venerdì 30 settembre 2011

“TORNARE A CASA” di Sara Beinat, racconto "segnalato" al concorso letterario di Villa Petriolo 2011 "Wine on the road"




“Tornare a casa” è il bel racconto di Sara Beinat, segnalato al quinto concorso letterario di Villa Petriolo “Wine on the road”. Complimenti alla nostra autrice, vincitrice, nel 2010, del secondo premio del concorso “La gaia mensa”!

Sara Beinat nasce nel 1981 in Germania da una famiglia di gelatai emigranti e all’età di tre anni ritorna nell’originario Friuli. Laureata al Dams dell’Università di Udine, si è diplomata come allieva attrice presso l'Accademia teatrale Città di Trieste. Legge, scrive, gioca.


Racconto “TORNARE A CASA” di Sara Beinat

Volevo un caffè liscio, nell'ingarbugliata metropoli di asfalto e vetro.
Volevo bere un caffè e, quando lo ordinai, la donna dietro al banco esitò.
Chiese se venivo proprio dallo Stato che il mio accento suggeriva.
Sì, certo.
Anche lei.
Chiese il paese.
La risposta la emozionò: lo stesso della sua famiglia.
Portò il caffè e mi lasciò gustarlo in silenzio, rispettosa del rito.
Feci tintinnare le monete.
“Signorina,” disse, “mio padre è emigrato qui cinquant'anni fa, è anziano, malato... non potrebbe portargli un ricordo della sua terra?”
Quasi inghiottito dalla grossa poltrona su cui era accasciato, il vecchietto mi fissava speranzoso. Avevo accettato di incontrarlo, ma non sapevo cosa dirgli: il paese che doveva aver conosciuto era quello dei miei nonni, tante persone non c'erano più, tante abitazioni avevano fatto spazio a condomini, parcheggi, rotonde.
Non riuscivo ad aprire bocca.
Fu lui a indicarmi la strada: “Vorrei solo tornare a casa” e mi tese la mano ossuta.
Capii.
Gli presi la mano e insieme partimmo.
“Siamo davanti al panificio di Ettore. È stato infornato anche il pane per domani che è domenica, sente il profumo? Tra tutti i tipi di pane il mio preferito è il filone croccante, con tanta mollica per tirare su il sugo. Imbocchiamo via del Molino, i ciottoli levigati sono duri sotto le suole delle scarpe, qualche sassolino aguzzo si infila tra le dita mentre arriviamo nei pressi della fioreria. Un gatto grigio e grasso sonnecchia all'ombra dei vasi, i nostri passi non lo svegliano. Salutiamo Agnese, intenta a cambiare l'acqua ai geranei (guardi che bella camicetta rosa ha indosso oggi) e proseguiamo passando sotto una finestra da cui esce una sommessa ninna nanna: Teresa la sarta ha avuto un bimbo due mesi fa, lo sapeva? L'ha chiamato Martino, come il nonno da cui ha imparato il mestiere... ha vestito mezzo paese! Giriamo l'angolo con via del Mattino e sbuchiamo di fronte al negozio del barbiere (con in vetrina le teste di chi aspetta il turno) da cui è appena uscito il maestro Condotti: poverino, non riesce a fare due passi di seguito perché le madri degli alunni lo fermano per chiedere come si comportano i loro figlioli! Un'ombra improvvisa nasconde il sole dal nostro viso, oscurato dalle lenzuola fresche di bucato appese al filo sotto cui stiamo passando ora. Lenzuola bianche, di cotone grosso, con un semplice ricamo fatto a mano. Mia madre le aveva uguali e... oh! Stia attento! Un pallone di cuoio ci è appena sfrecciato davanti, seguito da un nugolo di bambini in calzoni corti, rapidi e sudati... guardi come corrono! Uno inciampa e gli altri ridono, lui si rialza eroico, il ginocchio sbucciato gli brucia ma finge di non sentirlo e riparte a correre, seminando gli amici. Il profumo di soffritto sfrigola da un balcone. Ancora qualche metro ed eccoci in piazza, ci danno il benvenuto gli undici rintocchi che riempiono l'aria dorata, pigramente solenni. Ah la piazza! Fermiamoci un attimo ad ammirarla in tutta la sua dignitosa semplicità, il municipio e la chiesa si fronteggiano e, tra loro, la fontana. Due passerotti zompettano tra gli schizzi d'acqua, incerti se accettare le briciole lanciate da un marmocchio ancora instabile sulle gambette. La madre lo tiene d'occhio seduta a un tavolino del bar e intanto ascolta le chiacchiere di un'amica davanti a un cappuccino infinito. All'altro tavolo, carte e un bicchiere di rosso per tre amici pensionati. Passiamo accanto a loro, vecchie colonne portanti della piazza: Tonino il calzolaio, Ernesto l'imbianchino e il dottor Corradi. Chiedono se vogliamo unirci per una briscola e un crostino di pane e salame. Scusate, siamo di fretta, magari torniamo più tardi. Gli occhi felini di Adele dell'edicola spiano divertiti suo figlio Giorgio ed Emilia, la primogenita sindaco, giovani e innamorati sulla panchina, talmente persi uno negli occhi dell'altra da non accorgersi che dai loro coni appiccicosi piovono grosse gocce di gelato alla fragola. Adesso prendiamo il Vicolo Storto e... ah, lo sapevo! Lo riconosce? È Tobia, il cane di tutti, sempre affamato e scodinzolante! Ovviamente fa la posta fuori dalla bottega, con uno sguardo da finto moribondo per impietosire le signore ed elemosinare l'ennesimo boccone. Sei un gran ruffiano, Tobia! No, no, non lo accarezzi, altrimenti inizierà a seguirci sperando in una mangiata. Andiamo, prima che si accorga di noi. Don Luigi ci supera in bicicletta e grida un saluto continuando a pedalare a tutta velocità sul selciato. Il rumore dei nostri passi via via sovrasta le risa della piazza, lontane, flebili, un ricordo. Passiamo sotto un terrazzo con grandi vasi di basilico e salvia ruvida, dalla finestra aperta una radio gracchia la pubblicità di una pasta dentifricia. Com'è piacevole il sole, qui. Ho sempre pensato che il sole splenda in modo diverso, nel nostro paese... non rida, ne sono assolutamente convinta! Le dirò di più, sono sicura di un'altra cosa: i raggi passano sui nostri campi, sopra la piazza e attraverso le finestre aperte, si caricano della morbidezza dei cespi di trifogli, raccolgono l'odore del legno bruciato, si intingono nelle botti, carezzano le campane e poi raggiungono quelli che hanno lasciato la propria terra per cercare fortuna lontano, tanti anni fa. Li trovano, dovunque siano finiti, e regalano loro la luce e la vita di casa.”
La mano dell'uomo si mosse tra le mie. “È quasi ora di pranzo” riuscì a sussurrare, gli occhietti umidi, brillanti. “Sa cosa facciamo, signorina? La invito nella fattoria appena fuori paese... zia Luisa fa i gnocchi, il sabato.”
Voleva continuare quel viaggio immaginario. “Ma sì, volentieri. Grazie” risposi commossa.
Sorrise soddisfatto.
Chiuse piano gli occhi.
In un raggio che entrò dalla finestra a illuminargli il viso, nell'abbraccio consolante di quel sole, tornò a Casa.

giovedì 29 settembre 2011

Porta un’anfora di vino, che ne brindiamo insieme...


Lee, Sarah, Travis e Stephanie con Dino

“Vieni, o coppiere, e porta, pel nostro cuore
(…)
Porta un’anfora di vino, che ne brindiamo insieme
Prima ch’anfore facciano della nostra argilla nera”.

Omar Khayyam

Un saluto dei più cari agli amici del Texas, arrivati in Toscana e a Villa Petriolo per festeggiare il loro anniversario di matrimonio. Un brindisi alla famiglia Burns!

mercoledì 28 settembre 2011

“Miriam Bernini (non tutte le ciambelle)” di Vanni Marchioni segnalato per merito a WINE ON THE ROAD, concorso letterario di Villa Petriolo




Ancora uno dei bei racconti di “Wine on the road” segnalati per merito è “Miriam Bernini (non tutte le ciambelle)” di Vanni Marchioni.


Vanni Marchioni
è nato nel 1974 a Firenze, dove abita. E’ responsabile marketing/commerciale di Pitti Immagine Filati per Firenze, Milano, Tokyo, Shanghai, Seoul. Sommelier A.I.S., nel gruppo servizi regionali, ama la lettura, il teatro, i viaggi, il fitness, il cinema, la canoa fluviale, la pesca con la mosca, l’entomologia e la micologia. Collabora come volontario con l’ente no-profit Save the Children.


Racconto “Miriam Bernini (non tutte le ciambelle)” di Vanni Marchioni

Miriam Bernini era una giornalista, ma soprattutto un critico. Una giornalista molto critico. Si occupava principalmente di enogastronomia e saltuariamente di astronomia, quando alzava gli occhi al cielo. Era un’abitudinaria. Si sedeva a un tavolo del malcapitato ristorante di turno e appoggiava sulle gambe la sua borsa di velluto verde, dalla quale tirava fuori in quest’ordine esatto: un paio di occhiali con la montatura di tartaruga, una penna a inchiostro e il famoso taccuino di carta riciclata, la sua arma letale. Sì perché Miriam Bernini faceva sussultare gli osti, quando appariva sulla soglia. I budini tremavano come budini, nei loro piatti piccoli; i camerieri diventavano maldestri, i bicchieri tintinnavano timore e batticuore, le bottiglie non volevano stapparsi e l’atmosfera generale diventava improvvisamente gelida e greve. Nel frattempo lei cominciava a scrivere: con la mano sinistra arricciava una ciocca di capelli, mentre buttava giù (dalla torre della sua autorevolezza) impressioni e testimonianze che suonavano come benedizioni o sconsacrazioni. Le seconde molto più spesso. Le sentenze negative erano la sua specialità: non più all’altezza del suo nome, dozzinale, di cattivo gusto…erano solo alcune delle tante deposizioni che certificavano l’inesorabile declino di un locale. Più di una volta la sua lingua tagliente e la sua penna pungente avevano messo il punto a una storia. Sancito un fallimento. Firmata una condanna.

Un bel giorno di maggio Miriam Bernini stava passeggiando in bicicletta su una strada sterrata che non aveva mai percorso, in precedenza. Dietro al camposanto di Crevalcore, lungo il fiume, corre questo stradello che oramai adoperano quasi esclusivamente i contadini; Miriam Bernini si trovava da quelle parti e aveva qualche ora di libertà. Non era in vena di biasimi o assoluzioni, in quel momento, voleva semplicemente godersi un pomeriggio di primavera. Così aveva noleggiato una bici da un vecchio signore molto elegante, a suo modo, e aveva preso a percorrere quel viottolo di terra battuta. Dopo qualche chilometro di bella campagna vide la scritta “Cantina sociale & Cucina socievole” sul frontespizio di un casale. Incuriosita, si fermò a contemplare il cartello e un sopracciglio si alzò con elevato automatismo: paesano e grossolano, furono le sue prime parole. Ma ben presto aggiunse anche ironico, però. E sorrise; cosa che non succedeva da un bel pezzo. La stessa sera era seduta, con la sua borsa di velluto verde sulle gambe, al tavolo presidenziale di un famoso ristorante della zona. Ma non riusciva a concentrarsi. Non era da lei, certo che no, tuttavia si sorprese (a più riprese) a pensare a quella strada di campagna e alla vecchia cantina popolare del borgo, con quell’insegna genuina e sagace…mi piace!

