Sister Saimon con due coppie di turisti danesi in visita a Villa Petriolo durante il loro tour per la Toscana
"Dietro ogni storia, si afferma spesso, c'è sempre un uomo; oltre il giacimento gastronomico c'è di sicuro un personaggio, avvolto di volta in volta in un grembiule bianco o in un camice o in un abito da lavoro sporco di latte o di grasso, di olio o di cioccolato. La scoperta di quest'uomo, della sua storia, della sua gestualità, dell'amore che trasferisce nel cibo, le sue rinunce, i suoi segreti, la sua ricerca per migliorare sono la colonna sonora che accompagna ciò che si degusta" Da "Il mestiere del gastronauta" di Davide Paolini
“Credono alcuni che il ben recitare consista nel parlar naturalmente come d’ordinario si parla; altri che dipenda dal declamare con voce alterata, con atti ricercati e con azione appresa come una specie di mestiere. S’ingannano e gli uni e gli altri.La natura debb’essere il modello, l’arte debbe essere il mezzo per imitarla”. Da “Teatro Domestico o vero Trattenimenti drammatici. Da rappresentarsi senza decorazione scenica per divertimento delle conversazioni e per istruzione della gioventù” del Conte Giovanni Giraud
Ci ha dato una grande emozione l’esperimento di "teatro domestico" ambientato per Calici stellea Fessina…
Filippo Renda, giovane e bravo talento palermitano, ha regalato ai nostri winelovers una vibrante interpretazione della famosa tirata della lucertola in “Non si sa come”, una delle ultime opere di Pirandello. Suggestivo palcoscenico naturale il nudo pozzo di pietra lavica a ridosso dell’antico palmento di Fessina, sospeso nel tempo, in un’atmosfera altalenante tra il presente e il passato, che ha amplificato quella dimensione doppia, quasi magica, che a Fessina si respira, la dimensione della realtà e del sogno, elementi alla base anche del magnifico testo del grande drammaturgo girgentino.
Vite ottuagenaria di Fessina
Una magia naturale che abbiamo cercato di far emergere, per Calici di stelle, attraverso l’abbinamento del vino dell'Etna col teatro, perché mi piacerebbe che Fessina divenisse, negli anni, una sorta di palcoscenico "domestico", come era in uso, mutatis mutandis, nelle residenze patrizie di tutti i secoli, dove si recitava in spazi teatrali improvvisati e dove un “semipubblico” di amici sensibili riusciva a godere di un’accoglienza familiare e del piacere di una recita privata, tutto allo stesso tempo. Questo il mio sogno per Fessina, un continuo CUNTU...per rintracciare e trasmettere la complessità avvolgente della cultura mediterranea.
Tra i nostri graditissimi ospiti, anche il giornalista di Milano Finanza Sicilia Umberto Ginestra, in compagnia di Giancarlo Conte, Vicepresidente dell’IRVV, l'importatore Alessandro Corso, gli amici Lidia e Ugo, Alberto, Maria, Nino,,…
....e il giorno dopo a Segesta con l’amica Alma Torretta, all’ombra di quel tempio di straordinaria bellezza che veglia i vigneti del nostro chardonnay NAKONE (ex-SE, a cui il Blog Grappolo Rosso dedica una nota di nostalgia QUI).
Libera docente di Storia del Cinema alla Facoltà di lettere di Besançon, Serena Gentilhomme, "quando non spaventa i suoi studenti assetati di horror all"italiana, scrive testi di questo tipo".
Al quarto concorso letterario di Villa Petriolo “La gaia mensa”, Serena si è meritata il seguente giudizio di merito, espresso dal critico cinematografico Enrico Ghezzi, Presidente di giuria: “Interiora. Qui il rito è etrusco misterioso ancestrale. E prova a indovinare lingua e carne del sacrificio, mescolandole per rievocare e scongiurare l'ombra e l'assenza”.
Quinto racconto segnalato
"Interiora" di Serena Gentilhomme
Aspro è il distacco da te, dal tuo volto bellissimo composto in un misterioso (ironico ?) sorriso, ma il dovere mi chiama oltre la cima di questa scala impervia, verso il nitore della luna crescente –profilo identico al tuo – irrorante i cipressi, le vigne, i colli e le alte mura di pietre sconnesse che rasento, di corsa, strappando ciocche di capperi che stritolo tra i denti: il sapore della tenera, acida carne dei boccioli è quello delle mie lacrime. Arrivo a casa esausta, ma pronta a compiere quanto promesso a te, rimasto solo in quella triste stanza che, stranamente, hai scelto come sala d'attesa, un locale squallido, spoglio, dove l'umidità affresca sulle pareti oscure forme – une delle quali m'incute un vago terrore profondo, come quello lasciato degli incubi dimenticati… Le nostre donne mi accolgono, mi consolano, mi lavano, mi rivestono di un abito di lino finissimo, laminato d'oro, stretto alla cinta da un corsetto bronzeo. Abili mani mi riuniscono i capelli a crocchia sulla nuca, ricoperta da una retina dorata. Sul mio seno ricadono due trecce. Cosi' ricomposta, entro nelle cucine. L'afrore e il fervore che vi regnano mi rinvigoriscono: i preparativi per il simposio di domani culminano. Nel ruggire dei fuochi, in uno sciame di faville, nello scoppiettare dei ciocchi e delle torce, i nostri undici cuochi, mezzi nudi e lucenti di sudore, spennano, scuoiano, sventrano e tagliano, ridendo, bestemmiando e lanciandosi certe loro oscene, innocenti facezie. Ancora non si sono resi conto della mia presenza: eretta sulla soglia, onusta di gioielli, osservo i bei corpi scolpiti dal sole e dallo sforzo che si agitano tra un bue appeso accanto a cinque lepri, un cerbiatto, dieci fagiani ed una capra parzialmente sventrata, la cui testa è stata posta su di un ceppo intriso di sangue, ai miei piedi. Il mio sguardo si perde in quegli occhi morti… Morti? No: quei globi di brace, come il rictus disperato, astuto delle labbra cascanti, sono quelli dell'Orco dal becco d'avvoltoio, dagli orecchi d'asino, dal cranio irto di serpenti, del divoratore d'anime di cui nessuno osa pronunciare il nome. Tukhulka. Il sangue mi s'agghiaccia e batto i denti. Ora capisco: l'oscura forma che si è disegnata sulla parete nel momento in cui ho dovuto lasciarti era la sua immagine… – Tanaquil? Davanti a me sorride il mio cuoco preferito, Pultuce: come sai, come sempre hai saputo – anche se non te l'ho mai confessato – questo bizzarro, vecchio fanciullo più giovane di me è stato il mio amante per molti anni, fin quando ha voluto. Ormai, le sue membra si sono appesantite, i suoi lunghi ricci rossi sbiancati, ma il bagliore dei suoi occhi verdi come il fiele d'un galletto è rimasto vivido. – Tanaquil, devi cucinare questo per l'offerta agli dei involuti: ordine di lui … – Fegato di capra? Prendo il vassoio, il coltello affilato – lo stesso che tu usavi per divinare – che Pultuce mi porge e une saliva famelica m'inonda le fauci: brillante, liscio, chiaro, di grana più fine del lino che mi avvolge, questa materia tremolante e perlacea esige di essere sezionata, snervata, sfaldata e lavorata a fondo, amorosamente, in un'orgia di profumi e di sapori – olio vergine, capperi, sedano, cipolla, sublimati da un vino bianco dal sentore d'agrumi… – Di capretto, via. Meglio di quello dell'agnello, l'ha detto lui. Credimi! Credilo! La lama splende di mille faci. L'ho appena immersa nel fegato per tagliarlo a