lunedì 28 febbraio 2011

ERSE 2009 della Tenuta di Fessina medaglia d’argento al torneo Vinbledon di VINI GIUSTI 2011


Erse, il richiamo del sorgere del sole e della rugiada all’alba. L’azzurro delle gocce della rugiada. L’azzurro del cielo dell’Etna.


Una manifestazione originale è quella organizzata ogni anno sulle rive dell’Arno dal giornalista Guido Ricciarelli: VINI GIUSTI premia quei prodotti che, presenti sulle principali Guide ai vini nazionali con condivisi riconoscimenti di bontà e convenienza, si attestano anche sul mercato grazie alle doti di bevibilità e buon rapporto prezzo-qualità.



Il nostro Etna DOC della Tenuta di Fessina ERSE 2009, presente tra i “vini giusti 2011” insieme al resto della batteria siciliana e ai nostri toscani di Villa Petriolo, ha meritato un’ ulteriore attestazione: il secondo posto al torneo Vinbledon, gara ad eliminazione diretta curata da una giuria di esperti tra degustatori, giornalisti, enotecari.



Superata la selezione per fasce di prezzo, ERSE 2009, il nostro blend di Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio, in una sala dell'AC Hotel gremita di vivaci enoappassionati, è volato verso la finalissima, guadagnandosi la medaglia d’argento di Vinbledon 2011.


Degustazione tecnica dei vini della TENUTA DI FESSINA - Federico Curtaz - LAENEO - ERSE 2009 - IL MUSMECI

Premiato dunque il rispetto e la valorizzazione del territorio di origine con il nostro ETNA DOC, che rappresenta una fotografia del vigneto tradizionale etneo, con le caratteristiche di fragranza e beva accattivante che le Guide de L'Espresso e del Gambero Rosso, nonché importanti riviste specializzate, gli riconoscono nelle edizioni appena pubblicate.

“(…) Il rosso Erse esprime la fragrante immediatezza di un nerello d’annata: in bottiglia a giugno, in commercio già nell’ottobre successivo alla vendemmia, è un vino che Curtaz ama definire “del mattino”, cioè capace di comunicare tutta la freschezza di un vigneto esposto a est, e perciò al riparo dalla calura del pomeriggio (l’utilizzo a colazione resta tuttavia sconsigliato)”. (Giampaolo Gravina, Enogea n. 32, “Tutto Etna. Speciale ultima frontiera”).

Etna Rosso Erse 2009: “Delicati profumi di ciliegie, bocca pure molto succosa, fresca invitante, e finale bello tonico: nonostante la semplicità dell’impianto, ha l’allungo dei nerelli di più immediata godibilità” (Guida Vini d’Italia 2011, L’Espresso).

Come ha avuto modo di ricordare Federico in una recente intervista diffusa sul portale Segni diVini - creato da Partesa Sud-Adriatico - "(...) le Guide rappresentano un buon servizio per le aziende, quando questa analisi e questa critica vengono fatte in modo onesto e con l’entusiasmo che certe realtà meritano. Grazie alle Guide, è più facile farsi ascoltare, ma i progetti devono essere fatti prima e bene. La nostra Tenuta di Fessina è un’azienda emozionale, che non prevede costruzioni enologiche a monte: occorre semplicemente interpretare il territorio per quello che è. Bisogna andare dietro ai grandi luoghi e ai grandi uomini. A noi i rappoti con i giornalisti e con la Guide fanno bene: è necessario saper spiegare autenticamente i propri progetti, però". Dunque, "Come dovrebbe articolarsi un giudizio sul vino? … Bisogna essere necessariamente degli esperti di vino per capirlo?", prosegue l'intervista. "La conoscenza non guasta, come per tutte le cose. A volte la pulizia mentale libera dai preconcetti e quindi avvicina di più al vino, che rimane comunque un’esperienza personale".




Sul blog di Andrea Gori il puntuale ed immediato reportage della gara: “Appena conclusa l’edizione 2011 dei Vini Giusti di Guido Ricciarelli a Firenze e dopo il successo del Chianti di Corzano e Paterno dello scorso anno, si conferma il Sangiovese come vino giusto per eccellenza grazie al bio Chianti Classico di Badia a Coltbuono che sono almeno 3 anni che fa riappacificare tutti con questa denominazione. Sul podio poi tanta sicilia con un Etna “giovane” come l’Erse di Tenuta di Fessina di Silvia Maestrelli che ha portato grazia levità e capacità di capire il terroir dalla Toscana fino sul vulcano (non bastassero i tanti premi ricevuti dal fratello maggiore “Musmeci”. Ma non solo di bio e piaccolo vive il mercato oggi: per fortuna ci sono realtà grandi e visibili che hanno sempre ben presente cosa significhi fare un vino giusto ed ecco Donnafugata di nuovo sul podio, stavolta con il bianco Polena, un riuscito blend di catarratto (autoctono storico siciliano) e Viognier (varietà bianca che dal Rodano sta contagiando mezza italia). Tre vini facili da bere, immediati ma non banali e con storie aziendali molto diverse alle spalle ma che riassumono bene cosa il consumatore sta cercando oggi ovvero genuinità, schiettezza, facilità di beva e capacità di legarsi bene alla tavola, sede d’elezione per il consumo del vino: Vini senza eccessi di profumi intensità e morbidezze, che costino attorno ai 10 euro e li valgano fino all’ultimo sorso”.



In corso d'opera, l'incursione di Enocentrica: video camera in una mano, il bicchiere nell’altra, la giornalista Francesca Lucchese, che torniamo a ringraziare, ha realizzato due interviste al volo a me e Federico. Cosa sono i "vini giusti" se non quelli che ci piacciono?!

sabato 26 febbraio 2011

Save the date: domenica 27 febbraio torna VINI GIUSTI



Save the date: domenica 27 febbraio torna VINI GIUSTI, la manifestazione dedicata alla produzione di vino toscano, ma non solo, che abbia ottenuto riconoscimenti di bontà e convenienza dalle principali Guide ai vini nazionali.

Dalle ore 16.00 alle 20.00 si svolgerà il banco d’assaggio e, alla fine della serata, la proclamazione dei vini vincitori del Vinbledon, una degustazione tecnica ad eliminazione diretta curata dal giornalista Guido Ricciarelli, ideatore di Vini giusti.

Le nostre aziende saranno presenti con una rosa di prodotti selezionati per l’occasione.

Da Villa Petriolo, il nostro Chianti 2008, il Chianti Rosae Mnemosis 2008 e il Canaiolo in purezza L’Imbrunire 2009. Il neonato Serberto, Merlot in purezza di Villa Petriolo, a completare la linea di Vini giusti 2011.


Degustazione tecnica dei vini di Villa Petriolo - Federico Curtaz - ROSAE MNEMOSIS - SERBERTO

Rass Stampa VILLA PETRIOLO Breve

Da Tenuta di Fessina, la nostra azienda etnea, il Nero d’Avola Ero 2009 e l’Etna DOC Erse 2009, oltre al nostro cru di Nerello Mascalese Il Musmeci 2008.


Degustazione tecnica dei vini della TENUTA DI FESSINA - Federico Curtaz - NAKONE - ERO

Rass Stampa Tenuta Di Fessina Breve


VINI GIUSTI 2011
27 febbraio 2011
DOVE: AC Hotel.
Via L. Bausi, 5 - Firenze
Zona Stazione Leopolda - ampia disponibilità di parcheggio

venerdì 25 febbraio 2011

Valorizzare il Montalbano: le prossime conferenze su Leonardo Da Vinci



In un’ottica di promozione globale delle ricchezze del Montalbano, sulle cui colline Villa Petriolo riposa, diffondiamo con piacere la data della LI Lettura Vinciana, Le battaglie di Leonardo (Codice A dell’Institut de France, ff. 111r e 110v, «Modo di figurare una battaglia»).

Carlo Vecce

Sabato 16 aprile 2011, ore 10.30
Vinci, Biblioteca Leonardiana

Come rappresentare visivamente una battaglia? Più di dieci anni prima della Battaglia di Anghiari, nel Codice A (1492), Leonardo si era già posto compiutamente il problema, trascrivendo un testo straordinario tra le note destinate ad essere il nucleo più antico di un ‘libro di pittura’. Il titolo, Modo di figurare una battaglia, sembra preludere ad un semplice testo didattico, nulla di più che una griglia compositiva per una pittura di battaglia. La ‘battaglia’, in effetti, era un genere di grande fortuna nell’arte del Quattrocento (da Paolo Uccello a Piero della Francesca), considerato un difficile campo di prova per l’invenzione e la composizione della ‘storia’. E invece il figurare ha per Leonardo un significato più profondo, e più direttamente legato al descrivere, all’uso del linguaggio verbale, lo strumento necessario per ‘raccontare’ la globalità dell’evento e ricrearne dall’interno la temporalità: e il confronto percorre sia i testi coevi del cosiddetto Paragone che quelli dei fogli di anatomia. L’esito è paradossale: come i tardi Diluvii, così anche le battaglie di Leonardo si rivelano ‘impossibili’ da figurare. Innanzitutto perché sono battaglie moderne: non più eroici scontri di cavalleria medievale, con luccicanti armature e stendardi che garriscono al vento, ma mischie confuse nella nebbia prodotta dalla polvere da sparo delle artiglierie, un caos di suoni e odori in cui si muovono, come fantasmi, figure d’uomini e d’animali. Visioni dantesche, queste battaglie rendono visibile un inferno terreno, creato dalla stessa follia dell’uomo (pazzia bestialissima), e ‘misurabile’ con osservazioni di ordine fisico e meccanico: la leggerezza e la densità del fumo e della polvere, i movimenti ascensionali e discensionali dell’aria, le mistioni di fluidi (il sangue, l’acqua, il fango). La battaglia offre infine un enorme campionario di movimenti del corpo umano e di passioni dell’anima esteriorizzate nelle espressioni del volto: uno spettacolo bello e terribile, che introduce in termini quasi sacrali e rituali un tema essenziale in tutta l’opera di Leonardo, quello dell’estetica della violenza. La sua modernità è però nel trattamento del punto di vista: quello di un soldato, che vede la battaglia dall’interno e sa che ne fa parte e potrebbe esserne in qualunque istante travolto e disfatto (come nelle battaglie descritte nella letteratura moderna, da Stendhal, Tolstoi, Crane, Fenoglio). Forse solo il cinema sarebbe riuscito a dare alle diverse sequenze un filo unitario, per mezzo del montaggio: e non è un caso che tra i più attenti lettori del Modo di figurare una battaglia ci sia stato il maestro dell’Alexander Nevskij, Sergei Eisenstein.


indirizzo:
Via G. La Pira, 1 – Vinci (Firenze) - Italia
Tel. (++39) 0571 933250
Fax (++39) 0571 567976
bibliotecaleonardiana@comune.vinci.fi.it

per informazioni:
Ufficio Turistico Intercomunale
Tel. (++39) 0571 568012
Fax (++39) 0571 567930
terredelrinascimento@comune.vinci.fi.it

come si raggiunge Vinci:
in auto: da Firenze o Pisa superstrada S.G.C. FI-PI-LI, uscita Empoli
da Montecatini e Val di Nievole SS 436
dalla Valdelsa SS 429
in treno e autobus: linea ferroviaria Firenze-Pisa-Livorno e Firenze-Siena, stazione di Empoli; da Empoli autobus Autolinea Copit per Vinci.

