domenica 31 ottobre 2010

Il "rituale domenicale" di Agnese Ciccone per La gaia mensa, il concorso letterario 2010 di Villa Petriolo



Buon Halloween con il racconto di Agnese Ciccone "Rituale domenicale", in concorso per La gaia mensa, IV edizione della competizione letteraria organizzata da Villa Petriolo e conclusasi a luglio.

All'etichetta "Racconti 2010 Concorso letterario Villa Petriolo" tutti i racconti in gara, anche nei mesi a venire.


Agnese è nata ad Arezzo e vive ad Alberoro (AR). Diplomata al Liceo Classico Francesco Petrarca di Arezzo, attualmente è in attesa di laurearsi al corso di Mediazione linguistica e culturale dell’Università per Stranieri di Siena.



Racconto "Rituale domenicale" di Agnese Ciccone


Francesca corre. Scavalca con un salto Pastore, il vecchio cane che dorme accovacciato al sole, tra le felci secche. Molti non riescono a vederlo, perché vi si mimetizza come un camaleonte, ma lui c’è, e, nonostante di solito sia buono come il pane e si lasci persino tirare le orecchie dai pargoli più piccoli che si appendono come un campanaro alle corde della sua campana, se gli pesti la coda può rivelarsi particolarmente cattivo.
Il cane alza la testa per guardarla, con un interrogativo nei suo occhi liquidi. Di solito Francesca non gli lesina mai una carezza quando passa di lì, ma stavolta non si è fermata.
E’ in ritardo e lo sa. L’orologio della chiesa sta quasi per battere le nove, ma lei ancora non è arrivata. Francesca durante la settimana studia a Napoli, ma la domenica torna a casa. Si tratta di un giorno molto importante, perché è l’unico in cui finalmente si può mangiare tutti insieme. Francesca di solito prende il treno prestissimo per poter arrivare in orario, ma dopo il treno c’è il tragitto in autobus, poi deve farsi ancora una mezz’ora buona di cammino perché la fermata si trova in fondo alla strada… quel giorno però l’autobus ha fatto ritardo, e lei deve riuscire a trasformare la mezz’ora in dieci minuti. Arriva trafelata mentre l’orologio sta ancora battendo le nove. Le sorelline sono già allineate in cortile come un plotone in attesa di cominciare la battaglia. Elisa le lancia un’occhiata di rimprovero. Ma quello che importa è che sia arrivata in tempo. In quello stesso momento infatti la nonna sta scendendo dalla strada che conduce al mulino con il sacco della saraolla che ha portato a macinare. Tutti al paese le dicono sempre che è una cosa antiquata, che la farina di semola la può sostituire benissimo e inoltre è più comoda perché si può comprare già pronta al supermercato, ma la nonna ci tiene che per il pranzo della domenica si utilizzi farina di saraolla appena macinata. La domenica infatti è il giorno della pasta fatta in casa, dei cicatielli, e per questa occasione tutta la famiglia, dai più anziani ai più giovani, vengono riuniti. Ognuno ha il suo compito, nessuno sta con le mani in mano. La nonna posa il sacco a terra. E’ il segnale, tutti prendono posizione.
La prima cosa da fare è setacciare la farina in modo che non si formino grumi nell’impasto. Le addette al setaccio sono le più piccole, che si divertono un mondo ad eseguire questo compito, utilizzando un setaccio più grande di loro, simile a quello che si vede ormai solo nei libri di fiabe (chissà, forse pensano che anche loro da grandi, proprio come le principesse del libro, indosseranno bei vestiti e vivranno in castelli di pietra in attesa del loro principe); bisogna poi formare un monticello con la farina setacciata e farci un buco in mezzo “come il Vesuvio” spiega la nonna alle incaricate speciali, frugolette di sei-sette anni, che ficcano con gioia le dita nell’ammasso cedevole di farina e si occupano anche di versarvi sopra dell’acqua tiepida (pian piano però, perché l’acqua deve restare dentro il buco e non uscire fuori ). Bisogna poi “rimboccare” la farina, cioè mescolarla con l’acqua proprio come se si stesse rimboccando una coperta. Si aggiunge altra acqua, finché l’ammasso non raggiunge una giusta consistenza. L’impasto deve essere elastico “come il lobo di un orecchio” dice la nonna (con il risultato che tutti i bambini se lo toccano, sporcandosi immancabilmente la faccia e i capelli di farina) e non appiccicarsi alle dita. Rimboccare è compito esclusivo della nonna e della più grandi, cioè di lei ed Elisa. Dopo aver mescolato bene, si formano dei salsicciotti lunghi e sottili (cingoli) da dividere in pezzetti piccoli, che devono essere “cicati” (accecati, cioè resi cavi) con due o tre dita. A questa operazione può partecipare chiunque, indistintamente dal sesso o dall’età: c’è da prepararne tanti, perché tutti devono mangiare
Mentre lavorano, la nonna racconta come questa pasta sia nata dal desiderio di una femmena di vendicarsi del marito traditore. Dopo aver sfogato la sua rabbia “accecando” la pasta (come avrebbe voluto fare con il marito, probabilmente), questa signora aveva cucinato un sugo talmente buono che il marito fellone era tornato da lei “con la coda tra le gambe”(mentre dice questo c’è Pastore che la guarda con sospetto, pensando che si parli di lui).
Ecco la mamma che arriva con un fagotto umido avvolto in un panno, che tiene tra le braccia dolcemente, come un bambino. E’ il criscito, la pasta madre (“Naturalmente si chiama così perché è lei che se ne incarica” pensa Elisa) che serve a far lievitare il pane. Dopo aver aggiunto altra acqua e farina, si lascia “dormire” l’impasto per qualche ora e poi si cuoce nel forno di pietra già scaldato ben bene dal fuoco. E’ un fuoco buono e forte, fatto di rami secchi e maturi. Il papà, previdente, ne ha preparati due fin dal mattino presto, uno nel forno, l’altro in mezzo al cortile, dove sta bollendo il pentolone di acqua salata che presto accoglierà la pasta. Le bambine stanno a guardare con occhi spalancati il calderone contenente il filtro che trasformerà magicamente l’acqua e la farina in cicatielli. Ma non c’è tempo da perdere, bisogna apparecchiare la lunga tavola di legno! Quando tutto è pronto, finalmente ci si siede, ognuno al posto destinatogli (i nonni a capotavola e i nipoti più giovani accanto a loro).
Da mangiare ci sono i cicatielli, che vengono pescati con la schiumarola direttamente dal pentolone e serviti belli caldi (e ancora leggermente umidi) inondati di pomodoro fresco. Segue come secondo il coniglio (cuccio) ripieno. Il tutto è accompagnato da pane appena sfornato (per pulire ben bene i piatti) e vino in abbondanza. Il vino lo hanno preparato l’anno passato, verso la fine dell’estate, pestando l’uva con i piedi. Il mosto ha riposato per molto tempo nelle grandi botti di legno.
“E’ il legno che dà al nostro vino il suo sapore speciale” dice sempre il nonno, orgoglioso. Ma da che albero si ricavi questo legno, non lo vuole mai rivelare. E’ un vino dolce e generoso, un po’ troppo forte forse. La mamma si oppone sempre al fatto che i suoi figli bevano il vino, ma la nonna dice che è la loro ricompensa per aver lavorato tanto, e che un po’ di vino rosso fa crescere sani e robusti. Allora per non scontentare nessuno si dà un dito di vino a tutti, anche ai più piccolini, con quattro dita d’acqua, così si illudono di essere diventati grandi anche loro. Per finire, come dolce, c’è la pastiera di riso della mamma.
Tutto ciò viene mangiato tra l’allegro cicaleccio dei piccini, che raccontano le loro scoperte di quel giorno (la gallina che ha deposto le uova in un luogo segreto, il formicaio che è spuntato all’improvviso, la colonia di coccinelle), il borbottio del nonno (brontola sempre su chiunque e qualunque cosa, ma in fondo è buono e contento di essere circondato da “un’allegra nidiata”) e le chiacchiere delle donne, che parlano fondamentalmente di tre cose: vestiti, cura della casa e dei figli. Francesca ed Elisa si trovano in una posizione “intermedia”, nel senso che non sono più così piccole da interessarsi ai discorsi delle bambine, ma neppure così adulte da poter parlare con le signore. Alla fine però a loro non importa, perché sono abbastanza impegnate a badare che i frugoli non cadano dal seggiolone, a pulire mani e visi sporchi, a salvare bicchieri di vetro da una morte certa e altre amenità del genere. Tutto ciò con tre pargoli in braccio e altrettanti che pretendono di arrampicarvisi. Quelli un po’ più grandi allungano di nascosto sotto la lunga tovaglia ossa non ancora spolpate ai gatti della casa che li guardano con occhi gialli e supplichevoli (ma zitti mi raccomando! E attenzione alla nonna, che non guardi da questa parte!) mentre Pastore osserva la scena con aria dignitosa e sprezzante, quasi a voler dire che lui non si abbassa fare certe cose.
“Di certo non è un pranzo noioso” pensa Francesca. Non vi rinuncerebbe per niente al mondo.