fettine sottili, quando una vertigine mi assale. L'ardore, il fragore, il fortore della cucina scompaiono. Davanti a me si disegna la sagoma d'un'esile barca fuggente su di un'onda lieve, trasparente – inesorabile – che salpa verso una sponda nebulosa, in un battito d'ali immense et diafane, quelle della Lase, gli angeli della morte… – Attenta, non farlo bruciare! La bocca carnosa di Pultuce è vicinissima alla mia: fra noi due, un bucchero colmo di vino. Ne beviamo un sorso ciascuno: vispo e croccante, il nettare dorato sfrigola nella teglia dove il fegato della bestia si è trasformato in pasta mantecata aromatica, alla quale aggiungo qualche rametto di maggiorana. – Assaggia! – Divino. Assaporando il manicaretto che mi ha lasciato una scia di velluto profumato in bocca e in gola, ho sbirciato verso il cranio di capra dallo sguardo di fuoco, ed ho visto una piccola testa d'agnello dai mansueti occhi chiusi. Poi, credo di essermi addormentata: tutte le faci, tutti i fuochi erano spenti, quando mi sono ritrovata distesa su un triclinio dei convivi, con una coppa profumata in mano…
***
Una donna chiamata Tanaquil, della stirpe di Tagete e di Vegoia, avanza nella notte etrusca per raggiungere la spoglia di suo padre, l'aruspice Vel, nella tomba ch'egli ha voluta, contro la tradizione, disadorna e nella quale lei, la figlia dell'indovino iniziata all'interpretazione delle viscere, del volo degli uccelli ed ai misteri degli dei involuti, ha creduto riconoscere l'ombra di Tukhulka. Grande è il terrore che la pervade e la fa tremare tutta, ma niente la farebbe recedere: stringendo la coppa da cui si sprigiona un vivificante sentore di fegato commisto agli aromi delle erbe selvagge abbarbicate alle mura, Tanaquil sospira e si rassegna a scendere i ripidi, sconnessi scalini che la condurranno alla buia cella dove suo padre giace come un vecchio giglio reciso… Una fiammata l'acceca: Pultuce è davanti a lei, con una torcia in mano. – Vieni! Una dopo l'altra le faci splendono, illuminando scene di banchetti dai colori di carne e di festa, giù, sempre più giù, fino alla camera mortuaria dove l'aruspice sembra contemplare l'affresco della parete principale: un'esile barca, sospinta uno stormo di Lase, salpa sulla pace di un'onda incolore. Tanaquil s'inginocchia, posa la coppa votiva, contempla colui che fu Vel – e spera. Spera che quel misterioso sorriso scorra nelle sue vene e la sostenga. Spera che il vago paradiso delle Lase esista e che gli abbia schiuso le sue porte. Spera che quando le si schiuderanno quelle silenziose porte egli risorga davanti a lei, in un nitore di luna nascente, oltre la cima dell'impervia scala.
Questo racconto è dedicato alla dolce, arguta memoria di mio padre, Giulio Truci, medico, poeta e musicista (1914-2008) Serena Gentilhomme
“Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l'amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una VERità che non molti conoscono”. Primo Levi, da “La chiave e la stella”
“Presi tra due fuochi, da una parte il ricordo delle antiche arti leccarde, su cui preme la nostalgia e il rimpianto, dall’altra una scienza, che non è più una saporita sapienza, ma cultura nutrizionale, gli atti alimentari si sono inesorabilmente allontanati dai due caratteri princeps della gourmandise, l’esigenza della cerimonia e del comico. La prima come parodia assoluta del rigore scientifico, il riso come condimento che può far diventare commestibile il reale, che può operare quella transustanziazione di cui il mondo alla rovescia di giullari e poeti aveva capito benissimo il fine: affermare la sostanza che sorregge il senso del mondo”. (da “La sostanza del desiderio. Cibo, piaceri e cerimonie”. Di Gianni-Emilio Simonetti, Edizioni Derive Approdi)
Marzia Cikada. “Nasce in provincia di Roma, cresce in provincia di Pescara, vive in provincia di Torino ma ama le grandi città. Psicologa poco occupata nonostante il bisogno dei tempi, non se ne preoccupa e si lascia occupare dalla scrittura che è comunque sempre una gran bella terapia. Ama il buon vino e le tavole imbandite, le storie e lo zenzero. E’ parecchio vegetariana”.
Questo, nelle parole del critico cinematografico Enrico Ghezzi, il giudizio espresso dalla giuria del quarto concorso letterario di Villa Petriolo “La gaia mensa” per “Il Medhni di mia sorella”:“Un pranzo rituale, con posti lasciati vuoti apposta, e vuoti tra le sillabe lascia la finta balbuzie, e profumi resine zenzeri convertono l'assenza in presenza”.
Quarto racconto segnalato
“Il Mehndi di mia sorella” di Marzia Cikada
- Muoio! – dice Flavia buttando indietro la testa. Finge di svenire controllando la poltrona. I capelli atterrano sul cuscino come un paracadute di pelo rosso. - Non ci provare - risponde zia Aida bocca di risa e ciliegie -Ho ipotecato la casa per il matrimonio – e ride esagerata, perché Aida esagera in tutto. Anche da morta sarebbe più morta degli altri. - Vuoi farmi sentire in colpa?- fa Flavia resuscitata. - Certo. Con tutta la roba che c’è in cucina – e ride di nuovo, battendosi le mani sulle ginocchia. - Piuttosto accompagnami in cortile. Se non trovo 9 uova, a cena ci sarà brodo di pennuto - minaccia e io urlo un -NOO!- che fa tremare i vetri. Sono vegetariana da 6 anni, da quando a 5 riconobbi il mio amico Nestore in un piatto di coniglio in umido con patate. - Accidenti, ragazzina, sto scherzando! Ma grazie a te adesso troverò frittate per l’aia- Lamenta Aida, poi quando mi avvicino per chiedere scusa mi strofina contro i seni giganti. - ZiiZiiaaa- balbetto tentando di respirare. Flavia ride e Aida continua a strofinarmi. - Magari esce un genio - e ride finché non mi lascia andare lungo il tappeto e allora rido pure io.
Mi chiamo Matilda e sono una ragazzina fortunata. Ho capito che la vita prende il colore con cui ti dipingi la stanza e nella mia ho enormi margherite. Qualcuno dice che sono strana, perché mia madre è scappata ch’ero piccola, mio padre s’è suicidato e io balbetto. Vivo con mia sorella, di sette anni maggiore, ho l’insegnante di sostegno, la visita psichiatrica mensile e zia Aida. Per lei il mio solo problema è che non mangio pollo, il fatto che dopo la morte di papà ho dormito 6 mesi in un baule, mangiando solo caramelle, non le sembra la fine del mondo. Domani Flavia si sposa e temono mi richiuda nel baule. Ma Daja, il fidanzato indiano di mia sorella viene dal paese degli elefanti sacri e mi piace. Mi piace anche stare da zia Aida. Aveva un ristorante prima, poi il marito scappò con una cameriera. Adesso ha un vivaio e cucina solo per le occasioni come il Medhni di mia sorella. Dice che è una questione d’amore. Il Medhni è una festa indiana di sole donne, la sera prima delle nozze. Flavia dice sia un omaggio per Daja ma lui non può esserci. Cucineremo insieme, mangeremo insieme e decoreremo mani e piedi con l’hennè. A Flavia faremo i disegni più belli, per questo Antonia l’amica artista è venuta da Berlino. Qui l’aria sa d’azzurro e della cannella che zia metterà nel dolce, un semifreddo di banane per cui ieri ha preparato tante rondelle gialle.
