Addosso a quel monte, mio bel monoplano! Non vedi come t'è facile superare così tutte queste scarpate gigantesche?... Mantienti in equilibrio, e scivola via con destrezza... Da “Teatri vulcanici” in L’aeroplano del Papa di Filippo Tommaso Marinetti
Esce, sul numero di gennaio della rivista tedesca HarpfNachrichten, un articolo dedicato alla nostra Tenuta di Fessina e a Federico. Lo firma Lukas Harpf, in visita alla Muntagna nei mesi scorsi, in compagnia del bravo agente di vendita Helmuth Andergassen.
Vini eccezionali ai piedi dell’Etna. Federico Curtaz è uno dei più grandi enologi italiani e si misura sempre con nuovi progetti. Dal 2006 sta ottenendo un enorme successo con i suoi rossi siciliani ‘Etna Rosso’ di Tenuta di Fessina, ai piedi del vulcano. Lukas Harpf ha vissuto lo spirito e le emozioni dei vini siciliani sul posto, con Curtaz. “La natura del terreno, il clima unico con venti freschi a settembre, che soffiano dai 3.300 m d’altezza dell’ Etna, le caratteristiche del Nerello Mascalese e la vinificazione nella Tenuta di Fessina sotto il controllo di Curtaz producono un vino particolare, unico“, dice Lukas Harpf. L’ Etna Rosso „Musmeci“ di Tenuta Fessina è stato già premiato per due annate consecutive dalla guida ai vini del Gambero Rosso (errata corrige: si tratta della Guida dell’Espresso, che ha conferito l'Eccellenza nel 2010 e 2011; il Gambero Rosso ha premiato Tenuta di Fessina nell'edizione 2010 della Guida) con il riconoscimento più importante, i 3 bicchieri. Federico Curtaz: da Aosta alla Sicilia. Federico Curtaz è nato in Val d’Aosta, ma fin da piccolo ha vissuto in Piemonte, nel Monferrato. Ha frequentato l’istituto di enologia Ad Asti ed ha lavorato là per due anni. Federico voleva veramente impegnarsi nel vino e quindi il rettore dell’istituto lo ha presentato ad Angelo Gaja, della rinomata azienda vinicola italiana. Gaja ha insegnato molto a Federico Curtaz. Già nei primi anni Curtaz ha introdotto nuovi e rivoluzionari concetti in viticoltura, che hanno portato al Cru Barbaresco „Sorì Tildin“ , riconosciuto a livello internazionale. Con la vendemmia 1997 Curtaz ha posto fine alla collaborazione con Gaja, per intraprendere nuove vie, anche fuori dal Piemonte.Come libero professionista ha collaborato con diverse cantine, dall’Alto Adige alla Sicilia.
Tenuta Fessina: verso nuove mete. Nel 2006 Federico Curtaz, insieme a Roberto Silva e Silvia Maestrelli, ha acquistato un’azienda vinicola in uno dei territori più promettenti per i vini rossi italiani, l’Etna Rosso. Vicino al piccolo centro di Lingualossa, Tenuta di Fessina comprende sei ettari di Nerello Mascalese. Le vigne hanno un’età media di 60 anni. Il successo di questo progetto di Curtaz ha portato alla realizzazione di vini meravigliosi, eccezionali, di cui c’è grande richiesta sul mercato.
Harpf_Nachrichten_10_KORR_Tenuta di Fessina On the January edition of the German magazine HarpfNachrichten, was published an article about Tenuta di Fessina and Federico Curtaz, written by Lukas Harpf, who recently went to the Mount Etna ( A' Muntagna) together with the sale agent Helmuth Andergassen.
Here is the translation, as follows:
Wonderful wines on the Etna slopes
Federico Curtaz is one of the most famous Italian enologists and he tries always new challenges. From 2006 he has having a great success with its Sicilian red wines ‘Etna Rosso’ produced in the Tenuta di Fessina winery, on the Etna slopes.
Lukas Harpf experienced the emotions of the Sicilian wines on the place, with Curtaz.
“The nature of the soil, the climate, with cool winds in September, the characteristics of Nerello Macalese and its vinification in Tenuta di Fessina under Curtaz’s supervision, all this leads to the production of a particular wine“, says Lukas Harpf.
The Etna Rosso „Musmeci“ has been awarded twice by the Gambero Rosso Wine Guide with the highest prize, the 3 glasses (erratum: the Guida dell’Espresso awarded it twice, in 2010 and 2011; The Gambero Rosso Guide awarded it only in 2010)
Federico Curtaz: from Aosta to Sicily
Federico Curtaz was born in Val d’Aosta and lived in Piedmont, in Monferrato. He attended the Wineschool in Asti; then hestarted working with Angelo Gaja, who taught a lot to Curtaz. Since 1997 he is a freelancer as wine making consultant, working in Piedmont and other regions, from South Tirol to Sicily.
Tenuta Fessina: towards new goals
In 2006 Federico Curtaz, toghether with Silvia Maestrelli and Roberto Silva purchased this winery, located in one of the most promising wine region, the Etna Rosso. Close to the small town of Lingualossa, Tenuta di Fessina is composed of 6 hectars of Nerello Mascalese. The vineyards are on average 60 years old. Here wonderful, excellent wines are produced, and there is a great request on the market.
Un’iniziativa davvero interessante, ed istruttiva, si è appena conclusa a Cerreto Guidi, promossa dall’Amministrazione Comunale, in collaborazione con La Strada dell’olio e del vino del Montalbano e la CIA di Firenze.
Ben 46 le aziende partecipanti al XII concorso dell’olio extravergine del Montalbano, la cui premiazione si è svolta ieri nella Sala Consiliare del Palazzo Comunale, celebrata dall'Assessore Valentina Picchi.
Piuttosto caratteristici gli oli che hanno concorso in questa edizione, nei quali il piccante e l’amaro, tipici di questa zona, - con l’acido oleico in quantità preponderante rispetto alle altre componenti, responsabile delle virtù salutistiche del nostro olio – sono evidenti. In crescita, dunque, la produzione olearia del nostro territorio, ben illustrata dal tecnico invitato dal Comune di Cerreto Guidi ad educare alla degustazione.
Il nostro olio IGP Villa Petriolo ha ottenuto un soddisfacente risultato nella valutazione effettuata dal laboratorio chimico merceologico della Camera di Commercio di Firenze: fruttato di oliva al giusto grado di maturazione. Al gusto, noce, pinolo e mandorla. Lievi note di carciofo. Amaro e piccante medio/lievi. Valutazione complessiva: 6.75.
I nostri complimenti ai vincitori e buon lavoro a tutti i produttori del Montalbano!
E’ sempre un grande piacere ricevere l’invito dal giornalista Guido Ricciarelli a partecipare all’immancabile appuntamento con VINI GIUSTI: quest’anno ambientato in una nuova prestigiosa location, vedrà in degustazione i nostri vini toscani e siciliani selezionati appositamente per questa ghiotta iniziativa.
Un piccolo assaggio: l'Erse 2009, Etna DOC, e il Nero d'Avola in purezza Ero 2009, dalla nostra Tenuta di Fessina, saranno certamente tra i "vini giusti", considerati i riconoscimenti di bontà e convenienza attribuiti dalla stampa di settore (Gambero Rosso e Vini Buoni d'Italia).
Dal CS: “Moneta, Oscar Qualità/Prezzo, Borsino Extravagante, I Migliori Acquisti, Euro Che Ride, I Vini Da Bere, Menzione Prezzo/Piacere, Etichette Da Non Perdere, Vini Intelligenti, Bere Bene Low Cost. Sono solo alcuni dei simbolismi che periodici e guide di settore utilizzano per enfatizzare il concetto di convenienza nella valutazione dei vini. Un approccio sempre più seguito e tradotto nelle logiche di acquisto da parte dei lettori che mostrano, certamente, interesse per l’eccellenza assoluta ma chiedono, e non solo più in una chiave di consumo quotidiano ma anche per l’occasione “speciale”, vini ben punteggiati e soprattutto ben prezzati rispetto alla categoria di appartenenza. C’è sempre più sete, in sostanza, di “Vini Giusti”. La domanda sembra progressivamente riposizionarsi secondo la logica del low-cost. Concetto che non vale soltanto in senso assoluto per le etichette di primo prezzo ma anche in senso relativo per quelle più blasonate. “VINI GIUSTI 2011” è l’unica rassegna dedicata alla produzione italiana che abbia ottenuto riconoscimenti di bontà e convenienza dalle principali pubblicazioni specializzate. Un banco di assaggio non-stop dalle ore 16.00 fino alle ore 23.00, allestito in una location di prestigio, che si rivolge al consumatore comune come a quello avvertito, ad enotecari e ristoratori, alla stampa regionale e nazionale. In contemporanea verrà svolta la consueta degustazione tecnica su invito (nota come “Vinbledon”) con valutazione dei vini selezionati e proclamazione dei “VINI GIUSTI 2011” suddivisi per fasce di prezzo”.