MUSEO IDEALE LEONARDO DA VINCI febb_marzo 2011

In questi stessi mesi, il Museo Ideale Leonardo Da Vinci, Associazione Internazionale Leonardo Da Vinci – Museo Ideale, promuove una serie di conferenze su Leonardo Da Vinci che avranno inizio oggi 25 febbraio, dalle ore 17.30, presso la Casa Marchini Carrozza (adiacente al Teatro Romano) di Fiesole, con l’incontro “LEONARDO, LA SPETIE LEONINA E LA GATTA CHE VOLA”: Conferenza di Alessandro Vezzosi, con interventi di Paolo Becattini, Assessore alla Cultura, e Marina Alberghini, Presidente Accademia dei Gatti Magici.

giovedì 24 febbraio 2011

Villa Petriolo nella Guida Best of Wine Tourism 2011



E’stata appena pubblicata la brochure promozionale sui vincitori del Concorso Best of Wine Tourism 2011, tra i quali Villa Petriolo si è aggiudicata il premio nazionale per la categoria “Pratiche ecologiche nel turismo del vino”.

Questa la motivazione del premio 2011:
Pur non avendo una certificazione biologica, viene promossa una pratica vitivinicola, educativa ed enoturistica attenta al territorio, di cui i visitatori (grandi e piccini) sono costantemente informati durante le visite in vigna, e attraverso la capillare comunicazione effettuata dall’azienda, anche attraverso gli strumenti del web 2.0.



Il materiale promozionale verrà stampato nella versione inglese e utilizzato a livello internazionale per la valorizzazione delle aziende durante gli eventi a cui la rete GWC parteciperà.

La prima iniziativa durante la quale le brochures verranno proposte è un road show promozionale negli USA, che si svolgerà a marzo, al quale parteciperanno le agenzie di viaggio che compongono il GWC Travel Network: obiettivo fondamentale incontrare i principali Tour Operator nelle città di Chicago, Dallas/Fort Worth e San Francisco, promuovendo le capitali come destinazioni enoturistiche e presentando appositi percorsi basati sulla valorizzazione dei vincitori del concorso.

Villa Petriolo One to One - Copia

Per Villa Petriolo sarà un’ottima occasione per stimolare la conoscenza di tutto il Montalbano, paesaggio materno di Leonardo Da Vinci sulle cui dolci colline la cultura vitivinicola vanta tradizioni millenarie, e fidelizzare i tanti winelovers che in questo angolo della Toscana continuano a trascorrere vacanze all'insegna del buonvivere.


mercoledì 23 febbraio 2011

Il Chianti di Villa Petriolo in tournée a Tokyo col Maggio Fiorentino



Un grande onore per Villa Petriolo partecipare, il prossimo 15 marzo, alla cena di gala che accompagnerà la tournée del Maggio Fiorentino a Tokyo.

Allo scopo di promuovere il sistema economico fiorentino e le sue eccellenze sul mercato giapponese, Promofirenze, Azienda Speciale della Camera di Commercio di Firenze, in collaborazione con il Consorzio Vino Chianti, promuove questa prestigiosa iniziativa a cui Villa Petriolo aderisce con il Chianti DOCG annata 2008 e con il nostro Vin Santo del Chianti 2004.


Degustazione tecnica dei vini di Villa Petriolo - Federico Curtaz - L'IMBRUNIRE - CHIANTI DOCG VILLA PETRIOLO


Degustazione tecnica dei vini di Villa Petriolo - Federico Curtaz - GOLPAJA - VIN SANTO DEL CHIANTI DOC

martedì 22 febbraio 2011

Un sorso...di maestosa "Muntagna"



Dedicata alla Muntagna...
"'U suli ora trasi dintr'o mari e fannu l'amuri.
'Un c'è cosa cchiù granni: tu si la vera surgenti chi sazia i sentimenti".

Da Strade parallele (aria siciliana) cantata da Giuni Russo e Franco Battiato



Come sempre, straordinaria l’accoglienza di Fabrizio Carrera e del suo staff di Cronache di gusto a SORSI DELL’ETNA, la manifestazione che promuove la conoscenza dei frutti più gustosi della Muntagna a Palermo: la nostra Tenuta di Fessina è stata rappresentata da Federico Curtaz, che ha illustrato e fatto assaggiare ai tanti enoappassionati intervenuti i nostri Etna DOC Il Musmeci, da Nerello Mascalese in purezza, ed Erse.



Un ringraziamento ancora a chi, ogni anno, si impegna con passione per organizzare questi incontri così preziosi per chi produce vino, come noi, all'ombra del Vulcano…



QUI la photogallery di Cronache di gusto.

lunedì 21 febbraio 2011

LA GAIA MENSA: il racconto di Patrizia Esposito “La cucina del generale”




Buon inizio settimana con il racconto di Patrizia Esposito “La cucina del generale”, scritto per il quarto concorso letterario di Villa Petriolo “La gaia mensa”.


Patrizia Esposito
, di Induno Olona (VA), è autrice del libro dal titolo IL SILENZIO DEI PENSIERI con IlFilo ed Roma.
Vincitrice del concorso Poetika 2006 con il racconto breve dal titolo U’ serbaggio; del concorso “Renato Fucini” 2007 con il racconto breve Con gli occhi del cuore ; del concorso di Haiku “La poesia del cibo” 2007 con il componimento Le bionde spighe. Premiata in altri concorsi sia di poesia che di narrativa.
3°al “Premio Guido Cornaglia 2008” con la poesia Sport e Handicap.
6° al concorso di Haiku Poeti del Lago Maggiore 2008 con una silloge di Hailu.