- Vieni in cucina?- dice zia. La cucina è bianca e gialla, per metà è piena di fiori, l’altra metà è dove si cucina sul serio. Finestroni, grandi fuochi e tutto l’armamentario di schiumarole e centrifughe. E’ questa casa di zia, il resto è una dependance. - Tutto bene?- Mi chiede. - Sssì, tutù tutto bene – In cucina Antonia taglia verdure e fischietta. Sul fornello centrale fuma un liquido di fiori e vaniglia. Accanto il rumore di sedie spostate, stanno apparecchiando. Flavia fa capolino e chiede: -Come sempre Maty? – -Co co come sempre – rispondo stringendo le labbra. So che “sempre” intende. Da quando mamma e papà non ci sono, lascio sempre due posti vuoti a tavola. Per non fargli quello che hanno fatto a noi. Dimenticarci. Poi, come una star, entra Gemma. Bottiglie ovunque e trecce. -Scusate, gemelli strillanti , baby sitter in ritardo ma ho il vino!- cinquetta e saltiamo tutte di gioia. - Ho scelto vino bianco acidulo, fruttato e soprattutto un bel po’ alcolico. Così Flavia potrà dimenticarsi la libertà – e scoppia a ridere poggiando sul tavolo Vermentino di Gallura, Grechetto Umbro e Muller Thurgau. Antonia batte i piedi di piacere e Flavia ulula mentre Aida apre una bottiglia e versa a tutte un sonoro calice di liquore denso e profumato fatto da lei. - Ora siamo tutte. Brindiamo e che sia festa! - poi incita - Partiamo con le Tartallegre?- - Sì!- Facciamo coro. - Maty, tu siedi e apprezza – e mi spinge dove zio, nei tempi buoni, la spiava al lavoro. Poi tre, due, uno e inizia. Flavia sbatte uova e panna, Antonia aggiunge formaggio e yogurt, Gemma colora di zafferano. Zia stende la pasta brisée, Gemma e Flavia l’adagiano in stampini. Poi fanno girotondo intorno alle teglie, come per una conta di bambini. Antonia buca la pasta con la forchetta, Gemma adagia zucchina o peperone, Flavia spolvera di mandorle e fiori, Aida versa il composto, Antonia piega i bordi, Gemma spennella di latte la superficie. Come danzando. Rondella, fiori, composto. Rondella, fiori, composto. Finché non c’è più nulla da riempire e Aida inforna tutto. Scatto in piedi applaudendo e dalle mani in delirio il suono sale al cuore degli angeli. - Bra brave! - urlo. - E adesso tocca a te – mi dice zia mentre Flavia m’infila un grembiule. Zia indica che fare. Mi passa una scodella d’uvetta, anacardi, datteri, albicocche disidratate, noci in ammollo da ore che io verso nel frullatore. Il suono di noci spezzate e l’arancio delle albicocche fa festa. Metto l’impiastro nella tortiera e lo batto con un cucchiaio. Quando stendo la crema di banane e cannella, capisco perché zia non ha più voluto cucinare dopo la storia della cameriera. Sarebbe stato avvelenare l’amore d’amaro. - Bene- dice zia - La torta in frigo, l’antipasto in forno, l’insalata pronta. Manca la salsa – - Io va va vado a meditare un po’- dico. - A parte la piccola Gandhi culo pesante qualcuna mi aiuta? – sorride. Si presta Gemma, Flavia e Antonia sistemano frutta e ornamenti.
Medito in salotto tra i profumi della cucina: la resina dei pinoli, il piccante della rucola, il pepe. Il suono del polso di zia Aida che batte melodico il mortaio accompagna l’incontro con mamma. Lei sorride, il mento lungo e quel profumo di zenzero e cardamomo. Le racconto la giornata. - Tu tutte insieme. Sta staresti stata beb bene- dico. - Cucinare mi fa paura- - Non ti ti piace?- - E’ prendersi cura di qualcuno, scapperei - - So sono passati tanti a a anni, ma magari sare sarebbe diverso- - No. Non saprei fare di meglio. Tu sei perfetta. Tua sorella e tua zia sono perfette. Io no. Ti incontro dietro gli occhi chiusi ma tenendoli aperti non riuscirei a guardarti. Questa cosa del balbettare poi.. - -Co cosa?- dico con un tuffo al cuore. - So che da tre anni non balbetti più. Continui a farlo perché io pensi che hai bisogno di me - e alza l’angolo destro della bocca. - Sei arrabbiata?- dico scoperta. - No. Ma vorrei smettessi di sperare che torno - - Sicura?- dico piangendo. - Sicura- - Ti voglio bene mamma- - Credimi, anch’io. Dai un bacio a tua sorella. E buon Menny - - Si dice Medhni mamma – la correggo ma è già via. Apro gli occhi e corro in cucina, urlo più forte dello sfrigolio dei fornelli. - Flavia! Flavia!- Zia spegne tutto e Flavia si avvicina come avesse già immaginata la scena ma in chiave pulp, con me che sanguino indicando il vuoto. – Che c’è? Tutto bene?- Faccio sì con la testa. - Mamma, dice che siamo perfette e ti manda questo - e la bacio sulla guancia di crema idratante e menta. Lei mi abbraccia. - Lo hai detto senza balbettare Maty!- si accorge Antonia. - Si. E’ il mio regalo di matrimonio – esulto. - Signore delle cucine questo è il giorno più fottutamente speciale degli ultimi trent’anni. Da quando imparai a fare il soufflè - Tuona Aida, cingendoci tutte con la voce. Ridiamo. - E’ pronto? – punzecchio. - Non è che senza te stessimo giocando a ruba bandiera – fa Aida strofinandomi ai seni. L’acqua per la pasta borbotta, tutte abbiamo il calore della cucina attaccato alla pelle. Poi zia urla - A tavola!- portando un enorme piatto di Tortallegre. Sono felice. Flavia si avvicina al mio orecchio per una domanda. - Pensavo, li vuoi ancora i posti vuoti? - Io ci rifletto, l’aria sa di vino e zafferano. - E’ un Medhni per sole donne. Puoi togliere papà- sentenzio mentre zia poggia la tortina fumante nel piatto. Flavia sorride. - Hai ragione. Non si può fare tutto in un giorno - e l’addenta suggerendomi di imitarla. L’accontento subito.
In quanto uno dei 20 Top Wine Blogger, anche DiVINando parteciperà al primo Workshop sul Vino 2.0 con produttori bloggers e tutto quanto è nuovo nella comunicazione il prossimo 2 ottobre a Firenze, nella cornice, che si promette splendida, di Wine Town Firenze 2010, 4 giorni di assaggi, dibattiti, congressi e manifestazioni sul vino.
Il convegno del 2 ottobre, in particolare, si trasformerà in un workshop in cui aziende e bloggers entreranno in contatto per chiarirsi e scoprire che parte del futuro del vino passa dal web, dai social networks e dai blog.
Questi gli argomenti trattati:
1) Le etichette, il packaging e la le campagne di comunicazione: hanno la “necessità” di adeguarsi continuamente ai mercati globali e ai nuovi pubblici, come segni esterni e di rappresentazione che raccontano e racchiudono la storia e la personalità di ogni vino e sono individuati come fattore, a volte determinante, per la scelta finale da parte dei consumatori. Raggiungere questi obiettivi di identificazione del prodotto è oggi parte integrante e strutturale nella storia e nella creazione di ogni vino. I problemi e le conseguenti soluzioni devono quindi essere affrontati (come avviene per altri prodotti) da professionisti del design e da team di esperti che tengano conto e sappiano condensare le molteplici necessità di mercato, di contemporaneità e di estetica, senza perdere di vista il senso della bellezza grande plus valore del Made in Italy.