"VINI GIUSTI 2011” Data: domenica 27 febbraio 2011 dalle ore 16.00 Luogo: AC HOTEL – Via Luciano Bausi, 5 – 50144 Firenze (www.ac-hotels.com)
“Sal, dobbiamo andare e non fermarci mai finché arriviamo” “Finché arriviamo dove, amico?” “Non lo so ma dobbiamo andare”. Da “Sulla strada” di Jack Kerouac
E’ ormai imminente l’uscita del nuovo bando del concorso letterario di Villa Petriolo, edizione 2011.
Un dono, che speriamo gradito, per gli amici di DiVINando: le anticipazioni sul tema della quinta edizione, che si aprirà a breve (apertura bando: 15 aprile 2011 - termine concorso: 15 luglio 2011; cerimonia di premiazione: settembre/ottobre 2011)
Abbiamo pensato di sollecitare la scrittura dei nostri bravi autori, quest’anno, sui racconti di viaggio. Un genere letterario che da sempre ha affascinato orde di lettori. Dall’Odissea alla Divina Commedia, dalla scalata del Monte Ventoso di Petrarca ai Viaggi di Gulliver, al Viaggio in Italia di Goethe, ad Italo Calvino, il punto di vista soggettivo sulle meraviglie del mondo ha sempre riscosso una grande attenzione tra gli amanti della parola.
La cantina sarà la meta, la curiosità e la voglia di conoscenza il mezzo per raggiungerla. Laddove anche la scrittura e la lettura costuiscono un avvincente viaggio. Il vino, l'inchiostro rubino di cui vergare il diario di viaggio.
La cantina – ricorda Jean-Luc Henning – è un momento di pausa che la storia si prende, la somma sparsa di piccoli frammenti che si condensano, il sogno di una civiltà che si materializza nelle anfore di vini dolci e zuccherati.
“(…) Madelaine Bonjour in ‘L’imaginaire du vin’ ha fatto l’inventario delle etichette di questi granai per tipo di vino. Dentro c’è tutta la storia di Roma. Marziale parla di ‘nettare dell’annata di Opimo’. Un’ode di Orazio celebra un’anfora ‘che imparò a bere i fumi del vino sotto il consolato di Tullo’. In un’altra c’è una giara ‘che si ricorda della guerra marsica’. In Giovenale, un ricco beve del vino messo nell’anfora ‘al tempo di un console con i capelli lunghi’. Quell’uva, aggiunge, dev’essere stata pigiata all’epoca della guerra sociale. Un altro vino, proveniente da Setia (…), è così vecchio che l’etichetta è scomparsa sotto la fuliggine che ricopre la giara”.
Col nostro nuovo concorso speriamo di contribuire, in maniera creativa, a far scoprire le meraviglie della nostra splendida Italia, punteggiata di vigneti, cantine e varia umanità da incontrare sul cammino. Da condividere, infine, sul web, con la pubblicazione di tutti i diari di viaggio per cantine che gli autori avranno avuto il piacere di inviarci. Molto gradite, va da sé, le immagini che ritraggono i vostri tour - veri o immaginati -, foto e video ai quali sarà dedicato un premio particolare.
Tutti in marcia per cantine, dunque, taccuino alla mano!
"Bisogna che lo afferri fortemente che, certo, non appartenevo al mare anche se Dei d’Olimpo e umana gente mi spinsero un giorno a navigare e se guardavo l’isola petrosa ulivi e armenti sopra a ogni collina c’era il mio cuore al sommo d’ogni cosa c’era l’anima mia che è contadina; un’isola d’aratro e di frumento senza vele, senza pescatori, il sudore e la terra erano argento il vino e l’olio erano i miei ori. (...) e ad ogni viaggio reinventarsi un mito a ogni incontro ridisegnare il mondo e perdersi nel gusto del proibito". Francesco Guccini, Odysseus
Si inaugura domenica 30 gennaio un’importante iniziativa a Cerreto Guidi: la VI stagione concertistica, organizzata dall'Associazione Rami Musicali, con il patrocinio del Comune di Cerreto Guidi. La rassegna musicale avrà luogo nel periodo dal 30 Gennaio 2011 al 10 Aprile 2011.
Domenica 30 gennaio - presso la Villa Medicea dalle ore 16.30 - sarà la volta di Ilaria Posarelli che eseguirà al pianoforte musiche di Beethoven, Schumann, Brahms.
"In questa bruma primaverile dai colori pastello, rubati ai sogni fanciulli, ho dipinto incantato un futuro per gli affetti cari, finché il sole estivo non ha scoperto che la corrente di quel ruscello non si faceva ciottolo e arso, come sale marino, un viottolo disseccato portava bianco al cammino nuovi destini. Eppure, prima del tramonto, quando all’ultima rondine regalerò lo stelo per il prossimo nido, sono certo che come un pescatore di terra tornerò per la vendemmia, a gettare le reti e raccogliere i frutti dell’età, nella speranza di trovare una conchiglia dimenticata a raccontarmi di te, come di una madre".
(tratto da Nicola Baronti, Polittico Vinciano – La Via di Caterina, 2008)
I terreni di Villa Petriolo, sul Montalbano, culla materna di Leonardo Da Vinci, risalgono al periodo pliocenico, ossia a 5 milioni di anni fa. I resti delle conchiglie che i terreni presentano – chiamate dal Genio universale i “nicchi” - talvolta sono conglomerati da carbonati di calcio, a formare vere e proprie zolle. Questi terreni risultano molto interessanti per la viticoltura. Sono aree che, in seguito al sollevamento, si sono prosciugate per ultime e quindi riportano i resti di tutti i molluschi che vivevano all’epoca nei mari. Le caratteristiche agronomiche di questi terreni mostrano un buon rapporto tra le tre frazioni granulometriche: 30/35% di sabbia, buona presenza di limo e una piccola frazione di argilla, non così abbondante da procurare danni alle piante ma sufficiente a garantire alla vite una buona ritenzione idrica così da superare indenne periodi di siccità estiva. Questi terreni sono particolarmente adatti a produrre vini fini, sottili, molto eleganti, con una buona concentrazione zuccherina, e quindi con una buona alcolicità naturale, mai pesanti o stucchevoli. In questi suoli l’eleganza è l’aspetto che viene maggiormente premiato nella produzione dei vini.
L’agronomo di Villa Petriolo Roberto Abate ha approfittato di questa mattinata invernale per mostrarci il metodo di potatura delle viti di Sangiovese nel vigneto delle rose, da cui cresce il Chianti DOCG Rosae MnemoSis.
In questo periodo le nostre piante sono nel pieno della fase fenologica del riposo vegetativo ed è questo dunque il momento migliore per eliminare i tralci che nell'annata scorsa hanno portato i grappoli a maturazione. La potatura, che consente di mantenere la pianta nella sua forma adatta al sistema di allevamento prescelto, è allo stesso tempo una pratica invasiva e necessaria. Invasiva perché le ferite inferte possono favorire la penetrazione all'interno dei tessuti legnosi di funghi parassitari che possono danneggiare gravemente il tronco e a volte addirittura provocarne la morte. Necessaria perché la vite, se non viene potata, non è in grado di produrre uve in quantità ed in qualità adatte alla vinificazione. Non dobbiamo dimenticarci che la vite è in sostanza una liana che lasciata libera di crescere si arrampica velocemente su tutori e produce bacche solo per la produzione di semi in grado di riprodurre altre piante. La potatura quindi è una operazione molto delicata, fondamentale per il raggiungimento dell'equilibrio vegeto-produttiva della pianta stessa e fondamentale per il mantenimento dell'efficienza dei ceppi. Molte sono le occasioni in cui si parla di potatura dei vigneti, molte sono le forme di allevamento che cambiano da una zona viticola all'altra o da un vitigno all'altro. Per tutti però la regola principale da applicare è sempre la stessa: raggiungere gli obiettivi (cioè mantenere la forma e l'equilibrio della pianta) contenendo il più possibile i danni e limitando al minimo le dimensioni delle ferite. Questa operazione non deve essere eseguita quando le piante non sono ancora completamente nella fase di riposo vegetativo e deve essere completata prima che le radici risvegliate dai primi tepori primaverili comincino a pompare linfa nei vasi linfatici in preparazione del germogliamento: operando con queste modalità, verranno rispettati i ritmi fisiologici della natura senza forzature. (Roberto Abate)
This morning the agronomist Roberto Abate was at Villa Petriolo. I would like to show you the pictures taken in the vineyard of the Roses, the grapes used for our Chianti DOCG Rosae MnemoSis.
"The soil of Villa Petriolo's vineyards, on the Montalbano hills, date back to the Pliocene Age, about 5 millions years ago. What remains of old shells (that Leonardo Da Vinci used to call 'nicchi') make these fileds very suitable for viticulture. They are composed of 30/35% sand, then silt and clay and produce fine and elegant wines, with a good sugar content and a natural alcohol content, never heavy. Here elegance is the main characteristic of the wines".
January, period of pruning.