sabato 30 ottobre 2010

Alla Cantina Giudamino "SORSI DI..VINI DI TERRA…SICULA” con Tenuta di Fessina. A Mesagne il prossimo 5 novembre


Vino di colore e odor di rosa, mescolato all'acqua
ti mostra stelle fra raggi di sole.

Ibn Hamdis, poeta arabo-siciliano dell’XI sec.


Si prepara un appuntamento immancabile per gli amanti delle eccellenze enogastronomiche in Puglia. L’ennesima tappa di “Sorsi di…vini di terra mia”, ciclo di incontri conviviali ideato ed organizzato dalla Cantina Giudamino di Mesagne, sbarca in Sicilia. Ospite della famiglia Dipietrangelo-Biscosi il nostro Federico Curtaz.

Protagonista assoluto di questo appuntamento mesagnese sarà il territorio, la Sicilia, con la sua terra ed i suoi vigneti, il suo sole ed il suo calore, i colori delle terre, delle albe e dei tramonti, i luoghi noti e quelli ancora non trovati. Alla scoperta di un percorso alla ricerca di qualcosa di nuovo, di una nuova interpretazione dei vini siciliani.

La serata, con inizio alle ore 20.30, vedrà abbinato ai vini della nostra Tenuta di Fessina, introdotti da Federico, un menu realizzato con prodotti “di terra mia”.



Con gli “antipasti mediterranei”, lo Chardonnay Nakone (ex Se) prodotto a Segesta e l’Etna DOC Erse della Tenuta di Fessina.
In abbinamento al risotto “ai colori d'autunno”, l’ Etna DOC Il Musmeci 2007, selezione di Nerello Mascalese prodotto dalle viti più vecchie della tenuta in Contrada Rovittello.
Il “filetto adagiato nell'orto” verrà esaltato dal Nero d’Avola in purezza Ero, coltivato nei vigneti dell’azienda posti in Val di Noto.
Dulcis in fundo, “peccati di gola di Giudamino” con il Vin Santo del Chianti DOC 2004 della mia azienda toscana Villa Petriolo.




INFO:
Giudamino Cantina
VIA FLORENZIA, 62 - 72023 Mesagne (BR).
tel: 0831 738653
e-mail: giudamino@libero.it


Schede Tecniche Vini Tenuta Di Fessina

venerdì 29 ottobre 2010

Per fare il vino ci vuole l'uva...



I compiti per casa della mia Principessa...li ha chiamati: i miei "studio" sull'uva...

giovedì 28 ottobre 2010

"Muovesi l'amante per la cos'amata" . Il debutto di Serberto a MondoMerlot

Da Villa Petriolo a MondoMerlot


Serberto 2008, il nuovo Merlot in purezza di Villa Petriolo, è reduce dall'importante manifestazione MondoMerlot, svoltasi ad Aldeno (Trento) nel we appena trascorso.




Tra altri grandi nomi dell' universo enologico, il Merlot di Villa Petriolo ha meritato un posto di rilievo. Presso il Castello del Buonconsiglio di Trento, sabato 23 ottobre si è inagurato l'evento speciale New Merlot – La rivincita del piacere, curato da Civiltà del bere e condotto dal giornalista Cesare Pillon.

Civiltà del bere - sett ott 2010 - SERBERTO di Villa Petriolo


Quattro produttori vinicoli hanno presentano le loro nuove interpretazioni del Merlot, due in anteprima mondiale e due debuttanti: oltre a Villa Petriolo, presenti Roberto Cristoforetti di Urlari (Toscana), Jacopo Biondi Santi di Castello di Montepò (Toscana), Paolo Marzotto di Baglio di Pianetto (Sicilia).

Da Villa Petriolo a MondoMerlot



Serberto è stato dedicato a mio marito, Roberto Silva - padre della mia piccola Lavinia e, da sempre, grande amante del Merlot - e all'appellativo che, durante il Rinascimento, si applicava, in segno di onore, ai componenti maschi della società, tra cui il padre di Leonardo Da Vinci, Ser Piero, la cui famiglia di orgine proveniva dal Montalbano, sulle cui colline il Genio universale ha vissuto la fanciullezza.



In etichetta, il simbolo dell'abbreviazione di "Ser" utilizzato da Leonardo Da Vinci nei suoi Codici. Un'immagine sobria, essenziale, per un vino che vuole essere un omaggio onesto alle potenzialità del territorio di origine. Laddove ci si confronta con correttezza, la terra dona, da sé, frutti meravigliosi. Una mano dell'uomo non invasiva, rispettosa, capace di far nascere ed emergere dalla natura il meglio che essa può regalare.




Il Merlot, coltivato nella migliore esposizione sulle colline di origine Pliocenica della tenuta, ha dimostrato infatti di sapere esprimere ed esaltare questo territorio. I terreni sabbiosi, sciolti, ma allo stesso tempo dotati anche di una buona presenza di limo ed argilla, consentono a qusto vitigno di produrre uve che, pur mantenendo inalterate le caratteristiche varietali, permettono di ottenere un vino elegante ed espressivo.
L’affinamento di Serberto avviene in tonneaux di legno nuovo da 500 litri per 15 mesi, per garantire un bilanciamento tra l’irruenza del tannino e l’invadenza del legno. “Il risultato è un vino molto piacevole, con un tannino fitto e setoso e strettamente legato all’ossigeno. Il legno si porta a spasso questo vino nel tempo”, racconta Federico Curtaz, autore di Serberto.

Serberto

Questo mio nuovo vino mi ha consentito di far pace col Merlot prodotto in Toscana, come recita il titolo di un articolo uscito su un noto giornale di enogastrononia online siciliano, Cronache di gusto, sul quale si parla della mia annosa 'antipatia' per un Merlot che non provenga dal suo territorio di storica e blasonata origine, il Saint Emilion. La mano gentile di Federico mi ha accompagnata però verso questa felice conversione: il grande 'seduttore abbandonato', come lo definisce Fabio Rizzari de L'Espresso, in Toscana mi ha riconquistata. Produrre Serberto è stato un modo per riannodare fili importanti con la mia terra, la mia famiglia, la mia identità: questa nuova avventura col Merlot mi ha aiutata ad espandere i miei confini, a rigenerarmi e creare. Serberto, così, diventa un' 'opera' compiuta, il frutto di un amore, tra la natura e l'uomo, l'uomo e la donna, che si uniscono e si fanno 'cosa medesima'. Un vino, un luogo dell'anima, dove placarsi e trovare riposo.

A Serberto sarà dedicata, nei mesi a venire, una comunicazione specifica, improntata alle contaminazioni tra l'arte e la cultura del territorio. Suggestioni antiche per sensibilità moderne.


«Muovesi l'amante per la cos'amata come il senso e la sensibile e con seco s' unisce e fassi una cosa medesima"
Leonardo Da Vinci





Debut of Serberto, the new Merlot monovarietal of Villa Petriolo.
Serberto 2008, the new Merlot monovarietal of Villa Petriolo, last week end participated in MondoMerlot, the event which took place at Aldeno (Trento).