2) I blog e il social marketing: i blogger rappresentano una realtà straordinariamente vitale e dinamica che contribuisce a definire prodotti e tendenze del mercato globale oggi. Da appassionati a collaboratori di molte aziende, leggere e utilizzare i blogger porta le aziende ad avere un quadro molto preciso del mercato che verrà. I social network (Facebook, Twitter, FourSquare,GoogleMe) e le loro applicazioni in mobilità rappresentano il nuovo mercato del futuro e le aziende saranno sempre più chiamate a investire in marketing “social” on line con mezzi e strumenti nuovi adeguati ai mezzi della rete, una operazione in cui lo studio dei blogger e delle loro fonti di informazione e di narrazione diventa fondamentale. Il mercato del futuro sarà un mercato dove un oggetto, un servizio, un prodotto vale perchè crea relazioni e fa parlare di sé: il mercato è conversazione e i prodotti sono oggetti sociali, elementi il cui valore non è stabilito a priori ma dal modo con cui riesce a relazionarsi con i propri destinatari e il mercato stesso.
E questi gli organizzatori:
Doni & Associati, studio di design e progettazione della comunicazione del vino tra i più affermati in campo internazionale che da più di 25 anni (caso forse unico al mondo) si dedica esclusivamente a questa mission. Simonetta Doni è docente di marketing e comunicazione del vino per varie Università e Istituzioni Andrea Gori quarta generazione di ristoratori a Firenze con la Trattoria Da Burde e blogger molto seguito, è conosciuto come “Sommelier Informatico” e come tale fornisce consulenza ad aziende e società nel campo del web, è docente del Master di Marketing del Vino alla Scuola Superiore di S.Anna. Nel 2008 è stato vicecampione Europeo Sommelier a Londra. Massimo T. Mazza Esperto di strategie di comunicazione e progetti speciali, ha realizzato e lavora ad importanti progetti e collabora con i maggiori professionisti in campo internazionale.
Partner Tecnici: Wikio: società francese leader Europeo nella indicizzazione di contenuti tematici sul web con sezioni specifiche per vari settori inclusi gastronomia e vino. Da Giugno 2010 presenta ogni mese una top 20 dei blogger più influenti della rete italiana.
Hagakure: società italiana specializzata nella comunicazione online innovativa di importanti brand italiani da Telecom, Fiat, Barilla e altri grandi nomi del Made in Italy. Si prefiggono di “trasformare i consumatori di una azienda da target a collaboratori costruendo relazioni durature basate sui contenuti, sulla qualità, sulla conoscenza reciproca”.
Che gioia, con l'arrivo delle vacanze estive, aver più tempo da dedicare alle proprie passioni, per me leggere e scrivere (oltre che fare vino, ça va sans dire)...
In luglio, alla redazione di SETTE del Corriere della Sera, "ventritrè italiani famosi" hanno suggerito come trascorrere l'estate in lettura: tra i tanti titoli, anche tre dei miei libri preferiti....in testa, l'intramontabile "Vino al vino" di Mario Soldati, a cui il concorso letterario 2009 di Villa Petriolo è stato dedicato!
Buona lettura e...scriveteci i vostri suggerimenti!
Loretta scrive di sé: “Sono un’avvocatessa abruzzese amante della scrittura. Scrivo storie e racconti da quando sono piccola ed è il mio espediente catartico alle brutture della vita. Sono Dottore di ricerca in Diritto pubblico e collaboro con la cattedra di Diritto pubblico dell’Università di Teramo. Amo molto viaggiare, nuotare, ridere, disegnare e dipingere, raccontare barzellette”.
Nelle parole di Enrico Ghezzi il giudizio espresso dalla giuria: “A Emile Zola Aix en Provence, luglio 1900. Dove si scopre, e a tratti direttamente vi si assiste, il lavoro del colore, i pigmenti che passano di sostanza in sostanza, di corpo e terra in tela e in parola”.
“A Émile Zola, Aix en Provence, luglio 1900” di Loretta Geslao
A Émile Zola Aix en Provence, luglio 1900
“Carissimo Émile, Puoi pensarmi senza un ritratto? Sono due giorni che non mi lavo le mani, sono imbrattate di tempera, mangio pere succulente e patate e poi dipingo. Molti anni sono trascorsi da quando noi eravamo amici. Cupo come mi credono tutti, ho ragionato a lungo sulla nostra storia, sotto «il pino sulla riva dell’Arc». «Ti ricordi il pino sulla riva dell’Arc, che protendeva la testa chiomata sopra l’abisso che si apriva ai suoi piedi? Quel pino che copriva i nostri corpi dalla luce arsa del sole…». Avevo diciannove anni, ma la scena era sempre la stessa, stesi sul telo a fumare, a pescare, a fantasticare di donne e di proibiti accoppiamenti, negli anni di Pastorale. Quello stesso canovaccio deve aver vestito anche Abramo alle querce di Mamre, quando comandava «tre staie di fior di farina, da impastare e farne focacce» per la mensa della Trinità di Rublëv. Io intanto rassetto i resti del pasto, e il loro disordine e mi sembra di avere intorno una bellissima natura morta, cose ben disposte sulla tavola assieme alle bottiglie ed alla stravagante frutta autunnale, quando l'aria brucia ed è estate. La stuoia di straccio l'abbiamo distesa sul prato, al dèjeuner sur l’herbe, con Victorine Meurent, insieme a Gustave Manet e allo scultore olandese Ferdinand Leenhoff, ed è diventato panno che copre la tavola, alla colazione del ristorante Fournaise con Aline Charigot e Angele, la modella e conoscenti ed amici, Lestringuez, Lhote, Caille-botte e gli altri canottieri, con Renoir, vicino alla Senna a mangiare pappa alle canocchie, sarde, acciughe e alici ripiene, anguilla allo spiedo e baccalà, gamberi alla menta e poi erbe aromatiche, timo, ginepro, e semi di finocchio e spezie e droghe: pepe bianco, nero, rosa, cannella, paprica e zenzero, cardamomo e germogli di «Mamao»... e su tutto chartreuse e vin brulé. Mi è tornata alla mente, mezzo ubriaco, la mia pittura. Così ho preso il mantile di lino e cotone e l'ho teso su un telaio di legno, un metro e mezzo per uno all'incirca, vi ho sparso colla di coniglio e poi due mani di imprimitura, l'ho gessato, vi ho posto insieme miele e olio di lino e l'ho fatto asciugare. Passeggiavano le idee aux beaux jours, all’ombra dei giardini in fiore, nel VII Arrondissement. Ho pittato colori fra i ricordi del Pomeriggio a Napoli, due giovani impegnati nelle fatiche d’amore e un servo nero. Ho usato la stessa tinta buia per i portatori di cibo, nel medesimo harem esotico dell’Oriente di Sardanapalo, della Cartagine di Salammbô, un “altrove” nel regno dell’orgia, della sfrenata liberazione dei sensi nel cibo e nel sesso. «Una grande ondulazione colorata, un abisso in cui l’occhio sprofonda, una sorda germinazione», desiderio e sensualità, una ridondanza di carni, di corpi, di argenti, di teli fastosi, come banchetti africani ai tempi della gloriosa Cartagine. «Accadde a Megara, quartiere di Cartagine, nei giardini di Amilcare». Ho schizzato il «velario di porpora a frange d’oro, disteso dal muro delle scuderie alla prima terrazza del palazzo», ho tratteggiato il palazzo «di marmo numidio screziato di venature gialle», disegnato «gli schiavi delle cucine, seminudi», i «crateri pieni di vino, anfore piene d’acqua» e perfino i piatti d’ambra gialla». «Una mistica lascivia si diffondeva nell’aria; già le fiaccole cominciavano ad accendersi in fondo ai boschi sacri; nella notte si sarebbe