"The plants are in the period of vegetative resting, therefore it is time to cut the canes.Pruning is at the same time an invasive and necessary proceeding. First because parasites can enter the plant, but it is obbligatory because if not pruned, the vine cannot produce grapes good for vinification. Different are the system of vine training, but the objective is the same: to maintain the balance of the plant and containing the damages. We have to start the pruning when the vineyards are in the vegetative resting period, before the roots are awakened by the early spring warmth and the bud bursting start ". (Roberto Abate)
Continua, su DiVINando, la pubblicazione dei racconto partecipanti al quarto concorso letterario 2010 di Villa Petriolo “La gaia mensa”.
Racconto “Sospirate lauree” di Dario Ghiringhelli
Intanto il ritmo bizzoso e vivace della musica e della canzoni, invitante e contagioso, sembrava fatto apposta per abbandonarsi, per dimenticare ogni problema, personale o del mondo, per lasciarsi andare, complice la gioventù, all’onda della spensieratezza. Ogni tanto accadeva che qualcuno del nostro gruppo riuscisse a conseguire la sospirata laurea che, quale convenzionale e tradizionale epilogo, sfociava in una cena con molti inviti da parte del neo dottore al quale toccava di finanziare l’avvenimento. La cena cosiddetta di laurea veniva rigorosamente organizzata nel salone del ristorante Cadorna riservato per l’occasione. Eravamo tutti invitati, ragazzi e ragazze, e la festa non poteva considerarsi tale senza che fossero presenti, come minimo, trenta o quaranta convitati. E, come in tutte le faccende studentesche, era noto come si incominciava, ma ugualmente ignoto quale sarebbe stato l’epilogo. Gianni era stato proclamato dottore in architettura con centodieci e lode dal magnifico rettore dell’Università Statale di Milano e nessuno degli amici e amiche si era rifiutato di contribuire alla colletta effettuata per l’acquisto del regalo da porgere al nuovo laureato, sapendo che sarebbe stato sicuramente invitato al luculliano cenone. Mamma e papà, titolari del Cadorna, non poterono mancare alla cena di laurea di uno studente il più rappresentativo tra gli aficionados del Cadorna. Seduti tra Gianni e Ottavio, stavano, però, sulle spine, temendo che, con il procedere delle libagioni, il clima iniziale di distensione si trasformasse in un’atmosfera di eccitazione bacchica. Al dolce, Ottavio, che non era stato parco nel bere, si alzò per dare avvio all’ennesimo brindisi in onore di Gianni ed esortando Gigi a tenere il discorso conclusivo della serata. Gigi, memore del suo complesso legato alla pronuncia della erre, tentò di sottrarsi, ma, alla fine, di fronte alle grida dei commensali: “Discorso, discorso, discorso!”, improvvisò una specie di omelia encomiastica sulla laurea conseguita da Gianni, subito interrotto dagli evviva di tutti: “Viva il dottore, viva l’architetto! Dai andiamo fuori a fare ancora un po’ di baldoria!”. Così, poco prima della mezzanotte, la compagnia si sciolse e tutti si riversarono sul piazzale della stazione ormai deserto, vociferando e schiamazzando allegramente. Non si era ancora a livello di sbornia, ma l’alterazione dei maschi era notevole, mentre le fanciulle tendevano a dirigersi in fretta verso casa per evitare prevedibili rimbrotti da parte dei severi genitori. Gli ultimi ad abbandonare la piazza furono il laureato, Gigi, Ottavio e Pierangelo, il quale formulò un’esecranda proposta: “Andiamo a fare un giro in corso Sempione a Milano per tampinare qualche battona!”. Come per un tacito accordo gli altri rimandarono la proposta al mittente: “Ma sei pazzo, dopodomani sera c’è un’altra cena di laurea. Non ricordi? Il nobile Antonio si è laureato in scienze politiche. Fra quarantotto ore si riprende la kermesse!”. Pagava tutto Antonio che, fiero delle sue vantate origini nobiliari, si piccava di poter spendere senza preoccupazioni di sorta, pretendendo dal ristorante un qualcosa di eclatante che superasse, per abbondanza e varietà, la precedente cena di laurea organizzata da Gianni. L’indicazione tassativa era che si dovesse pasteggiare a base di spumante, con il rigoroso divieto di ogni altro vino. Per quanti non avevano ancora smaltito le conseguenze della cena di Gianni, quest’ulteriore agape fraterna risultò assai impegnativa se rapportata alle funzioni fisiologiche della digestione. Per di più, Antonio, già leggermente alticcio, ogni quarto d’ora, faceva il giro della grande tavolata fatta approntare a ferro di cavallo, riempiendo con la forza i bicchieri di tutti i conviviali. Perché la regola vigente tra i laureandi del Cadorna era che il successo di una cena di laurea lo si giudicasse solo in funzione di quanti ne uscivano allegramente avvinazzati. Ed Antonio, nel suo inveterato atteggiamento nobiliare, si era fissato che il suo cenone guadagnasse il guinness dei primati. La risultanza fu che, intorno alle ventitré, quasi tutti gli invitati e quasi tutte le invitate erano in condizioni vistosamente precarie. L’atmosfera stava degenerando rapidamente e mamma e papà, altamente preoccupati, fecero togliere la corrente elettrica facendo precipitare il salone nel buio, che provocò un fuggi fuggi generale, sfociando nel consueto piazzale della stazione delle Nord. Un gruppo di ragazzi si trovò vicino all’ingresso del Partigiano, la nota balera già citata più di una volta. Quella sera era in pieno svolgimento una festa da ballo di tono popolare affollata di servette e militari in licenza. Il gruppo di giovani entrò tumultuosamente nella sala da ballo, mentre Antonio, il festeggiato, si mise a vomitare senza ritegno su una poltroncina vuota per poi cadere a terra quasi inerte. Pierangelo risolse d’autorità la situazione, rovesciando due bicchieri d’acqua sulla faccia di Antonio che rinsavì all’istante, recuperando, in un certo qual modo, il proprio equilibrio mentale. Ottavio ripagò il gesto salvifico di Pierangelo, dopo essergli arrivato di dietro, rovesciandogli altrettanta acqua giù giù per la schiena. Intanto Gigi ed Eugenio avevano preso un po’ di mira una ragazza piuttosto grassoccia e tarchiatella, girandole intorno per invitarla a ballare. Naturalmente le loro avances furono troncate dall’intervento del suo accompagnatore risultato, a posteriori, essere un operaio dell’Isotta Fraschini, con intercorrenza di spinte e spintoni. Il gestore della sala, ex resistente, dovette intervenire, investendo con violenza i reduci della cena di laurea: “Cosa vi insegnano all’università? Questa è la casa del Partigiano e ci vuole rispetto….. vergognatevi!” “Non è il caso di drammatizzare con dei poveri studentelli come noi”, gridò, per tutta risposta, Franco, cercando di volgerla in ridere. “Silenzio! E filate via subito!” “Va bene ……….. va bene!”, ribattevamo tutti noi in tono conciliante. “E non crediate che la cosa finisca qui, incoscienti! Penserò io a fare una denuncia ai carabinieri”. Ci fu un leggero sbandamento del nostro gruppo al quale subentrò la voce tagliente e sarcastica di Gianni, anche lui presente in qualità di ex neo laureato. “Adesso basta, culatina!”. Tutti conoscevamo il soprannome affibbiatogli da buona parte della popolazione saronnese che suonava pressappoco così: “Maria Pompilia, colei che nel camminar dimena l’anca e se non l’ha preso, poco ci manca”. Il gestore allibì. In tutta la sala si era creato quel mutismo quasi cadaverico fatto di tensione nervosa, che si diffonde allorché qualcuno osa lacerare le norme riservate dell’ipocrisia e scaglia in un ambiente, a mò di proiettile, l’affermazione di una scottante verità. Quel siderale silenzio fu rotto da una risata assai becera, spietata e bestiale, più da folle che da persona in preda all’alcol. Antonio, il dottore in scienze politiche, il festeggiato di quella sera, che aveva ascoltato tutto nella condizione incerta fra il dormire e l’essere desto nel suo annebbiamento etilico, si era svegliato dal suo torpore e bollava con espressione irriverente, acuita dalla sua erre moscia, il discredito di un uomo che, sino a un momento prima, era un riverito e onoratissimo ex partigiano. Pochi minuti dopo una pattuglia di carabinieri ristabiliva l’ordine, invitandoci con cortesia a lasciare la sala da ballo e a disperderci in fretta. L’imposizione dei gendarmi fiaccò un po’ tutti e, noi quattro, rimasti soli, mentre tutti gli altri si lasciavano inghiottire dall’oscurità, ci ritrovammo nuovamente davanti all’ingresso del Cadorna, che, nel frattempo, aveva chiuso i battenti. Gigi, Ottavio, Pierangelo ed io eravamo un po’ come “i quattro dell’Ave Maria”, nel senso che il feeling tra noi, quando eravamo soli, raggiungeva la massima intensità, giusto perché ognuno di noi la pensava in un modo diverso dagli altri, ma in totale comunanza di intenti. Una salutare sigaretta sigillava silenziosamente ciò che in quel momento tutti avevamo già in animo di fare. Senza proferire parola alcuna, ci accomodammo sulla spider di Gigi che, quasi automaticamente, prese la direzione di Cerro Maggiore, dove Silvana, come da suo costume, ci avrebbe sicuramente ricevuto nel suo appartamento posto sopra la già menzionata merceria divenuta per noi, nel tempo, un confortante rifugio. Ma Silvana, appena sentì l’inconfondibile rumore della spider, sbarrò la porta. Non gradiva, per via dei benpensanti vicini, che avvenissero scomposte e rumorose manifestazioni di allegria schiamazzante sotto la sua abitazione. Fu tuttavia, costretta ad aprirci, per interrompere i pugni che battevamo contro il portoncino d’ingresso. Silvana, la cui bellezza era trascorsa, ma non passata, come avrebbe giustamente affermato l’autore de “I Promessi Sposi”, non potendo venir meno alla sua fama di “boccuccia di rosa”, ci fece accomodare in salotto sorridente ed un po’ preoccupata al tempo stesso, ignorando quale sarebbe stata la conclusione di quella improvvisa intrusione in casa sua. Come era sua abitudine in simili circostanze, aveva assunto un atteggiamento civettuolo ed ammiccante che ben confaceva alla sua disabbigliata vestaglietta tenuta chiusa da una cintura allacciata in vita. Il nostro intendimento era chiaro: volevamo concludere la serata con un certo ardore della fantasia e dell’immaginativa. Silvana era seduta nello splendore dei suoi quasi quarant’anni ben visibili attraverso qualche piccola ruga del viso, e nella folta nera capigliatura che luccicava solo per la presenza di qualche sporadico filo grigio; sul viso, la mancanza di trucco stentava a renderle giustizia. Il suo modo di guardarci, lasciando trapelare quelle misteriose esperienze di vissute tenzoni d’amore, era in grado di sconvolgere la nostra mai sopita ed anelante brama di sesso. Come per una silenziosa intesa, Ottavio, Pierangelo e Gigi mi spinsero letteralmente verso di lei. Io, ancora un po’ inebriato dalle abbondanti bevute, dondolai vistosamente nel mezzo del salotto, aggrappandomi, per non perdere l’equilibrio, alle spalle di Silvana, che, senza riluttanza, fece atto di dirigersi verso la camera. “Va, va con la nonna” urlarono in coro i miei amici. Silvana, non sapendo se ridere o arrabbiarsi, mi trascinò nella camera chiudendo la porta, mentre i tre lasciavano la casa per aspettarmi in auto. Li raggiunsi dopo circa tre quarti d’ora. Facemmo ritorno a Saronno, evitando tutti un sia pur minimo accenno a quell’amplesso che mi era toccato, perché ognuno di noi già pensava alle nuove avventure del giorno dopo. Come poteva configurarsi una generazione che allora conosceva una sola dimensione, il futuro, e che considerava il passato un freno ed un impaccio alla corsa verso di esso?