Racconto “La cucina del generale” di Patrizia Esposito

Il profumo colpisce violento le narici quasi a stordirmi. Non mi capitava da tempo di sentirlo e l’emozione mi ha fatto tremare le gambe.
Quella mattina la nonna si era messa di buzzo buono. Tutti in piedi presto pronti ad ubbidire ai suoi ordini, non per niente la chiamano “Il Generale”.
Vivevamo in una città meravigliosa affacciata sul golfo con il mare, per noi conforto a qualunque malinconia.
Eravamo bambini e non vedevamo l’ora di partire per le vacanze. Via sino alla fine di settembre, quando riprendeva la scuola. Non avremmo fatto altro che stare sulla spiaggia, nuotare, costruire fantastici castelli di sabbia e poi via in bicicletta o a giocare a nascondino,. Insomma tutti quei divertimenti che rendevano la nostra vita allegra e spensierata sotto l’occhio vigile e attento della nonna. Mamma e papà arrivavano solo il sabato mattina con il treno che li riportava a casa la sera successiva.
In quegli anni abbiamo scoperto i piaceri della natura, i profumi della campagna, i gusti indimenticabili dei prodotti freschi.
Nelle prime ore della mattina le contadine, che noi chiamavamo “le pacchiane dal culo rosso” per il costume che indossavano, passavano di casa in casa offrendo i loro prodotti ai cittadini in vacanza, portando le stadere nelle ceste con la frutta conservata tra le foglie di fico per mantenerla al fresco.
Il prezzo dichiarato veniva ridotto dalla nonna che lottava con foga e alla fine la spuntava sempre, così la frutta veniva via per pochi soldi.
Noi ragazzi non badavamo a queste che erano questioni da grandi. Ci limitavamo ad ascoltare incuriositi i dialoghi dai toni a volte concitati pieni di parole in dialetto o in italiano che davano forte l’impressione dell’incomunicabilità.
A noi competeva solo il consumo dei prodotti. Le colazioni erano stupende. Panini imbottiti di fichi dolci come e più di conserve, pesche bianche tagliate a pezzettini coperte da una montagna di zucchero, l’uovo crudo mandato giù con un po’ di marsala, unico alcolico concesso, al cui meraviglioso profumo non sapevamo rinunciare. Vapori di vino maturato al sole di Sicilia, isola sconosciuta che appariva lontana e misteriosa.
Poi via al mare, incuranti del tempo necessario alla digestione di colazioni così sostanziose. Bruciavamo nell’acqua tutta l’energia incamerata e, sempre sotto lo sguardo vigile del Generale, trascorrevamo a mollo l’intera mattinata.
Se le contadine ci portavano il cibo a poco prezzo, il mare ce l’offriva gratis.
La nonna, a dispetto della sua non più giovane età, indossava un costume simile a un vestito, quindi si immergeva con noi e mentre controllava come un capobranco tutti i suoi piccoli, setacciava la sabbia con le mani e raccoglieva le telline che portava in casa trattenendole nell’ampia gonna poi, mentre ci asciugavamo, cuoceva la pasta e la condiva con i frutti profumati di mare e di prezzemolo.
Come non ricordare il gusto di quelle forchettate di spaghetti! Una dopo l’altra ci riempivano il naso di vapori che sapevano di salsedine.
Profumi e sapori che il Generale riportava in città e che faceva rivivere anche a noi quando dava il via a giornate di lavori culinari.
Per noi ragazzi era un peso seguirla nei suoi disegni ma anche un gran divertimento che ci inorgogliva perché solo nostro e spesso invidiato dagli amici.
Ognuno aveva un compito deciso per età e per capacità manuali.
Il maggiore, delegato ai lavori che richiedevano più forza, girerà il tritacarne nel quale la nonna inserirà il misto di carni preparato per le salsicce.
Lo ricordo magro nei suoi pantaloni al ginocchio, un po’ più piccolo dei suoi coetanei ma con un’espressione furbesca che faceva già pensare ad una sua concreta supremazia. Di certo era riuscito a farsi promettere qualcosa dalla nonna in cambio del suo aiuto. Lo sapevamo tutti che era il suo preferito ma forse era gerarchicamente giusto così.
Il secondo, minore di poco, non godeva di egual attenzione e così gli veniva imposto di seguire la preparazione della sugna e dopo, al più, curare i ciccioli che di nascosto avremmo rubato gustandoli come caramelle proibite.
A lui di certo nessuna promessa ma non se ne dà pena. Gli bastano i biscotti che mamma ha comprato per saziare la sua fame di giustizia.
Io ero la più piccola, la femminuccia tanto desiderata, la principessina di casa, che per sopravvivere aveva dovuto imparare a giocare a calcio e fare alla guerra. L’unica cosa che mi rendeva felice e orgogliosa era l’infinito amore di mio padre che non mancava occasione di manifestarmi.
Ebbene anch’io avevo il mio incarico: curare la preparazione delle budella per insaccare le salsicce. Non è che ne fossi particolarmente felice, il viscido degli involucri mi provocava un forte senso di disgusto.
Indossato un bel grembiulino, legati i boccoli d’oro e tirato su le maniche , prendevo in mano la forma di metallo attorno alla quale far scorrere l’intestino dell’incolpevole animale.
Sembravamo tutti operai addetti ad una catena di montaggio, ognuno, pronto e impettito, in attesa degli ordini del Generale.
Aveva quindi inizio la recita diretta da quella regista sopraffina. Il mormorio della tensione lasciava lentamente il posto ad un parlare semplice e gioioso, mentre il profumo del cibo si impossessa della cucina senza possibilità di essere arginato.
Eravamo soldatini pronti agli ordini del nostro amato Generale che, mentre controllava l’operato dei suoi bambini, dava il via alla preparazione del ragù “alla napoletana” che dopo poco cominciava a sobollire nella pentola con un borbottio che faceva da colonna sonora al nostro lavoro.
Era una meravigliosa sinfonia di profumi e di sapori che si diffondevano nelle nostre narici per essere gustati ancor prima di arrivare al nostro palato conditi da quell’armonia che noi bambini vivevamo certamente senza averne piena contezza.
La cucina era il regno del Generale, ma era anche il luogo dove nel tempo abbiamo trascorso molte delle nostre giornate in compagnia della nonna che non ha perso occasione di fornirci altrettanto abbondanti porzioni di cultura: ce le serviva per ampliare le nostre conoscenze cui teneva certamente come e forse più di un pranzo ben riuscito.
Tra uno zabaglione e una brioche, un bel pezzo di pane riempito di zucchero e grandi scorpacciate di frutta, siamo cresciuti apprendendo i segreti della musica, della geografia, della storia e della poesia, ovviamente destinati al più grande ma carpiti anche da noi più piccoli.
Sul tavolo della cucina abbiamo scritto le letterine di Natale che poi riponevamo sotto il tovagliolo di papà in attesa di gustare la cena della Vigilia, rigorosamente a base di pesce, che la nonna aveva come sempre magistralmente preparato magari dopo aver inseguito il capitone che tentava di sfuggire alla rea sorte.
Poi l’arrivo di Babbo Natale, la recita necessaria per ottenere un regalo, un piatto di struffoli dolci e caramellosi guarniti da confettini colorati, felice rappresentazione della nostra gioia infinita, una carezza affettuosa del vecchio vestito di rosso e la corsa a giocare con i nuovi giochi mentre il tintinnio dei bicchieri si spegneva lentamente.
Adolescente, ho continuato a coccolare nel cuore immagini e profumi della mia fanciullezza, quei ricordi che ho ripreso dalla mia videoteca interiore quando all’improvviso mi sono trovata ad essere la donna di casa.
Non avevo mai usato un mestolo, non avevo mai cucinato nulla, ma il ricordo della nonna mi ha preso per mano e mettendo da parte quei piccoli dissapori generazionali che avevano creato un distacco tra noi negli ultimi anni della sua vita, mi ha guidato tra i fornelli facendomi risentire i profumi e i sapori di un tempo. Così chiudendo gli occhi ho rivisto ogni gesto, risentito ogni ordine, seguito con attenzione le sue disposizioni. Come per magia, ho ricreato l’indimenticabile cucina del Generale, quella cucina che il profumo di oggi ha fatto ricomparire nella memoria del mio cuore.

domenica 20 febbraio 2011

sabato 19 febbraio 2011

ll racconto di Antonio Masella “I peperoni ripieni” per LA GAIA MENSA"



Buon week-end con il racconto di Antonio Masella “I peperoni ripieni”, scritto per il quarto concorso letterario di Villa Petriolo, edizione 2010, “La gaia mensa”.

Antonio Masella, nato e vissuto a Taranto sino ai 18 anni, si è trasferito a Bologna con la famiglia di origine. Qui si è laureato in giurisprudenza e si è occupato nel settore pubblico. Da molti anni coltiva passioni in campo artistico, scrittura di poesie e racconti, oltre alla musica, suonando le percussioni del mondo.
Partecipa ad attività di letture pubbliche e di favole per bambini nell’ambito del progetto “Nati per leggere”.


Racconto “I peperoni ripieni” di Antonio Masella

Mia madre è stata sempre una cuoca meravigliosa. Preparava dei piatti
appetitosi, pieni di sapori e di colori, ma non solo, era fantasiosa e creativa, faceva da mangiare in poco tempo utilizzando gli ingredienti che aveva, anche quelli più poveri.
A quel tempo - era da poco finita la guerra - non c’erano molti soldi, ma non era solo questo, c’era proprio l’abitudine a risparmiare, a fare economia, a non buttare via il cibo, neanche il pane, anzi soprattutto il pane, come fosse sacro, quasi un regalo di Dio, da onorare fino in fondo, da non sprecarne nemmeno una briciola.
Vivevamo in una cittadina meridionale, senza troppa vivacità, l’unica bellezza era il mare che ci riempiva di gioia per quattro mesi all’anno, da giugno a settembre, la scuola iniziava con calma, non c’era ancora quell’affanno di oggi, si tornava tra i banchi ad ottobre inoltrato.
Tutti i parenti venivano ad assaggiare la pizza che faceva la mia mamma, che era veramente speciale, condita non solo con il pomodoro e la mozzarella, ma anche con le verdure, i peperoni, le zucchine, le cipolle, le olive.
Io allora credevo che tutto il mondo mangiasse come a casa nostra, ma era un pensiero di bambino, quando ho iniziato a fare i primi passi fuori ho capito che non era così.
Qualche piatto che mi è capitato di assaggiare, per la verità, somigliava a quelli che preparava mia madre, ma ne rimanevano alcuni che non ho più incontrato nei tanti giri che pure ho fatto per l’Italia.
Col passare degli anni ho imparato tante sue ricette, le facevo e le rifacevo fino a trovare la formula giusta, per il mio godimento e per il godimento degli amici che invitavo a cena.
Ogni tanto oggi la mia mamma mi chiede “che vorresti mangiare? dimmelo che te lo cucino” e io ci penso, lascio andare la memoria, una memoria dei sensi, del piacere e poi le dico “il polpettone, le cime di rapa, i ravioli con la ricotta dolce, la pasta con le cozze, i panzarotti…mamma” E mia madre piano piano mi cucina tutto.
Ma c’è qualcosa che non ricorda, come quella volta che le chiesi dei peperoni ripieni. E allora mi misi a cucinarli io,mi ricordavo bene come si facevano, ne feci in abbondanza: se vengono bene, pensai, li porto alla mamma. E vennero squisiti e a lei piacquero tanto, ma non si ricordò e mangiandoli con gusto, mi disse, quasi divertita, “li cucinavo io questi? non mi ricordo…beh, dammi la ricetta, che provo a farli”.
E così la vita prese a girare uno strano girotondo, io le spiegavo come si cucinavano, lei ci provava, diventata piccola piccola come fosse lei la figlia.
I peperoni comunque vennero buonissimi, li mangiammo insieme e io le feci i complimenti scherzando:
“Brava, stai imparando a cucinare”.

venerdì 18 febbraio 2011

LA GAIA MENSA: “Sinonimi” di Katia Tormen



Il bel racconto di Katia Tormen per “La gaia mensa”, quarto concorso letterario di Villa Petriolo.

Katia Tormen, di Trichiana (BL), scrive di sé: “Convivo con Filippo e ho due bimbi, Alex di due anni e Dylan di sei mesi. Ho iniziato a partecipare a concorsi letterari un paio di anni fa, ottenendo qualche buon piazzamento e anche dei primi premi:
- alla 1^ edizione del concorso letterario “Dal viaggio alla pagina”-Viaggiare in tutti i sensi” ad Erba (CO)
- alla XVIII edizione del concorso nazionale “C’era una volta” di Monterchi (AR)
- al VIII°concorso letterario del settimanale “L’Azione” di Treviso”.





Racconto “Sinonimi” di Katia Tormen


POMERIGGIO
Risate sguaiate.
Di donne avvinazzate. Acute, secche, stridule.
Cecilia preme sullo stecchino fino a sentire la carne che cede. Le viene difficile pensare che quella cosa molle, violacea, una volta, volasse. Che quella pelle umida era ricoperta di soffici piume. Che c’era vita, in quell’oggetto inanimato lì tra le sue mani.
Le altre donne la guardano di sottecchi, la indicano con cenni frettolosi del mento. Sua madre dice loro di non farci caso, tanto è solo una bambina.
Una bambina down.
Questo però non lo dice alle altre, non occorre dirlo, si vede.
Cecilia maledice i suoi occhi a mandorla, il suo collo tozzo. Prende dal vassoio un pezzo di pancetta e lo infilza. Afferra tra pollice e indice una foglia di salvia, la annusa e la immola sullo stecchino.
Uccello, pancetta, salvia. Uccello, pancetta, salvia. Uccello pancetta salvia.
Poi, dare lo spiedo a zio Pietro.