At the Castello del Buonconsiglio in Trento, on Saturday 23 October took place New Merlot – organized by Civiltà del bere with the journalist Cesare Pillon. Four wineproducers presented their new interpretations of Merlot: together with Villa Petriolo, Roberto Cristoforetti of Urlari (Tuscany), Jacopo Biondi Santi of Castello di Montepò (Tuscany), Paolo Marzotto of Baglio di Pianetto (Sicily). Enclosed please find the article in Civiltà del Bere.

Serberto is dedicated to my husband Roberto Silva, the father of my Lavinia and great admireer of Merlot. "Ser" is the appellation which during the Reinassance was given to the male members of the family, among whom Leonardo Da Vinci's father, Ser Piero, whose family originated from the Montalbano hills.

On the label, the symbol of "Ser" used by Leonardo Da Vinci in his Codici. An essential image for a wine which wants to be an honest homage to the potentiality of the grape varietal in this territory.

Our Merlot is cultivated in sandy soil, rich in clay and silt, which enable this varietal to produce grapes which, while maintaining the varietal carachteristics, produce an elegant and expressive wine.
Serberto matures in 500 lt. tonneaux for 15 months, in order to balance the impetuosity of the tannins and the intrusiveness of wood. “The result is a very pleasant wine, with silky tannins. The wood accompanies this wine in time", says Federico Curtaz, the creator of Serberto.


This wine has made me make peace with the Merlot produced in Tuscany, as in an article pulbished on the Sicilian online wine&food magazine Cronache di gusto, on which is described my antipathy for a Merlot not coming from its origin, the Saint Emilion. Federico's gentle hand had lead me to this happy conversion.


Degustazione tecnica dei vini di Villa Petriolo a cura di Federico Curtaz: Chianti DOCG Rosae MnemoSis 2008 e Serberto 2008

mercoledì 27 ottobre 2010

Degustazioni..ad arte. Nakone 2009 e i vini di Tenuta di Fessina alla Galleria Spazioinmostra di Milano



Una serata splendida a Milano, alla Galleria Spazioinmostra di Federica Ghizzoni...molti amici, di antica data e nuovi, hanno assaggiato in questa bellissima location i nostri Nakone (ex SE), Erse e Il Musmeci della Tenuta di Fessina, per una degustazione di Federico condotta..ad arte!



Presentazione i' Vigne Di Fessina - Ita

martedì 26 ottobre 2010

Il desinare di nonna Anita

Da Il desinare di nonna Anita a Villa Petriolo

"Le regole, comunque sia, vanno rispettate, oppure violate, ma solo dopo essere state bene apprese: come fa il parlante o lo scrivente che si concede artifici retorici perché sa di saperli e poterli usare. E poi non aveva capito tutto Platone quando unificava nella stessa accusa retorica e culinaria! Perché che cosa sono le regole, nell'ambito della gastronomia, se non le ricette? E che cosa sono le ricette se non dei modelli, cui si volge lo sguardo dell'intelletto per riprodurre manualmente la realtà dei piatti?".
Da "La filosofia in cucina" di Francesca Rigotti


Nonna Anita amava cucinare. Se fosse ancora viva, oggi avrebbe oltre cento anni. Ma a 91 c’è arrivata. Preparando, instancabile, ghiotti desinari a Villa Petriolo.

Io e mia sorella Simona siamo cresciute respirando i profumi della genuina cucina di nonna Anita e innamorarsi della magia dei fornelli è stato, per noi fanciulle, inevitabile.



Io amo le torte. Amo assaporarle, adoro cucinarle. Un piacere particolare che mi riporta all’infanzia, a quando assistevo con meraviglia a quelle mani sapienti della nonna che mescolavano magicamente gli ingredienti, farina, zucchero, uova. E il matterello che correva sul grande piano di marmo, bianco come il latte…. Parole e suoni, note di cucina, ad incantarci. Merende fantastiche, a cui si aggiungeva un goccino di vino, a volte ad inzuppare la fetta di pane inzuccherata, altre volte, con un piacere tutto speciale di complicità tra generazioni, nel bicchiere, allungato con l’acqua. E noi lo sorseggiavamo piano, come un regalo raro, un segreto da mantenere.

Oggi Simona cura la scuola di cucina toscana per i nostri enoturisti. Dopo la pappa al pomodoro, ecco la facile ricetta della gustosa zuppa di bietole e ricotta.

Ingredienti:
500 g di bietole
250 g di ricotta di pecora
1 l. di brodo vegetale
1 cipolla piccola
olio di oliva
sale e pepe
pane
pecorino grattugiato


Sbucciare la cipolla e tritarla. Lavare la bietola, sgocciolarla, tagliarla a strisce. Stufare la cipolla in una casseruola insieme all’olio. Unire la bietola, mescolare e lasciare insaporire per 5 minuti. Salare, pepare e poi versare nella casseruola il brodo già caldo e continuare la cottura per 30 minuti. Prelevare con un cucchiaio forato un terzo della bietola e frullare il resto con il frullatore ad immersione. Schiacciare grossolanamente la ricotta e unirla al passato di bietola, mescolare e cuocere ancora a fuoco bassissimo per 5 minuti. Spegnere e lasciare riposare coperto per 2 minuti. Mettere nella scodella una fetta di pane abbrustolita, versandoci sopra la zuppa. Cospargere con pecorino grattugiato e un filo d'olio extravergine d'oliva IGP Villa Petriolo.



In abbinamento a questa antica ricetta, un altrettanto antico vitigno in via di estinzione, il Canaiolo Nero, che a Villa Petriolo vinifichiamo in purezza per il nostro IGT Rosso Toscana L’Imbrunire. Il vigneto San Martino, da più di trent’ anni, ci regala piccoli grappoli di questa uva alla base di un vino capace di tramandare il fascino dei sapori di una volta.




E per chi volesse vedere realizzata la ricetta in tv, venerdì 29 ottobre (ore 7.30) e domenica 31 (ore 19.30), su RAI 3 Toscana, la ricetta di nonna Anita proposta da Simona per il programma del giornalista Massimo Lucchesi.

sabato 23 ottobre 2010

"Rossamaro d'amore" di Simona Moraci per il concorso letterario di Villa Petriolo La gaia mensa



I nostri complimenti a Simona Moraci, autrice del racconto "Rossamaro d'amore" che, nel concorso letterario La gaia mensa di Villa Petriolo, ha guadagnato la segnalazione della giuria, presieduta dal critico cinematografico Enrico Ghezzi.

Questa la motivazione per la segnalazione di merito: “Rossamaro d’amore. Un tradimento che si tradisce, e il gusto del presente che si consuma croccante fresco in abbandono duale all'alchimia del cucinare e dell'essere cucinati diventa ritmo del rimpianto”.

Simona, nata e residente e Messina, è dottoressa in Lettere Moderne, giornalista professionista, e dal 1994 esercita la sua attività tra testate nazionali e regionali. Sedotta e appassionata dall’arte culinaria, ha iniziato precocemente a scrivere e cucinare, sperimentando variazioni sul tema. Dopo aver girovagato tra redazioni e vie del gusto siciliane e venete, è tornata a Messina. Lavora per la “Gazzetta del sud”.