Quando la nonna veniva a trovarci, c’era un momento in quelle giornate che ricordo benissimo. Prendeva dallo scaffale il libro di fiabe, si metteva seduta su uno sgabello minuscolo, esattamente a metà strada fra il letto mio e quello di mia sorella. Poi inforcava gli occhiali e sfogliava il libro, avanti e indietro,frrrr … frrrr …, facendo finta di cercare una nuova fiaba da raccontare. Tutte le volte ci mettevamo a strillare '… vogliamo quella delle due rose sorelle!’. Lei per scherzo diceva che non c’era, che era sparita, inventando quelle piccole bugie che si raccontano ai bambini quando non vogliono andare a letto. Ricordo benissimo quel suo modo di iniziare il racconto con una filastrocca, di come la sua voce si faceva morbida … ‘Questa è la fiaba di due rose sorelle, una bianca, una rossa, gentili e belle … accolgono in casa un orso silvano … aiutano anche uno gnomo villano … trovano sempre la giusta mossa, sono Rosabianca e Rosarossa …’.
Chissà quanta parte ha giocato questa fiaba nella mia storia personale e nella volontà di produrre vino, nel posto che ci vide bambine, di come, in effetti, una di noi due fosse Rosabianca e crescesse più quieta, silenziosa e amasse i colori dell’inverno, mentre l’altra fosse Rosarossa, più vivace, sempre pronta ad accendersi e amasse i colori forti dell’estate.
Mercoledì 16 febbraio, dalle ore 20.30, l’ Osteria-Enoteca Le due sorelle di Messina ospiterà una degustazione dei nostri vini della Tenuta di Fessina, alle pendici dell’Etna, e di Villa Petriolo, la nostra azienda vinicola toscana, a Cerreto Guidi (Firenze), sulle colline del Montalbano.
La cantina de “Le due sorelle”, ricca di oltre cinquecento etichette, è rappresentativa di tutte le regioni italiane e di molte straniere: vi si trovano i grandi vini tradizionali, ma anche realtà locali e poco conosciute, i supertuscans, ma pure piacevoli vini di facile beva. L’Osteria - Enoteca “Le due Sorelle”, inaugurata nel marzo 1995, rappresenta l’evoluzione spirituale cittadina del mitico bar ristorante Puntazzo, che Riccardo e Renato Orlando aprirono nel 1981 a Ginostra, nell’isola di Stromboli. L’originalità dei piatti, la vastità della carta dei vini, la cordialità informale del servizio sono la caratteristica di questa importante realtà della ristorazione messinese.
In un’ottica di ricerca continua delle particolarità enologiche italiane che contraddistingue la passione dei gestori de “Le due sorelle”, i nostri prodotti saranno protagonisti di una serata dedicata alla poesia del vino.
In assaggio dalla tenuta toscana il Chianti DOCG Rosae MnemoSis 2008, nato dal vigneto delle rose, in memoria della fiaba delle due rose sorelle che la nonna raccontava a me e mia sorella Simona prima di andare a letto, a testimonianza di un amore per la terra che affonda le radici in una forte tradizione familiare.
Dall’azienda vinicola etnea Tenuta di Fessina, l’Etna DOC Il Musmeci 2007, ottenuto dalle viti secolari di Nerello Mascalese, e l’ultimo nostro nato in Sicilia, Laeneo, Nerello Cappuccio in purezza dedicato alle feste dionisiache dell’antica Grecia, annata 2009.
Un altro bel racconto per la raccolta de “La gaia mensa”, il concorso letterario di Villa Petriolo edizione 2010.
Annamaria Matera è nata e risiede a Cosenza. E’ finalista e vincitrice di numerosi concorsi nazionali ed internazionali di Poesia Haiku, Narrativa e Narrativa per bambini.
Racconto “Un fagiano tempestato di rubini” di Annamaria Matera
Eravamo tornati nella casa di campagna solo per controllare che tutto fosse a posto. Mi aggiravo nella fresca penombra delle stanze, quando un tuono squarciò l’immobile silenzio dei campi, avvolti dalla bruma autunnale. Pochi secondi dopo, già cadevano le prime gocce, gocce grosse e pesanti, che in un attimo, si trasformarono in un furioso temporale. - Non ci conviene andar via con questo tempo, – urlò mio marito da sotto la tettoia, dove era rimasto bloccato – potrei accendere il camino, mentre tu prepari uno dei tuoi manicaretti. Che ne dici? – continuò, strizzandomi l’occhio con complicità – Niente di complicato, una cosina semplice, per non rimanere a stomaco vuoto – - Le conosco le tue cosine semplici! Specialmente quando siamo qui ed hai più tempo per stare a tavola! Comunque, hai ragione: tra poco sarà buio e conviene rimanere, ma accendi il camino, questa umidità non fa bene alle mie ossa e porta dentro una bottiglia di novello, ormai si può stappare; alla “cosina semplice” penso io – La dispensa mi accoglie con i suoi colori, con i suoi profumi genuini che sanno di casa, di buono, di famiglia. I barattoli delle conserve ben allineati, l’ingenuità delle loro decorazioni quasi mi commuovono. Hanno tutti il coperchio nascosto da un cappuccio fatto con stoffa a quadretti o a fiorellini, trattenuto da un rustico pezzetto di spago, tutti hanno un’etichetta scritta e decorata a mano. Guardo con occhi avidi, ma non so cosa fare, poi, quasi senza accorgermene, mi ritrovo con un sacchetto di castagne secche in mano. - Castagne. Cosa posso fare con delle castagne secche? Un dolce. Già, così mangiamo una bella torta! No. Posso farci anche.. si, un ripieno! Un ripieno. Ma cosa riempio? Ed improvvisamente, mi ricordo che nella ghiacciaia – come la chiamava mio suocero – deve esserci anche un fagiano, che il freddo avrà ben frollato ed il microonde mi aiuterà a scongelare. Lo riempirò con funghi e castagne. Metto a rinvenire i funghi porcini in acqua tiepida e a bollire le castagne, per renderle di nuovo morbide, tiro fuori dal freezer il fagiano. Nel microonde, in pochi minuti, torna morbido anche lui; per fortuna, è già pulito, così non mi resta che preparare la farcia. Nella pentola con le castagne, l’acqua comincia a bollire e, come per incanto, nella grande cucina si diffonde un profumo di bosco, di pini, di ricci appena aperti. Ricordo bene quel giorno, il giorno in cui “andammo per castagne”. Ricordo il rumore degli aghi di pino – ce n’era un tappeto – che crocchiavano sotto gli scarponi da trekking, i gridolini dei bambini, i loro – Ahi! Come punge! – ogni volta che tentavano di aprire un riccio. Mi avvicino alla pentola. L’acqua bolle e le castagne ballonzolano, facendo plop, plop; la pellicina che le ricopriva è venuta via quasi completamente. Meno male, impiegherò meno tempo a sbucciarle. Le scolo, le sbuccio bene e le schiaccio con una forchetta, in modo da ottenere una purea non troppo liscia, unisco ben strizzati i funghi e la mollica di pane, che ho fatto ammorbidire nel latte, due uova fresche della Pina, prezzemolo tritato, una spruzzata di cognac (se Fausto scopre che anche in cucina uso quello invecchiato!), sale e pepe. Il fagiano già pulito mi fa risparmiare un bel po’ di tempo e non impiegherò molto a farcirlo, devo solo strofinarlo, all’interno ed all’esterno, con uno spicchio d’aglio, ma non mi da fastidio, perché il suo profumo forte, un po’ piccante mi piace, anche quando rimane sulle mani. Ciò che, invece, mi infastidisce è cucirlo con il filo da cucina. Non ho mai invidiato i chirurghi e devo stare anche molto attenta a chiuderlo bene, perché il ripieno non fuoriesca. Prima di