Il giorno appresso si presentò dal suo uomo di fiducia, era già diventato il suo uomo di fiducia, e pretese la stessa bicicletta. Si rese conto che stava percorrendo la strada con un po’ di fretta. Se non proprio fretta, c’era un non-so-che di sollecitudine nel suo ritmo di crociera. Nuovamente si meravigliò: lei, Miriam Bernini, la celebre Miriam Bernini manifestava segni d’inquietudine come una precaria questuante al suo primo colloquio di lavoro. Ma quando mai. Eppure dovette constatare l’effettiva realtà dei fatti: non stava considerando i colori della bella stagione, gli alberi e la natura circostante, non stava godendo del vento fresco e così via. Via veloce, invece, pedalava e basta.

Quando uscì allo scoperto erano passate da poco le quattro del pomeriggio. Abbracciò con malcelata emozione il signor Pancaldi, cantiniere socievole, e salutò con altrettanto affetto il resto della famiglia. Il suo taccuino raccontava di un luogo lontano, a un tiro di schioppo, a portata di mano. Dove chi serve a tavola è la ragazza della porta accanto. E in cucina sembra che ci sia una nonna, la nonna di tutti. Miriam Bernini descrisse per filo e per segno le sue sensazioni, quanto sale mancava o era in avanzo, quante dita di vino nel bicchiere mezzo pieno. Quando tornò a rileggere i propri appunti, si rese conto del risultato: un sugo così buono da leccarsi i. E quel vino era la sua. Alla minestra mancava forse un pizzico di. Si respira un’atmosfera d’altri. Arriva il carrello dei. Mi consigli lei. Si potrebbero chiudere gli occhi e tornare a. Quando ero giovane pensavo di poter. Non mi piaceva il cavolo e adesso lo. Come cambiano i. Questo radicchio scricchiola come. Ci sta bene l’aceto di. La miglior pietanza che abbia mai. Per favore, ancora un po’. Una piccola porzione. Un altro bicchiere di. Di quel rosso lì. Del vostro champagne, sì.
Proseguiva a lungo; in quella taverna sincera, dove il termine “desinare” era ancora fortunatamente di uso comune e dove la colazione non veniva mai servita, Miriam Bernini era rimasta senza parole. Non aveva terminato le frasi, come se tenendole aperte avesse potuto in qualche modo lasciare spazio all’immaginazione del lettore. Erano libere, finalmente, di poter essere interpretate.
Pensieri e parole in un viaggio ideale, tra saggezza popolare e fantasia.

Il giorno dopo ancora mandò in stampa il suo articolo, senza correggere il tiro né tantomeno lo stile. Lasciò aperte tutte le frasi, saltando a piè pari censure e opinioni, scavalcando ruoli e istituzioni. Parlò lungamente di quel giovane frizzantino rosso, del cibo genuino che le avevano offerto e di tutto il resto. Era consapevole di aver scritto il più bel resoconto della sua vita, la più minuziosa e arguta descrizione di quante e quali emozioni possono provarsi, lasciando aperte le porte del.

Seguì l’ira funesta del suo editore, produttore, signore e padrone. Seguirono fulmini a ciel sereno, invettive e scomuniche, imprecazioni e improperi, improbabili minacce e via dicendo.

Miriam Bernini passeggiava in bicicletta sulle sponde di un fiume; accarezzava l’idea di un possibile altrove che la stava aspettando a braccia (e proposizioni) aperte. Pensò alla sua brillante carriera presumibilmente compromessa, al suo nome illustre pubblicamente screditato, alla sua stimata natura inevitabilmente snaturata. Con fresca serenità considerò che per sua buona sorte, nel corso di una vita, non tutte le ciambelle.

E fu così che si mise in viaggio, con un po’ di saggezza nelle tasche e un bagaglio di fantasia.

martedì 27 settembre 2011

Sweet play



"Che cosa fanno i bambini tutto il giorno? Fabbricano ricordi".
Dino Risi

domenica 25 settembre 2011

Vagabondare con gusto e filosofia: la Via Francigena passa da Villa Petriolo



"Vagabondare con gusto e filosofia è attendere che la strada ci venga incontro senza orientarci in essa. (...) Basta ruotare il capo, dopo qualche passo intrapreso in questa disposizione d'animo, per accorgersi che tutt'intorno compaiono cose prima mai viste".
(da Filosofia del camminare, Duccio Demetrio)



Un saluto carissimo a tutti gli associati della FIE (Federazione Italiana Escursionisti) che questa mattina, guidati dall’amico Alessio Latini, ci hanno fatto visita a Villa Petriolo!

sabato 24 settembre 2011

Il Chianti DOCG Villa Petriolo annata 2009 segnalato "vino quotidiano" dalla Guida Slow Wine 2012




Una bella notizia per la nostra azienda toscana di Cerreto Guidi (Firenze), sul Montalbano: all'annata 2009 del nostro Chianti DOCG Villa Petriolo, cosiddetto “base”, è stata attribuita la menzione “vino quotidiano” dalla Guida SLOW WINE 2012 – STORIE DI VITA, VIGNE, VINI IN ITALIA, Slow Food Editore.

La Presentazione di Slow Wine si terrà domenica 23 ottobre alle ore 10.30 presso la Fiera di Milano a Rho. Lunedì 24 ottobre, dalle ore 14.00 fino alle 18.30, si svolgerà, sempre nella stessa sede, la grande degustazione dei vini quotidiani di Slow Wine 2012.

Il Chianti DOCG Villa Petriolo 2009 è prodotto da 10% Colorino e 90% Sangiovese.

Rispetto al Chianti Classico, nel Chianti del Montalbano il Sangiovese si esprime con meno crudezza: più dolcezza, più temperatura, suoli più esili, fini e sabbiosi, lasciano un corpo più leggero al vino, sostanzialmente più dolce, più tenue, più smussato. Il Chianti di Villa Petriolo è presentato dopo due anni dalla vendemmia per aumentarne la maturità e favorire le caratteristiche di rotondità e speziatura. Un vino più di profumi e di eleganza, che non avrà mai la corposità di altri luoghi, dove il Chianti si esprime diversamente.



Siamo particolarmente entusiasti di questo riconoscimento che va a premiare l’impegno aziendale di produrre vini dalla spiccata bevibilità. Il nostro Chianti unisce una concezione moderna del fare vino, in cui l’eleganza e la finezza contraddistinguono oggi un prodotto più “gentile” eppur vitale, ad un omaggio alla tradizione del vino toscano per eccellenza, quello da bersi a tavola con cibi che nutrono.



"(...) A proposito del Chianti devi ammettere che il classico 'fiasco' è un ornamento non solo originale, ma anche allegro: appeso al muro del soggiorno, in questo grigio paese umido e freddo, ricorda a chiunque quell'Italia calda e assolata che noi tutti serbiamo nel nostro cuore, progettando sempre di trascorrervi le vacanze. Allora, caro Mario, per favore sii così gentile da mandarci (...) un'altra cassa di vino, con fiaschi di Chianti...".
Trinity College, Dublino, 28 magggio 1968.
Lettera di Nigel Ryan a Mario Soldati, riportata in Vino al vino.



Chianti Villa Petriolo 2009 – created by Federico Curtaz - vintage was awarded by the Slow Wine Guide 2012 as ‘everyday wine’.

The prize giving ceremony will take place on Sunday October 23th at 10,30 a.m. at Rho fiera - Milan, followed by the tasting of the ‘everyday wines’ on Monday October 24th from 2 to 6.30 p.m.

Chianti DOCG Villa Petriolo 2009 is made of 10% Colorino and 90% Sangiovese.

We are very honoured to receive this mention for a wine which unites drinkability to elegance. Our Chianti is a gentle, yest lively wine.
Compared to Chianti Classico, the Sangiovese growing on the Montalbano hills expresses itself with more sweetness, temperature and a lighter body.
Chianti Villa Petriolo is on the market two years after the grape harvest in order to increase the ripeness and improve the wine’s smoothness, roundness and spice aromas
It is an elegant, fine wine, which can never have the full body of wines produced in other Chianti areas.

venerdì 23 settembre 2011

Wine on the road: il racconto LA RICERCA DELLO SHIRAZ PERFETTO di Giorgio Macauda



La pubblicazione di tutti i racconti “segnalati” ci accompagnerà sino al 2 ottobre, giorno della cerimonia di premiazione del concorso letterario di Villa Petriolo “Wine on the road”.

Oggi DiVINando pubblica “La ricerca della Shiraz perfetto”. A Giorgio Macauda i nostri complimenti!

Giorgio Macauda
è nato nel 1980 a Ragusa e vive a Pisa.
"Laureato in Informatica, spera - contro ogni logica evidenza - di diventare insegnante alle superiori. E' autore del sito di viaggi duepassiapiedi (http://duepassiapiedi.altervista.org). Si occupa anche di Commercio Equo e Solidale, scrivendo per la rivista 'Il Chicco di Senape' http://chiccodisenape.altervista.org/rivista/paginaweb/rivista2.html). Nel 2010 vince la seconda edizione del premio creativo per giovani viaggiatori 'Movimenti'".


Racconto “LA RICERCA DELLO SHIRAZ PERFETTO” di Giorgio Macauda

"Non esiste lo Shiraz perfetto" ammonì l'anziano vignaiolo, puntandomi i suoi occhi azzurro-limpido trasparenti addosso.
"Ma questo gli si avvicina" conciliò un istante dopo, più pacato, versandomene due dita. Rollai il bicchiere, annusai gli odori racchiusi dentro, odori di vigneto, ferro e ruggine -di terra australe -, e lo portai alle labbra. Dopo il primo sorso mi rilassai, lasciandomi ricadere sulla sedia. Si poteva dire che la mia ricerca era conclusa.

Avevo iniziato quel viaggio equipaggiato di uno zaino e un paio di scarponcini pronti a impolverarsi della terra rossa del centro Australia. Girai le foreste pluviali del Queensland, in motorino o a piedi, attraversai l'Outback con un passaggio a bordo di un van, raggiunsi il South sul leggendario Ghan. Avrei fatto ritorno a Melbourne costeggiando la Great Ocean Road con una macchina da riportare indietro per conto di un'agenzia di noleggio auto. Ogni fase del viaggio apportava nuove risposte alle mie domande, nuove conquiste, nuovi dubbi. Nuove storie, nuovi racconti.
Nella Mc Laren Valley, il mio obiettivo, il piano che mi ero proposto, era un altisonante "Ricerca Dello Shiraz Perfetto".