Racconto "Rossamaro d'amore" di Simona Moraci


Gaia. Miele dorato e spighe di grano. Era bella. Bella di sapore. La prima volta era stata qualche mese prima. Gamberi e maionese di pomodorini. Un sorso di bianco, secco secco nella gola asciutta. No, era la voce. A bere il suo respiro. Gaia. Dipingeva parole negli occhi scuri scuri mentre le labbra si muovevano estasiate tra paccheri e pistacchio. Ancora un sorso. Sarebbe stato meglio frizzante. Fruttato nel retrogusto del suo imbarazzo. Come non perdersi nel fondente delle ciocche sparse sulle spalle di quella sera stravagante? Qualche sfumatura d’argento sul mare d’una cena, preparata come altre, servita col cuore stufato. Era solo fragola a carpaccio sull’anatra scottata a trasudare rosso? Un rosso curioso, di lama, forse. Sul suo grembiule bianco, sulle mani un po’ ruvide di cipolle tritate e aglio schiacciato. Ma lei era entrata, dalla porta d’un freddo febbraio, a cercarlo. Un tavolo, un menù, un uomo. L’altro. A ghermirle il sorriso.
Poi era accaduto. Complimenti alla creme brulée, ai cannoli, ai sospiri di malvasia intrisi di ricotta e canditi. Gaia. A ridere di gusto, a intessere un mantello d’oro di metafora, dolce di sete e carezze, sul suo volto segnato dalla barba, sul suo spirito d’artista. Lui che creava, lui che disegnava d’estro e sapore per illuminare giorni e sere dei palati cittadini. Lui si era forse…?
Ma l’olio condisce, soffrigge, rosola. Tocchetti di cuore e parole in sugo ristretto. “Potrei parlare con te per ore e questi spiedini … un’alchimia di mare e colore… sei un artista, posso scrivere di te?” Puoi. Devi. Adesso. Voglio ascoltare ancora e axncora. Sentire con le tue labbra i gamberetti che si crogiolano nella crema di mais… da uno scoglio di sirena verso un vociferare di onde e gazze ladre. “Per scrivere di me, dovresti armarti di stoviglie, aneto e gamberoni…”.
Stefano. E così era accaduto. Un soffritto leggero, aglio cipolla e olio di peperone, da perdersi nello sguardo e solleticare le narici. La pelle di lei, da assaporare senza fretta. Affusolata e bianca d’albume, montato a neve. Talmente vicina ai peli bruniti di braccia troppo forti, abituate a faticare già piccine. Stefano. Terra antica, zio pescatore, a strappare ricci e leggende da fondi di mare. “Cosa cuciniamo?”, la voce, velluto e malizia, scivolava lieve sulla curva del seno, a stringere la vita sottile. “Gamberoni e paccheri, spolverati di mandorle, pinoli e grana di pane”. Una poesia, gioiva lei. A sbirciare il torace largo, il sorriso abbronzato, gli occhi nocciola di taglio moresco e terre lontane. “E i peperoni? Cosa ci devo fare?”, gialli e rossi, tra il fare e non fare. Stefano. E il suo profumo forte: zagare e cannella, pistacchio e cardamomo. I ricci scottati da un sole ammiccante, sulla fronte spaziosa di pensieri e sudore. “In padella a rosolarsi, per usare l’olio nel nostro soffritto”. E spellarli, dopo, uno ad uno, come sogni d’un mattino d’agosto. Caldi, scivolosi tra le mani, da fare a filetti per poterli gustare. “Mettili da parte, ora. Pensiamo al soffritto”. Gaia. Stefano. A spezzettare acciughe, tritare cipolle e civettare d’amore. Senza parole, a guardare il battuto dorare, le acciughe sciogliersi al tocco dell’olio: aggiungere pinoli, tostati appena, spolverare di aneto, tagliare i pomodorini. Da mettere dopo. A cose fatte. Con gamberoni freschi, trito di mandorla e grana di pane.
Gaia. Stefano. A sentirsi sfiorare, pelle e pelle, odore e odore. Mischiati d’olio, acciughe e peperone. Su paccheri al dente, da non potere aspettare. Stefano. Gaia. A cuocere, cuocere e rosolare. Gocce di rosso… a precipizio sul mare. Labbra e labbra, vita e vita, strette strette da non potersi lasciare. L’acqua bolle. Bisogna servire, svegliarsi, partire. Il gamberone s’impiattò, la mandorla dolce a farsi vicino, granella di consolazione. “Mi devo sposare”, sussurrò secca secca e il fiato smontava, il sudore gelava, la pelle si faceva fredda fredda. Lo stomaco non passa dal cuore. Gaia si alzò dai sogni disfatti. Stefano la guardò e passò avanti. Lo sguardo sull’altro che diventava marito: a sbeffeggiare le reti in barca, i calzoni tagliati e lo zio pescatore. Stefano l’artista, solo solo, tra stoviglie aggrovigliate e sogni speziati di cuore, fuochi ardenti e rossamaro d’amore.

venerdì 22 ottobre 2010

Il Chianti di Villa Petriolo a DeGustiBooks 2010, ospite di "Jazz in macelleria"

Da Villa Petriolo a Degustibooks 2010 con la Macelleria Falaschi


E’ sempre un grande piacere partecipare a DeGustiBooks, appuntamento immancabile per gli amanti del binomio cibo&cultura dell’autunno fiorentino.



Villa Petriolo, con l’edizione 2010, festeggia il terzo anno di sodalizio con questa bella manifestazione che valorizza le produzioni enogastronomiche ed i libri di qualità. Infatti, dopo aver partecipato nel 2008 e nel 2009 con il Chianti Rosae MnemoSis, quest’anno, in pieno cuore di Firenze, in Largo Annigoni, è stata ospite della Norcineria Falaschi di San Miniato per la sesta edizione dell’originale evento Jazz in macelleria.




Ieri sera, il Chianti DOCG di Villa Petriolo - da Sangiovese e Colorino coltivati nelle nostre vigne di Cerreto Guidi - ha accompagnato i pregiati salumi del Falaschi, sulle note coinvolgenti del Trio Scafroglia. La nostra Simona a mescere il divin licore per tutti i buongustai accorsi per Jazz in macelleria.




Degustazione tecnica dei vini Villa Petriolo a cura di Federico Curtaz: L'Imbrunire 2008 e Chianti DOCG Villa Petriolo 2008.


Un'ispirazione benefica guida il concerto: il concorso che mette in palio una cena per due persone al ristorante Peperino di San Miniato (Pisa), a base di carne della macelleria Falaschi, preparata dallo chef di casa Gilberto Rossi (che è anche nello staff della trasmissione televisiva "La prova del cuoco"). A far da sottofondo all'intera intima serata la musica del trio Scafroglia.

I biglietti (3 euro l'uno) per partecipare all'estrazione finale sono acquistabili, fino al 30 novembre, alla macelleria Falaschi, in via A. Conti a in San Miniato. Il ricavato andrà totalmente in beneficenza alla Casa di Riposo del paese.
Per informazioni: 057143190 - info@sergiofalaschi.it




Un grande grazie ad Andrea Falaschi e Paola, che ci hanno invitati ad accompagnarli in questa splendida iniziativa, e a Lirio Mangalaviti - Responsabile area editoriale ed eventi enogastronomici di Aida - che ci ha accolti a DeGustiBooks nel migliore dei modi…Grazie infinite e al prossimo anno!

giovedì 21 ottobre 2010

I racconti de La gaia mensa: “Con magica ricetta, eterno amore” di Roberta Lepri



Il bel racconto di Roberta Lepri, oggi, per “La gaia mensa”, il concorso letterario di Villa Petriolo edizione 2010.

Roberta è nata a Città di Castello (PG) ed abita a Grosseto. Ha pubblicato i romanzi: “Sulla terra, a caso”, 2004 ExCogita Editore, “L’Ordine Inverso di Ilaria” 2005, Guida Editore (Vincitore del premio - Cimitile come migliore romanzo inedito del 2005), “L’Amore Riflesso”, 2006 Guida Editore, “La ballata della Mama Nera”, Avagliano 2010.


Racconto “Con magica ricetta, eterno amore” di Roberta Lepri


Lasciate che mi presenti: sono donna.
E come tale soggetta a forze oscure, presagi naturali, degli inferi e del cielo.
Con poco sforzo potrei avere le ali, ma la coda mi conferisce un passo da regina, perciò la preferisco: l'incedere in questa società è importante. Importante è apparire.
La coda mi si addice, penso quando la guardo.
Ma nessun tema: la tengo arrotolata e non si vede. Nessuno si spaventa.
Sono nata con alcuni segni di appartenenza alla nobile stirpe delle streghe.
Il più visibile spiega come io sia incline all'appetito e alla buona tavola, piuttosto che a pratiche oscene e a voli notturni in compagnia del capro.
Il mio ombelico è tondo, sporgente, birichino e appetitoso. A vederlo, vien voglia di mangiarlo, per la sua strana forma. E dunque, il mio ombelico è un cappelletto, miei signori, e sta a significar che son strega del cibo.
Imparai presto l'arte magica per mezzo delle vivande ma mai me ne servii in modo malvagio!