metterlo nel tegame, però, devo preparare la salsa di melagrana, cosa semplice solo in apparenza, perché vorrei riuscire a sgranarla senza che gli schizzi rossi del suo succo arrivino fino al soffitto della mia cucina. In verità, un’anziana cugina di mia madre mi aveva insegnato un trucco per evitare questo inconveniente: pare che basti sgranarla tenendola immersa in acqua fredda, ma oggi sono calma e rilassata e sono sicura di riuscirci. In fondo, so bene che per ottenere lo stesso risultato non bisogna tagliarla con il coltello, la cui lama romperebbe i semi, facendola lacrimare, ma aprirla con un gesto deciso, rispettando la sua forma naturale e sfruttandole le piccole lesioni che si formano sulla buccia. Trovo, e non per caso, due grosse melagrane in cantina, delicatamente adagiate sui graticci. Le ha posate lì il contadino che cura il nostro piccolo orto, sicuro che presto le avremmo trovate e gustate. Mai come quest’anno sono state gradite. I frutti “del verde melograno dai bei vermigli fior” sembrano sorridermi e sorrido anch’io, pensando a questo meraviglioso dono della natura. Sembra un sacchetto pieno di rubini e piena di rubini è, poco dopo, la mia ciotola, in cucina. Ne metto da parte una manciata da aggiungere alla pietanza al termine della preparazione, per guarnirla, e, nel farlo, davvero mi sembra di affondare le mani in qualcosa di prezioso. I piccoli semi rossi sono lisci, senza asperità. Me li sento scivolare fra le dita e mi piace la loro carezza fresca e profumata. Metto i rimanenti chicchi nella mia preziosissima centrifuga e, senza nessuna fatica, ottengo un liquido rosato, ricco di mille profumi. Mi punge il naso un odore in po’ aspro, come di mela, mi pare di sentire la rosa, la fragola, odore di erbe nuove. Il succo è così invitante alla vista che mi viene voglia di berlo, ma ne assaggio solo un goccio, per dare gioia alla bocca, alla gola, poi lo verso nel tegame con qualche cucchiaio di zucchero e lo lascio ridurre un po’. In quel piccolo mare baciato dall’aurora, adagio il fagiano ripieno, lo spruzzo con qualche goccia di aceto di lampone e copro il tegame. Lascio cuocere, girando ogni tanto il volatile, fino a quando non sento un allegro sfrigolio, allora, sollevo il coperchio e vengo letteralmente investita da un mix di profumi inebrianti. Sono profumi autunnali: caldi, morbidi, vellutati, ma soprattutto avvolgenti. Me ne sento, infatti circondata e coccolata. E’ proprio di questo che avevo bisogno, mentre il temporale, ormai scatenatosi, continua a battere contro i vetri della finestra. - Che profumo! – esclama mio marito, annusando l’aria, mentre entra in cucina – ma cosa hai preparato?- Glielo dico. - Allora, cosa beviamo? Forse, il novello non va bene. Ci vorrebbe un rosso corposo…… - - Non importa! Siamo solo io e te. Perché non tentiamo un accostamento azzardato? Per una volta, lascia stare le regole! – Accetta con qualche riserva; è un intenditore ed è sempre molto attento nella scelta, ma si ricrede appena stappa la bottiglia. Annusa prima il sughero, poi, ad occhi chiusi, fa passare due o tre volte la bottiglia sotto il naso. Io sono lì, ferma, in attesa di un responso. Vedo le sue narici dilatarsi, per catturare più profumo possibile, le labbra allungarsi in un sorriso compiaciuto. - Potrebbe andar bene. Proviamo – Versa il vino nel calice. Il liquido spumeggia, le bollicine formano una collana di piccole perle lungo il bordo, poi cominciano a spegnersi una ad una, spariscono. Lui ruota il bicchiere perché il vino possa ossigenarsi e liberare tutto il suo profumo. – Sento le more, le prugne, vedo i pampini baciati dal sole – dice, inebriandosi. La perfetta trasparenza del cristallo gli permette di ammirare il colore del vino e tutte le sue sfumature cromatiche. E’ soddisfatto. - Sarà un’ottima annata! – dice Il fagiano, irrorato con il fondo di cottura, è sul piatto di portata. Lo cospargo con i semi di melagrana che ho tenuto da parte e sorrido. - Guarda – gli dico – che fagiano prezioso. Hai mai visto un fagiano tempestato di rubini? – Il vino ha un gusto fruttato, a tratti erbaceo, che ben si adatta ai sapori del piatto, esaltandoli. Oggi le nubi hanno rubato il tramonto. Ormai è buio. Per rischiarare la stanza, basterebbe la fiamma del camino, ma accendo una lampada, qualche candela. L’autunno è fuori.
"La vita andava via lenta, anche al caffè Commercio, che stava all’angolo di Piazza Cavour. […]. Davanti al Caffè Commercio passava anche la Gradisca. Vestita di raso nero che mandava fulgori acciarini, portava i primi ciglioni finti. Nel Caffè, tutti spiaccicavano i nasi sul vetro. Anche in pieno inverno la Gradisca appariva con tenute da sketch: i ricciolini, le prime permanenti. [….]. Il passaggio della Gradisca creava enormi struggimenti: appetito, fame, voglia di latte. I fianconi parevano ruote di locomotive quando si muovono: suggerivano quel potente movimento". Da “Federico Fellini - La Mia Rimini”, Guaraldi Editore, Rimini, 2003
Il nostro Federico è tornato entusiasta dalla degustazione dei vini della Tenuta di Fessina realizzata presso il Caffé Commercio di Rimini, “Aperitivo d’Italia/Bar d’Italia 2011” per il Gambero Rosso e "comparsa d'eccellenza" nel film di Federico Fellini "Amarcord" in virtù della propria longevità a Rimini: passione, professionalità, ricercatezza nella semplicità dei piatti ed il romanticismo dei gestori, Massimo e la moglie, nel condurre il loro ruolo lo hanno colpito al cuore. Una scelta di Champagne di tutto rispetto, locale pieno, soddisfazione ed entusiasmo tra le persone intervenute sono un grande successo per noi produttori. Un grande grazie al patron di Caffé Commercio per la splendida accoglienza che ci è stata riservata.
"Forza burdel...tnim bota e andam avanti!!! (Forza ragazzi...teniamo duro e andiamo avanti)", il motto di Massimo Zangheri!
INFO Caffé Commercio: Piazza Ferrari 22 47921 Rimini (RN) tel: 054121600 info@caffecommercio.eu www.caffecommercio.eu
“Sabato scorso sono andata alla presentazione del libro “C’era una vodka”, dell’amico Sapo Matteucci. La cupola della chiesa del Cestello era avvolta da nuvole rosate, di tonalità appena più chiare di quelle degli arredi dell’Harry’s Bar, locale fiorentino dal fascino retrò dove Carlo Pallavicino e Sandro Veronesi hanno presentato questa sofisticata e divertente ‘Educazione spirituale da 0° a 60°. Una fenomenologia dello spirito per tutti: gli spiritosi, gli spiritati, gli spiriti magni, gli spiriti divini. Per chi pensa che l'alcool non è certo terapeutico, ma senza sarebbe anche peggio’.
Chi come me ha letto con gusto il precedente “Q.B. La cucina quanto basta” apprezzerà l’ intreccio sapiente di ricordi e drink, condito con fine e colta ironia, una sorta di educazione sentimentale dell’alcool che passa attraverso diverse età, momenti di vita e gradazioni.
Ringrazio Sapo anche a nome di mia sorella per aver inserito Villa Petriolo fra gli iperluoghi, nella sezione dedicata agli spiriti divini (e il barman dell’Harry’s bar per il Martini cocktail, che pur non essendo il mio preferito, era sapientemente dosato e originale nel bicchierino ice cold ).