Ricerca iniziata a Melton, sobborgo rurale di Melbourne, il giorno dei settant'anni di mio padre che, per una coincidenza, capitarono in Australia.
Gino e Libera, per tre lunghi mesi, ci sistemarono in un vagone ferroviario adibito ad alloggio per gli ospiti. Vagone che Gino si era procurato nell'86 in cambio di una cassa di birra. Mentre loro e i miei trascorrevano assieme le giornate, improntate sui ritmi della campagna, io partii per scoprire il Paese, per conoscere -Ulisse postmoderno- tutto lo scibile australe (se non planetario), e trovare infine me stesso.

Witchmount, lo Shiraz più buono del mondo, e una vineria sull’orlo di una crisi economica.

Tony Ramunno, quel giorno del 2008, era rinchiuso assieme al padre ed al ragioniere nell'ufficio al piano di sopra. Avevano lasciato detto che non venissero disturbati per nessun motivo al mondo. Stavano tirando i conti dell'annata, e anche stavolta c'era da sciogliere l'usuale dilemma che li accompagnava ormai da anni: chiudere oppure no l'azienda.
Tra il terremoto delle cartacce sparse sul tavolo, dei conti, delle fatture, tra le bottiglie impolverate sugli scaffali, tra i telefoni sommersi dalle bolle d'accompagnamento, tra le matite scomparse sotto al marasma dei fogli, si insinuarono dei colpi bussati alla porta.
Dapprima li ignorarono, ma quelli si fecero più vivi.
Tony si alzò sconfortato, e andò ad aprire. La figura secca e sbiadita del capo-magazziniere gli si stagliò davanti.
"C'è una telefonata. Molto importante....". "Avevo detto che non ci siamo stamani, per nes..." "Mi creda, signor Tony. -lo interruppe l'anziano operaio- È molto, molto importante...". Fece una pausa per raccogliere forze e coraggio: "Viene dalla Francia".
A quelle parole Tony, anche se non ci credette, capì tutto.

Il giorno seguente, alla Witchmount, la calca delle persone aveva comperato una quantità di casse bastante per affogarci mezza Melton. Tutt'a un tratto il loro Shiraz era divenuto celebre (il "Miglior Shiraz del Mondo") e apprezzato. La riserva dell'annata 2004 terminò in una mattinata. I conti ritornarono in pari, anzi adesso eccedevano in positivo, e si poteva continuare a far nascere ancora del buon vino.

Così ci raccontava Tony, mentre degustavamo alcuni prodotti delle sue cantine, prima di tornare al compleanno del mio vecchio. Lo salutammo, malfermi sulle gambe, e prendemmo il viottolo per recuperare il furgoncino con un paio di bottiglie in mano, rassegnati all'idea del pranzo epocale che Libera e mia madre stavano preparando già dall'inizio della giornata.

Viaggiano i perdenti, e impiantano vigneti ovunque.

Nello stesso anno in cui Gino si imbarcava per Melbourne -era il 1952- emigrava verso l'Australia anche Menico Scarpantoni.
Sbarcò nel Sud, ad Adelaide per poi sistemarsi nella Valle McLaren. Lì cominciò a lavorare alla raccolta delle uve e alla produzione dei mosti. Nel 1958, mentre Libera arrivava anche lei al porto di Melbourne, comprò il suo primo appezzamento di terreno per produrre il suo vino. Oggi il nome della sua azienda compare nella Lonely Planet.

Le storie dei migranti mi hanno sempre emozionato. Non so esattamente cosa sia. Forse il riscatto degli umili, dei sans-papiers, degli esclusi (perché poi ai musei ci sono solo le storie di chi ce l'ha fatta. Chi viene respinto, chi affoga -letteralmente o metaforicamente- chi sparisce nel nulla, difficilmente trova posto in queste cassapanche della memoria). Forse mi piace l'idea che sia possibile convivere insieme sullo stesso suolo, che si possa costruire un mondo più decente, che l'umanità, in fondo, possa farcela.
Moissa e Modu, in Sengal, erano pescatori. Adesso vendono fazzoletti e accendini per le strade di Pisa. Quando li incontro, anche se so che fanno una vita dura, li vedo spesso sorridere. Ci facciamo due chiacchiere, parliamo di un po' di tutto, gli compro qualche braccialetto. Nel tempo siamo diventati amici. Anche loro due -seppur a prima vista invisibili- costituiscono la Storia di questo posto.

Seduto al banco della Scarpantoni Winery, odorando i vini versati nel bicchiere, pensavo e rimescolavo storie di migranti. Gli Italiani arrivati qui nel secondo dopoguerra, e gli Africani che sbarcano nel nostro Paese. Siciliani emigrati in Australia e Nordafricani emigrati in Sicilia. Venditori di frutta ai mercati, tornitori, operai. Raccoglitori di pomodori nelle serre, muratori, ambulanti.
Flussi. Di persone, di mestieri, di sentimenti, di memorie. Disseminati per mari e oceani, per cieli e per terre, attraversanti il pianeta in cerca di vite migliori. S'innestano nelle terre nuove, con un buco al cuore, una mancanza incolmabile e le radici a metà. Nell'arco di due generazioni sono già altro.

Ogni bottiglia contiene un racconto, e molti racconti nascono da una bottiglia.

Per raggiungere la Chapel Hill Winery mi toccò scavallare per tutti i saliscendi delle colline di McLaren Vale. Avevo affittato una bici per 5 dollari l'ora, e segnato sulla cartina alcune cantine da visitare. La ricerca dello Shiraz perfetto non era certo una cosa semplice.
Qui, odore di mosto e di chiostro, si avvinghiavano come sequenze di DNA, per creare sapori eterni. La voce suadente di Etta Jones accompagnava lenta il tramonto, mentre la banconista mi raccontava dei suoi viaggi in Italia, che io ricambiavo coi miei appunti australiani. Mi disse che le erano piaciute Napoli e Roma, mentre non era mai stata in Sicilia. Continuava a versarmi vini e a chiacchierare di luoghi visti e di luoghi ancora da vedere.
Io le narrai dei cammelli che avevamo rischiato di investire una notte nel Red Center, di come ci accampavamo nel bush con le tende, del Merlot e della carne di canguro cucinata sui barbecue delle aree di sosta, del mulgara che mi era entrato nei pantaloni, di Uluru che all'alba ti fa sentire parte del mondo, della terra rossa accumulata sul van, sugli zaini, sui taccuini, sui pantaloni.
Mi resi conto che attraversavo l'Australia alla ricerca degli altri. Non solo di storie o aneddoti da raccontare, di vite da raccattare e salvare dall'oblio, ma anche e forse più ancora di sentimenti, di emozioni. Ogni incontro poteva risolversi in un accenno di amicizia, di amore, di nostalgie future. Mi bastava un saluto un attimo più sentito, degli occhi lucidi, un abbraccio eterno. Incontravo persone e le perdevo poco dopo. Diventavano subito memoria.

Salutai la signora, invitandola ancora a visitare la Sicilia, inforcai la bici e cominciai a pedalare sotto al tramonto della McLaren Valley. L'Australia mi scorreva sotto ai piedi, il vino per il corpo. Per la mente correvano idee vaghe e felici di esistenze compiute, di vini perfetti, di viaggi indimenticabili.

giovedì 22 settembre 2011

MURMANNUOLO, il racconto di Rosario Castronuovo per "Wine on the road"




Ancora un racconto per “Wine on the road”.

Felicitazioni all’autore, segnalato al concorso letterario di Villa Petriolo 2011.

Rosario Castronuovo è nato a Teana (Potenza) nel 1950 e abita a Fiorano (Modena).

Racconta di sé: “Scrivo principalmente poesie. Spesso ho vinto o sono stato classificato ai primi posti in occasione di concorsi letterari. Autorevoli e ottime recensioni hanno accompagnato la mia evoluzione artistica. Sono presente in numerose antologie e riviste letterarie. E’ in edicola la mia ultima raccolta “La lacrima dell’angelo”. La mia poesia parla del mondo della mia infanzia. Alcune mie poesie sono state scelte per spettacoli teatrali, altre sono state musicate”.


Racconto “MURMANNUOLO” di Rosario Castronuovo

Quella mattina zio Giovanni dell’uccello girava per il paese, suonava il corno e gridava
- E’ arrivato domani il padrone della marina. Nella piazza alle otto -.
Era la metà del mese d’aprile, le messi nei campi vicino al mare maturano presto e bisogna mieterle prima che lo stelo secchi e al momento di mietere i chicchi si disperdano per terra.
All’alba di una mattina della fine di maggio si ritrovarono in piazza trentatré uomini e sette donne. Le serve di don Nicola offrivano “L’antico”, il vino del posto, e i mozziconi per accompagnarlo, tocchetti di pasta fritta e salata fatta con farina, olio, acqua e uova.
Caricarono gli asini e partirono.
Gli anziani conoscevano bene la strada, negli anni precedenti erano andati a mietere nei paesi vicino al mare, ed erano stati apprezzati per la serietà. Nel pomeriggio, sulla loro destra apparve, arroccata intorno alla collina come favo di un alveare appena uscito dal nido e fermatosi su una roccia, Rotondella.
Si diressero verso la piazza del paese dove c’era la chiesa madre. Si sistemarono sui gradini, aprirono i tascapani e mangiarono al centro del ripiano che porta in chiesa. Da una casa uscì una donna con in mano un fiasco di vino di cinque litri, andò verso di loro per offrirglielo.
All’ alba del mattino dopo arrivò un uomo e li scelse tutti per mietere il suo campo.

Per permettergli di andare a messa il padrone pagava la mezza giornata di domenica anche se non lavoravano.
La mattina della prima domenica di giugno, Alessandro infilò i pantaloni puliti e una canottiera bianca ed andò in paese insieme ai suoi compagni. Una donna anziana vestita di nero s’affacciò sull’uscio di casa, con un cenno fece capire ad Alessandro di seguirla e andarono alla sua casa.
La magara aveva saputo della sfida, gli disse che se voleva vincere avrebbe dovuto fare un patto con il diavolo, si era alzata presto quella mattina, aveva impastato un chilo di farina e l’aveva fatta lievitare, acceso il forno e infornato il pane.
Una volta cotto e sfornato lo portarono nella stalla e lo infilarono nel letame.
Alessandro non aveva capito, la magara gli spiegò – Abbiamo impastato e fatto lievitare la farina, ed è peccato grave, panificato e infornato, altro grave peccato. La domenica è del Signore. Lo abbiamo nascosto sotto il letame: terzo peccato grave, il pane è considerato il volto del Signore. Ti tocca l’aiuto di un diavolo potente -.