Purtroppo, niente al mondo è peggiore di una strega buona come il pane...finisce per esser sottomessa ed umiliata. E da ultimo perde tutte le sue virtù, tutte le astuzie.
Perciò l'uomo che mi ha brevemente amata, poi resa serva, ha fatto di me ciò che vedete: sottili rughe ai lati degli occhi e della bocca, lo sguardo triste, il fuoco quasi spento.
Se mi maltratta io piango, se mi tradisce io piango. Ed è così che le mie erbe officinali crescono: dagli occhi io stessa le annaffio.
E se qualche giorno di serenità mi fa creder sia tornata primavera, lui veloce fa morir le mie speranze e mi sgrida perchè non son quel che lui vuole: troppo grassa, troppo allegra, forse troppo curiosa delle cose del mondo. Son serva, par che dica quando mi guarda con ironico disprezzo.
Ma chi è dunque il vero mago? Chi la strega? Lui che mi lega con catene d'odio o io che lo trattengo con l'amore?
A me una sola cosa è restata, che è l'arte mia, e null'altro. E quella lui la ama per davvero.
Ho sacrificato la scopa per un manico più grande, atto a far da matterello per la sfoglia che so stender sottile. E' magico, si intende, e la sfoglia mia non si rompe, resta elastica, mai secca.
Quando li fai i cappelletti, amore? - chiedeva lui . Di quell'amore io vissi e trassi ispirazione.
Vi dico come.
Il segreto di questo cibo è nel suo insieme: la sfoglia, il profumo di uova fresche e di farina...
e il ripieno, che è vera arte sopraffina!
Mi ricordo mia nonna che spiegava, pare un secolo (e forse lo è davvero):
“ Ricorda, Mici”
(lei mi chiamava Mici, forse per via della coda arrotolata)
“ per il ripieno occorre carne prelibata, non gli scarti o i ritagli! Prendi tre etti di vitella magra e bianca e altrettanto maiale, ma il migliore. Poi petto di pollo in eguale quantità. Mettili a bocconcini a cuocer tutti insieme, con burro, carota, cipolla, sale e pepe. Aggiungi un pezzetto di prosciutto, per dare più sapore. Fai cuocer con calma. Tanta calma. Poi lascia raffreddare. Quindi macina pian piano, a mano, con lo strumento per fare le salsicce. Aggiungi due uova, parmigiano e ancora burro, grattaci dentro anche la noce moscata e aggiusta di sapore. Ripassa a macinare, amalgama e lascia riposare al freddo. Diventerà un ripieno duro e ne farai palline, da metter tra la sfoglia a riposare, quando l'avrai tagliata a quadratini, che poi chiuderai in triangoli tra i pollici, lasciando che gli indici rivoltino il lembo del cappello...così!” esclamava trionfante, dandomi l'esempio.
Ricordo la prima volta che li assaggiò il mio amore! Ero magra e sottile, e lui rideva per la mia bellezza. Avevo fatto un brodo di cappone, così come si deve: il cappelletto con altra compagnia diventa triste. Non è per questo meno buono: anzi! Ma senza brodo non si trova a suo agio, e il sapor primitivo ne risente.
Mi disse che ero strega, forse fata. Pianse di gioia. Ne prese una volta, poi un'altra e un'altra ancora. “Potrei mangiarne mille!” esclamò, pazzo d'amore e di lussuria in gola.
E tanti ne mangiò... che io ne restai quasi digiuna.
Ma non pensai trattarsi di egoismo: solo d'incontinenza alimentare. E lo scusai.
Poi passammo la notte a far l'amore.
E altre ne passammo in modo uguale, non so per quanto tempo, forse per anni.
Ma è vero che tutto muta nella vita: le notti, la giovinezza ...e anche l'amore.
Non quello di una strega, beninteso. Così come non cambia il sapore al cappelletto, se segui la ricetta. Quello dell'uomo, intendo, muta: che nella donna guarda gli anni e l'apparenza, spesso dimenticando il cuore.
Nessun sospetto mi prese, da principio, per quella giovinetta. La tua assistente, tu dicevi, e lo credevo. “Vorrei farle assaggiare i cappelletti” mi proponesti un giorno.
E io accettai, convinta dall'orgoglio che l'uomo mio sentisse amore per l'arte che sola mi restava!
Non avevo capito che da serva volevi di me servirti, e stuzzicare con il mio cibo gli appetiti di un'altra.
Lo capii vedendola. Giovane, bella, mi trattava con sussiego.
Pensava fossi poco più che cameriera, una governante abile in cucina. E nient'altro.
Non facevate neanche finta per rispetto della casa: dalla cucina sentivo le vostre voci cinguettare, mentre il mio cuore di strega si crepava.

“E sia!” dissi infilando il matterello nel brodo che bolliva “ brodo di strega divenga l'arte mia!”
E nella pentola la bontà ammaliata andò montando, andaron moltiplicandosi i cappelli... a non finire.
Poi mormorai le parole necessarie: che mai l'appetito possa terminare.

Ne portai dieci zuppiere. Dieci ne vuotaste, pazzi di bramosia. E ne chiedeste ancora.
E con l'estremo fiato ingoiaste l'ultimo cappelletto.


“...Trovereste degli eroi che si vantano di averne mangiati cento; ma c'è il caso però di crepare, come avvenne ad un mio conoscente...”

(Artusi, La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene. 7. Cappelletti all'uso di Romagna)

Da I piatti de LA GAIA MENSA. Concorso letterario Villa Petriolo 2010

mercoledì 20 ottobre 2010

Il Musmeci 2007 della Tenuta di Fessina su I love Sicilia, "Il vino parlante" di Nino Aiello



A luglio è uscito l'articolo del giornalista del Gambero Rosso Nino Aiello dedicato al nostro cru di Nerello Mascalese, Il Musmeci 2007, sulla bella rivista I love Sicilia, mensile di stile, tendenze, consumi.




"Dopo avere dato slancio alla sua importante tenuta toscana di Villa Petriolo, antica "residenza di delizia" della nobile fmiglia degli Alessandri, in quel di Cerreto Guidi, l'instancabile Silvia Maestrelli si è concentrata sulla Sicilia. E, con l'attivo aiuto del marito Roberto Silva e del noto enologo-agronomo Federico Curtaz, ha stabilito tre teste di ponte, pochi ettari fra Segesta, nel trapanese, Noto, nel siracusano, e l'Etna, a Castiglione di Sicilia. Qui c'è stata la prima e più importante acquisizione, con viti ad alberello molto fitte e non poche piante ultracentenarie. Dall'ammaliante colore rubino sfumato, con un'unghia violacea e vivida, l'Etna Rosso Il Musmeci '07 (dedicato al precedente proprietario), da Uve Nerello Mascalese e Cappuccio della particella di poco più di tre ettari con viti secolari, appartiene alla categoria dei vini di gran classe. Nitide e leggiadre le note di ciliegia, ribes nero, spezie dolci, foglie di tabacco, rosa appassita e grafite che lo caratterizzano. In bocca è vivace, dinamico, di bella acidità e tensione gustativa, con tannini finissimi ed eleganti, molto piacevole e persistente. L'abbiamo apprezzato con un'arista di maiale al forno in salsa di mele. Sui 35 euro".
(Nino Aiello, nella rubrica "Il vino parlante" di I love Sicilia luglio 2010)

I Love Sicilia Luglio 2010 - Il Vino Parlante Di Nino Aiello -Il Musmeci 2007

martedì 19 ottobre 2010

In cerca di casa...

Pubblico con piacere grande questo annuncio dedicato a due bellissime gattine in cerca di casa.