Villa Petriolo: Chianti Rosae Mnemosis 2006, Chianti Petriolo 2007 ‘In una zona incantata, fuori dall’intricato reticolo Fucecchio-Empoli- Cerreto Guidi, le belle sorelle Maestrelli abitano una magione a metà fra la villa e la casa colonica toscana. Anche questo un iperluogo tarato sul lavoro agricolo del vino e dell’olio, permeato dall’eleganza ormai spontanea delle forme toscane, in cui natura naturans e natura picta ormai si confondono, dando luogo a quell’unico genius loci che incanta il mondo intero. Siamo in una terra, quella di Cerreto Guidi, che produceva un tempo vini effimeri ma aggraziati, come il volo delle farfalle. (….)Oggi questo vino di trame labili ma molto piacevoli – come quelle degli acquarellisti del Grand Tour - non si trova più, però si trovano vini rigorosi quali il Rosae MnemoSis, Chianti di solo Sangiovese che non conosce barrique, premiato l’anno scorso per l’originalità espressiva. Un vino in qualche modo antico ma intenso, coi tannini ben governati. Il Chianti (90% Sangiovese, 10% Colorino) per così dire base, ha invece un rapporto prezzo qualità ancora migliore ed è un vino magistralmente misurato, che non conosce asprezze, eppure molto vitale.’”
Simona tells about the book's presentation.
“Last Saturday I went to the presentation of the book “C’era una vodka”. The author, our friend Sapo Matteucci, likes to play on words, using calembours; the translation is 'once upon a time' and he plays with the similarities between the words 'volta' and 'vodka'. At the Harry’s Bari in Florence, Carlo Pallavicino and Sandro Veronesi presentated this sophisticated and amusing , ‘A spiritual education from 0° to 60°. A phenomenology of the spirit for everyone: gli spiritosi, gli spiritati, gli spiriti magni, gli spiriti divini (witty people, possessed people, the great spirits and the divine spirits) , for those who think that alcool is not a medicine, but without it would be even worse'.
Simona thanks Sapo who talks about Villa Petriolo in the section dedicated to the Divine Spirits, among the Hyperplaces (and the barman of the Harry’s bar for her wonderful Martini cocktail served in a small ice-cold glass).
Villa Petriolo: Chianti Rosae Mnemosis 2006, Chianti Petriolo 2007
‘In an enchanting environment, out of the towns of Fucecchio-Empoli- Cerreto Guidi, the beautiful Maestrelli sisters live in a place which is half a villa and half the typical Tuscan country house. It is an hyperplace where olive and wine are produced, permeated by the spontaneous elegance of Tuscan forms, in which natura naturans and natura picta mix, creating the unique genius loci which enchants the whole world. The area of Cerreto Guidi used to produce light but gentle wines , like the fly of butterflies (….) Today these light wines with weak and gentle yet pleasant texture, like those of the Grand Tour watercolour painters, have disappeared. Today there are wines as Rosae MnemoSis, Chianti made with 100% Sangiovese without the use of barrique, which last year was awarded for its original expressivity. A wine ancient and intense, with very pleasant tannins. Chianti (90% Sangiovese, 10% Colorino), the base wine, has a good price /quality ratio and is a well-measured and vital wine".
Buon inizio settimana con “Il libertino”, il racconto di Rita Mazzon che ha partecipato al quarto concorso letterario di Villa Petriolo “La gaia mensa”.
Rita Mazzon nasce a Padova, dove risiede. Dice di sé: “Scrivo racconti e poesie da sempre. Solo da pochi anni partecipo a concorsi letterari ottenendo vari premi sia per quanto riguarda la poesia, anche in dialetto, che il racconto”.
Racconto “Il libertino” di Rita Mazzon
Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina. Un posto dove mi lascio investire, o meglio ancora vestire dalle sensazioni. Ho bisogno di tutte le sfumature per provare emozioni e vivere nel migliore dei modi. Per quanto esperimenti tanti sapori dalla vita, ne vado in cerca sempre di nuovi. Sono un superficiale, lo ammetto. Sberciato da qualche sofferenza d’amore, o disattenzione, divoro momenti dolci o in contrapposizione aspri, non trovando un toccasana a questa eccentricità che potrei chiamare volubilità rotonda. Sì, perché io ho un carattere senza spigoli. Mi piace farmi guardare vestito ed anche nudo. Il tocco della mano poi mi eccita a tal punto da indurre le mie voglie all’assoluto piacere. Oso chiamarmi portatore di gioia. E’ troppo forse? Non posso farci niente. Non mi sento in colpa, no! Amo essere sedotto. Coltello, forchetta o perfino cucchiaio che mi righino pure la pelle! Io vivo di eccitazione riflessa. Strisciato, rigato, qualche volta deluso per un approccio inconcludente, mi convinco di nuovo a fare incontri, perché mi ritengo artefice del piacere. Io sono un giro di emozione pura. Un circuito di altalenanti sapori. Sembrano pensieri campati in aria, pompati dalla mia boria? Non mi costa nulla far vedere i miei ricordi, per assaporare assieme le mie istantanee servite in tanti flash della memoria che ancora trasudano dalla mia pelle.
…Era d’inverno. Fuori il gelo ruminava gocce di solitudine. Qui, da me al caldo si infoltivano piacevoli aspettative. Mi ero attardato nella cucina a sentire il profumo del riso che si lasciava tostare con la cipolla. Il brodo vegetale bolliva nella pentola, mentre i funghi si lasciavano ammorbidire nell’olio bollente con l’aglio ed il prezzemolo. A poco, a poco, lentamente il brodo annacquava l’anima del riso che veniva vestito dai funghi e si lasciava mantecare poi dal burro e dal grana. Morbida compostezza. Colore tenue di voluttà indicibile. Tu mi guardavi, spaesata, un po’ sorpresa. Pudica della mia passione che sospettavi non ti avrebbe dato tregua.
Il risotto di funghi porcini ti fece sorridere. Mettesti in bella mostra tra le labbra curiose e golose la splendida dentatura. Ti avevo messo a tuo agio. Avevo fatto centro. Ti osservavo mentre la forchetta scandagliava il riso in cerca di un pezzetto di fungo da assaporare piano. Docile, morbido al palato. La lingua trastullava un piccolo boccone per raffreddare l’emozione troppo intensa. Per far durare più a lungo il sapore e non dimenticarlo. Riso dopo riso, le guance si erano arrossate, al culmine di una gioia sensuale che ti era entrata dentro senza alcuna fatica. Soffice presagio di eccitazione. Io ero già tuo, tu eri già mia. In un gioco dei sensi in cui non c’erano vincitori, né vinti. Tutto stava in quella comunione di desideri appagati. Ti ho guardata quando facevi girare la forchetta in cerca di un ultimo chicco. “Ne vuoi ancora?” Io mi proposi. Tu mettesti il tovagliolo sulla bocca, scuotendo la testa, come a chiedermi scusa. Era stata solo una provocazione la mia, lo ammetto, perché sapevo già che eri sazia.
…Era d’estate. Fuori la calura offuscava tra le gocce i pensieri. Qui da me al fresco le parole si attardavano. Il ventilatore rinfrescava le idee. Tu mi guardavi con un sorriso famelico da lupo. Io per te mi sarei fatto docile agnello. La carne aveva il colore rosso nel perfetto taglio di bistecca. Alta, succosa fiorentina. Sugo rosso che umettava le labbra come un rossetto luminoso. Più la tua voracità procedeva, più io mi spogliavo. Così senza ritegno, convinto di farti cosa gradita. Tu succhiavi sangue ed olio e colava da un orlo della bocca la tua voglia. Ancora, ne chiedevi ancora… Fino a che punto avrei appagato la tua temeraria spavalderia? Tu ti sentivi pronto, anche se era solo il nostro primo appuntamento. Scarnificavi un pezzo di carne ad ogni leccata per enfatizzare un atto che si compresse e si smaterializzò in pochi minuti di ingordigia. Poi mi buttasti via.
…Era di primavera…Potrei continuare così all’infinito. Non ho mai requiem, sempre incline a nuove esperienze ed altre ancora…
Oggi sei qui davanti a me. Un po’ distante. Stai spiluccando un creme karamel controvoglia. “Che hai? Che cerchi? Non ti eccita, non ti rincuora la mia presenza?” Mi aggrappo allora a dei ricordi di sapori lontani per addolcire il tuo malumore cui non riesco a porgere un argine sicuro. La tua ruga non si stempera. Anzi diventa collera, ira. “Io ti ho voluto bene e te ne voglio ancora.” Le parole infittiscono le cattiverie. Una partita a tennis dove i discorsi si fanno più veloci, convulsi. “Io ti ho voluto bene e te ne voglio ancora.” Non produco effetto. Sei troppo preso dai tuoi folli ragionamenti di gelosie represse. “Sì, lo so mi hai visto con un altro ed allora? Ora sono con te. Non ti basta?” Non ascolti ragioni. Il creme karamel tremulo si spacca, trafitto dalla forchetta che lo penetra. Non si mangia il budino con una forchetta! “Vieni vicino, facciamo la pace, vuoi?” L’onda anomala della rabbia afferra un coltello da cucina, posato sulla tavola per una dimenticanza atroce… e scaraventa la sua ira in una violenza scomposta che si contrappone al dolce dessert. Fiotti di sangue annacquano il caramello che si colora di bugiarda fragola. Tu continui ad infierire, a schizzare con la lama particelle di una gelosia malata, oltre un confine di un ricordo annebbiato. Mi sento toccare per un riflesso di vita che fugge e vuol restare. Si aggrappa alla tovaglia e mi porta con sé. Un grido. Precipito. Un rantolo. Sono a pezzi sul pavimento. Sangue e pezzi.