svolta una prostituzione generale; tre navi avevano portato cortigiane dalla Sicilia, e ne erano arrivate dal deserto». «La grande ampolla dorata al centro della composizione, e l’anfora azzurra a destra e i frutti sparsi sulla tavola poi grandi ampolle di elettro, anfore di vetro blu, grappoli d’uva con le foglie e limoni, melograne, zucche e cocomeri». Ho disperso sul tavolo tutte le mie arance rosse e rosa. Cibi afrodisiaci, sedano che accresce il desiderio sessuale, ostriche crude e banane che stimolano l’erezione, avocado, pianta dei testicoli, mandorle, mango, pesche e fragole, uova, fegato e fichi con cioccolato. Apparecchiatura di colore bianco, piatti dai bordi di perle, ceppi d’avorio, blocchi di neve che si sciolgono nei vassoi, carni sistemate su conchiglie, vassoi da cui si alzano colombe in volo. Forse ho ritratto anche dell’amore. «Sotto il melo ti ho svegliata; là dove ti concepì tua madre, là, dove la genitrice ti partorì» (Cantico dei Cantici 8, 5) «Qual melo tra gli alberi del bosco, così tra i giovani è il mio diletto, all’ombra sua, bramata, io m’assidio, dolce al palato il frutto suo» (Cantico dei Cantici 2,3) e poi mele, che cadono dal cielo sofficissime sulla tavola di neve. Zampilli d'acqua all’origine di tutte le cose. Esiodo e Talete di Mileto. «Madre-Acqua» a cui le donne si rivolgevano per avere figli; l’acqua della nascita, passaggio dall’indefinito al definito. «In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque» (Genesi 1,1), l’acqua «matrice di tutte le possibilità dell’esistenza». E un’altra mela color verde e oro, del tutto perfetta. Ricordo del paradiso perduto: la mela reale piena di succo, come il grembo di una donna, corre rotolando sulla mensa e raggiunge Eva. La sua tentazione. La tovaglia, allora, diventa lenzuolo. Storie di baci, accarezzi, palpeggi, spogli... Allora la dura tavola rende il piacere audace e crudele. Ma c’è pure del riso, della gioia: dalle più vaghe tenerezze alle più acrobatiche contorsioni dei corpi, il desiderio non sa mai in anticipo ciò che sarà spinto a fare. Si rallenta il passo, si abbassa la voce di colpo. Come sui gradini di una chiesa. Come dinanzi all’altare. Il linguaggio muto dei corpi. La secrezione. Quanto vi è di più segreto. Il piacere. Immagini affamate. I sette peccati capitali. Ogni angolo della tavola deve avere il sapore di un’opera d’arte, c’è il pane con granelli del caviale e le coppe di cristallo, filetto Strogonoff e salmone Pojarski. I nostri tempi effimeri e dorati, compendio concluso di gola e lussuria. Pasti afrodisiaci per erotici baccanali. I miei poeti Balzac e Flaubert, figurati in bianco e in giallo, stesi sopraffatti sul desco, discinti e ottenebrati. Tra i convitati ebbri, il duca Des Esseints, costernato per aver fallito l’amplesso fra le braccia dell’amante, cena in nero, listato a lutto, sorseggiando vino nero, per pietanze nere con salse nere, disposte a tavola da «negri ignudi». A destra, nel voluttuoso abbraccio di un mercenario, Cleopatra di Gautier, fatale, peccaminosa e sommamente crudele, che assaggia «murene ingrassate con carne umana, lingue di fenicottero e cinghiali ripieni di uccelli vivi». Quasi volando in fondo alla stanza incede il cuoco Escoffier che, al Petit Moulin Rouge, offre cavalli morti in battaglia alle erbe di campo, innaffiati d’assenzio. Dalle nuvole si sporge il giovane musico Bach. Suo è il suono del «clavicembalo ben temperato», 48 preludi e fughe e tutta la moltitudine delle scale, degli intervalli e delle tonalità in onore dell’anziano maestro Buxtehude che lo voleva suo successore all’organo della Marienkirche, a condizione, però che sposasse la poco avvenente figlia Anna Margaretha. Né Händel nè Mattheson, dopo aver visto Anna Margaretha, avevano accettato l’offerta. Anche Bach rifiutò. Ma gli dispiacque. E io l’ho issato sulla nuvola come uno stilita a sputare di sotto. Come me, con i suoi contrappunti, riflessivo e malinconico, nel preludio e nella fuga, austero e meditativo. Ci sei tu, con le tue parole di pietra, voltato di spalle e il tuo artista fallimentare Claude Lantier, che non sei riuscito a somigliarmi. Come lui, ninno la mia tela circonfusa di luce, fantastica e fiabesca. Sento tutti i profumi «.... e anche l’odore delle gocce, quando cadeva la pioggia, la sera, in agosto. Grazie a dio, siamo vivi!». Il bianco abbagliante mi colpisce sul viso - il sole, le nuvole, le cose dorate, me e il nostro destino. «Siamo in vita, amico mio!»… Paul Cezanne.”
Due coppie from Belgium: 'This is the real Tuscany!' - they said
“Chi entra in Toscana si accorge subito di entrare in un paese dove ognuno è contadino. Ed esser contadino da noi non vuol dire soltanto saper vangare, zappare, arare, seminare, potare, mietere, vendemmiare: vuol dire sopra tutto saper mescolare le zolle alle nuvole…”
Prosegue, su DiVINando, la pubblicazione di tutti i racconti che hanno partecipato al quarto concorso letterario di Villa Petriolo “La gaia mensa”. Buona lettura del secondo dei racconti segnalati, “Sale. Carne mia, Carne tua” di Cristina Trinci.
Cristina Trinci è nata ad Empoli nel 1979 e vive a Castelnuovo d’Elsa (Castelfiorentino, Firenze). Laureata in Scienze della Comunicazione, lavora all’Ufficio Relazioni con il Pubblico del Comune di Montelupo Fiorentino. Alcuni suoi racconti e poesie sono stati premiati in vari concorsi: Parole e Note (Biblioteca di Empoli, 2001), Ideadonna, (Comune di Asciano, 2003), I giorni del vino e delle rose, (Villa Petriolo, 2008), In-chiostro, (Biblioteca di Empoli, 2010). Cristina ama recitare e fare fotografie.
Questo, nelle parole di Enrico Ghezzi, il giudizio espresso dalla giuria del concorso 2010 di Villa Petriolo per il racconto di Cristina:"Sale. Carne mia, Carne tua. Sale di sapori e di odori, l'incanto di un piccolo cantico dei cantici che si costruisce in trasmutazione lirica tra letto e cucina”.
Secondo racconto segnalato
“SALE. CARNE MIA, CARNE TUA” di Cristina Trinci
Ode. Al piatto vuoto che attende. Ecco, mi prende, mi sale, mi scende.
Dove ho messo il sale? A destra in alto, no più in fondo, giù nella dispensa.
Alla forchetta impettita e pronta a trafiggere. Mi tiene, mi stringe, mi vuole.
Io voglio noce moscata. Ancora intatto l’aroma esotico nel guscio intero.
Spero. Io spero che questo abbraccio desiderato non mi tradisca. Spero. Io spero sempre. Per la tovaglia a quadri rossi e bianchi, per la bocca spalancata, per il giorno che migra verso un altro giorno, per il passaggio dell’esule dalla fame alla vita, per lo sguardo impunito di chi desidera.
Esalo con tutta me stessa gli odori intrecciati, sminuzzati, inestricabili. Rosmarino, salvia, sedano. Carota, buccia di limone, aglio bianco e cipolla rossa. Inspiro. Odoro.
Amo. Sento. Insieme. Carne mia, carne tua.
Viva questo trito di povere cose, viva questa comunione di intenti.
Gioisca ancora fra le tue braccia la mia persona intera. Carne, questa carne ora muore nell’olio, che sa di cipolla, violacea, di Calabria e di trecce lasciate asciugare all’aria, tra la bottega e la strada, da asciugare lacrime agli occhi.
All’altare del focolare domestico, per il quotidiano, per le mura che accolgono, per l’aria intrisa di odori, per il mio, per il tuo, perché ci sia solo il nostro in casa nostra.