Cari amici
le due gattine della foto sono state trovate da una mia amica in un tronco dove solo la mamma gatta poteva averle messe. Ma la mamma non c'era più e dopo due giorni di miagolii disperati sono state raccolte.
Dopo una settimana di cure e supernutrimento pesano solo 300 grammi, dunque non hanno ancora un mese ma già ringraziano con le fusa appena finito il biberon!
Sono belle, pelo semilungo come potete vedere e cercano adozione. Avere un gatto è peggio che averne due. Due si fanno compagnia, giocano insieme o comunque interagiscono, riescono a conoscere un altro esemplare della loro specie e il nostro impegno non aumenta più di tanto.
Per averle occorre telefonare ad Alessandra di Firenze: cell. 3493213699.
Per favore diffondete.
Grazie.
Mariangela

lunedì 18 ottobre 2010

“Scuola di culinaria arte e sapori” a Villa Petriolo...W la pappa al pomodoro!

Da Scuola di cucina a Villa Petriolo

"Queste sciocche trovano puzzolente la cipolla: che ne sanno loro di aromi puri?
A Vadinho piaceva mangiare la cipolla cruda, e il suo bacio sapeva di fuoco".

Jorge Amado da "Dona Flor e i suoi due mariti"




Pappa al pomodoro per i nostri enoturisti questa mattina...la nostra Dona Flor con la sua “scuola di culinaria arte e sapori”!

“I Toscani, i Fiorentini in ispecie, sono così vaghi degli ortaggi, che vorrebbero cacciarli per tutto”. Così Pellegrino Artusi condensa in una battuta la consuetudine tutta toscana di mangiare ogni tipo di erbaggi, “dalle bietole ai talli di rape, dai broccoli al cavolo nero, per non parlare dei funghi, che nei mercati di Firenze si trovavano di ogni tipo e a poco prezzo”.

Un trionfo della verdura la nostra pappa al pomodoro, che l'incontro col pane toscano, sciapo, e l'olio extravergine d'oliva, rende delicata eppur gustosissima!




Su Enchanted Wines, il libro di Simona, la ricetta "Tuscan bread and tomato soup".

Ingrdients:
One Kg ripened tomatoes
2 cloves garlic
Basil
Parmesan cheese
5-600 gr. Tuscan day-old bread
Extra vergin olive oil Villa Petriolo
One onion, one stalk of celery, one potato, one carrot, parssley for the vegatable broth
Salt, pepper, a small dash of peperoncino







domenica 17 ottobre 2010

I Fiduciari del TCI Toscana oggi a Villa Petriolo

Da Seconda convention Fiduciari TCI Toscana a Villa Petriolo


Oggi Villa Petriolo ha ospitato una prestigiosa ed interessante iniziativa, la seconda convention dei Fiduciari del Touring Club Italiano della Toscana.





Onorati di essere stati scelti in tutta la Toscana per la qualità della nostra accoglienza enoturistica, ringraziamo i nostri ospiti, coordinati dal dott. Giulio Lissi e da Damiano Landi, per la graditissima visita alla nostra tenuta sulle colline di Cerreto Guidi.




Da sinistra, Damiano Landi e Giulio Lissi


Questo l’incipit appassionato del discorso di apertura dei lavori del coordinatore regionale dei Fiduciari TCI Toscana:

“ ‘Un popolo che ignora il proprio passato non saprà mai nulla del proprio presente’. Questa citazione è di Indro Montanelli, milanese di adozione, come il Touring, fucecchiese di nascita e di sepoltura, proprio qui, non lontano da tutti noi.
Siamo a Villa Patriolo, ospiti di chi, fortunata, divide il proprio tempo tra Milano, Corso Italia, e questa campagna, talvolta trasposto nel caldo e profondo sud del nostro Paese.
Forse segni di un destino comune, le nostre città, le nostre campagne, il nostro Paese, diverso ed unito, per fortuna, come abbiamo voluto ribadire con la nostra giornata del Touring della scorsa domenica.
Un grosso grazie a tutti voi che, volontariamente, avete permesso che in 87 piccoli borghi e centri si svolgesse una magnifica giornata, dove il Touring Club Italiano ha mostrato a tutta l’Italia il suo vero volto, quello di un’Associazione che, con il suo messaggio poliedrico, porta avanti una cultura seria sul turismo e sul territorio”.
(Damiano Landi)






Non possiamo, dunque, che unirci con piacere al TCI nel contribuire sempre di più a fare conoscere il ricchissimo patrimonio di arte, cultura, natura, della nostre meravigliose terre del Rinascimento ed augurare ai Fiduciari TCI una soddisfacente ed entusiasmante attività di valorizzazione della Toscana tutta!








La giornalista enogastronomica Francesca Pinochi intervista gentilmente me e Damiano Landi sullo sfondo della vigna di Villa Petriolo





Dopo la visita ai vigneti della tenuta, alle cantine di vinificazione e alla barriccaia, ed un tour all'interno della villa, antica "residenza di delizia" della nobile famiglia degli Alessandri, i Fiduciari del TCI Toscana proseguono la loro giornata con la visita guidata di Cerreto Guidi e della sua splendida Villa Medicea, organizzata per il TCI dall'Aministrazione comunale. La costruzione della Villa Medicea, voluta da Cosimo I de' Medici, risale al 1566 e nasce come luogo di ritrovo per le battute di caccia organizzate dal Granduca nei territori boschivi e paludosi che circondano Cerreto Guidi. Oggi la Villa contiene anche il Museo Storico della Caccia.




L'Assessore Valentina Picchi riceve dal dott. Lissi il dono del TCI Toscana al Comune di Cerreto Guidi durante la visita alla Villa Medicea: una suggestiva fotografia d'epoca dal prezioso archivio del Touring.

sabato 16 ottobre 2010

"Ognuno a modo suo" di Cristiano Zuccarelli per La gaia mensa




Racconti, racconti, racconti... per La gaia mensa, quarto concorso letterario di Villa Petriolo.

Oggi Cristiano Zuccarelli ci regala "Ognuno a modo suo".


Cristiano scrive: " ho iniziato nel 2000 con un soggetto fortunato..(Mettilo lì..) 1° premio Energheia Cinema di Matera, poi a Roma per l’università, 3° premio con i Racconti Metropolitani, quindi a Trento il 1° premio del Germano d’argento.. Ho sempre scritto poche righe perché sono pigro. La maggior parte di queste sapevano di vino, e della buon anima di mio nonno. Il mio scrittore preferito è sempre stato Buzzati, per quelle trame che smascheravano fatti e personaggi, e per l’esortazione a scrivere, scrivere, scrivere ogni giorno nei ritagli di tempo.. Ma io non mi applico".


Racconto "Ognuno a modo suo" di Cristiano Zuccarelli

Non ho avuto il tempo, nessuna erezione di sfidare il cielo, in fondo a questo fosso dove Dio la manda, vicini e lontani praticamente nudi. Alle prese con l’orgasmo, di quelli acrobatici, impossibili, eppure scandalosi. Ma se Bukowski ti avrebbe mollata lì, oceanopacifica, io resisto, e spingo a stomaco vuoto. Disperato. Perché l’amore in macchina è complesso. Oscuro, vitale, si abbina all’ambi-pur senza troppe cerimonie, e ci vuole coraggio, l’avevo trovato, tanto per amarsi pronti a sgangherarci, sotto questa pioggia davvero trascinante. Vorticosa, irresistibile, una bufera così maledetta che ho perso le deviazioni tutte le luci rosse, e prima a destra poi a sinistra sempre dritto abbiamo fatto la spesa. Una baguette, 100 gr di mortadella emiliana, 1 pomodoro costoluto, 3 fette di melanzane grigliate, la crema di carciofi e il pecorino grattugiato a filetti . Compresi due bicchieri di plastica, i tovaglioli di carta, e il Prosecco di Conegliano-Valdobbiadene per brindare al Kamasutra imbandito sul cruscotto. Certo, tu l’hai divorato, ruminavi ad occhi chiusi, e quando un fulmine della malora c’ha folgorato il sesso, il banchetto si è fatto lurido, impestato, en plein air. Anzi, nella melma fino al mio collo che provo a salvare almeno il gallismo, quel che resta dei succhi gastrici quattro gatti spelacchiati in cerca di autore, dietro il cimitero oltre la statale. “OGNUNO A MODO SUO”, con lui terra terra, e lei al settimo cielo, aromatica, imbottita di Bologna una intensa e delicata. Gioconda, disposta ad aspettare la fine del mondo, o il ritorno della bella stagione. Perché ci vuole pazienza, fango sulla faccia, acqua nelle scarpe. Ammesso e non concesso il senso di colpa, per la precisione, l’assenza di attrito. Ma tu non ti scomponi, sbadigli, prosecca. Sdraiata sul sedile della macchina in panne mentre scivolo mi aggrappo carponi tastoni affogo sprofondo.. Fuori.. Appeso alla portiera, nel mirino dei lampi. E spingo, spingo, davvero, di più… Che spingo a fare?