Un piatto può amare? Può provocare piacere e può morire? Io avevo il mio carattere rotondo da conservare per riproporti altri piacevoli sapori. Io…
La sirena dell’autoambulanza mi entra nell’anima. Anche se dicono che le cose non possiedano spirito. La scena che appare è macabra e scostante. Tu in disparte con gli occhi allucinati seduto in un angolo. Imbrattato di uno smarrimento che non ti fa percepire quello che è stato. Lei distesa a terra intrisa di un amore violento. Gli infermieri cercano invano di rianimarla, poi stendono sopra di lei un lenzuolo.
Io resto immobile… Sono solo cocci di porcellana bianca che vengono spazzati via.
Juri Borgianni, autore del Blog Grappolo Rosso, è stato un amante della prim’ora del nostro Nakone (ex Se), lo Chardonnay di Tenuta di Fessina.
Lo ringraziamo ancora una volta per le parole buone che dedica al nostro vino nato a Segesta:
“Con grande piacere stasera mi sento di scrivere di uno dei vini che maggiormente mi hanno emozionato nel 2010. E' difficile quando si scrive di amici non essere di parte ma giuro, tutto quello che mi emoziona in questo vino va ben oltre alla grande amicizia che ho con i produttori. Ci sono sensazioni che difficilmente si possono racchiudere in un bicchiere ma che Nakone ha...
Facendo una lista dei vini emozionanti del mio 2010 sicuramente questo vino merita di essere nominato nella top 10. L'incontro con Silvia è stato quasi casuale ed avere la fortuna di conoscere Federico, scambiarci opinioni ed instaurarci un rapporto che va ben oltre a quello che è puro lavoro per me è stata una delle cose che hanno sconvolto maggiormente la mia passione enoica. Capire che dietro a dei vini, a certi vini, ci puoi trovare quello che un produttore è credo sia l'emozione più grande che uno possa sentire di fronte ad un calice di vino. Mi è capitato più volte anche con altri produttori e mi è sempre successo solo quando ho conosciuto da vicino l'artefice di quella alchimia che mischia una persona a quel succo terreno chiamato vino. Devo dire che tutti i vini della Tenuta di Fessina hanno qualcosa di Silvia e Federico ma sicuramente quello che mi ha sempre sconvolto è il Nakone, ex SE per chi conosce la storia di questa bottiglia. Uno Chardonnay in purezza che nel bicchiere si trova di un colore giallo paglierino con riflessi verdognoli, brilla nel bicchiere e vive di luce propria. Al naso sentori di frutta da albero, una bella mela, fine e mai pesante come solitamente ci aspettiamo dai siciliani. In bocca diresti che c'è un errore, la provenienza non può essere siciliana, eleganza, bellissima acidità, finezza, fanno di questo vino uno di quelli da provare alla cieca per accorgersi che è facile confonderlo con un vino del Nord. Bellissimo il finale di bocca fresco e pulito. Un vino fine, sobrio, tutto da raccontare e da ascoltare, mai banale al quale dichiarare eterno amore”.
Nakone, Tenuta di Fessina's 100%Chardonnay, is the protagonist of the post by Juri Borgianni in his wineblog Blog Grappolo Rosso.
"Today I have the pleasure of writing about one of the wines that has excited me most in 2010. It's not easy to write about a wine produced by friends, but this is really a great wine, worth to be in the top 10. I first met Silvia, then I had the chance to meet also Federico, and to start an interesting relationship with them. Understanding that behind certain wines there is the winemaker, the person, is the greatest emotion one can feel when is in front of a glass of wine. It is a magic alchemy mixing together a person and this juice of the land called wine. Every bottle produced in Tenuta di Fessina has something of Silvia and Federico, but the one which has really fascinated me is Nakone, (before called SE, for those who know the story) A 100% Chardonnay with a brilliant straw yellow colour and green nuances; with fruity aromas of apple. It is fine and elegant, never heavy as one would expect from a Sicilian wine. In the mouth you couln't believe it comes from Sicily. Its elegance and finesse, make of it a typical wine from Northern Italy. Wonderful the final, fresh and flawless. A fine and sober wine, never banal. A wine to which declare ethernal love ”.
Per La gaia mensa, il quarto concorso letterario di Villa Petriolo, pubblichiamo oggi il racconto di Eleogivio Tani “Pane, vino e amore”. Buona lettura!
Eleogivio Tani nasce a Lugo di Ravenna il 1° febbraio 1947 da padre pittore e scultore romagnolo e da madre pugliese, nel 1968 si diploma a Ravenna perito industriale con una votazione prestigiosa. Richiesto dalla IBM – Italia (computers) lavora nel 1969 a Vimercate (Milano) presso il controllo della qualità’ e grazie alla borsa di studio inizia l’università. Nel 1977 diventa caposervizio quadro dirigenziale alla Magneti Marelli dove cura il servizio verso la grande clientela ( Fiat, Ferrari, Alfa Romeo, etc.) e dopo avere studiato Economia e Commercio presso la Università’ Cattolica di Milano, partecipa alla marcia dei ‘Quarantamila’ a Torino. Da oltre 40 anni compone poesie, anche se la sua produzione è discontinua ottiene sempre premi in occasione delle sue rare partecipazioni a concorsi letterari.
Nel 2010 Eleogivio pubblica il romanzo “CALDO SOTTO LA NEVE. La mia lotta ventennale contro il tumore”.
Racconto “Pane,vino e amore” di Eleogivio Tani
A Vinci, lungo il viottolo che porta alla casa di Gino Varbali che sale e curva a destra perdendosi alle spalle verso la torre e il campanile, camminando fino alla cappella della Madonnina, come smarrito, Stefano vi andava un po’ correndo, disperato. I suoi sedici anni, la voglia di trovarsi un pasto e la paura dei tedeschi e dei bombardamenti, lo inducevano a vagabondare dentro quei suoi sandali di cuoio, laceri e quasi senza suola. Erano giorni dell’aprile del ‘45, il sole batteva su quelle piante alte di canne e di sterpaglie, mentre le rondini facevano un concerto, di tanto in tanto, al suo passare. D’improvviso davanti a sé, vide un rudere di pietre e paglia con una mangiatoia e a fianco, sopra uno scranno all‘ombra del canneto, una damigiana di vino rosso e quattro rigogliosi filoni di pane toscano. “Ah, che sete e che fame, adesso m‘abbuffo” pensò e tosto, sedendosi su un cumulo di pietre poste accanto, piegò a sé quel gran boccale e iniziò a bere e a mangiare. Quel vino rosso scuro fresco e tagliato, gli parve essere lì per puro caso, proprio mentre la sete era alle stelle e il camminare in lungo e in largo tanto. Bevve e mangiò talmente che , lasciando andare la damigiana al suo sito, si stese all’ombra sulla paglia, dormendo come un ghiro. Venne la sera e poi la notte e infine il gallo che, cantando davanti alla sua faccia lo destò: “Cicchiricchichi, chicchiricchichi……”. Stefano aprì gli occhi e vide meravigliato, davanti a sé, una bellissima ragazza piangente, più o meno di quindici anni: aveva gli occhi arrossati e, tenendo in mano un foulard nero, con cui si asciugava le lacrime, mostrava un corpo prospero e curvilineo sotto un abito lacero e consunto. “Chi sei“ le domandò “cosa ci fai qui davanti”. “Sono Maria, la figlia di Gino”rispose”la mia famiglia è tutta scomparsa nel bombardamento dell’altro giorno, ed io, per non morir di fame, ho portato col carretto in baracca quello che ho potuto“. Al ché Stefano replicò : “Scusami se ne ho approfittato, ma sai, di questi tempi non si sa quanto tempo si può campare”. Lungo lo stradello che ridiscende a Vinci, il silenzio era tale da far sentire il frusciare della brezza come se contasse, ad una ad una, ogni singola pagliuzza e volesse sagomare a suo modo quella vegetazione colma di giallo e verde, confusamente sparsa. Quel silenzio carente di vita, in cui tuonava la morte e le recenti grida di paura, tra spari e fiamme, scivolava sulle orecchie di Stefano e Maria come una anomalia momentanea, in cui i colpi assordanti delle bombe, facevano da padroni. Entrambi non avevano più nessuno, una vita davanti ed il deserto, che la morte aveva provocato negli affetti e negli animi, come l’espandersi di una malattia contagiosa che avrebbe contaminato anche i più allegri degli uomini. D’improvviso, lontano, sul fondo del viottolo, si sentì da prima un rombare di motori, poi: “Venite, venite ! L’Italia è stata liberata”. Erano giovani partigiani, rmati di moschetto che dal fondo della valle, posti su camion grigioverdi gridavano la Liberazione dell’Italia dai nazi-fascisti. Di corsa Maria, dopo essersi affacciata con Stefano per guardar la scena, entrò nella capanna e ritornò, portando un grande prosciutto, prese un lungo coltello, lo tagliò a fette e quel buon profumo si sparse alle narici in quel momento di entusiasmante felicità. Poi, finalmente, il vero silenzio. Per Stefano e Maria, quel dì, fu la più bella festa della loro vita.