Sa di carota, dura, magra e arancione. Fresca e leggera. Ma sa anche di salvia e di rosmarino, cresciuti alla salsedine, esposti all’acqua di mare, alla Liguria, terra madre. Sa di Sicilia, agrume giallo e allungato, ricolmo di succo acido, potente di spirito.
Perché avrei voglia di sola pace, perché al fianco della pasta che ancor cruda già si prepara, sposa, all’unione solenne con questo novello sugo, marito fra poco, perché insieme sposi, io e te, si possa dir noi per tutta la vita davanti.
Sa di lieve sedano, pallido e scavato nel suo corpo esile ma eretto. Sa di prepotente aglio, secco, da sfogliare, da trovare fresco nel cuore, da perdersi in una casseruola a fondo spesso, in terracotta, per cuocere lento.
Lento.
Lento.
Ma com’è lento il tempo di amarti. Di gustare ogni dito delle tue grandi mani ruvide e potenti. Com’è lento il poterti sentire, giù fino in fondo alle viscere, com’è lento l’accarezzarsi alla sera, davanti al fuoco di un amore ormai tenue. Come vorrei che fosse questo amore ancor più lento.
Lento il fuoco, bassissime fiamme si insinuano sul fondo di coccio, si spandono da sotto in questo crogiuolo di carne e odori e ne fanno tutt’uno. Uno solo. Un solo cibo.
Uniti come siamo, cosparsi di liquidi vitali e nostri, unici, felici. Liberissimi e caldi. Spero per me. Spero per noi. Spero di restare quest’unica carne, a vicenda contaminata e ormai una cosa. Una sola.
Ragù. Ragoût. Francia, francesi e suoni deformati. Adattati. Accenti rivisitati. Gusto, rigusto e vinco. Vinco il sapore che attraversa paesi e aggiunge ogni volta nuovi imperdibili lingue, volti e numerosi sguardi lontani. Salsa, sugo, sostanza fluida e peccaminosa. Da cospargere sugli spaghetti ogni giorno. Gratto la noce moscata, aggiungo passata di pomodori, rossi frutti del campo paterno.
Il tempo che si merita di cuocere è fatto di ore, intere, pazienti, silenti, appena borbottanti, lievemente. Poi, il sale.
Sale. Sale tutto, amor mio, quando di te e di me facciamo a tavola e nel letto un’unica cosa.
Cristina Trinci alla cerimonia di premiazione del concorso letterario di Villa Petriolo 2008 "I giorni del vino e delle rose": Cristina si è classificata seconda col racconto "Cammina, cammina"
Tra le menzioni di merito assegnate ai racconti del concorso letterario 2010 di Villa Petriolo “La gaia mensa” compare la segnalazione di "Tutto quanto basta" del Collettivo Krommyon Bliton.
Il Collettivo Krommyon Bliton è un gruppo di cinque amici (Serena Cambareri, Alessio Cannarozzo, Nicolò Guidotti, Alberto Franzin e Luca Frascarolo) riunitosi temporaneamente in tale forma con lo scopo di descrivere un convivio essendo un convivio, di raccontare gli spazi fra le parole e i profumi e i volteggi del gusto, sbrigliando gli attimi fra sensazione e condivisione, fra visione e sensazione resa pura nel giocare condiviso.
Questa la motivazione redatta dal Presidente di giuria, il critico cinematografico Enrico Ghezzi: “Tutto quanto basta. Non basta mai, invece, e il testo magnifico si ingozza della propria lingua, salmistrandosi in più modi fino a farsi giocare e bambinescamente sfigurare, perdendosi q.b. fino a far risuscitare il morto. La ricetta: tutto quanto basta fino a che nulla basti”.
Primo racconto segnalato
“TUTTO QUANTO BASTA” del Collettivo Krommyon Bliton
“La medicina antica non potendo curare i malati si accontentava di resuscitare i morti .” Jean Charles
L'incontro avveniva dopo anni e anni per una triste evenienza: il corpo del nostro giovane amico disteso esanime sul letto della stanza accanto; ci ritrovammo in quella casa sconosciuta, adunati da biglietti ingialliti del giallo d'una porta che scricchiola senza che mano la spinga. Erano le sue ultime volontà: cinque sapori per sei commensali: resuscitare un'amicizia comune mai realmente morta ricreando il condensarsi nell'ebollizione di gocce o la parabola del coperchio alzato, il disegno previsto - il prevederne il sentore sul capo chinato, il movimento delle tinte nella cottura e il frangersi di legami, e le nuvole artificiali di spume e arie che smagliavano lente il sapore. Tutto questo per un desiderio inesaudibile ai suoi sensi: per messinscena e realtà: per essere vivo pur se morto. Ognuno una ricetta, amoreggiamenti d'ingredienti a descrivere ciò che s'era stati per il defunto; e così il sapore scuro e vivo del cervo fra l'arancione della zucca in gnocchi di gel, il bianco del pollo e del formaggio fra senape di Dijon e rosso piccantino di cipolle, rombo in salsa di pinoli e barolo, uova strapazzate e crostini alle noci, e il bollito nel suo brodo, nel profumo color dell'onice. Nella trasparenza della stanza c'era la linea della casa, dell'albero sul corso o dell'oro del pane. E strali di recinti sotto i voli della carta scritta di ricette – o ricordi, per meglio dire – tanto conosciute da lasciarle quasi al caso, libere nella reggia bruna che le raccoglieva. E vociavano poi riflessi paglierini, latte, e curvando salsedine marina; e la densità quasi d'un acrilico sul vetro, e quindi il ritorno al bianco, incredibile - una freccia che tornava all'arco. Si parlava di Nizza, dei suoi violetti, di zucchero tra lenzuola e di blu simile a vene; e di camicie e pioggia sulla pietra, di appoggi severi eppure come asmatici. Voltolavano le viste, l'impasto e il brodo, simili come due riflessi d'una mano, il disegno abbozzato con la biro, quasi fumettistico se non Van Gogh: i colori materia di studio, i contorni come voci della materia. Si sarebbe detta una firma, quel disegno di vortici... Sbattere le uova era architettura, quasi cinema. Come a seguire il corso del fiume, verso vecchi compagni di scuola, collegamenti involontari, nascosti da uno scherzo. Il giallo e il bianco, e le sfumature del mezzo, il ritornare alla luminescenza di alcuni paesaggi infantili, a giochi con spade di plastica macchiate di rosso, cercando per gioco la nazionalità d'una risata, le scarpe con cui la voce correva sul silenzio d'altre stanze. Il blu e il viola, quasi il colore delle melanzane, e l'argento d'un anello, o di un viale di marmo – la consistenza immaginata di quel marmo –, gli aromi, come un fiume che dipanava accordi maggiori: sensazioni messe all'asta, comuni, nel riflesso velato nell'occhio d'un coniglio fra il fumo che calmo lasciava una scia. Il colore del cervo era odore di legno fra una penombra ebbra di mongolfiere strapiene a formare una volta, come a contenere il tempo delle lancette, come rotelle, e il rombo di ciò che passava senza scelta. Il sole aveva il suo trono sulle colline, grugnendo luce quasi umida: le tende rosse nella stanza, labbra in movimento languido, profonde e imperscrutabili alla sola vista, come sangue, come il movimento sotterraneo del petrolio e dei granelli più sopra. Sul tavolo più vicino pareva frusciare la boccetta del pepe, e v'erano riflessi i seni delle ragazze, il delta di cielo fra le salite percorse ogni mattina, un tempo, e poi il ricordo di scoiattoli intravisti troppo spesso per sorprendere. Campi di fragole, fori d'inchiostro fra le lettere: un pittore che amava le crepe degli intonaci, le gole, lo scendere dei sapori che si fanno energia scura e ammaliante di mistero; il calcolo d'una chimica quasi eroica, un terno di nuvole a coprire la testa del cielo. Quando ogni portata ebbe preso forma, d'un tratto sentimmo il suono della serratura, il giro che non avremmo dovuto riascoltare sino alla mattina seguente: entrò una donna con in braccio un bambino; nessuno di noi la conosceva. Era