Nel giorno dedicato a Sant’Antonio da Padova protettore delle messi, il 13 giugno, il paese era in festa. Nel pomeriggio Alessandro portò con sé la falce e ritornò a casa dalla magara, andarono nella stalla e disseppellirono il pane, presero un verme vivace, bucarono il manico della falce e ce lo infilarono con la testa rivolta verso la lama. Andò via mentre la magara gli augurava di morire, come al lupo, a cui se odiato luce il pelo.
Nel tardo pomeriggio, tutti gli anni tra il capo dei mietitori ed uno sfidante si disputava una gara dedicata al Santo. Uno dei padroni per ingraziarsi i suoi favori gli offriva il grano mietuto in quel campo.
Il capo dei mietitori metteva in palio la sua carica, l’autorità e la dignità.
Il vincitore aveva il diritto di patteggiare ogni anno con il padrone la paga della giornata di tutti i mietitori, il primo giorno recarsi nella piazza insieme ai padroni per sceglierli.

Verso le cinque di pomeriggio c’era ancora caldo, l’aria lentamente incominciava a stemperarsi. La banda per richiamare la folla suonava tarantelle veloci, furono portati botticelle e fiaschi di vino, barili e brocche piene d’acqua. I due sfidanti si prepararono, indossarono il pettorale per ripararsi dai colpi, controllarono la falce, infilarono sulle dita i cannoli.
Agli anziani piaceva questo giovane coraggioso dal cuore limpido arrivato per la prima volta nel loro paese. Si misurava in una prova difficile.
Murmannuolo, il padrone del campo, si alzò e invitò i due mietitori a prepararsi, – Il campione mieterà all’interno. Vince chi strappa l’ultima spiga al centro del campo – disse. Mietere all’interno avrebbe avvantaggiato il campione. Tutti lo sapevano. Gli sfidanti erano pronti, si strinsero la mano, si sentì un colpo di fucile e partirono.
Il campione si produsse subito in uno scatto rabbioso e fu già avanti, Alessandro lo guardava con invidia mietere sicuro di se. Non si aspettava questo suo comportamento.
Qualche anziano gli aveva consigliato di non rispondere agli scatti.
Pensò che il campione stesse volando tranquillamente verso la vittoria, non c’era storia. Nei giorni successivi gli sarebbe toccato subire gli sfottò di amici e conoscenti.
Nonostante tutto Alessandro tenne un buon ritmo, tanto che il pubblico lo incitò con forza. Gli anziani, con alzate di spalle e sorrisi ironici, di chi “la sa lunga”, gli concedevano fiducia. Il soffio di un alito di vento portò l’odore del sudore di Alessandro al campione che non poteva scattare perché stanco, aveva rallentato vistosamente, sperava di mantenere un minimo vantaggio. La gola dei due contendenti si asciugava e la saliva inghiottita a causa dello sforzo s’impastava in gola amara come il veleno, sempre di più alzavano la mano per chiedere acqua e vino. Verso la metà del percorso, colmato lo svantaggio iniziale, Alessandro ebbe una crisi, la testa sembrava gli scoppiasse, un brodo caldo il sudore scendeva lungo la schiena, colava copioso dalla fronte sulle ciglia e bruciava gli occhi, arrivava sulla lingua salato.
Capì che il campione era troppo forte, avrebbe fatto bene a ritirarsi, stava per mollare.
- Cosa sta facendo il verme? - pensò - Forse si è girato?-.
Gli venne in soccorso la rabbia, strinse i denti, non sarebbe finita in quel modo, ripartì ansimando come un toro al macello, quello era il momento cruciale della gara, con uno sforzo bestiale raccolse le forze per non farsi distanziare, ripartì con tanta rabbia, l’ultimo ciuffo di grano era vicino.
Gli spettatori adesso erano al massimo dell’eccitazione, euforici incitavano i contendenti, gli uomini bevevano e il sole friggeva il cervello.
Il campione, piegato, rallentò notevolmente, quasi si fermò, Alessandro riprese coraggio e ritmo e lo affiancò. Si voltarono per controllarsi, si ritrovarono naso a naso, e si guardarono negli occhi. Erano due larve sfinite che si compativano l’un l’altro, avrebbero voluto mordersi a vicenda.
Avevano dato tutto quello che avevano in corpo, avevano mietuto tutto il campo e si trovavano vicini al traguardo. Avrebbe vinto quello capace di sputare per primo fuori l’anima, Alessandro con uno scatto improvviso falciò l’ultimo ciuffo di spighe al centro del campo e vinse.

Il padrone si avvicinò, prese mano di Alessandro e l’alzò in segno di vittoria. Gli abitanti del posto sapevano che ci sarebbe stato ancora un supplemento breve ma non meno significativo di spettacolo.
Alessandro era in piedi con le braccia alzate e la falce in mano in segno di vittoria, ansimava e riprendeva fiato.

Improvviso scattò in avanti, ad ogni giravolta saltava e staccava con un taglio preciso della falce un bottone dal gilet del padrone, accompagnato da un “hooo” del pubblico, nel ricadere lo recuperava al volo con la mano sinistra alzata verso il cielo.
Ripeté il gesto per cinque volte. Immobile come una statua il padrone vedeva passare vicinissima la lama della falce davanti al suo viso.

Con il prezioso trofeo in tasca, Alessandro appoggiò la falce sul petto del padrone con la punta rivolta verso il basso e chiese da bere per tutti. Il padrone dapprima sembrò offeso poi invitò tutti alla baracca, a bere ed a mangiare pane e salsiccia arrostita fino a notte tarda.

Il vecchio campione doveva dare l’esempio era stato un uomo forte e rispettato da tutti, la regola imponeva al perdente di farsi umiliare, rimanere a spigolare come donna, nel campo mietuto, anche l’enorme luna estiva arrossì di vergogna. Dopo un po’ vide Alessandro andare verso di lui con un bicchiere di Calatammor, forte e profumato vino di Rotondella, lo prese sottobraccio e lo condusse alla baracca.

mercoledì 21 settembre 2011

UNA CANDELA di Laura Beconcini per "Wine on the road", concorso letterario 2011 di Villa Petriolo



Un altro bel racconto segnalato a “Wine on the road. Appunti di viaggio…per cantine”, il quinto concorso letterario di Villa Petriolo. Laura Beconcini si è meritata anche il premio per l’immagine realizzata a corredo del suo racconto. Tanti complimenti da Villa Petriolo!



Laura Beconcini, nata a Empoli, abita Sovigliana-Vinci (FI). Bibliotecaria prestata all’attività amministrativa (lavora al Comune di San Miniato), è da sempre una lettrice, con un interesse particolare per la letteratura e il pensiero del Novecento, una spettatrice di cinema e di teatro. Collabora con associazioni e biblioteche, vicine e lontane. Nell’ultimo anno ha avuto occasione di approfondire temi e aspetti di due autrici che studia da sempre, per fortuna non più inattuali, Cristina Campo e Margherita Guidacci. “Non sono astemia”, dice di sé.

Racconto “UNA CANDELA” di Laura Beconcini

Prologo

Una candela. La vasca vuota. Una foresta di pietra. L’apertura nel cielo.
Piero. Icone e ferrovie. Acqua e vento. Oggetti che si muovono. Un albero senza foglie e una bicicletta nel cielo del nord.
Tra la nebbia che si alza dall’acqua, tra la rocca di Castiglione e le voci basse, un ricordo si inanella.
Una ragazza e due ragazzi viaggiano per la Toscana, dopo aver visto l’ultimo film di un regista russo che loro amano. Soprattutto lei che porta negli occhi il vento sull’erba, un piccolo miracolo in movimento.
Vengono da lontano a trovarla e vuole restituire un favore. Le hanno fatto scoprire i luoghi di un altro film dolente e meraviglioso, un albergo senza tempo in cui lei ha potuto passeggiare e infiltrarsi tra i corridoi verdi e il giardino interno. A quell’epoca anche lei era bella, non come Monica, certo, né come Lea, ma aveva un vestito bianco a pois neri, leggero.
Accompagna gli amici siciliani solo in alcuni di quei luoghi, all’apertura nel cielo.
Con gli anni torna sui passi del regista russo. In inverno scopre la vasca piena, e la foresta di roccia qualche chilometro a sud, in primavera Piero e le sue strade.
Difende sola tra amici razionalisti, l’ultimo film del regista. Continua ad amare smodatamente alcuni dei suoi film.
E’ nata in zona di Chianti, ma non è il suo vino. In una famiglia di contadini e muratori, di ragionieri e confezioniste, si beve un rosso pastoso, volgare e irritante. E’ abituata a bere vino fin da piccola, e a volte anche piccola, eccede un po’ durante le feste di famiglia, quando i grandi litigano di politica e gridano. Non si lasciano eccedere i piccoli, ma evidentemente nessuno se ne accorge.
I suoi amici siciliani la prendono in giro, per quei bicchieri di vino che beve. Studiano medicina, come lei amano e vivono il cinema come una necessità. Non si sobbarca quei lunghi viaggi in treno solo per loro. Forse per discutere e litigare su Wenders o Fassbinder di notte, davanti a signore attonite e assonnate.
Ricorda poco di quel vino siciliano, forte e luminoso oppure bianco e spugnoso.
Ha scoperto nei dintorni della vasca dei vini rossi e tersi, leggermente asprigni a volte, oppure morbidi e ondulati, e ancora, qualche chilometro più in là, scuri e maschili. Quando va in quei luoghi, l’acqua calda e calcarea e i vini la coccolano e cullano, le permettono di rientrare sotto il mantello di Piero.
Non è una viaggiatrice, e talvolta quando si trova a una tavolata di amici viaggiatori – turisti non si usa, è una parola volgare, non si va in vacanza, si viaggia – è in seria difficoltà e si vergogna a chiedere. La sua geografia è costruita su film e libri, poesie. Si zittisce definitivamente quando un amico le dice che Venezia è una città svuotata di senso, una giostra.
Non così per lei che ha passeggiato di notte dopo i film con un ragazzo perso pochi mesi dopo, che ha preso un traghetto a notte fonda – o di prima mattina? – per una destinazione di cui non ricorda il nome, così lontana dal Lido che dopo il traghetto hanno dovuto fare l’autostop. La sua Venezia non è morte, ma ricongiungimento e salvezza. O almeno villeggiatura.
A Venezia bisogna perdersi tra calli e dorsi, per scoprire una trattoria su una specie d’alzanella, o una piccola porta.
Il vino e il cibo segnano i ricordi. I sapori fiutati con gli amici, le risate di un coniglio al brunello, - ma era proprio brunello? –, un nobile bevuto in un bicchiere di plastica, un calice di champagne in una cinquecento senza paraurti, oppure vini illustri con l’analisi dettagliata dei retrogusti, grazie a un’amica appassionata che ricorda nomi, vitigni e osti.

