricante and Minnella live together in a place where time stands still. The maturation takes place in tonneau and in big barrels.
The wines were protagonist at the dinner prepared by chef Giovanni Santoro, who cooked delicious dishes partnered with the wines from Tenuta di Fessina and Villa Petriolo.
(...)
Elegance was the key word of the dinner because leitmotiv of the dishes and the wines of the two wineries, phisically different but close philosophically. Curtaz affirms as the Valentino of both Sicilian and Tuscan wines, able to "sew" the identity of the terroir on every wine he creates.".

(Laura Di Trapani)


"At the Shalai Resort of Linguaglossa on Monday 12 July Silvia Maestrelli presented her wines, the Sicilians from Tenuta di Fessina and the Tuscan from Villa Petriolo, well partnered with the dishes prepared by the chef Giovanni Santoro . About forty participants, among them many journalists, experts and wine lovers.
Federico Curtaz, winemaker and agronomist of the two wineries described the wines. (...)
We spent three beautiful hours with intriguing wines and delicious dishes which enhanced the wines' qualities.
The wine tasting was stimulating because the wines were produced in two different regions, from different varietals and terroir but with the same philosophy and care for details. The Sicilian and the Tuscan wines showed similarietes: elegance, finesse, respect of the origin varietals.
During the dinner at the Shalai Resort wine and food exalted one another showing two important common denominators: high quality grapes and respect of nature during vinification. I left with two wines in my mind: Il Musmeci and Golpaja".

(Luigi Salvo)

lunedì 19 luglio 2010

La presentazione dei vini di Tenuta di Fessina e Villa Petriolo a cura di Luigi Salvo...

Da Allo Shalai Restaurant


Un grande onore, ed un piacere, per noi avere il giornalista e degustatore di Wine Reality Luigi Salvo alla presentazione dei nostri vini di Tenuta di Fessina e Villa Petriolo allo Shalai Resturant lunedì scorso...



"Nel delizioso Shalai Resort di Linguaglossa Lunedì 12 Luglio si è svolta la splendida serata di presentazione dei vini di Silvia Maestrelli, i siciliani di Tenuta di Fessina ed i toscani di Villa Petriolo, magistralmente abbinati ai piatti preparati dallo chef Giovanni Santoro hanno espresso un raffinato connubio apprezzato da circa quaranta partecipanti tra giornalisti di settore, esperti e semplici appassionati. In un’atmosfera piacevolmente conviviale si sono degustati in sequenza dieci vini, Federico Curtaz, agronomo ed enologo, con passione ne ha spiegato la nascita, Silvia Maestrelli ha affidato a me il compito di descriverli organoletticamente. (...)
La produzione toscana proviene da Tenuta di Petriolo situata nelle colline a soli 40 km da Firenze, si estende su una superficie di oltre 160 ettari, suddivisi fra vigneti (14 ettari), oliveti (13 ettari), frutteti e boschi. Le vigne sono ad un’altitudine compresa fra i 150 e 200 metri con terreni di medio impasto e sassosi, le varietà coltivate sono Sangiovese, una piccola percentuale di Colorino e Merlot per la produzione dei vini rossi, Malvasia, Trebbiano Toscano e San Colombano per la produzione di Vin Santo del Chianti. La produzione siciliana deriva da tre diversi siti: le vigne dell’Etna di Contrada Rovitello a 650 mt. s.l.m., 7 ettari ad alberello con Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio, Carricante e Minnella, a Segesta in provincia di Trapani si trovano le vigne dello Chardonnay, mentre nella val di Noto le vigne del Nero d’Avola.
(...)
Sono così trascorse tre bellissime ore tra vini intriganti e piacevoli abbinamenti a preparazioni che ne hanno esaltato le caratteristiche. E’ stato sicuramente particolare questo tasting di vini prodotti in due diverse regioni, da differenti vitigni e terroir ma con la stessa filosofia aziendale. I vini toscani ed i siciliani, diversi tra loro, hanno mostrato punti in comune evidenziando eleganza, finezza e rispetto del vitigno originario. Nella serata dello Shalai Resort il vino ed il cibo si sono esaltati a vicenda mostrando due comuni denominatori di fondamentale importanza: materia prima di gran qualità e rispetto della sua trasformazione. Vado via pienamente sodisfatto con due vini che permangono più degli altri nella memoria Il Musmeci ed il Golpaja".

(Luigi Salvo)

Grazie infinite a Luigi Salvo per la grande professionalità e la competenza che ci ha donato curando la presentazione delle caratteristiche organolettiche dei nostri vini per tutti gli ospiti di Shalai Restaurant.

Wine Reality 16 07 2010 - Silvia Maestrelli Mette in Scena i Suoi Vini Di Tenuta Di Fessina e Villa Petriol...