la sua compagna, il suo ultimo amore, così ci disse, mentre con sguardo calmo lasciò che il bambino cominciasse a correre con amabile inconsapevolezza tra le stanze aperte. Ognuno di noi la abbracciò, e il suo abbraccio aveva il profumo della notte. Ma ecco che mentre dai suoi occhi cominciavano a scendere lacrime, avvertimmo un trambusto ridente provenire dalla sala da pranzo. Il bambino stava nel mezzo tinto d'ogni nostro ingrediente, fra chiazze di passato e presente: aveva distrutto ciò che noi volevamo consegnare al tempo: tutto s'era riunito in varie proporzioni in un'unica indefinibile portata colorata d'ogni colore. Fra il silenzio, decidemmo d'assaggiare quel caos. Ed ecco che s'incendiò una risata d'estasi: sottratti delle vesti, i nostri paesaggi, d'ognuno, luccicavano in modo diverso e ondoso, a somigliare alla vita, all'arabesco d'un gustare nuovo e di nuovo antico, al rococò che ancora si ridisegna al solo ricordo. I sensi brindavano a un sentimento allineato nell'incavo del tempo - nell'onda d'una schiena flessa -: candeggiavano il foglio del Bianco estremo alla trincea di là dalla vista, al contempo. Bach si discioglieva: le lane dell'olfatto s'annodavano in gomitolo trasparente e ventoso più del vento: si faceva sale d'ogni separarsi, ché la sera scavalcava il giorno e il giorno la sera, di fuori. Era l'incandescenza della prima occhiata, sfumante - il ritagliare gli arti alle ombre da più parti slanciate. E lui strappò il tempo: rinacque svegliato dalle nostre risate, dalle mani del bambino. Si sollevò dal letto, stiracchiandosi ricongiungendo gli arti al flusso di vita, fra le nostre risate e le nostre vertigini. Come lumache, le lacrime di gioia erano lente fra le rughe, i calici ripetevano quasi il rodeo delle stelle, numerando il percorso d'un sapore provato sino in fondo. L'allegria comune camminava come un granchio e aveva le forme svelte e morbide d'un coniglio, e il cappello di profumi sotto il quale brindavamo era delizia di blu tondo e sensuale di alcuni stralci di quel nuovo gustare, in un lampo come in un viale tra case tranquille di pianura un vento da paese delle meraviglie. I primari tintinnii delle dita sulle strutture triangolari dei sorrisi ebbri, come incollati sul Sempre, ricreavano col movimento quasi il sapore della frutta. Era come vivere in un embolo d'erba cangiante nel colore. Le finestrone erano varchi per un corpo di cristo reale, energia e polvere di luci e chiome. Lo sterno della sera non ne nascondeva il battere, e su d'una tovaglia rossa ancora si mostravano tracce di Treviso accanto, accorciando la Geografia, a gocce di genepì, a sali e spezie e a fiori indiani. Si potevano forse leccare le onde radio trasmesse dalle posate nell'immaginazione. Moscerini color ferro straziavano acuminati e splendidi la dolcezza delle amarene, come somma di anarchie. I riflessi di certe cipolle come fischietti azzurri, tubi tarlati in una lingua di caucciù. Il retrogusto era la reazione a un testamento dove si insediava il germe del genio e poi uno stadio ulteriore di riscaldamento portato da rumore bianco, e scendeva come sulla linea di un'anfora morbida come vagina. Dal cortile gli alberi salivano, righelli infiniti verso il cielo a misurare il suono del respiro della terra, del succo d'uva sulle ginocchia e dentro botti clandestine, di folle di fiori gialli incrociati all'erba serale. Le ali di vapore erano stereofonia, rimedio a tre scherzosi satanassi che leggevano l'anima in musica negra d'amore. Tutto s'iniettava spore, poi la salvezza, il tuono, dottrina di poli estremi allo specchio. La crema della tappezzeria color avorio, una sezione di spazio sferico. Il pavimento salutava la struttura divina del cavolo verde con un bacio, costruendo infinito uno strappo, un vivere.
Ancora ansante, il cuore in gola, mirai esterrefatto, addossato alla muriccia, quell’incredibile immobilità silenziosa della campagna sotto la luna….Un sogno lasciato lassù, sotto la luna. Dalla “tirata della lucertola” (“Non si sa come” di Luigi Pirandello)
Ancora pochi giorni eI' vigne di Fessina diventeranno un palcoscenico naturale sotto le stelle per la notte di San Lorenzo, il prossimo 10 agosto.
Ad accompagnare il talento del giovane attore palermitano Filippo Renda, i Nerelli della Tenuta di Fessina, degustati nell'antica bottaia. Dalle ore 19.30.
Maggiori informazioni su CUNTU. Contastorie in vignaQUI.
E per chi volesse trascorrere Calici di stelle sull'Etna visitando più cantine, Cronache di gusto elenca le iniziative che si stanno preparando nell'articolo appena pubblicato a questo LINK.
In 2007 the province of Catania produced 180,000 hl of wine, among which 17,106 (9,5%) Dop, 18,175 (10,1%) Igp and 80,4% varietl wines. The yield is 56,7 hl/hectar. La production of Dop Etna in 2007 was 16,600 hl with a lower wine yield (37,6 hl/hectare). Wineries in the province of Catania are 115, 16,9% of Sicily's production. The bottles produced are 9.1 millions, among which 7.8 millions in the 22 in the Etna region. Almost half of them (49,1%) are very small, with a maximum production of 10,000 bottles. (…)
Conclusions
With the exclusion of the Etna, in the rest of the province the production is not well known. (…) If we compare the low yield of the Etna region (37.6) with the average of Veneto (114.3 hl/hectare), we realize that in order to gain the same, the Etnean wine producers should sell their wines at prices three times superior of North Italian wineries, and this is possible only if we stree on quality wines". (Salvatore D'Agostino)
Ahinoi, le piccole quantità nella quali produciamo Ser Berto ci hanno pregiudicato la vittoria del premio Rubino Mediceo 2010 per il nostro Merlot in purezza!
L'Assessore all'Agricoltura del Comune di Cerreto Guidi Valentina Picchi ce ne ha data notizia nel corso dell'incontro organizzato dall'Amministrazione con i produttori partecipanti al concorso enologico di quest'anno.
Ser Berto, prodotto in sole 1.500 bottiglie da Merlot in purezza coltivato nelle vigne di Villa Petriolo, non è riuscito a farsi incoronare alla stregua dei suoi colleghi Chianti Rosae MnemoSis e IGT Toscana L'Imbrunire, rispettivamente miglior miglior vino rosso DOC e DOCG e migliore dei vini IGT rossi provenienti dal territorio del Montalbano.
Per Firenze4ever, l’evento organizzato dal patron del negozio Luisaviaroma Andrea Panconesi, bloggers di tutto il mondo sono approdati in Italia per confrontarsi sulle ultime tendenze in fatto di moda. Tra i tanti arrivati a Firenze, il fashion guru filippino Bryan Boy, animatore di un blog che conta infiniti lettori quotidiani, innamorato dell’eccesso, del colore, delle stampe di Michael Angel. E dalle pagine del suo www.bryanboy.com detta il nuovo trend: bijoux e cappelli per la nuova stagione… Oui, j’adore! Date un'occhiata al suo blog, insieme a www.theblondesalad.com della fashionblogger cremonese Chiara Ferragni!
Anche quest'anno, grazie alla collaborazione con il Circondario Empolese Valdelsa ed al sostegno dell’Istituto Superiore Statale Federigo Enriques di Castelfiorentino, il concorso letterario Villa Petriolo "La gaia mensa" ha previsto una sezione speciale, riservata agli studenti dell’Istituto Superiore Statale Enriques, dal titolo “Il vino dell’amicizia”, dedicato a tutte le opere aventi come oggetto i valori della convivialità, dell’ accoglienza, del piacere di stare insieme con semplicità e franchezza. Un omaggio alla buona cultura alimentare anche tra le generazioni più giovani.