La storia

E’ astemia. E’ una troia. Non è un sillogismo cartesiano, è una constatazione. Senza offesa per chi la dà, anzi.
Il servizio sui vini della costa dovevo farlo io, ma è riuscita a farsi scegliere. Chissà, li annuserà o ci si laverà le mani.
Dalla prima cantina della lista, Luigi mi chiama.
- Non dovevi farlo tu questo reportage? Dove l’hanno trovata quella balena presuntuosa?
- Sono grassa anch’io. Non offendere.
- Ma non sei è presuntuosa
Tutte le volte spero che qualcuno mi risponda: tu non sei grassa, ma non capita mai.
- Non li degusta, si bagna le labbra. Cosa mai potrà scrivere. Non ci chiede niente di sensato, che sappia di terra,
- Così ha deciso il direttore, non posso farci nulla.
- Sarà abbagliata dalle dimensioni e dalla sontuosità delle cantine, berrà le luci e premierà lo sfarzo.
- Non ti preoccupare, chi conosce il vino non le crederà.
- Sì, ma gli altri? Mi ha detto che vogliono vendere il servizio a riviste di viaggi e settimanali femminili.
- Mi torna tutto allora.
- A te. Ma a noi cosa tornerà? Sono venuti qui hanno comprato terreni e costruito astronavi, non siamo nemmeno sicuri che l’uva sia tutta di qui!
- Non fare il puro. Qualche aggiunta l’hai fatta anche tu.
- Siamo all’inizio della stagione estiva. Non credo lo abbiano affidato a quella troia per caso. Lo sappiamo tutti che prendono soldi e ordini, lei e il cagnolino da lecco
- Di chi stai parlando?
- Del suo scagnozzo, di quella sanguisuga che dice di fare i fotografo.
- Calmati. Devo lasciarti. Passo a trovarti.
- D’accordo. Mi sono sfogato. A presto.
Quando mi aveva chiamato ero in Romagna, in una splendida cantina a bere albana bianco, tranquillo e dignitoso. Dopo il primo sconforto, la perdita del servizio era divenuta una splendida occasione per progettare nuovi incontri. Per caso un amico mi aveva presentata a Dino che pochi giorni dopo mi aveva chiamata. Forse merito del comune amore per Claudio Lolli. Per ora l’albana era il centro dei miei pensieri.
Qualche giorno dopo Dino arriva sventolando un giornale nazionale.
- E’ morta. Evelina è morta ieri
- Morta?
- L’hanno trovata con il viso affondato in un dolce. Uno spettacolo comico, sembra.
- Non è possibile. Cosa ha avuto? Un ictus, un infarto?
- Shock anafilattico. Era un dolce alle mandorle e lei era allergica.
- Certo, lo sapevamo tutti. Era terrorizzata dalle mandorle. Ma come ha fatto a mangiare un dolce alle mandorle?
- Pensano che qualcuno l’abbia spinta con la testa nel dolce e quindi aspettato che non respirasse più
- Ma sembra un giallo di Ellery Queen!
Leggo l’articolo. Mi impaurisco quando leggo il mio nome come “avversaria” della vittima.
- Cosa c’entro io?
- Avete lavorato insieme, avete litigato anche pubblicamente a proposito di vini famosi e potenti e certo non sei stata tenera.
- Non penseranno mica che possa averla uccisa io. Magari posso aver sperato che picchiasse in un muro insieme al suo cagnolino da lecco.
- A chi?
- Quella specie di barboncino-fotografo che aveva fatto assumere e che si portava sempre dietro, Alvaro. Ma è stato tempo fa, prima di capire che smettere di lavorare alla rivista era in realtà una liberazione.
- Andrai al funerale?
- Non so, forse dovrei. Mi si noterà di più se non vado, se vado e resto in disparte…
- Stamani sei ovvia nelle citazioni.
- Forse perché è in fondo ovvia la situazione.
- Non pensi di chiamare il direttore?
Non fa in tempo, perché la chiama lui.
- Hai saputo? La odiavate tutti, sarete contenti
Rimango senza parole
- Odiavate? L’odio è un sentimento importante, a me stava antipatica, sul cazzo come diresti tu. L’odio è forte e silenzioso, con lei tutti abbiamo litigato, era solo una povera stronza. Ridicola, con quei seni sempre strizzati e il cagnolino al fianco. Non si uccide una persona ridicola, lo ha già fatto da sola.
- Non ha mai avuto un cane.
- Ascolta è morta in malo modo. Finiamola. Quando c’è il funerale? Vorrei esserci, nonostante tutto.
L’assassino è ovvio era il barboncino, sul punto di essere mollato per un fattore, come si chiamavano una volta, senza inutili inglesismi, ruvido e ricco. Chissà se lo aveva fatto per amore o per soldi.
Questo pensavo seduta in Sala Grande, al Lido dopo tanti anni, con nostalgia per gli amici perduti e felice di non aver perso tempo dietro al nuovo cinema italiano, felice di essere ancora una volta al cinema.

martedì 20 settembre 2011

"S'ALITA" di Tommaso Chimenti, racconto segnalato per merito al concorso di Villa Petriolo "Wine on the road"



Complimenti a Tommaso Chimenti per la segnalazione del suo racconto “S’alita” al quinto concorso letterario di Villa Petriolo “Wine on the road”!

Tommaso Chimenti è nato a Firenze nel 1973. Laureato in Scienze Politiche. Giornalista e critico teatrale per il “Nuovo Corriere di Firenze”, per www.scanner.it, per la rivista “Hystrio”. Curatore del volume “Mare. Marmo. Memoria”, Titivillus Edizioni. Ha scritto i monologhi teatrali rappresentati “La Funambola”, “Tacchi a spillo”, “Non mi hai mai voluto bene”, “Il prezzo del mattone”, “(B)Arca”. Scrive racconti: vincitore di concorsi letterari e pubblicato su riviste e antologie.



Racconto “S’ALITA” di Tommaso Chimenti


Sapevamo che sarebbe arrivata. Dal giorno prima, fin dalla prima volta quando mi era stata messa sotto il naso la mappa, la cartina delle varie soste, il disegno obliquo e sbilenco dell’altimetria. La salita era lì davanti a noi. La salita è una mamma che ti chiama, che ti coccola, una sirena che ti dice di non fermarti, che su, sempre più in alto, ci sarà quello che stavi cercando. Salire è già arrivare. Camminare, un passo avanti all’altro.
Ormai andavamo per inerzia, le gambe dure come ciocchi da ardere a dicembre, i polpacci che si tendono come fruste per montare la panna. S’alita sulla salita. Palle di fiato denso come i covoni di zucchero filato alla fiera di settembre, come un fungo atomico sopra un camino nucleare. Terza tappa del Pellegrinaggio Artusiano. Dalla Romagna a Firenze. Da Forlimpopoli fino al Piazzale Michelangelo. Dal paese di nascita di Pellegrino Artusi fino alla sua lapide al cimitero delle Porte Sante di San Miniato a Monte. 2011, cento anni dalla sua morte. In undici, come una squadra di calcio. Tutti titolari. Centoventi chilometri in cinque giorni. Fine marzo. Un pellegrinaggio senza conchiglie al seguito, camminatori per sbaglio, podisti per una settimana, a macinare metri ed a raccontarli, bevendo un vino, le occhiaie al collo, ginocchia di piombo.
La terza tappa è la più impegnativa. La aspettiamo, ne parliamo a cena la prima sera dopo il percorso inaugurale che ci ha portato a Castrocaro. L’odore di zolfo non riesce a coprire il vapore caldo dei cappelletti in brodo. Pellegrini si nasce. Siamo qui per rendere omaggio all’Artusi, camminando e degustando i suoi piatti.
Per strada ci conosciamo, ci raccontiamo. Cambiamo compagni di viaggio. Per la via, sulle gambe, siamo tutti uguali, livellati. Nessuna diversità: uguaglianza e sudore. Rompiamo il fiato, lo zaino sulle spalle. Vestirsi a cipolla è il motto della mattina. E mi fa sempre un po’ ridere. Piove, poi torna il sereno. Come nella vita. Nessuno che chiede “Quanto manca?”. Ogni risposta sarebbe superflua. I chilometri vanno fatti, insieme, ognuno con le proprie gambe. E’ una sgambata personale, con un fine comune. Non ci sono santi da invocare, scorciatoie da prendere.
Formiamo una lingua colorata ai bordi della strada. Signore con la busta della spesa in mano si fermano per un istante e ci guardano. “Da dove venite?”, chiede una con i capelli cotonati ed il sorriso ampio. “Dalla Romagna”, qualcuno risponde. Dall’altra parte silenzio, un briciolo d’incredulità. “Non era meglio prendere la macchina?”, un eco. Ma è l’ironia toscana, che accogliamo con piacere. Un piccolo Cammino di Santiago.
La seconda posta è a Portico di Romagna. E’ umido e fa fresco. Sembra fine ottobre, quando il caldo te lo sei lasciato alle spalle e ti aspettano solo finestre rigate di colate di pioggia come Madonne piangenti. Il cielo è gonfio che sembra che possa bastare uno spillo a far scrosciare quella grondaia in un attimo. Parliamo del vino ma anche del bollettino medico dei piedi e dei muscoli di ognuno di noi. Le vesciche sono diventate, insieme a medicinali, integratori di magnesio e potassio, creme per massaggi e scaldamuscoli, stretching e cerotti, i nostri temi di conversazione preferiti.
Eccitati e un po’ preoccupati arriva il terzo giorno. Il giorno. Quello che tutti aspettavamo con ansia. La salita del Muraglione, che solo a pronunciarlo sa d’impresa epica, di roba d’altri tempi, di ciclismo vintage. Una cartolina in bianco e nero, una fotografia seppia con uomini chini sotto il peso della loro soma, a portare, forse a scappare. Terra di briganti, di fughe nelle tenebre. C’è un silenzio palpabile nell’aria. Poche parole, risparmiamo le energie e il fiato. Il serpentone si allunga subito. Non è una gara, non è una competizione. Ventotto chilometri ci aspettano. La sorpresa è quell’acqua che minacciava la sera prima e che adesso si è trasformata in tante, fitte, continue gocce.
Ci stiriamo le gambe, un’ultima fotografia di gruppo, un poncho di gomma a ripararci testa, polmoni e sacche sulle spalle. Chi si è trovato lungo la strada un compagno di viaggio a forma di bastone che sembra uno di quei legni bianchi che la risacca sputa d’inverno sulla spiaggia della Maremma. Legni da Mosè, da rompere le acque, da invocare il cielo.
La salita è una brutta bestia perché ti coglie impreparato, anche se eri pronto fino all’attimo prima. Venti chilometri di salita fino al Muraglione ai quali seguiranno otto di discesa fino a San Godenzo. Si saluta la Romagna e si entra dove ci si mangia la ci, si saluta il Lambrusco per il Chianti, la piadina per il panino con la finocchiona.
Non smette un minuto di piovere. A vento ti punge la retina, fa strizzare la vista, gli occhi come fessure, intercapedini, screpolature, come tagli di Fontana su tela. Ognuno sale con il proprio passo. Il cappuccio ben calzato sulla testa come profilattici. Siamo colorati con i kway sgargianti o militari, blu d’ordinanza o neri funebri. Un tocchetto di cioccolata ogni tanto per mettere carbone nel motore delle gambe. E’ una sfida che verrebbe da guardare il blu notte sopra di noi ed urlare “E’ qui tutto quello che sai fare?”. Ma sarebbe una scena troppo cinematografica.
La salita è un cane che abbaia e che si finisce il fiato strozzato dalla catena. E’ Melampo che ti lascia il passo dicendoti “Accomodati”. La salita aggiunge un posto a tavola, si scansa, schiacciandosi sulla panca per farti posto. S’alita avanti a noi come un treno rugginoso di deportati. Sembriamo bilie lanciate al rallentatore da un bambino su una pista della Versilia. Io prendo Moser, io tengo Saronni. E poi vinceva sempre quello che aveva la pallina con la faccia di Senna.
Siamo zuppi dalla testa alle mutande. Non si salva niente. Siamo in cammino da ore. Poche macchine ci hanno incrociato. I tendini d’Achille infiammati, la gomma delle scarpe che riscalda i talloni. Camminiamo sul ciglio della strada, l’odore forte del bosco che c’inonda, la vallata è una conca verde. I rami degli alberi pesanti, prossimi al rompersi, le foglie come fossero stanche, depresse, sotto tutti quegli schiaffi freddi a forma di piccoli palloncini rovesciati. Praticamente una cascata, un secchio d’acqua, come a Ferragosto sul bagnasciuga.
Il dolore ai piedi si è spostato a tutta la gamba. Le articolazioni scricchiolano, le ginocchia cedono. Non ti fermare, mi dico. Non ti fermare, mi dicono. Non ti fermare, dico agli altri. Se sosti, anche solo per pochi minuti, è difficile ripartire. Ricominciare a mulinare passi come colpi su un ring. Ci vuole costanza, tempo e decisione, ritmo, controllo. Nessun scatto, nessuna improvvisazione, nessun sprint. Nessun cronometro, solo il battito della suola sull’asfalto bagnato.
Venti chilometri in salita, pare un miraggio. Intorno infuria la bufera. Il vento arriva ghiaccio sui vestiti fradici. Ripari non ce ne sono. E poi abbiamo una missione. Portare la bandiera del pellegrinaggio fin sulla tomba dell’Artusi. Ce lo siamo detti, lo abbiamo promesso. Ce la faremo. Intanto c’è da scalare fino ai novecento metri d’altezza. Le nubi sembrano disegnate con le loro ombre nere, la nebbia taglia la visuale. Le pozzanghere sembrano piscine per bambini in un giardino di luglio. Senza paperelle.
Poi l’arrivo al Muraglione, quell’ammasso di sassi e pietre a formare una esse in cima al monte. Il brivido che ci prende, l’abbraccio in cui ci sciogliamo, la felicità di esserci arrivati con le proprie gambe. Con un tempo da lupi. Sentiamo tutto il gusto del morso del panino che è mangiare e non ingozzarsi. Ogni minima briciola ha un senso. Si brinda in bicchieri di plastica ed il cronch che fanno è il più bel suono che ricordo. E’ un campanello il giorno di Natale, è una telefonata di un amico, è il fiocco di un regalo, è il tintinnio di un giocattolo. Siamo arrivati. Il più è fatto. Ci sorridiamo. Ancora due giorni di cammino fino alla pietra tombale artusiana. E siamo così stanchi che vorremmo finisse oggi, e siamo così soddisfatti che vorremmo non finisse mai.