Fuori, sul piazzale, la musica da balera e le risate della gente. Lì dietro, al riparo dagli sguardi curiosi, i rumori arrivano attutiti. Ci sono anche le giostre più giù, verso la chiesa, lei ci andrà dopo, glielo ha promesso la mamma. Più tardi, però.
Adesso non si può, bisogna preparare gli “osei” per domani sera e bisogna farne tanti perché verrà un sacco di gente, anche da fuori. E’ un piatto prelibato, una leccornia, il fiore all’occhiello della sagra di San Prospero.
Il cuoco è lo zio Pietro, lui ha una ricetta speciale, un ingrediente segreto, nessun altro li sa fare così buoni. Cecilia, però, non li può assaggiare, non è roba da bambini.
Sarà…
Zucchero filato! Il bastoncino è uguale, ma con sopra lo zucchero filato è molto più buono!

La bottiglia di prosecco si svuota rapida. Una, due, tre…I cadaveri di vetro si fanno compagnia sul tavolo circondati da bicchieri di plastica bianca come vedove a un capezzale.
Cecilia deve ancora finire la sua aranciata.
Le altre donne ridono e non la guardano nemmeno più, ogni tanto arriva qualcuno che scosta la tenda che separa quella zona dal resto del mondo e fa il suo commento. Sempre lo stesso più o meno.
Perché sembra impossibile ma il binomio donne-uccelli evoca solamente battute a sfondo sessuale.
Cecilia ha dieci anni ma lo sa benissimo cos’ è un uccello. Quello che non capisce è dove sta la somiglianza tra quell’esserino che tiene in mano ora, pur privo di becco e zampe e quello che lo zio Pietro le fa toccare qualche volta quando la mamma non c’è.
Si chiudono nella sua cameretta e lui la fa spogliare.
Dice che è il loro grande segreto e che se lei non lo mantiene alla mamma verrà un brutto male.
Cecilia ha dieci anni ed è anche down, ma sa che in tutto questo c’è qualcosa di profondamente sbagliato. Però vuole bene alla mamma.

Zio Pietro prende gli spiedini e li lega. Lo spago si dipana dal rotolo e gli passa dietro il collo sudato per poi danzare nelle sue mani callose con una delicatezza che non sembrerebbe essergli propria.
Forse è quello l’ingrediente speciale, il gusto acre delle secrezioni del corpo di Pietro Sarpi, che lo spago assorbe per poi rilasciarle durante la cottura.
Non è nemmeno davvero suo zio, è solo un amico di famiglia.
La guarda e le sorride. Strizza l’occhio. Lei abbassa la testa.
Sente l’odore adesso l’odore del sangue che rosso impregna le sue mani e i grembiuli delle donne, che gocciola per terra formando pozze sul cemento. Sa di ferro, di metallo, non le piace, perché lo percepisce solo ora? Prima non ci aveva fatto caso…Beve l’aranciata tutta d’un fiato. Poi prende un bicchiere e lo riempie di vino, osserva le bollicine che salgono in superficie, nessuno guarda lei, e beve.
Solletico al naso.

Le battute sono sempre più volgari, irreprensibili madri di famiglia improvvisamente tramutate in scaricatori di porto che urlano, sbraitano e ridono sguaiatamente.
Pietro annoda lo spago e scuote la testa: quelle femmine gli fanno schifo; disincantate, disinibite, orribili.
Ma sorride, ride partecipa, è un uomo di compagnia, una gran brava persona. Racconta barzellette, proprio un simpaticone! Però sa che lo chiamano lì solo per via della sua polverina magica, quel miscuglio di sale, pepe, erbe per arrosto e cannella che lascia cadere a pioggia sopra la carne.
Le giuste proporzioni sono un segreto.
Non è l’unico che ha.
E non è il più inconfessabile.

Cecilia ha dieci anni ed è stufa di stare lì dietro a infilare uccellopancettasalvia.
Ha bevuto ancora vino e le gira un po’ la testa, il vino bianco va col pesce, dice sempre la mamma.
“Mamma, posso andare alle giostre? Mamma! MAMMA!”
Risate sguaiate.
Di donne avvinazzate.
Che si girano verso di lei e cala il silenzio. Perché lei è down e tanto non capisce ma quando parla bisogna prestarle attenzione. “Voglio andare alle giostre, mi sono stufata.”
Sua madre la guarda, finisce l’ultimo sorso dell’ennesimo bicchiere. E’ scocciata, glielo legge negli occhi. Cecilia vede che lei vorrebbe stare lì con le amiche , a fare commenti osceni sugli uccelli e le passere.
“Ce la porto io!”- dice zio Pietro e all’improvviso Cecilia alle giostre non ci vuole andare più, preferisce stare li, a mettere le sue mani paffute in mezzo alla carne morta, respirare l’odore del sangue.
Sospiro di sollievo. Della mamma.

SERA
L’olio sfrigola nella padella quadrata, il profumo nell’aria è invitante.
Duecento porzioni. Basteranno? Alla cassa c’è la fila da ore, tutti vogliono “polenta e osei”, aspettano questo giorno da un anno.
Ma dov’è Pietro con la sua mistura? Manca solo lui e ormai è ora, anzi è tardi, nessun altro sa le dosi, nessun altro li fa buoni come lui!
Cecilia, in un angolo, osserva. Vede le ragazzine poco più grandi di lei che vestite in minigonna e maglietta sopra l’ombelico attendono di girare tra i tavoli a raccogliere le ordinazioni. Ridono, parlano fitto nelle orecchie, forse anche loro fanno battute sugli uccelli. Senza capirle davvero, così, perché lo fanno tutti.
Ma lei quegli animali morti li ha presi tra le mani, li ha infilati negli spiedi come fossero piccoli vampiri da impalare, con forza, con odio.
Li ha contati tutti, quelli che ha infilzato, centocinquanta. Diviso sei fa 25 porzioni. 25 persone mangeranno qualcosa che è passato da lei.
Arriva la Ines, di corsa, stravolta, hanno trovato Pietro dice.
Morto, dice.
E poi spiega dove e come, ma a voce bassa, che Cecilia ha dieci anni e non deve sentire.
Qualche cubetto di pancetta nella padella. Gli “osei”sono quasi pronti , la polvere magica, dov’è? Come facciamo? Aiuto!
La Ines le sta simpatica, Cecilia dà a lei il piccolo sacchetto e le sorride.
“E’ un segreto”- diceva lo zio mentre nudo stava sdraiato accanto a lei- “come quello della mistura da mettere sugli “osei”, non lo devi raccontare a nessuno. Io non lo ho mai svelato però ora lo dico a te perché ti voglio bene e di te mi fido. Ma mi raccomando: a nessuno! Mai! Neanche alla mamma.”

Lei e zio Pietro avevano due segreti.
Ora lui non ne ha più neanche uno.
Lei, invece, ne ha tre.

giovedì 17 febbraio 2011

“Una sottile linea di confine“ di Maurilio Di Stefano per LA GAIA MENSA




“Una sottile linea di confine“ è il racconto di Maurilio Di Stefano per La gaia mensa, il concorso letterario di Villa Petriolo edizione 2010.


Maurilio Di Stefano abita a Roma. E’ studente di Medicina e Chirurgia e, in tutto il resto del tempo, scrittore e musicista (flauto traverso e batteria).