S'IO FOSSI...VINO. Premiazione III Concorso letterario VILLA PETRIOLO ed. 2009

venerdì 15 ottobre 2010

Su SiciliaInformazioni le anticipazioni di Federico Curtaz sulla vendemmia 2010: “Ottima qualità, il lavoro in cantina sarà facile”





Da una ricerca svolta sui propri soci da Assovini Sicilia – tra gli altri, Arianna Occhipinti, Carmelo Bonetta, Giuseppe Tasca, Salvatore Geraci, Mirella Tamburello, Lilly Fazio, Marco Nicolosi Asmundo - , pare che la vendemmia 2010 riserverà splendide sorprese. I vini di questa vendemmia saranno infatti freschi e longevi.



L'articolo relativo, da leggere integralmente, su SiciliaInformazioni QUI.

Da Vendemmia 2010 nella Tenuta di Fessina


Da Campionamento uva Tenuta di Fessina



La vendemmia del Nero d'Avola nei vigneti di Tenuta di Fessina in Val di Noto


“Per Federico Curtaz, agronomo-enologo proprietario insieme a Silvia Maestrelli di Tenuta di Fessina sull’Etna e con vigneti di Chardonnay nel Trapanese, a Segesta, e di Nero d’Avola in Val di Noto. ‘E’ una vendemmia abbondante di uva molto buona, con ottima acidità – afferma Curtaz – credo che quest’anno il lavoro in cantina sarà facile perché la qualità è già assai elevata in vigna’. Curtaz ha vendemmiato il Nero d’Avola in Val di Noto in leggero anticipo, invece nelle sue vigne sull’Etna la prevista anticipazione della raccolta poi non c’è stata, a causa delle piogge di settembre: la vendemmia è iniziata la scorsa settimana e si concluderà, con la raccolta nelle vigne a maggiore altitudine, il prossimo fine settimana”.


Da SEGESTA


SiciliaInformazioni 14 10 2010 - Vendemmia 2010 - Tenuta Di Fessina

giovedì 14 ottobre 2010

L'agricoltura è...L'intervista "Silvia Maestrelli: the touch of women on the wine" su Teatro Naturale International



Un nuovo contributo sul valore dell'agricoltura oggi esce su Teatro Naturale International, diretto da Luigi Caricato. Per Rural People di ottobre, la rubrica dedicata ogni mese ad un produttore, la mia intervista "Silvia Maestrelli: the touch of women on the wine".

"The hearth between Tuscany and Sicily. In the memory Luigi Veronelli and in the future new projects for mom Giovanna, me and my sister, Simona, the small: Margherita and Lavinia.
Silvia Maestrelli says about herself: "Making wine means to me to continue a family vocation. Since my father Maestrelli Moreno, a businessman, bought in the sixties, what was for years only the "home of pleasure" of Cerreto Guidi, Villa Petriolo that activity is remembered today by the passion with which we, the women of family - mom Joan, me and my sister, Simona, small and Margaret Lavinia - we tell our wine and our world. Offspring of women who, while respecting the unity of the other, we lead - and the smaller ones, if they want, they can do so in the future - the company with a style all our own".

(by T N)

La versione in italiano:

Perché ha scelto di operare in agricoltura.
Per assecondare la mia vera natura, la mia indole romantica. Dopo l'esperienza finanziaria, nella quale affonda la mia formazione, la mia storia con il vino posso definirla come un autentico percorso di guarigione, quasi di rinascita, un modo per sentirsi più a mio agio nella vita, per rimanere a contatto con la parte più profonda di me stessa, riannodando fili importanti – con la mia famiglia, la mia terra, le mie origini.

Nell’animo si sente più contadino, agricoltore o imprenditore agricolo.
Imprenditrice agricola. Tante sono le competenze e gli ambiti che occorre conoscere e frequentare per lavorare oggi in agricoltura.

Una sua definizione di agricoltura.
L'agricoltura, le nozze tra il cielo e la terra, tra le zolle e le nuvole. E' ciò che ci nutre, che alimenta il corpo e lo spirito. Un omaggio alla vita.

Un aggettivo per definire il mondo agricolo.
Avvolgente. La vita di campagna investe ogni aspetto dell'esistenza, se vissuta profondamente.

Una parola d’ordine per l’agricoltura di domani.
Onestà, correttezza.

Un personaggio da mettere sul piedistallo.
Gino Veronelli, la cui lezione sulla necessita’ di un ritorno consapevole alla terra rimane insuperata.

Un personaggio da mandare all’inferno.
Tutti coloro che offendono la natura e maltrattano gli animali.

Un libro relativo al mondo rurale che consiglierebbe di leggere.
"Vino al vino" di Mario Soldati.

Il suo libro del cuore.
"Il piccolo principe" di Antoine de Saint-Exupéry, meravigliosa opera di educazione sentimentale che insegna a scorgere ed apprezzare la poesia delle piccole cose. Solo apparentemente un libro per ragazzi.

La sua canzone o composizione musicale preferita.
"Les vendages de l'amour" cantata da Marie Laforêt, cantante e attrice francese.
Bellissimi, e di buon auspicio, i versi iniziali della versione italiana "quest'autunno noi faremo sotto il cielo più sereno la vendemmia dell'amore, tu cadrai nelle mie braccia come i grappoli dell'uva che teniamo nelle mani, quando il sole di settembre scenderà sulla campagna, canteremo una canzone… quest'autunno noi faremo sotto il cielo più sereno la vendemmia dell'amore".



Il film che non dimenticherà mai di aver visto.
"Jules e Jim" di François Truffaut, tratto da uno dei più belli tra i romanzi moderni che abbia mai letto, scritto da Henri-Pierre Roché. Indimenticabile nel film lo sguardo malinconico ed il volto imbronciato di Jeanne Moreau. Di una bellezza sofisticata, l'attrice francese, figlia di un ristoratore di Montmartre e di una ballerina inglese delle Folies Bergères, è Kathe, una donna libera ed istintiva, smaliziata, delicata e forte, ostinata ed ironica, che nel tourbillon de la vie sceglie di vivere una esistenza sensuale ed insieme infantile.

Cosa vorrebbe ci fosse dopo la morte.
Un grande banchetto.

Teatro Naturale International - October 2010 - Rural People _ Silvia Maestrelli

mercoledì 13 ottobre 2010

Agricoltura, omaggio alla vita

Da Winelovers a Villa Petriolo

“Certo, ci vorrà che i ragazzi – così come è successo per i vini – si interessino ai piccoli problemi relativi agli oli, osservarne il colore, diverso, contro ciò che si crede, da olio a olio; ascoltarne il profumo, anche diverso, al naso, poi in bocca. Il che dovrebbe avvenire per ogni cosa e fatto – sia della vita materiale, sia di quella della ‘spirituale’ (la scuola, i rapporti d’amore, le amicizie, le discussioni dialettiche, quant’altro) – che onorino la vita; anzi – contro i ricchi più ricchi – la festeggino”.
Da “Le parole della terra” di Luigi Veronelli e Pablo Echaurren, 2003, Nuovi Equilibri – Stampa Alternativa







Un bellissimo gruppo di studenti in marketing provenienti dalla Danimarca in visita a Villa Petriolo…un’occasione importante per trasmettere anche alle generazioni più giovani il valore della terra e dei suoi frutti, per un’agricoltura che sia un autentico omaggio alla vita.