lunedì 19 settembre 2011

Il meglio di me



“Non importa l’annata, poco importa la provenienza, tutti i vini rivelano il meglio di me”.
Ava Gardner

domenica 18 settembre 2011

Amico è...la baby-vendemmia 2011 a Villa Petriolo!



"Amo la stanca stagione che ha già vendemmiato. Nulla più mi consola di quest'aria che odora di mosto e di vino, di questo vecchio sole ottobrino che splende sulle vigne saccheggiate".
Vincenzo Cardarelli



Canestri colmi sino all'orlo degli ultimi grappoli del nostro Colorino! Un'atmosfera meravigliosa ieri mattina in vigna...gli amici e compagni di classe della mia piccola Lavinia, della Scuola Nuova Educazione di Milano, dopo un tour della tenuta in trattore - a bordo di "Diavolo Rosso" -, hanno raccolto le ultime belle ciocche dai nostri vigneti di Cerreto Guidi. La cernita dei grappoli migliori, la pigiatura col metodo tradizionale, l'impronta del vino e poi...tutti a mangiare, bambini e genitori, con il profumo dell'uva ancora sulle mani!



In pausa per rincorsa.



Verso le vigne su “Diavolo Rosso”, l’irrefrenabile trattore di Villa Petriolo!







La raccolta.


La cernita dell’uva.


La selezione dei grappoli migliori di Colorino durante la baby-vendemmia 2011 a Villa Petriolo.
Osservare, ascoltare, toccare, vuol dire imparare. Villa Petriolo per LA FATTORIA DELLA CULTURA, progetto del Circondario Empolese-Valdelsa indirizzato alla valorizzazione della filiera corta: percorsi di didattica ambientale che mirano a far conoscere ai bambini e ai ragazzi direttamente i luoghi dove l'agricoltura toscana eccelle.


La pigiatura e l’impronta del vino.


La pizzata.


Tutti a desinare!



E per la tappa pomeridiana...Vinci e San Miniato (Pisa). Immancabile la visita al Museo Leonardiano di Vinci, a pochi chilometri da Cerreto Guidi, con i modellini delle macchine che hanno incantato i bambini, e gran finale con la vista mozzafiato dalla Rocca di San Miniato!
Un grande rigraziamento per l'ottima accoglienza che ci è stata riservata a Stefania Marvogli, Responsabile dell' Ufficio Turistico Intercomunale Le Terre del Rinascimento, alla nostra guida che ci ha condotti alla scoperta delle meraviglie del Genio, all'Assessore alla Cultura del Comune di San Miniato Chiara Rossi e alla guida turistica della Torre di Federico II Barbara Pasqualetti.

sabato 17 settembre 2011

Tibi propino



Tibi propino, bevo prima di te per te.
La formula, usata nell’antica Roma, che accompagnava il gesto di chi offriva la coppa già iniziata al proprio amico…

Dedicato a tutti gli amici di DiVINando!

venerdì 16 settembre 2011

“Anno Domini” di Valentina Lumini il secondo dei racconti segnalati per "Wine on the road"





Secondo dei racconti segnalati per merito a “Wine on the road”, concorso letterario 2011 di Villa Petriolo, è “Anno Domini” di Valentina Lumini.

Valentina Lumini è nata a Firenze nel 1973 e abita a San Piero a Sieve. Laureata in Storia Medievale, ha lavorato nel coordinamento di attività di sensibilizzazione nelle scuole sulle tematiche dello sviluppo sostenibile presso l’associazione Manitese Firenze onlus, nel coordinamento dell’Assistenza Domiciliare degli anziani presso la coop. soc. ARCA e, dal 2010, è impiegata presso il Comune di Barberino di Mugello, Ufficio Sviluppo Economico.


Racconto “ANNO DOMINI” di Valentina Lumini

Anno Domini 983
Un carro ondeggia lungo la via. Un uomo incappucciato tiene le redini, sprona i cavalli, li incita con la voce. La strada è dissestata, un ammasso di grossi blocchi di pietra che emergono in certi punti ed affondano in altri per il terreno cedevole.
Atmosfera cupa, cielo che minaccia pioggia. La boscaglia si colora d'autunno.
Pensieri che volano, pensieri che opprimono, pensieri che ruotano vorticosi nella testa dell'uomo... ormai il villaggio è vicino.
Un carro ondeggia lungo la via, carico di botti di legno. La corda è allentata, il carico dondola ad ogni buca. L'uomo incita ancora i cavalli con sferzate di voce e frusta. Il bosco d'improvviso si fa rado e finisce in un sussulto di cespugli bassi e radi: un paesaggio dolcemente ondulato si apre di fronte agli occhi del viaggiatore... si può scorgere la strada, che indolente si snoda per alcuni chilometri e poi sparisce dietro una collina e poi riappare e poi nuovamente pare inghiottita dalla terra.
Là in fondo il villaggio. L'uomo fa rallentare appena i cavalli, si guarda intorno. E' circondato da file parallele di spiriti legnosi e rinsecchiti che tengono le proprie braccia sulle spalle dei vicini. Tante fila, un esercito di spiriti che sembrano ondeggiare tra le braccia della morte... torneranno alla vita?
Il timore delle insidie del bosco sembra sparire. Ormai il villaggio è vicino.
Un carro ondeggia lungo la via, carico di botti di legno piene di vino. Parte integrante dell'alimentazione, elemento vitale, unica bevanda che non si circonda di un'aurea di sospetto, come succede invece ineluttabilmente alle altre, attraverso le quali spesso si diffondono malattie ed epidemie. Un filo di soddisfazione appare negli occhi dell'uomo. Di questi tempi nessuno può sentirsi sicuro, eppure questo lavoro gli permette degli agi. Sono in molti a bere vino ormai. Certo, i poveracci e gli straccioni non possono permetterselo, ma chi se ne frega, sono i ricchi che arricchiscono i mercanti, che cercano merci pregiate e bevande raffinate. Gli spiriti, secchi e legnosi, non fanno certo immaginare una così ricca fortuna. Ma la terra, con le sue zolle grosse e pesanti che hanno raccolto il sudore degli uomini, promette uva e,su se stessa, in solchi sdruciti dalla pioggia invernale, scrive un grande avvenire.
L'uomo la conosce bene quella terra; conosce l'odore acre dell'umidità che si solleva in sottili bave di nebbia d'autunno, sa come affonda il suo piede fin quasi al ginocchio, durante l'inverno, se solo prova a camminarci su... è lei che difende gli spiriti adesso disarmati ed aspetta con fiducia ch'essi si armino di nuove forme e nuovi colori.
I cavalli procedono tranquilli, l'uomo si rilassa, il villaggio è ormai vicino.
Un carro ondeggia lungo la via, carico di botti piene di vino rosso, dolce e brioso. L'uomo ha una bisaccia di pelle in vita, che ne è piena. La stappa ed assapora il caldo dell'estate che finisce. L'autunno scompare in un attimo, gli spiriti non sono più legnosi e rinsecchiti, ma vestiti di colore e fieri nel sole caldo. L'uomo riapre gli occhi e sorride soddisfatto. Della migliore qualità. I signori saranno contenti. Già si vedono le porte del villaggio. L'uomo sprona i cavalli, li invita all'ultimo sforzo, ormai il villaggio è vicino.
Un carro ondeggia lungo la via, carico di botti piene di vino rosso, caldo e brioso, sapientemente riposto nei legni da un fior di donna rubicondo e sorridente. L'uomo pensa a lei, alla suo attenderlo fino al ritorno a casa, alla sua ansia... pensa al calore del suo corpo giacente accanto a lui, rosso e caldo come un grappolo della sua uva. Ferma i cavalli davanti alle porte, due soldati gli chiedono cosa sta portando. Vino, vino per i signori, risponde l'uomo con un mezzo sorriso, consapevole del potere che racchiudono quelle botti. Le guardie lo lasciano passare; l'uomo si volta e con la mano saluta ancora gli spiriti e pare, ma forse è solo un'illusione, che questi rispondino al suo saluto con un debole inchino.