Racconto “Una sottile linea di confine“ di Maurilio Di Stefano



Questa è la storia di una madre e di un postino, per così dire. Per cui c’entrano dei figli e delle lettere, è ovvio. Figli, lettere, una torta al formaggio. E amore e attesa e morte. Il solito turbine che è la vita. Impossibile sbagliare.
Dunque, il postino sono io, e lo ero anche in quel freddo giorno. Durante la notte era venuta giù neve a palate – una maledizione di zucchero filato. Cominciava ad uscire il sole, quando pescai una lettera che recitava l’indirizzo di una certa signora Amata. Il cognome era illeggibile... ma la signora Amata, a Tagliacozzo, era una sola.
Raggiunta l'abitazione che rispondeva all'indirizzo, indugiai. Niente cassetta della posta, finestre sbarrate, facciata tetra. Per un attimo mi convinsi che non potesse essere abitata. Poi notai che il vialetto, cui si accedeva tramite un piccolo cancello in legno, era perfettamente sgombro. La neve che lo aveva ricoperto era stata confinata ai lati, a lasciare spazio sufficiente perché una persona vi passasse comodamente. Provai a spingere. Il cancelletto si aprì, docile e perfettamente oliato. Era stato lasciato socchiuso. Forse per il postino, pensai. Giunto all’uscio, non ebbi il tempo di bussare, ché la porta si spalancò rapida su un viso anziano e tondo. Una donna. Occhietti neri come fessure d’ombra gelida. Dall’interno dell’abitazione, tepore a non finire. L’espressione della donna si rabbuiò repentinamente, quando mi vide, lasciando spazio a quella che sembrava cocente delusione.
“Oh… ciao”, disse con tono annoiato.
“La signora... la signora Amata?”, domandai balbettando. Lei parve sorpresa, spiazzata.
“Devo consegnarle una…” Non mi diede nemmeno il tempo di pronunciare la parola lettera. Non appena vide la mia grossa borsa e la busta che stringevo nella manina irrigidita dal freddo, mi afferrò e mi trascinò in casa di peso. Richiuse pesantemente la porta, scacciando il mondo esterno come un insetto fastidioso. D'un tratto si fece gentile e premurosa.
“Oh, ma devi essere tutto infreddolito. Vieni, accomodati.” E subito dopo: “Da' qui!”, strappandomi la lettera di mano con violenza da animale affamato. L’aprì in fretta, tremando di eccitazione. Ma quando ebbe scorso la lettera fino in fondo, con disinteresse sempre crescente, sbottò infuriata: “Mario? Mario! E' mia sorella, che ci scrive... MIA SORELLA! ” E gettò nel fuoco la lettera e quel che restava della busta, sollevando nell’aria mezzo addormentata scintille e cenere.
Solo allora mi resi conto del vecchio che sedeva immobile davanti alla flebile fiamma del camino. Mi chiesi come avessi potuto non notarlo. Era assorto e silente, sprofondato in una poltrona forse più antica di lui.
Intanto la donnina mi condusse decisa ad una poltrona identica a quella del marito, posta anch’essa a fissare il fuoco. “Siediti!” esordì in un tono che non ammetteva repliche, “Ti porto una fetta di torta di formaggio appena sfornata. Mio figlio ne va pazzo.” La fissai voltarmi le spalle e recarsi al modesto angolo cottura.
La donna, i suoi occhi, e la fama che la precedeva grazie alle storie di paese mi mettevano parecchia agitazione, lo ammetto; ma il corpo sottile e calmo del vecchio e il calore che emanava dal focolare sembravano sufficienti a neutralizzare ogni timore, almeno per il momento.
Mi accomodai come meglio potevo sulla poltrona. Il vecchio, che dunque si chiamava Mario, non mi degnò d’uno sguardo. Fissava le fiamme baluginanti con il viso privo d’espressione. Respirava? Ma sì, certo che respirava.
Ed ecco Amata tornare con una fetta del suo dolce al formaggio. Accettai e assaggiai. Mi scottai appena la lingua, ma il sapore era buono. Davvero. Lei sorrise soddisfatta e spiegò: “E’ il dolce preferito di mio figlio, come ti dicevo. Dovrebbe essere qui tra poco, così gliene ho preparata una doppia razione. Uh…” e corse via verso il piano superiore dell'abitazione, come ricordando un impegno urgente.
“Ti è piaciuto il dolce?” chiese d'improvviso il vecchio con voce catarrosa, quasi non parlasse da anni.
“Oh, sì… moltissimo…”, dissi, ed ero sincero. Lui annuì e sorrise, ma entrambe le cose parvero stentate.
“E’ buono sul serio. A Primo sarebbe piaciuto, come ogni volta.” Primo doveva essere suo figlio. Era usanza diffusa imporre nomi come quello, all'epoca, nel folto di quei boschi, quando nasceva il primogenito di una famiglia. A Primo sarebbe piaciuto... Sarebbe?
Il vecchio si rese certamente conto della mia espressione perplessa e non ebbi bisogno di chiedere delucidazioni.
“Era il nostro unico figlio. Fu dato per disperso in guerra...”, raccontò, in un modo che forse non si addiceva completamente ad un bambino ma che lo stesso compresi appieno; per merito di quella peculiare, potente connessione che sembra generarsi a volte e senza una precisa ragione tra i bambini e gli anziani. “Le sue spoglie non tornarono mai a casa” spiegò il signor Mario, “e mia moglie non si è mai arresa all'idea che fosse morto. Da allora Amata... prepara. Capisci? Prepara se stessa e tutto, qui in casa. E aspetta. Quante di quelle fette di dolce ho visto finire nell’immondizia! Ed il cancelletto del giardino mantenuto costantemente accostato, il suono di qualcuno che bussa alla porta, l’arrivo di una lettera… carezze di folle speranza. Perché basta un refolo del vento della resa, vedi, e la candela della speranza si spegne all’istante.” Solo ora mi accorsi che piangeva piano, come per non dare fastidio. “E giuro che non so come Amata tenga accesa la sua, di candela: ne deve avere a centinaia, di riserva, lì nella sua mente. Nel suo cuore di madre. Ora, lei è su, a rassettare la stanza di Primo, nonostante sia intonsa dal momento in cui lui ne uscì per non rientrarvi mai più. Perciò, quando scenderà di nuovo, sii gentile: non farle credere che la temi o provi pena per lei. La sua malattia, se è così che vogliamo definirla, non è contagiosa. Sottile è la linea di confine che corre tra la follia e la speranza, tra l’ossessione e l’amore. Così sottile che spesso scompare...”
Accompagnò quelle ultime parole, per la verità un sussurro a pochi centimetri dal mio viso, con un gesto delle lunghe dita ossute che stava a significare il dissolversi di qualcosa. Quindi si lasciò ricadere il braccio in grembo e ristabilì il suo contatto telepatico con il fuoco, nuovamente immobile e silenzioso.
Mi alzai lentamente, e mi ritrovai a fronteggiare la signora Amata come in duello.
“Be', arrivederci” dissi a fatica. “E grazie ancora dell’ospitalità, del calore e dell’ottimo dolce.” Poi, con una voce che non era la mia, aggiunsi: “Lo serbi in caldo per Primo. E non appena dovesse giungere una lettera che le manda lui, verrò a consegnargliela di persona.”
Un lampo di razionalità le attraversò gli occhi. Per un attimo seppe, o ricordò, che suo figlio non sarebbe mai tornato. Ma fu solo un attimo. Subito dopo, gratitudine sconfinata sul suo volto. Gratitudine perché le turavo un’altra falla, un altro giorno, e almeno da lì nessuno spiffero sarebbe filtrato a minacciare la fiamma della sua candela sempre accesa.
Uscii, tornando al mondo reale. Quello in cui Primo non avrebbe mai percorso il vialetto del suo giardino né scritto a casa per comunicare sue notizie. Quel mondo che Amata chiuse ancora una volta fuori, insieme a me e alla neve che tutto mette a tacere.
Lasciai dietro di me la casa, la strada di cui non ricordo il nome, Mario e il suo camino, sua moglie, il suo cancelletto socchiuso come un bacio non dato... e quella torta al formaggio che, credetemi, era davvero squisita.

mercoledì 16 febbraio 2011

L’edizione 2011 di “Sicilia en primeur” nella food valley siciliana, Ragusa. Tenuta di Fessina presente in anteprima con tutta la linea di produzione



Una delle più importanti manifestazioni dedicate all’eccellenza enologica siciliana è “Sicilia en primeur”, che vuole far conoscere ed apprezzare la Sicilia e i suoi vini ad una platea di media sempre più interessante, composta da giornalisti italiani e stranieri, non soltanto di settore ma anche della stampa generalista, provenienti da paesi europei ed extraeuropei.
La manifestazione abbinerà alle degustazioni dei vini, visite alle cantine e ai vigneti, approfondimenti sui diversi terroir dell’isola e consentirà anche di apprezzare le specialità gastronomiche della zona del Ragusano dove la ristorazione è oggi tra le più famose d’Italia. L’obiettivo è, anche quest’anno, di far vivere ai giornalisti ospiti una vera e propria esperienza polisensoriale sottolineando la qualità delle etichette e le strette corrispondenze tra il vino e la cultura, l’ ambiente, la storia, la gastronomia.
Nella logica di alternanza territoriale seguita negli anni, la manifestazione torna nel 2011 nella Sicilia Orientale, in provincia di Ragusa. Un territorio particolarmente vocato alla vitivinicoltura e che si contraddistingue per una bellezza naturale e architettonica che non mancherà di affascinare la stampa ospite. L’evento si svolgerà nella prestigiosa cornice del “Donnafugata Golf Resot & Spa”, struttura di lusso e comfort, di recente inaugurazione.



La nostra Tenuta di Fessina sarà presente a “Sicilia en primeur 2011” – dal 10 al 13 marzo - con l’intera linea di produzione dell’ultima vendemmia, in anteprima a Ragusa.

Presentazione i' Vigne Di Fessina - Ita


Mercoledì 23 febbraio al circolo nautico Telimar di Palermo la conferenza stampa di presentazione dell’ottava edizione di “Sicilia en primeur”.


Programma:
- giovedì 10. Arrivo dei giornalisti nella zona del tour prescelto e cena di benvenuto con i produttori;
- venerdì 11. Visite alle aziende e ai diversi territori organizzate dai produttori stessi, trasferimento in serata al Resort Donnafugata;
- sabato 12. Intera giornata dedicata alle degustazioni: le aziende avranno a disposizione in una sala del Donnafugata Resort un desk dove poter presentare alla stampa di tutto il mondo i vini dell’ultima vendemmia e le nuove etichette sul mercato per il 2011. Prevista anche, per i giornalisti che lo desiderano, una degustazione sia dei vini dell’ultima vendemmia che dei vini di annate precedenti delle aziende partecipanti.
- domenica 13. Degustazioni.



Le giornaliste Daniela Scrobogna e Michèle Shah e lo scrittore Enrico Remmert nella giuria di Wine on the road



Continua a completarsi il puzzle della giuria del quinto concorso letterario di Villa Petriolo, edizione 2011: per “Wine on the road”, il cui bando uscirà a breve, tre illustri nuovi giurati. Dopo la presentazione degli scrittori Luca Ragagnin e Massimo Roscia, su DiVINando facciamo la conoscenza di Daniela Scrobogna, Michèle Shah ed Enrico Remmert. Come ogni anno, la giuria sarà guidata da Enrico Ghezzi, critico cinematografico.



Daniela Scrobogna, membro della Didattica Nazionale dell’ Associazione Italiana Sommelier, è docente dei Corsi Professionali dell’AIS, dei Corsi Master di Analisi Sensoriale e di seminari culturali di approfondimento enogastronomico. Redattrice per l’Associazione Italiana Sommelier, la DeAgostini, il Touring Club, ha curato alcune rubriche per Donna Moderna. Collaboratore della Prova del Cuoco, attualmente è giornalista della rivista Bibenda.