Simona, che cura l'accoglienza a Villa Petriolo, ha adeguato la presentazione dell'azienda alle esigenze dei nostri giovani interlocutori: durante la visita alle vigne, alla villa, alla cantina di vinificazione ed affinamento, ha illustrato il metodo di comunicazione del vino che Villa Petriolo porta avanti da qualche anno. Il reportage della giornata, anticipato ai ragazzi quale metodo di fidelizzazione e promozione enoturistica, contribuisce, nelle nostre intenzioni, a valorizzare tutto il Montalbano, ossia le colline su cui riposa la tenuta, ricche di storia, arte, antica cultura vitivinicola.
Metodo che ha fatto meritare a Villa Petriolo il premio Best of wine tourism 2011 nella competizione internazionale organizzata da Great Wine Capitals.

martedì 12 ottobre 2010

"I vini da non perdere della Sicilia": Il Musmeci 2007 della Tenuta di Fessina



Tra "i vini da non perdere della Sicilia" sul wineblog di Luciano Pignataro, per la firma del degustatore Carmelo Corona, esce il bellisssimo articolo, esaustivo e appassionato, dedicato al nosto Etna DOC della Tenuta di Fessina Il Musmeci.

Grazie a Carmelo Corona, autore del blog "Bevi siciliano", a Luciano Pignataro, che ha ospitato la recensione, e a tutti coloro he ci hanno regalato le loro bellissime parole nei commenti al post...grazie!



Un estratto:

"Affascinati da questa terra maestosa e straordinaria, Silvia Maestrelli, produttrice di vino toscano nella sua tenuta Villa Petriolo di Cerreto Guidi, suo marito Roberto Silva, imprenditore di consolidata esperienza con una grande passione per il vino, e l’agronomo ed enologo Federico Curtaz (noto per essere stato per 15 anni l’agronomo del noto produttore di Barbaresco, Angelo Gaja), nel 2007, acquistano, a Castiglione di Sicilia (CT), riportandolo in vita, un vecchio palmento del 1700 in pietra lavica che si affaccia su un vigneto di nerello mascalese di 6 ettari, a guardia del quale sorge il “Milicucco”, un poderoso e maestoso albero che sovrasta, come un fedele, secolare custode, l’intera tenuta e le cui radici sono tenacemente abbarbicate al muretto di cinta in pietra lavica. I vigneti ottuagenari di Fessina, in Contrada Rovittello (uno dei più prestigiosi “cru” dell’areale etneo), leggiamo dalla scheda aziendale, sono incastonati “tra due antiche sciare (colate laviche del passato, stratificatesi nel corso dei millenni, ndr) semicircolari, che, come due grandi braccia, li cingono in un gesto quasi materno”.
(...)
E’ il caso di dire che Il Musmeci 2007, appena nato, ha già vinto, conseguendo i Tre Bicchieri Verdi del Gambero Rosso 2010 e l’Eccellenza de L’Espresso 2010. Ho stappato la bottiglia circa un’ora fa e Il Musmeci 2007 è già nel balloon da circa 10 minuti. Ma è chiuso in se stesso. Mi ignora completamente. Roteo con attenzione il calice cercando di aerarlo per farlo aprire, e mentre aspetto un minimo cenno, stringo tra le dita e annuso il tappo monopezzo con cui la preziosa bottiglia era tappata. Mi soffermo ad ammirare il suo volto. In linea con i caratteri cromatici di tipicità, legati precipuamente al vitigno, è di un bel rosso rubino molto scarico con splendidi riflessi granata. Sia l’occhio che il naso percepiscono, di primo acchito, la grande consistenza del vino (14 gradi, dichiarati in etichetta). Ciò mi conforta. Penso già a come potrà essere la bocca. Calda, morbida, possibilmente. Riporto il calice al naso, e sembra di avvertire qualche descrittore. Il “piccolo”, forse, comincia a svegliarsi. Magari ha capito che sono un suo conterraneo, e non vorrà certo farmi l’affronto di non comunicare! C’è, almeno all’inizio, riservatezza, forse anche timidezza. Dal canto mio, l’emozione è alle stelle, e non potrebbe essere che così. Non capita certo tutti i giorni di trovarsi al cospetto di una “grande” personalità. Si comincia a rompere il ghiaccio. Importanti sentori floreali sembrano arrivare. Viola (principalmente) e rosa (meno distinto, almeno alla mia soglia, del primo). L’alcool continua a farsi sentire, in modo non pesante ma deciso. Piccoli frutti rossi (indistinti) e note speziate piuttosto marcate e chiare (noce moscata, pepe nero e vaniglia, perlopiù) caratterizzano lo spettro olfattivo del rosso e gioioso liquido. Una bocca calda e morbida, in linea con la mia immaginazione, lascia, con una discreta e gentile progressione, spazio a quella bella ed energica acidità che contraddistingue questo vino, sicuro preludio di quella grande longevità a cui è destinato, e a quella splendida, accattivante mineralità, armonicamente fusa con quella nobile e fitta trama di tannini dolci che solo uve di piante “navigate” possono donare, e che troviamo confermata, nel bel finale naso-bocca e nella sua lunga e trionfante Persistenza Aromatica Intensa.
Se è vero che nessuna persona al mondo sarà mai così sincera, nelle sue relazioni, come sa esserlo il vino, Il Musmeci 2007, oltre ad essere sincero è anche buono, autentico, profondo. Parafrasando colui che ne è l’artefice, ha decisamente, quell’eleganza, quella compostezza, quella profondità, quella verticalità che appartengono davvero solo ai grandi vini rossi. Come si evince dalla controetichetta, di questo vino sono state prodotte, nell’annata 2007, solo 8000 bottiglie e 1000 magnum. Un vino per pochi, dunque, risultato di una lunga macerazione ed estrazione, tese a creare una nuova interpretazione del vitigno etneo, anche se non immediatamente comprensibile poiché destinata, progettualmente, ad una lunga parabola evolutiva. Come lo stesso Federico Curtaz ha precisato in un video su You Tube: “Crediamo che la sfida sia appena cominciata. Abbiamo bisogno che la nostra cantina maturi, maturi nei suoi legni, le sue botti, il nostro modo di lavorare, perché ogni luogo ha bisogno del suo tempo, delle sue interpretazioni, che tengano conto di tutti i suoi elementi caratteristici”.
In questo senso, dobbiamo ammettere che Curtaz, con queste parole, dimostra non solo il suo spessore professionale, risultato della sedimentazione delle esperienze maturate come tecnico di alto livello, ma anche la sua coerenza di fondo. In Sorì San Lorenzo, un bellissimo saggio-romanzo del wine-writer americano Edward Steinberg, uscito nel 1996 e che narra della nascita del Sorì San Lorenzo 1989 del produttore Angelo Gaja (di cui Federico Curtaz era, in quel periodo, responsabile dei vigneti), possiamo leggere queste sue parole: “Non si può fare questo lavoro con la mentalità di un sindacalista. Devi avere una prospettiva a lungo termine… Ci vogliono anni prima di vedere i risultati di quello che fai”.




Il Musmeci è un vino di montagna, nasce a quasi 700 metri di altezza, in un ambiente che lo porta a maturare a tardo ottobre. I vini vulcanici, in fondo, sono un po' tutti caratterizzati da questo curioso, affascinante paradosso. Sono generati da una terra unica, frutto della potente esuberanza della Natura, ma alla stessa guisa di molti anziani di poche parole e carichi di esperienza e consapevolezza, esprimono discrezione, umiltà, austerità, pur profondamente coscienti della loro profondità…
Il Musmeci 2007 è proprio così, come il vulcano su cui è nato. Per adesso è calmo, composto, ma visibilmente fiero, conscio della sua grandezza. Emette qualche borbottio, per far sentire il suo carattere, forte e deciso ma, discreto ed elegante, si prepara ad “esplodere” quando sarà il momento.
(...)"
(Carmelo Corona)


Luciano Pignataro WineBlog - I vini da non perdere_ Il Musmeci 2007 - di Carmelo Corona