Anno V del Regime (2030 del calendario antico)
Un cyberlorry, ultimo modello, designer avanzato D-423, procede sicuro lungo la duecorsie n. 50. Un uomo, a bordo, sfoglia noncurante una delle poche riviste autorizzate dal Regime, mentre il mezzo prosegue da solo nella giusta direzione. Atmosfera torrida, sole coperto da una nuvolaglia sottile e grigia. L'uomo si gode la sua aria condizionata. Vuoto di pensieri, bombardamento di immagini insignificanti che si ripetono a cadenze regolari. Nessun dolore, nessuna gioia.
Il viaggiatore da uno sguardo allo schermo X-gps, nota che mancano solo alcuni km, la città ormai è vicina.
Un cyberlorry, ultimo modello, designer avanzato D-423, procede sicuro lungo la duecorsie n.50, carico di bidoni di latta. L'uomo poggia la rivista, alza gli occhi; una nebbiolina si sprigiona dall'asfalto che ribolle. Ai lati della strada, fila parallele di stabilimenti lunghi e stretti si stagliano contro il cielo. L'uomo da un'occhiata stanca al paesaggio; davanti ad ognuno degli edifici si vedono il simbolo del Regime e la scritta Vigne Chimiche di Stato. Tante fila, un esercito di serpenti grigi che giacciono indolenti al sole.
L'uomo programma il computer ad una maggiore velocità, la città ormai è vicina.
Un cyberlorry, ultimo modello, designer avanzato D-423, procede sicuro lungo la duecorsie n.50, carico di bidoni di latta pieni di vino chimico...una grande invenzione, pensa l'uomo; un metodo semplice e veloce di sintetizzare il vino in laboratorio, senza le solite rogne della vendemmia, con la pioggia che rovina l'uva, gli animali che se la mangiano, le troppe storie che fanno se usi concimi troppo nocivi. Costa poco, tutti possono ubriacarsi in santa pace, senza star troppo a pensare alla vita. Quegli stabilimenti, chi lo direbbe che nascondono questo tesoro, quest'arma infallibile d'oblio? L'uomo li conosce bene quegli edifici; all'ingresso ci sono guardie armate, che se non rispondi al loro “Chi va là?” entro 5 secondi, ti fanno fuori. Sono loro che difendono il segreto del vino; solo presentando pass su pass, autorizzazione su autorizzazione ti fanno entrare, ma solo dove vogliono loro.
Tutto procede tranquillo, l'uomo si sente di essere tutto sommato un privilegiato perchè quelle strutture lui le ha viste. La città ormai è vicina.
Un cyberlorry, ultimo modello, designer avanzato D-423, procede sicuro lungo la duecorsie n.50, carico di bidoni di latta di tutti i colori, per tutti i gusti. L'uomo, che ha visto come viene fatto, si guarda bene dal berlo e, se pensa a quei poveracci ignari di ciò che immettono ogni giorno nello stomaco, si piega in due dal ridere. Chiude gli occhi e ripercorre tutto il procedimento, ossa di poveri cristi sminuzzate e sciolte in sostanze dai nomi complicati e dal colore poco affidabile... e poi tutto il resto. Riapre gli occhi, guarda l'X-gps: siamo alle porte della città.
Un cyberlorry, ultimo modello, designer avanzato D-423, procede sicuro lungo la duecorsie n.50, carico di bidoni di latta pieni di vino chimico di tutti i colori per tutti i gusti, riposto nelle stagne da smorti uomini bianchi che il Regime fa lavorare e sottopone ad un programma di recupero per le loro idee sovversive, sembrano piccole candele ormai consumate e non più utilizzabili. L'uomo è saturo del viaggio... alza lo sguardo ed, ecco, finalmente la città.

Oggi, 15 marzo 2011
Pullman di linea che dondola lungo le stradine della campagna toscana.
Finalmente torno a casa. Il sole di marzo scalda il mio sedile. Mi sono messa a raccontare la mia terra, ciò che era, ciò che sarà.
Ma, in fondo, guardo le linee morbide delle mie colline ed il sole che le abbraccia innamorato, l'erba verde e le zolle prosperose e, sempre di più, mi sembra che siano state e che saranno sempre così.

giovedì 15 settembre 2011

“UN MONDO DI-VINO” di Gentjan Kovaci il primo dei racconti segnalati per "Wine on the road"




Al via la pubblicazione di tutti i racconti “segnalati” al quinto concorso letterario di Villa Petriolo “Wine on the road”!
Eccovi il primo.

Gentjan Kovaci, nato a Berat nel 1973 e residente e a Battipaglia (SA), ci racconta di sé: “Nato sotto la dittatura e cresciuto durante una delle fasi più turbolente dell’Albania, ho avuto purtroppo modo di vivere in pochi anni più esperienze di quante ne possa vivere un Europeo medio in cent’anni. Dopo vari lavori in vari paesi d’Europa, mi trovo da più di dieci anni in Italia, dove continuo a svolgere vari lavori. Da un po’ ho cominciato a scrivere, incoraggiato e aiutato da un’amica benevola, forse convinta di fare di me un novello Anildo Ibrahimi”.


Racconto “UN MONDO DI-VINO” di Gentjan Kovaci

In Albania più che altro era la rakia. Quella dei matrimoni, delle feste dentro e fuori casa, dei cori berciati nelle nottate etiliche, dei bar densi di fumo di alcool,imprecazioni e sigarette. Quella di tempi che ricordi belli e felici anche se sai bui e tormentati. In Grecia era qualche residuo trovato in una brocca nella credenza di un casolare diroccato e abbandonato, come triste reliquia di storie passate. Dalla superficie compatta di moscerini e polvere,la suggestione decadente di vicende lontane, l’aspetto indefinito di una bevanda oscura e il sapore indefinibile della medicina per l’ammalato, eri disposto a considerarlo vino, dopo un giorno di fatica. Ma poteva anche essere il bicchiere incrostato che una mano pietosa ti porgeva nei campi per un raro momento, breve e fugace,di riconciliazione con l’avversa umanità. Anche quei sorsi asprignie sinceri li conservi in tempi che consideri belli, scordando la fatica e rivedendone solo l’energia e la speranza. In Germania ovviamente,inevitabilmente era la birra. Vino poco e caro,da tenere come un tesoro e consumare in rare sere, sempre a lume di candela. Non perchè non ci sia la luce ma perchè a loro piace così, con quella luce tremolante che non ti fa capire cos’hai nel piatto e nel bicchiere e magari chi hai di fronte e rende tutto così affascinante. Ma birra tanta. Di notte, di giorno, con la pioggia e con il sole, birra a fiumi, a cascate, a go-go, birra a strafottere in ogni luogo e circostanza. Ma noi non siamo loro, e non lo possiamo diventare, e quei boccali enormi che mandano giù tutto d’un fiato ci fanno ubriacare e pisciare già solo a vederli. Studiamo da Tedeschi ma continuiamo a sorseggiare, e resteremo sempre estranei alle tavolate rumorose e scomposte di questo popolo altrimenti così efficiente e composto. Forse troppo efficiente, forse troppo composto.
Più congeniale la Spagna, con le sue cuevas e la sua calle.
Spagna uguale esplosione di vita,Spagna uguale sole e mare.
Vuoi mettere? Spagnoli socievoli, estroversi, esuberanti. Luoghi comuni, ma se sono comuni un motivo ci sarà.E questo luogo corrisponde esattamente al mio immaginario. Vitale, chiassoso, fatto di vino di cattiva qualità ma a buon mercato, gioioso, festoso, bevuto in allegria. Ma viene il momento che la festa non ti basta, la vitalità e l’allegria non ti sono sufficienti, perchè adesso vuoi di più. Vuoi di più, vuoi dell’altro, vuoi il massimo, vuoi un altro im-maginario: questa volta vuoi l’America! L’America con i suoi orizzonti smisurati, con le sue strade a perdita d’occhio, le sue città a perdita d’occhio, le praterie a perdita d’occhio. Tutto a perdita d’occhio, così ci hanno insegnato. Tutto grande, tutto smisurato, sovradimensionato, anche le persone. E i bicchieri, i piatti,le posate. Voglio vedere se è vero che anche le confezioni sono enormi, tutte: del latte, dello zucchero, del succo di frutta, di quello che chiamano vino. Tutto pessimo, tutto abbondante. Basta con la qualità, voglio la quantità. Basta con le piccole cose, i confini angusti,gli ambiti ristretti,le prospettive limitate, i progetti a breve termine, una vita sempre al risparmio, spazi circoscritti, visioni contenute. Proteggono ma poi soffocano. Via, via, via, aria, scappare. Verso la velocità, l’elefantiasi, la leggerezza, la superficialità.
Voglio una macchina grande, una casa grande,una vita grande. Enormi tetrapak di simil vino bevuto davanti alla televisione senza fare alcuna distinzione tra lui e la CocaCola. Tutto così inutile, così superfluo,così sgraziato, ma così facile e rassicurante!
Che atroce scherzo crudele del destino ritrovarsi invece in Francia, dove è tutto mignon, tutto petit, tutto un bonbon!
Dove il vino è un grande dio e i Francesi i suoi unici profeti. Perchè il loro vino è il migliore al mondo,come il loro formaggio, la loro moda, la loro cucina, la loro storia e la loro merda, come i quali nessuno mai. Non che siano male i Francesi, per carità, come anche le loro cose, ma tutto quello sciscì e sciascià, e ollallà e ollacquà e duddù daddaddà, a me che aspiro ad essere un po’ rude e primitivo non mi entusiasmano. Diciamo che non è con loro che volevo passare il resto dei miei anni.
Così come non li volevo passare in Italia, non so neanche perchè mi ci sono trovato. L’ennesimo tentativo per la grande America? Un luogo di passaggio per andare non so dove? Una meta provvisoria per poi fare non so cosa? Certo non avevo mai pensato all’Italia, pur avendola di fronte. Ma la vita è così indipendente da noi! E poi qui il vino è buono,sarà per questo che mi sono fermato. Sarà per quel bicchiere di troppo che mi ha fatto trovare una donna. Da sobrio non è il massimo, ma per lei stranamente io lo sono. Sarà per quel bicchiere in compagnia che mi ha fatto trovare un lavoro. Non è il massimo, ma mi dà di che vivere e andare avanti. Sarà perchè tra un bicchiere e l’altro gli anni sono passati, e mi sono fatto come si suol dire una vita. Non è il massimo, ma è una vita, coi suoi alti e i suoi bassi, come quella di tutti. Poteva andare meglio, poteva andare peggio. Il vino buono a tavola tutti i giorni non me lo posso permettere, ma vado spesso con gli amici per cantine. A mezza bottiglia rivedo un sirtaki con tanta stanchezza ma tante speranze,a fine bottiglia un flamenco irridente sudato e travolgente, alla seconda neanche ci arrivo se voglio evitare il rimpianto mieloso e nostalgico per la bionda dolce e bella che non voleva farmi partire. Ma era troppo bella e dolce per me, e per questo sono partito. O no? O perchè sono partito? Forse perchè partivano tutti? O perchè il nostro vino fa schifo e la rakia è buona ma disperata? O per una donna che non è il massimo, ma non è neanche male, un lavoro che non è il massimo, ma non è neanche male, una vita che non è il massimo, ma non è neanche male? E’questo che cercavo? E se non è questo, mi direbbe la terza bottiglia, meglio accontentarsi o continuare a cercare? Rassegnarsi o continuare a lottare? Considerarsi arrivato o prepararsi a ripartire? Per nuove terre, nuove genti, nuovi amori, nuovi aromi, nuove bottiglie.

mercoledì 14 settembre 2011

“QUATTRO AMICHE DI GIUSTA ANNATA” di Caterina Gherardini vince il premio "Il vino dell'amicizia" nel concorso letterario di Villa Petriolo 2011!