Michèle Shah, dopo l’esperienza di Business Development Manager presso la società Agrisystems SRL a Roma – Consulenza specializzata per progetti di sviluppo nei paesi terzi attraverso le sedi specializzate delle Nazioni Unite: FAO, IFAD, WFP di base a Roma -, è stata sino al 2000 giornalista/assistente di James Suckling presso l’ufficio Europe della Wine Spectator, al Borro in provincia di Arezzo.
Attualmente è giornalista freelance per diverse testate: winenews.it., Wine Spectator, Decanter, Wine Business International, Vini, San Pellegrino, Slowfood, Bibenda, Corriere Vinicolo, Wyno Magazyn, Der Feinschmecker - Wein Gourmet Le Connoisseur - Fine wine in Puerto Rico. Oggi le sue collaborazioni continuano esclusivamente come corrispondente Italian per Sommelier India; Meininger’s Wine Business International; Czas Wyna (Polonia). Ha ricevuto il PREMIO GIORNALISTICO – GRANDI CRU ITALIA miglior giornalista estero 2009 - e il PREMIO ROERO 2010. Tra le sue pubblicazioni: 2006 Mitchell Beazley - ’Wines of Italy’ Guida complete alle 20 regioni Italiani e ai suoi vini; 2008 Hugh Johnson’s Pocket Wine Guide 2008’. Collaboration with the ’Full-Colour Italian Supplement’; 2007/2008 Veronelli Editore Veronelli ’Gli Spumanti D’Italia’. Dal 2000 svolge una costante attività di seminari e degustazione guidate per diverse enti come il London International Wine Fair, Veronafiere Decanter ExPress tasting e altri seminari a livello internazionale, come Wines of New Zealand per l’ambasciata Nuova Zelanda a Milano e IWSC per le degustazioni guidate. Dal 2000 ha sempre partecipato alle degustazioni panello giudici per competizioni in Italia e all’estro quali: IWSC – International Wine & Spirit Competition; IWC – International Wine Challenge; Decanter Fine Wine Awards; Mundus Vini. Ha svolto un ruolo di consulenza per le maggiori fiere: VeronaFiere, Salone del Vino; Miwine organizzando la selezione di un numero elevato di buyers esteri del settore per Workshop internazionali one to one – business to business tra produttori e operatori esteri. Inoltre dal 2000 collabora con diversi consorzi per organizzare incoming di operatori esteri e di stampa estera per educationals in cui il focus è il ‘territorio’ e i vini del territorio.




Enrico Remmert
è nato nel 1966 a Torino, dove vive e lavora. Il suo romanzo d’esordio, Rossenotti, scoperto da Grazia Cherchi, è stato pubblicato da Marsilio nel 1997 e ha vinto nello stesso anno il Premio Chianciano e il Premio Tuscania. Nel 2002 è uscito il suo secondo romanzo La ballata delle canaglie, finalista dell’IMPAC Dublin Literary Award e di uno dei più prestigiosi premi letterari anglossassoni, l’Indipendent Foreing Fiction Prize. Negli anni seguenti, insieme a Luca Ragagnin, ha curato una trilogia dedicata a Bacco, Tabacco e Venere: tre libri dalle varie anime (antologie di citazioni, saggi letterari, raccolte di aforismi) tra cui il fortunato Elogio della sbronza consapevole. Traduttore dall'inglese (The Muppet Show, Edizioni BD), Remmert ha inoltre collaborato con numerose riviste (GQ, Rolling Stone, Slowfood), programmi tv (Camera Cafè, Cartoon Magic) e case di produzione (firmando spot, cortometraggi, documentari e collaborando alla sceneggiatura di alcuni film, tra cui Aspettando il sole di Ago Panini). Ha inoltre scritto testi di canzoni per i Motel Connection (gruppo fondato da Samuel Romano, cantante dei Subsonica) e messo in scena spettacoli con le compagnie Assemblea Teatro, Crab Teatro e con il Teatro della Tosse di Genova. Alla fine del 2010 sono usciti quasi contemporaneamente il suo terzo romanzo Strade Bianche e la fiaba Il viaggio semiasciutto di Ulisse il pesce volante, scritta insieme a Luca Ragagnin e illustrata da Paolo D’Altan. I suoi libri sono tradotti in una decina di lingue.

martedì 15 febbraio 2011

Tenuta di Fessina a SORSI DELL'ETNA il 18 febbraio: in anteprima a Palermo, la migliore produzione dell'Etna DOC



La nostra Tenuta di Fessina sarà presente a Sorsi dell'Etna, il 18 febbraio presso TeLiMar di Palermo, dalle ore 17.00: una degustazione destinata a operatori del settore (ristoratori ed enotecari), giornalisti specializzati ed il pubblico di appassionati, in quella che è ormai diventata un’importante vetrina promozionale per far degustare in anteprima a Palermo la migliore produzione dell’Etna DOC.




Organizzata dal giornale di enogastronomia online Cronache di gusto e dal TeLiMar, la manifestazione è giunta alla terza edizione e nasce in stretta collaborazione con il Consorzio per la Tutela Vini Etna Doc, presieduto da Giuseppe Mannino.



Sorsi dell'Etna vedrà la partecipazione di Federico Curtaz e dei nostri Etna DOC Il Musmeci ed Erse, nati dalle nostre viti ottuagenarie nei sette ettari di Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio alle pendici dell’Etna.

Wine on the road…per farne memoria e racconto

Da Wine on the road. Appunti di viaggio...per cantine. Quinto concorso letterario di Villa Petriolo


"Wine on the road", quinto concorso letterario Villa Petriolo, edizione 2011.

"...buona cosa è non disperdere quanto incontrato lungo la via. Per farne memoria e racconto. A ogni passo, mutando in simbolo quel che il cammino accennava".
Duccio Demetrio, "Filosofia del camminare".


Il racconto di viaggio è qualcosa che appartiene a ciascuno di noi. Nell’immaginarsi le tappe del viaggio, nel pregustarne la meta . Appuntare diligentemente nomi, indirizzi, impressioni, durante il farsi del cammino è una pratica che procura un piacere particolare, la sensazione di un fermo-immagine che resterà nella memoria, con la speranza, un giorno, di ripercorrere quelle strade. Oppure ci è capitato attendere il rientro a casa per stilare un articolo, un saggio, una pagina di diario, un racconto, delle note, schizzi da accompagnare alle foto mostrate agli amici. Indispensabile il nostro taccuino, magari il classico rettangolo nero dagli angoli arrotondati, col sapore di quel “nomadismo intellettuale” che ci hanno donato i racconti dei più grandi artisti degli ultimi due secoli, da Picasso a Van Gogh, da Hemingway a Chatwin.
Un taccuino. Da macchiare di vino.




“Sull’erba: il ritorno.
Un camminare da vivere quando il primo taglio invoglia a ritrovare il pizzicore d’infanzia e il rado fieno, nel formicolare degli insetti ancora non troppo molesti. Se bagnata, è l’erba a slittare o il piede; se secca, quale altro paesaggio annuncia di polveri agostane? Se già del color del limone il piede si ricopre e teme l’umidore. Ne attraversi le diverse nature e sempre ritorni dove anche le mani facevano il resto, rivendicando il loro compito. Per frugare nei buchi, per far camminare insieme indici e anulari sulle foglie più alte. Per ritrovare quel tempo, in cui vacillare non era una malattia, con le tenerissime gambe incerte. Autorizzate a cadere, a rialzarsi sotto sguardi benevoli. Poi mai più ci venne, più di tanto, concesso”

Da “Camminando tra i simboli” in “Filosofia del camminare” di Duccio Demetrio.


lunedì 14 febbraio 2011

Villa Petriolo a TERRE DI TOSCANA 2011. Il 13 e 14 marzo a Lido di Camaiore



In marzo torna Terre di Toscana, la bella manifestazione organizzata dalla redazione instancabile de L’Acquabuona. Impossibile mancare per Villa Petriolo il 13 e 14 marzo 2011 all’UNA Hotel di Lido di Camaiore!

Prestigioso il parterre delle aziende vinicole in degustazione:

Altesino, Argentiera, Badia a Coltibuono, Baracchi, Barone Ricasoli, Barzaghi Mattia, Boscarelli, Caiarossa, Canalicchio – Franco Pacenti, Capannelle, Caparsa, Casavyc, Castagnini Roberto, Casteldelpiano, Castell’in Villa, Castello di Bolgheri, Castello di Monsanto, Castello di Potentino, Castello di San Sano, Col di Bacche, ColleMassari, Collemattoni, Conti Costanti, Contucci, Cosimo Maria Masini, Dei, Domini Castellare di Castellina, Eredi Fuligni, Fattoria Ambra, Fattoria Colleverde, Fattoria Corzano e Paterno, Fattoria delle Ripalte, Fattoria di Montechiari, Fattoria Il Lago, Fattoria Kappa, Fattoria Selvapiana, Fontodi, Fossacolle, Frascole, Giardini Ripadiversilia, Grattamacco, I Luoghi, Il Colombaio di Santa Chiara, Il Conventino, Il Rio, Isole e Olena, La Fralluca, La Palazzetta, La Porta di Vertine, La Torre Antica, Le Cinciole, Le Ragnaie, Macea, Marchesi Mazzei, Mastrojanni, Montauto, Montellori, Montenidoli, Montepeloso, Montepepe, Monteraponi, Montevertine, Montrasio – Il Colle, Petra, Piaggia, Pietroso, Pieve Santo Stefano, Pieve Vecchia, Pian dell’Orino, Podere Salicutti, Podere San Giuseppe-Stella di Campalto, Podere Còncori, Podere Fortuna, Podere Il Carnasciale, Podere Il Palazzino, Podere La Regola, Podere San Giacomo, Poggerino, Poggio Argentiera, Poggio di Sotto, Principe Corsini, Querciabella, Riecine, Rocca di Castagnoli, Ruffino, Salustri, San Felice, San Gervasio, San Giusto a Rentennano, Sant’Agnese, Satta, Sedime–Marco Capitoni, Sesti, Solatione, Tenimenti Angelini, Tenuta Col d’Orcia, Tenuta del Buonamico, Tenuta dell’Ornellaia, Tenuta di Argiano, Tenuta di Collosorbo, Tenuta di Ghizzano, Tenuta di Lilliano, Tenuta di Montecucco, Tenuta di Valgiano, Tenuta Le Potazzine-Gorelli, Tenuta Lenzini, Tenuta PoggioVerrano, Tenuta Roccaccia, Tenuta San Guido, Tenute Niccolai–Palagetto, Terenzuola, Tiezzi, Uccelliera, Val delle Corti, Vecchie Terre di Montefìli, Ventolaio, Vignamaggio, Villa Patrizia, Villa Petriolo.