Per l'edizione 2010 del nostro concorso, ha vinto la sezione speciale, riservata agli studenti dell'Enriques, la studentessa Virginia Gianchecchi, nata nel 1992 a Empoli (Firenze). Virginia abita a Castelfiorentino, dove frequenta l’ Istituto Federigo Enriques.
PREMIO SEZIONE SPECIALE “IL VINO DELL’AMICIZIA” Istituto Superiore Statale Enriques
“Tutto finì con zach” di Virginia Gianchecchi
In una mattina di mezza estate, nella pasticceria Viola erano tutti in subbuglio. Il pasticciere Matteo stava preparando tutti gli ingredienti per creare me, un pan di spagna, per il matrimonio di sua figlia. La mia preparazione era facilissima per lui che sapeva gli ingredienti a memoria, per le svariate volte che l’aveva preparata. Dopo che erano stati assemblati tutti gli ingredienti per la mia creazione, ero così liquida che ogni piccola scossa mi sciaguattava tutta. A questo punto sentii una vampata di calore così forte da bruciarmi e cominciai ad urlare: "Fatemi uscire, ho caldo! Tutto brucia qui dentro!". Mi rispose qualcosa sopra di me: "Stai calma, tanto finché non sarai cotta e abbronzata non puoi uscire dal forno", era un altro pan di spagna sopra di me. "Cosa è un forno", chiesi. Mi rispose che era una macchina per far abbronzare le preparazioni liquide. Mi disse che saremmo andati a formare la torta nuziale della figlia del nostro creatore. Una vampata di aria fresca mi fece venire i brividi: era un altro pan di spagna per la composizione della torta, più grande di noi due messi insieme. Avevamo tutti e tre una forma rotonda, anche se di grandezze diverse. Io ero la mediana, il pan di spagna che avevo sopra era un po’ più piccolo e quello sotto era grandissimo, sicuramente lui la base. Quasi a metà cottura misero nel forno un piccolo pan di spagna: era striminzito rispetto a noi. Lui avrebbe formato di certo la punta della torta. Finalmente, dopo trenta minuti di calore soffocante, uscimmo da quella specie di scatola e Matteo ci poggiò sul tavolo, togliendoci dai nostri stampi. Era come sentirsi nudi. Eravamo di un marroncino tenue e, visto che ci confondevano, per chiamarci avevamo deciso di darci dei nomi. Per me fu deciso Giulia, per quello grosso Ermes, per il terzo pezzo Mary e, per il più piccoletto della torta, Gino. Mentre noi quattro ci conoscevamo meglio, il pasticcere stava portando un mucchio di roba sul nostro tavolo, così chiesi: "Sapete a cosa servono tutte queste cose?" Mi rispose Ermes: "Servono per decorarci tutti, con queste cose diventeremo una torta bellissima!" Sul tavolo c’erano fiori finti rossi e blu, una glassa argentata e una bianca e un contenitore d’argento per la base della torta. Nel frattempo, Matteo portò una spatola, un coltello e degli spiedini. Cominciò a preparare Ermes, con il coltello gli tagliò il marroncino della cottura e rimase tutto di un giallo intenso. Dopodiché, Matteo lo poggiò su una grata e lo ricoprì perfettamente di glassa bianca senza lasciare neanche uno spazio vuoto. Infine, lo mise in un frigo gigante. Fece lo stesso lavoro anche con me, Mary e Gino, e ci mise in frigo insieme a Ermes. Eravamo tutti ricoperti di questa crema gelatinosa e bianca. "Vi ha fatto il solletico quando vi toglieva la pelle?" chiese Gino tutto contento ed esuberante. "Non proprio, ero spaventato perché non sapevo cosa mi potesse fare" rispose Ermes. "Si! E poi quando mi dava la glassa sembrava un massaggio" risposi. Mary invece sembrava scocciata, arrabbiata, le chiesi se c’era qualcosa che non andasse e lei rispose: "Secondo te, Giulia?! Ero tutta abbronzata, avevo un bel colore e ora mi ritrovo bianca neve" Ci guardammo stupiti perché Mary era arrabbiata per una cosa per noi banale. "Mary, non devi essere in collera per ciò che è successo. La nostra crosta colorata va sempre tolta dalle torte per dare la glassa", le spiego Ermes. "Sei sicuro?" chiese Mary. "Sì, sicurissimo", rispose Ermes. Non so quanto ci lasciò li dentro, ma quando ci tirò fuori eravamo di un candido da far invidia alla neve. Matteo cominciò ad assemblare la sua opera d’arte. Ermes venne messo nel contenitore d’argento e io sopra di lui, bloccata con alcuni spiedini che facevano un gran male quando mi foravano. Con lo stesso procedimento, venne messa Mary sopra di me e Gino al primo posto della piramide. Con la glassa argento, Matteo disegnò su di me, Mary e Gino dei disegni strani, a motivi floreali, per riprendere i fiori che avrebbe messo dopo. Dopo aver terminato i disegni, ci riportò in frigo, non so bene il perché, ma pensai fosse per non far sciogliere la glassa. Passata una mezz’ora dentro quell’ armadio freddo, ci riportò sopra il tavolo. Su ognuno di noi pose un rametto di rose e altri fiori per completare la torta per il matrimonio di sua figlia. Una vocina stridula disse: "Poveri voi, alla fine non ne rimarrà nemmeno un pezzo". Erano le rose sopra di Mary. Gino ribatte subito: "Perché dite questo? Cosa ci succederà?" "Come siete ingenui. Dopo la cerimonia verrete mangiati interamente. Noi, invece, la scampiamo sempre", dissero i fiori sopra di me. Allora Mary chiese: "Perché ci mangeranno? E perché voi no?" Risposero: "Semplice. Noi siamo una decorazione non commestibile e ci scartano sempre. Voi siete la torta che verrà servita agli ospiti". Mentre stavano parlando, il nostro trasporto verso il ricevimento era già iniziato. Nel furgone c’era l’ aria fredda, per non farci sciogliere. Ognuno di noi stava già pensando a cosa sarebbe successo. Arrivati a destinazione, ci posero su un tavolo imbandito di dolci. Gli ospiti si stavano avvicinando per ammirarci. La nostra ora era quasi giunta, anche gli sposi venivano verso di noi e un cameriere ci pose accanto un coltello grandissimo per tagliarci. Tutti gli ospiti si stavano complimentando per la bellissima torta, i fotografi erano tutti intorno a noi e scattavano foto da ogni angolazione. Salutai tutti e tre i miei amici pensando che il taglio avrebbe potuto fare male, o cosa sarebbe successo. Tutta la nostra vita si concluse in poco più di due secondi. Si alzò un gran boato quando gli sposi sollevarono il coltello per tagliarci e quello che rimase fu…“zach!”.
"e penso a te, mio piccolo amore, alla dolcezza del tuo sorriso, ed al mattino che ci risveglia, per te dipingerà un arcobaleno, che avrà i colori, ed il profumo del mare, i colori, ed il profumo del mare..." Nomadi
Isola Piana, una lingua di sabbia che unisce la Sardegna e la Corsica...mi accompagna il profumo della macchia mediterranea, il mirto, il rosmarino selvatico...
il mio lavoro mi ha permesso di abbattere quelle barriere che separano la serietà dall'allegria, il lavoro dal divertimento. Il vino è quello che mi piace fare, lavorare con serietà e professionalità, scherzare, giocare, creare, liberare la fantasia....
Perchè questo è il modo per sentirmi me stessa, essere in armonia con gli altri in ogni momento della mia vita.