Si degusta virtualmente il nostro Etna DOC Il Musmeci, annata 2007, sul WineBlog di Luciano Pignataro: l’11 gennaio escono le note di assaggio di Marina Alaimo, che ringraziamo per l’attenzione così gentile dedicata al nostro “cru” prodotto in Contrada Rovittello.
“TENUTA DI FESSINA Uva: nerello cappuccio e nerello mascalese Fascia di prezzo: 15 a 20 euro franco cantina Fermentazione e maturazione: acciaio e legno L’Etna sa esprimere decisamente vini di grande personalità e facilmente riconducibili al territorio di provenienza. Tenuta di Fessina nasce dall’incontro felice di Silvia Maestrelli, già produttrice toscana dell’azienda Villa Petriolo a Cerreto Guidi, suo marito Roberto Silva e l’enologo Federico Curtaz, di origini valdostane e formatosi professionalmente in Piemonte.
Incantati dalla bellezza dei vigneti etnei e convinti della loro capacità espressiva ben caratterizzata da tipicità ed eleganza, decidono di acquistare dalla famiglia Musmeci il loro vecchio vigneto. 6 ettari di nerello mascalese e nerello cappuccio, testimoni per circa ottant’anni degli sbalzi di umore del grande vulcano, che ancora oggi sbuffa e borbotta e condiziona i pensieri e la vita degli abitanti. I vigneti sono in Contrada Rovittello, frazione di Castiglione di Sicilia, su terreno nero ricco di scheletro e ceneri laviche, tradizionalmente allevati ad alberello, la produzione è piuttosto bassa, 4 – 5 grappoli per pianta, ad un’altitudine che raggiunge i 600 metri s.l.m. Oggi l’azienda possiede 13 ha e produce 52.00 bottiglie. Oltre alla particolare composizione del terreno, anche le forti escursioni termiche giorno notte, dovute alla notevole altitudine, caratterizzano singolarmente i vini di Tenuta di Fessina, dotati di un patrimonio aromatico ampio ed intrigante. L’idea dei tre soci è quella di lasciar esprimere il vigneto ed il territorio in totale libertà, con particolare attenzione verso l’utilizzo di tecniche che rispettino il più possibile l’ambiente. Musmeci è la punta di diamante dell’azienda, le uve di nerello mascalese e di nerello cappuccio utilizzate provengono dalle piante più vecchie allevante su piccole terrazze. Il risultato è di estrema eleganza espressa sia al naso che al palato. Il vino già alla vista ferma l’attenzione sulla vivacità del colore rosso rubino, ma sopratutto sulla trasparenza e la viva luminosità. Al naso è inizialmente timido, richiede ampie ossigenazioni per parlare di se. Affiora inizialmente il frutto croccante di ciliegia e mora, poi timida la violetta, ancora le note speziate di pepe e anice stellato, ben marcata la mineralità e le note ferrose. Al sorso è molto invitante, è sottile, ha tannini compatti e molto eleganti, di buona freschezza e sapidità che sorreggono con armonia la dote alcoolica di 14° alcolici, per niente percettibili. Lunga e verticale la persistenza in continuo crescendo. Questo vino è frutto di un buon equilibrio tra il mondo classico e quello moderno: vecchie piante, forte attaccamento al territorio sono supportate da tecniche e concetti moderni il cui risultato è caratterizzato da tipicità ed estrema eleganza. A questo punto, come faccio spesso, mi piace identificare il vino con un brano musicale e credo che il giovane musicista Giovanni Allevi con grande brio e dinamismo possa ben unire il mondo classico a quello moderno, scelgo pertanto “Il nuotatore”.
Declinazione del blu: celeste, turchese, acquamarina, polvere, bluceruleo, fiordaliso,…ad illuminare l'anima, col sole e l'azzurro sopra i nevai.
L’emozionante ed improvvisa eruzione notturna dell’Etna del 12 gennaio sembra aver reso più intensi i colori, le sensazioni. La mattina, un’aria tersa e croccante definisce i contorni, si specchia nelle cose svelando segreti. Col cielo negli occhi.
Le cose che si vedono in cielo, le cose che si vedono in terra. Candidi pennacchi indomiti e fumanti, secolari abbracci di vite.
Il tesoro nascosto di Fessina, l'antico palmento del Settecento in pietra lavica. In uso sino a un decennio fa, vi compare ancora intatto il torchio a vite per la pressatura delle vinacce. Speriamo di riuscire presto a rendere disponibile la visita del nostro scrigno sotterraneo per tutti i winelovers giunti a Tenuta di Fessina.
"Caratteristica peculiare nella fabbricazione del palmento etneo, oltre l'utilizzo della pietra lavica, è quella di essere costruito in modo da sfruttare, nelle operazioni di vinifìcazione, la forza di gravità, senza utilizzo di nessuna attrezzatura di sollevamento del liquido. (...) Attraverso stretti canali in pietra lavica il mosto defluiva in un'altra vasca sottostante detta tina, costruita con lastroni di pietra lavica, in cui, durante la pigiatura, si rimettevano di volta in volta i grappoli già pressati (bucce e raspi) della pista. Nella tina avveniva la prima fermentazione a contatto con le bucce ed i raspi che durava, a seconda del tipo di vino e della zona, da un minimo di 24 ore ad una settimana. Con la svinatura, dalla tina, sempre attraverso tutto un circuito di canali in pietra, il mosto in fermentazione veniva fatto defluire nel ricevituri, altra vasca in pietra lavica ubicata sotto la tina, oppure direttamente nelle botti che si trovavano in un altro locale adiacente e sottostante al palmento, più basso, rispetto al palmento, di 3,5 - 4 m, detto ispensa, cioè la cantina".
Si continua a parlare del nostro A’ Puddara, Carricante in purezza della Tenuta di Fessina in uscita sul mercato di qui a pochi mesi. Dopo la lusinghiera citazione sul libro “DiVINando. Le stelle nel bicchiere”, esce l’articolo di Andrea Gori su Business People di questo mese, dedicato ai “Vini d’alta quota”.
Suggestiva la chiave di lettura di Andrea, che ringraziamo molto per aver inserito il nostro A’ Puddara tra i vini prodotti da Carricante sull’Etna: “(…) salute, di forza e struggente malinconia che sembrano adattarsi benissimo all’idea della vite che da sempre ha provato ad arrampicarsi sulle vette e quasi sfidare i produttori a realizzare vini che riuscissero ad evocare le stesse sensazioni”.
"Etna carricante Facile pensare a vigneti in quota nel nord italiano, meno facile pensare che vigneti molto vicini ai mille metri si possano trovare su un’isola come la Sicilia. Qui il vulcano Etna produce ormai da qualche anno vini già famosi e ricercati come i rossi da nerello mascalese e i “nuovi” bianchi da uve Carricante, il cui nome deriva dalla capacità di “carricare” in maniera veloce i cesti di raccolta delle uve, garanzia di reddito e produttività per i coltivatori della zona. Quasi sempre usato in uvaggio per aiutare i rossi locali, solo negli ultimi 20 anni si è scoperto come grande vino bianco dalle inaspettate doti di sapidità, longevità e profumi molo particolari di frutta bianca, fiori d’arancio, anice, il tutto arricchito dalla classica nota di zolfanello dei terreni vulcanici una alta acidità. Vino che fa di tutto per non apparire siciliano e mediterraneo e si avvicina quasi ad una espressione alto atesina. Vini che conviene bere dopo almeno un anno in bottiglia dopo la vendemmia per poterne cogliere ogni sfumatura. Sul mercato si trovano carricante 100% di Planeta e di Gulfi, oltre all’ormai classico Tenuta delle terre Nere ma con un po’ di sforzo anche altri “piccoli” che vale la pena provare come A Puddara della Tenuta di Fessina o Calabretta. Vini che non solo raccontano l’energia e il calore di una montagna sui generis come l’Etna, ma che lo fanno in maniera estremamente naturale evitando trattamenti fitosanitari eccessivi e lavorando in cantina in maniera da mediare il meno possibile tra la montagna e il consumatore: emozioni assicurate a chi li beve socchiudendo gli occhi, per non parlare di chi decide di toccare con mano la bellezza delle zone vitate da cui provengono”.
il mio lavoro mi ha permesso di abbattere quelle barriere che separano la serietà dall'allegria, il lavoro dal divertimento. Il vino è quello che mi piace fare, lavorare con serietà e professionalità, scherzare, giocare, creare, liberare la fantasia....
Perchè questo è il modo per sentirmi me stessa, essere in armonia con gli altri in ogni momento della mia vita.