Questi i nostri vini in assaggio a Lido di Camaiore:

- IGT Toscana L'Imbrunire 2009
- Chianti docg Villa Petriolo 2008
- IGT Toscana Golpaja 2007
- Chianti docg Rosae MnemoSis 2008
- IGT Toscana Serberto 2008
- Vin Santo del Chianti DOC Villa Petriolo 2004.




TERRE DI TOSCANA, QUARTA EDIZIONE

Domenica 13 marzo, ore 10,30-18 degustazione
Ingresso € 20 (€ 15 per soci AIS, Fisar, ONAV, Slow Food e per gli iscritti al notiziario de L’AcquaBuona, che riceveranno a tal fine un messaggio di posta elettronica in prossimità dell’evento). Nel prezzo di ingresso è compreso il bicchiere da degustazione.

Domenica 13 marzo, ore 14-18 “Come eravamo” (Ingresso € 15)
Grande retrospettiva di vecchie annate selezionate dai produttori stessi di Terre di Toscana. Una occasione più unica che rara per capire di percorsi, stili, orizzonti e vertici.

Domenica 13 marzo, ore 21 grande cena in compagnia dei vignaioli e dei loro vini
Costo € 50. Cena servita al tavolo, con possibilità di assaggio libero di oltre 200 etichette in rappresentanza di tutti i produttori presenti

Lunedì 14 marzo, ore 11-18 degustazione
Per accrediti stampa, o per ricevere l’omaggio riservato agli operatori per l’ingresso alla degustazione, scrivere a info acquabuona.it


Qui tutte le info. Non mancate!

domenica 13 febbraio 2011

Il racconto “Punteggio: diciannove ventesimi” di Bruno Bianco per LA GAIA MENSA



Buona domenica col racconto di Bruno Bianco “Punteggio: diciannove ventesimi” per “La gaia mensa”, quarto concorso letterario di Villa Petriolo.

Bruno Bianco, di Montegrosso d’Asti (AT), è un ingegnere libero professionista. Alcuni suoi successi del 2009:
• 1° classificato V edizione Concorso “Rosazza Letteratura” 2009 Sezione Prosa – Rosazza (BI)
• 2° classificato III edizione Concorso di Narrativa “Tifeo Web Narrativa Online” 2009 – Catania
• 2° classificato IV edizione Concorso di Poesia “Coniugi Maria e Vincenzo Boccaccio” 2009 – Grillano/Ovada (AL)
• 1° classificato I edizione Concorso di Poesia “La chitarra fa piangere i sogni” 2009 – Gubbio


Racconto “Punteggio: diciannove ventesimi” di Bruno Bianco


Paolo gliel’ aveva detto subito.
-Mio caro Luca ho una brutta notizia; domani sera Alberto e Chiara vengono al ristorante. Lui ha prenotato una cena a base di tartufo; dall’ antipasto alla fine. Vini da scegliere sul momento, ma non si scapperà da barolo, barbaresco e brunello di montalcino; totale, non meno di centocinquantamila lire a testa, alla faccia della fame nel mondo.-
Paolo faceva il cameriere alla “Ruota d’ oro”, il ristorante più rinomato e caro della zona. Il noto critico gastronomico Mastelli, terrore dei ristoratori, nell’ultima visita di qualche mese prima aveva concluso una recensione da favola con la frase “Cucina indimenticabile, servizio grandioso; peccato per una lampadina bruciata in bagno. Punteggio: diciannove ventesimi”. Insomma, a parte quella lampadina, Alberto aveva giocato la carta giusta; con i soldi del paparino miliardario avrebbe attaccato Chiara nel suo tallone d’ Achille, la gola.
Chiara era un’appassionata di gastronomia, sempre alla ricerca di ristoranti diversi, entusiasta nell’assaggio di nuovi piatti, nello scoprire sapori particolari e azzeccati abbinamenti dei vini. Ma Luca non aveva il paparino che sponsorizzava e comunque se anche l’avesse avuto, dopo la “Ruota d’ oro “ qualunque altro locale sarebbe stato perdente nel confronto; allora aveva tirato fuori il telefonino e aveva fatto quel numero che stava in cima alla rubrica del cellulare.
-Ciao Chiara, sono Luca. Se non hai niente di meglio da fare ti va di venire venerdì sera a cena da me? Ho in mente un piatto un po’ particolare e mi sarebbe piaciuto avere il tuo parere.-
Aveva accettato e adesso tra qualche ora sarebbe stata lì. Paolo era stato efficientissimo, gli aveva riferito per filo e per segno com’era andata la serata al ristorante. Erano arrivati con la BMW del paparino e lei era la più bella del locale, con quella solita eleganza portata con la disinvoltura di chi sembra che si sia messa i primi due stracci trovati nell’ armadio; come da programma, tartufo bianco d’Alba e grandi vini avevano reso unico un menù che di per sé era già un qualcosa di eccezionale.
Però Luca era convinto che dopo la cena tra i due non ci fosse stato un seguito.
-Stasera viene da me e vuole essere mia ospite ancora da donna libera. Poi si vedrà.-
Aveva iniziato al mattino. Era andato al mercato e al banco dell’ acciugaio aveva preso tre etti di acciughe che erano una favola.
-Un cardo per favore; il migliore che c’è.-
Aveva preso il massimo dei massimi, un cardo gobbo di Nizza Monferrato; e poi tre peperoni, uno rosso, uno giallo e uno verde, un sedano enorme, due finocchi grandi come il pugno di un gigante, un cavolo e una barbabietola già arrostita al forno. Aveva appoggiato le borse sul sedile dietro della Panda, ma la spesa non era finita, mancava ancora l’ ingrediente più importante.
-Nonno, ho bisogno di aglio. Sì, ho detto aglio, quello che mi vuoi sempre dare tutte le volte che mi vedi. Stavolta lo prendo.-
Mancava ancora un ultimo elemento; con la Panda entrò nel piazzale della cantina sociale “Terra e territorio”. Aveva deciso di non badare a spese; due bottiglie di Barbera d’ Asti superiore “Riserva Vigne Vecchie”, un anno di invecchiamento, 14 gradi. “A noi del Monferrato quelli del barolo ci fanno un baffo”, aveva pensato mentre risaliva sulla Panda.
Scaricò tutto nel suo bilocale e iniziò dalla pulitura delle acciughe; alla fine tutte le acciughe pulite, tagliate e sminuzzate riposavano in un piatto. Poi prese l’aglio che aveva sbucciato e iniziò a farlo bollire. Quindi scolò l’aglio e lo depositò nel pentolino di coccio insieme alle acciughe sminuzzate e a due bicchieroni di olio extravergine; abbassò la fiamma al minimo e con la forchetta iniziò a schiacciare aglio e acciughe. Vedeva il tutto amalgamarsi, crescere in densità, diventare un intingolo chiaro annegato nel suo bagno d’ olio; tutto era pronto per un pranzo indimenticabile.
Il campanello suonò e Luca si strofinò le mani unte sul grembiule; il tempo di sfilarselo, darsi un’ultima occhiata allo specchio e in un momento spalancò la porta.
-Non ci credo; hai fatto la bagna cauda !-
-Bagna cauda, madame. Per servirla.-
Luca aveva fatto un inchino per invitarla a entrare; era davvero uno schianto, con quei jeans chiari e la camicetta bianca dai primi due bottoni slacciati. Chiara era entrata nel soggiorno-cucina senza perdere quell’espressione di sorridente stupore; fissava sul tavolo le due ciotole con le candele accese sotto, tutte quelle verdure tagliate a pezzi fini, il vassoio al centro con le fette di pane e di fianco un’altra pagnotta ancora intera vicino alla bottiglia di vino.
Luca era tornato dalla cucina con la grande pentola di coccio che fumava; all’interno, la bagna cauda aspettava ansiosa il suo momento, friggendo nella sua immersione d’ olio bollente. Luca mise al centro la pentola e servì due abbondanti porzioni nelle ciotole scaldate dalla fiamma delle candele; Chiara iniziò con un pezzo di cardo immerso in quell’intingolo bollente, mentre lui faceva la imitava con un pezzo di peperone giallo. Chiara passava dal cardo al sedano, al peperone, al cavolo e in mezzo prendeva una fetta di pane e se la portava alla bocca; e non parlava nemmeno più, mentre con la bocca piena faceva gesti con il capo e le mani per dire che in quel momento non poteva esserci al mondo niente di meglio che una bagna cauda così. Ogni volta che il ciotolino era vuoto, prendevano dalla pentola e riempivano di nuovo; come con quella barbera di quattordici gradi che dava appagamento anche solo a guardarla nel bicchiere. Erano andati avanti senza mai concedersi un attimo di pausa; quando ormai nella pentola era rimasto solo più un velo di bagna cauda, iniziarono a intingere le verdure direttamente lì dentro, giocando a imboccarsi l’uno con la forchetta dell’ altro, scambiandosi i bicchieri dove si versavano il vino della seconda bottiglia, visto che la prima riposava ormai vuota in un angolo della tavola. Alla fine con il pane si misero a fare “scarpetta”; strisciavano il fondo e poi i bordi e poi ancora il fondo finché la pentola non era rimasta perfettamente asciutta, come pulita per bene con una spugna da stoviglie.
-Leggerezza per leggerezza, come dolce ho preparato la panna cotta con Moscato d’ Asti.-
Lui alla panna cotta e al moscato avrebbe rinunciato volentieri, tanto si sentiva sazio, brillo, euforico e innamorato, ma non poteva far saltare il dessert a Chiara; lei lo guardò senza rispondergli e Luca capì che in quel momento Chiara si sentiva come lui, sazia, brilla, euforica e innamorata. E quella sera, la panna cotta, nessuno dei due la mangiò.

Luca si svegliò di colpo. Si girò alla sua sinistra e vide che Chiara non era vicino a lui; poi sentì dei rumori nel bagno e si tranquillizzò. Guardò l’orologio sul comodino che segnava le sette meno un quarto. Si stirò senza scendere dal letto, ancora assonnato e intorpidito; Chiara uscì dal bagno e lo vide che la fissava.
-Lo sai che hai una lampadina bruciata in bagno?-
No, la lampadina bruciata no! Tanti sforzi, tanto impegno e tutto rovinato da una lampadina.
Allora Luca diede un bacio a Chiara che intanto era ritornata di fianco a lui
-Sono già quasi le sette; il tempo vola.-

Sì, il tempo vola davvero e sono passati più di cinque anni, anzi quasi dieci. A Luca piace svegliarsi al mattino, vedere che Chiara non è al suo fianco e poi sentir dei rumori di lei che gira per casa, che va a vedere come sta il loro Matteo che non ha nemmeno un anno, ma a loro due sembra che ci sia da una vita. Gli piace guardarla che esce dal bagno, bella e sorridente come allora e lei lo sa che gli piace tanto e quella frase gliela ripete sovente “Lo sai che hai una lampadina bruciata in bagno?”.
Allora Luca l’aspetta nel letto, le da un bacio appassionato e non perde occasione per darsi quel giudizio che ritiene di avere sempre meritato: “Cucina indimenticabile, servizio grandioso; peccato per una lampadina bruciata in bagno. Punteggio: diciannove ventesimi”.

sabato 12 febbraio 2011

“Strega” di Gabriele Caprioli per LA GAIA MENSA



“Strega” è il bel racconto di Gabriele Caprioli per “La gaia mensa”, il quarto concorso letterario di Villa Petriolo.

Gabriele Caprioli, di Cernusco sul Naviglio (MI), nasce negli anni 60.
Si diverte nei 70.
Resiste a fatica agli anni 80.
Si adegua negli anni 90.
Il nuovo millennio presenta il conto ma lui non vuole pagare e così continua a scrivere, ora ha una casa ai margini della grande foresta di Milano, si è costruito un soppalco e lassù si sente come il suo animale-simbolo il bradipo e da lassù si illude di poter scrivere qualsiasi cosa.



Racconto “Strega” di Gabriele Caprioli


ci siamo
tutti riuniti intorno al tavolo grande
i bicchieri sono messi lungo una linea retta distanziati di un soffio l’uno dall’altro, allineati e vicini senza toccarsi mai, un po’ come noi fratelli
la strega è di là che cucina per tutti e per ciascuno
promette qualcosa di speciale, un sapore dell’infanzia in grado di riaccendere sinapsi e rivelare piaceri dimenticati

Marina è la sorella più vecchia, per me quasi una zia, è di animo buono ma porta in giro un naso imponente che la fa sembrare irrimediabilmente stronza, per lei la strega si procura il vero Gorgonzola, che è un formaggio gessoso, in buona parte muffo, di sapore rancido e odore pungente, una qualità di formaggio che va esorcizzata con un vino invecchiato altrettanto deciso
la leggenda del Gorgonzola parla di qualcuno che ha dimenticato dello stracchino nelle cantine di un osteria e qualcun’altro che se lo è mangiato lo stesso
mia sorella stasera, spiace dirlo, somiglia un po’ a stracchino andato a male

la strega si è palesata come tale nei miei pensieri una sera durante una lezione di cinema indipendente in un sottoscala di Rogoredo, come ci ero finito in quel giro? una donna, per forza, Carmelina la Venere del Salento, piccoletta rissosa che mi voleva regista ad ogni costo e io, nello spreco di talento quotidiano, la accontentavo partecipando a questi incontri piuttosto noiosi

Matteo è in cattedra e critica, la sua attività preferita, l’opinione che ci siamo fatti è che il primo maschio della famiglia deve aver goduto di speciali immeritati privilegi durante l’infanzia, al punto da maturare un complesso di superiorità nei nostri confronti davvero grottesco, chiunque può percepire l’odio di noi fratelli quando comincia a sentenziare, lui no
la strega cucinerà fegato di manzo o di vitello, lui non sarà soddisfatto della scelta, né della cottura, nonostante ciò farà bis e vuoterà una bottiglia di Merlot

ora la strega azzarda una specie di affettuoso appello, ci siamo, manca solo Mauro, non penso verrà, è morto quando faceva la quinta elementare, mi ricordo bene perché io frequentavo la stessa scuola ed ero in prima e avere un fratello in quinta ti salvava il culo
Mauro era un bambino grosso e rispettato, con una brutta malattia in corpo, mangiava yogurt a valanga e io lo imitavo
la strega finge di non sapere, prepara yogurt alla turca con aggiunta di ciliegie di serra
indizio che non sarà una serata facile
non è mai facile con la strega per casa, siamo cinque estranei alla ricerca del posto migliore, sapendo bene che a nulla vale la distanza, spesso il più distante è il più bersagliato
la strega siederà a capo tavola, noi abbiamo a disposizione tre sedie alla sua destra e tre a sinistra, all’estremità opposta del tavolo il vuoto, sarebbe il posto destinato al marito e la strega di mariti ne ha consumati ben tre prima di dichiararsi vedova inconsolabile
con ogni marito ha generato due figli e comperato un nuovo vigneto cui dedicarsi abbandonando il precedente al suo destino, meglio, ai figli del precedente matrimonio inchiodati a questo destino
perciò noi fratelli abbiamo tutti un vino che porta il nostro nome, è una specie di tradizione famigliare
il mio è un Chianti, forse mi sbaglio, non chiedetemelo, io sono la pecora nera, sono astemio e quando si apriranno le bottiglie sarà per me la parte peggiore della serata, i miei fratelli, scambiandosi bicchieri e vino, abbandoneranno ogni timore, parleranno la stessa lingua e mentre la strega inorgoglisce di quel tintinnare confuso e odoroso, io mi annullerò nell’acqua minerale

Milù è sempre la donna più bella della mia vita, è la bellezza che irride il tempo, che sbuca da un mare di riccioli come una balena silenziosa nella baia
io di Milù non riesco a pensare né dire altro, è bella e per questo le si può perdonare anche la felicità e la fortuna e la vita così comme viene, le spezie poco ortodosse con cui altera i piatti tradizionali
la strega è andata fino fuori regione, per trovare una diavolo di drogheria che avesse un certo zenzero delle Antille da mettere in vista stasera, da farci star male a tutti

la strega ha ripetuto una vita sempre uguale e diversa, un marito benestante e barbuto, un cascinale immenso, polveroso, terra da uva e due figli che appena possibile se ne sarebbero sporcati le mani
alla terza replica lo schema è fallito, mio padre tanto benestante quanto inetto, io e Mauro troppo bambini
infine Mauro è morto, papà è morto e io sono diventato un topo di città, un magrolino pallido allergico ad ogni forma di natura
stanotte, quando la battaglia della tavola si sarà esaurita tra morti, feriti e avanzi, con la macchina me ne andrò a dormire in un qualsiasi motel
la strega sa e non mi odia per questo, l’odio è ingrediente per noi poveracci che mal sopportiamo la vita, lei non ha di questi problemi
si affaccia dalla cucina a intervalli irregolari, intercetta i pensieri di ognuno dei suoi figli e ognuno di noi pensa alle sue debolezze quando è in procinto di cenare con lei

per Mirco la strega avrà riempito di carne macinata, cipolla, capperi e olive e altro i peperoni del suo orto
gialli, rossi, arancioni, verdi, da bambino non capivo mai perché avessero colori differenti, non capivo perché Mirco un giorno era il mio migliore amico e il giorno successivo il mio aguzzino, le unghie sporche che mi piantava nella carne per farmi male, farmi diventare uomo come diceva lui
è il fratello più legato alla terra, il più contadino, penso l’unico che davvero non ha mai desiderato fare altro nella vita che lavorare la terra

non mi ricordo il film ma se ne trovano un’infinità, in cui il personaggio che cucina, colui o colei che sa preparare il cibo assume un ruolo magico, è un alchimista che trasforma il fuoco in vita
è una strega, ho pensato, lei che da sempre governa figli figlie e mariti mariti e debitori incalliti e parenti serpenti e amanti ingombranti e disgrazie sgraziate e pane vino eccetera
il grembiule indosso, la fiamma accesa, la certezza di saper creare il buono anche nel male di certi giorni
la strega è ancora qui, padrona del fuoco, si è fatta costruire una cucina immensa e massiccia, lavori che sono durati tutti gli anni della mia infanzia, almeno questo è il mio ricordo, fino alla scomparsa di papà quando la cucina era finalmente pronta e la strega mise a cuocere tanta carne morta da trasformare casa in una succursale del mattatoio, ci furono combinazioni di aromi da far girare la testa e vini tra i più cattivi in circolazione, bottiglie che venivano dall’inferno del sud, rossi che macchiavano peggio del sangue delle bestie
sapesse la strega che io sono ormai vegetariano, vegetariano e astemio e cittadino, niente altro?
saprà indovinare che ora il mio piatto preferito è il sushi?

si comincia, non ne potevamo più delle nostre chiacchiere interlocutorie, lavoro e famiglia, fotografie di nipoti che non conosco, bambini come tanti altri che sono passati dalla fototessera spiegazzata nel portafogli allo sfondo dell’iphone, senza guadagnare in interesse
si parla del tempo, si fa il conto degli anni trascorsi da quando è accaduto questo e quest’altro
la strega chiede di raggiungerla in cucina, il laboratorio da cui siamo sempre stati esclusi
fa un gran caldo, la confusione è tale da mettere soggezione, c’è un misto di odori inestricabile, c’è un po’ di quella curiosità bambina, c’è la forza che ci tiene insieme
sei teglie pronte, il contenuto nascosto dal coperchio, ogni piatto ha un nome proprio e una ricetta pensata per noi, potrebbe essere solo un gioco bizzarro, allora perché siamo così a disagio?
la strega ha preso ancora una volta qualcosa delle nostre vite e ne ha fatto cucina, magia da incanto, dobbiamo scegliere una portata, alla cieca, assaggiarla e indovinare per chi è stata preparata e di tentativo in tentativo i piatti passeranno di mano e capiremo chi siamo e che sapore abbiamo
questo è l’incantesimo della strega, siamo contenti?
“si mamma”
rispondiamo in un coro sbilenco ma ubbidiente