Grazie alla collaborazione con il Circondario Empolese Valdelsa ed al sostegno dell’Istituto Superiore Statale Federigo Enriques di Castelfiorentino, il concorso letterario Villa Petriolo edizione 2011 “Wine on the road” prevede una sezione speciale, riservata agli studenti dell’Istituto Superiore Statale Enriques dal titolo “Il vino dell’amicizia”, dedicata a tutte le opere aventi come oggetto i valori della convivialità, dell’ accoglienza, del piacere di stare insieme con semplicità e franchezza. Un omaggio alla cultura del bere bene bere sano anche tra le generazioni più giovani.

Vince il premio PREMIO SEZIONE SPECIALE “IL VINO DELL’AMICIZIA” Caterina Gherardini, nata a Firenze nel 1993 e residente a Montelupo F.no. Caterina ha frequentato l’Istituto F. Enriques di Castelfiorentino, conseguendo la qualifica di operatrice nei servizi di segreteria e ricevimento.
Saremo lieti di premiare Caterina, durante la cerimonia del 2 ottobre a Villa Petriolo, con un buono per l’acquisto di libri.


Racconto “QUATTRO AMICHE DI GIUSTA ANNATA” di Caterina Gherardini

Erano le 2 e 30 del pomeriggio e delle altre neppure l’ombra, avevamo fissato alle 2 ma loro non sono mai puntuali. Finalmente arrivarono, riconobbi il rumore del motore di Bianca, dietro di lei c’era Carolina e sull’altro motore c’era Francesca, come al solito si erano portate dietro troppe cose, ma ormai non ci facevo più caso, ero troppo abituata a vederle piene di borse per stare via anche solo 3 giorni. Carolina come al solito cominciò a sbraitare come se fosse il primo viaggio che faceva insieme a noi, in effetti era il primo viaggio che facevamo tutte insieme con le moto, erano state il regalo che avevamo chiesto per la laurea, e prima di partire avevano dovuto aspettarmi per un anno perché a differenza loro io non ero stata molto assidua negli studi.
La prima cosa che mi saltò all’occhio quando vidi Francesca erano le 4 bottiglie di vino che le uscivano dalla borsa «Francy ma quanto vino ti sei portata dietro?»
« un po’» disse lei «avevo paura che una sola bottiglia non mi bastasse! E poi non ti sei accorta che vino è?» Le aprii la borsa e lessi l’etichetta, era scritta a mano e la scrittura era di Bianca “Vino maledetto della coop” in quel momento non mi venne in mente nulla poi Carolina cominciò a ridere, di nuovo, odiavo la sua risata grassa e rumorosa, ma mi fece venire in mente il vino: un Chianti Classico del 2009.
Francesca diceva che era un’ ottima annata solo perché gli dava una “botta assurda”. Mi misi a ridere insieme a loro perché mi resi conto della faccia che avevo fatto e poi Bianca disse «Su via! Sarà anche il caso di partire altrimenti non arriviamo più!». Ci mettemmo i caschi, il vino ben custodito da Francesca, e accendemmo i motori.
La strada da fare non era lunghissima ma noi avevamo deciso che invece di farla in tre ore ce ne avremmo messe un po’ di più, decidemmo di non passare per autostrade e di goderci il panorama, volevamo fare un viaggio “on de road” come in America, ma sapevamo che non era possibile perché di americano qua c’è ben poco, in compenso avevamo le nostre bellissime colline toscane che si espandevano fino a toccare l’orizzonte.
Passammo per le colline del Chianti e la vista dei vigneti mi fece venire voglia di bere; era già un’ora e mezzo che viaggiavamo e Bianca mi si accostò e mi disse «Sarà il caso di fermarci e fare uno spuntino?» annuii con la testa e al primo piazzale ci fermammo.
Mi sgranchii le gambe, mi tolsi il casco e sentii un “top”. Mi voltai, Carolina aveva stappato la bottiglia, ne versò un po’ in bicchieri di plastica e facemmo il primo brindisi della vacanza. Erano solo le 5 e 30 e noi già stavamo bevendo, come quando eravamo adolescenti, non ci importava che ora fosse, in vacanza era obbligatorio bere quando ne avevamo voglia. Ci sedemmo per terra tra l’erba e ammirammo il panorama.
I campi sterminati mi facevano venire voglia di correre lontano, così mi alzai, posai il bicchiere per terra, mi voltai verso Francesca e le dissi « Rotoliamo giù per la collina?» Lei non ci pensò due volte, lasciò cadere il bicchiere a terra, sporcando la coperta che avevamo disteso, scrollò le spalle, mi spinse giù di sotto e mi seguì urlando « Andiamo bimbe, rotolate anche voi!»
Finalmente mi fermai, sentivo il vino che mi ballava nello stomaco e cominciai a ridere, dopo 10 secondi si fermò anche Francesca, era tutta scompigliata piena di erba tra i capelli e stava urlando come una pazza perché si era fermata sopra dell’ortica. Avevo appena smesso di ridere quando mi sentii investire da una specie di elefante, era Carolina che aveva deciso di buttarsi, mi fece malissimo, ci azzuffammo un po’ sull’erba e poi riprendemmo a ridere, di Bianca neanche l’ombra. Dopo qualche secondo la vedemmo arrivare piano piano con la bottiglia in mano, si sedette con noi, diede un sorso e poi ce ne offrì un po’.
Era passata un' ora e dovevamo rimetterci in viaggio, per fortuna Carolina non guidava, stava malissimo, rideva da almeno mezz’ora e non c’era verso di farla smettere. Si sedette dietro di me perché Bianca aveva già un sacco di borse, non ci sembrava il caso di darle anche la “gonfia”, come la chiamavamo noi.
Continuammo il viaggio e arrivammo sulla costa, il sole stava cominciando a calare, guardai il mare e mi venne voglia di fare un bagno, aprii la visiera del casco e urlai «Caro ci fermiamo a fare due tuffi?» Non credo che avesse capito, ma rispose di si, misi la freccia e mi accostai, parcheggiammo i motori, e ci cambiammo veloci dietro a dei cespugli.
L’odore del mare mi piaceva un sacco, mi faceva sentire veramente in vacanza. Mentre le altre correvano sulla spiaggia, mi venne in mente il vino. Aprii la borsa di Francesca e presi una bottiglia, solo 3 ore di viaggio e mancava già una bottiglia, la stappai e ne bevvi un po’. Bianca mi vide e cominciò a offendermi perché non le avevo detto niente, così arrivò tutta bagnata, me la strappò di mano e disse «Maledetta! te la volevi scolare tutta te! Vai a fare il bagno adesso, questa è mia!» Le risi nel viso e dissi mentre mi avvicinavo al mare «Sei troppo piccola per tutto questo vino! Non lo finire perché se ti sbronzi poi è troppo facile affogarti!» mi guardò con aria di sfida, prese un sorso, mise la bottiglia in terra e mi seguì.
Mi tuffai con le altre e cominciammo a schizzarci e affogarci a vicenda, dopo qualche minuto eravamo già stanche, ci mettemmo a riva e continuammo a bere quel “Vino maledetto della coop”.
Cominciammo a parlare e Carolina disse che sarebbe rimasta volentieri a dormire sulla spiaggia, accettammo l’idea anche perché avevamo stappato anche la terza bottiglia e nessuno era in grado di guidare. Accendemmo un falò e bevemmo e parlammo per tutta la notte, i ricordi delle nostre cavolate da ragazze riaffioravano come non mai, passavamo da un ricordo ad un altro ridendo come delle sceme.
«L’avevo detto io che era di ottima annata!» urlò Francesca mentre stavamo ridendo ancora per quello che aveva farfugliato Carolina cinque secondi prima.
Ci addormentammo tutte contemporaneamente, il vino era finito, avevo la testa che girava e pensai che le mie amiche e quel maledetto vino erano la cosa migliore che avevo in quel momento.

martedì 13 settembre 2011

Ciak, a Villa Petriolo si gira!


Villa Petriolo diventa un teatro di posa...i nostri progetti di Enoteatro I POETI VIGNAIOLI e le merende sul prato di GLAMPING per il documentario commissionato dalla Regione Toscana che uscirà a novembre.




Un grande grazie a tutte le nostre comparse!



L’attrice Nicoletta M. Loisi interpreta Nonna Lucia per il progetto di enoteatro I POETI VIGNAIOLI. CONTASTORIE IN VIGNA. Le parole sul vino raccontate direttamente tra i filari la cantina la barriccaia, la storia del nostro territorio del Montalbano, i personaggi mitici alla Isabella de’ Medici, il glorioso passato degli Alessandri, le invenzioni legate al mondo agricolo di Leonardo Da Vinci, e chi più ne ha più ne metta. Belle giornate ad accogliere i nostri visitatori, bagnate dal vino di Villa Petriolo e arricchite dalla maestria dei bravi attori presenti sul nostro territorio, si stanno preparando.

“Il fuoco e l'acqua”: "Il foco contende l'acqua posta nel laveggio, dicendo che l'acqua no merita star sopra il foco, re delli elemente, e così vo' per forza di bollore cacciare l'acqua del laveggio; onde quella per farli onore d'ubbidienzia discende in basso e anniega il foco”. Novelle di Leonardo Da Vinci




Riprese aeree di Villa Petriolo col Drumi. Un ringraziamento speciale agli operatori, gentilissimi, di Domina Multimedia (Firenze) per tutto il tempo speso a rendere bella Villa Petriolo.



A spasso nel parco di Villa Petriolo sulla vespa vintage!


Il nostro Chianti DOCG Rosae MnemoSis, da Sangiovese in purezza del vigneto delle rose.


lunedì 12 settembre 2011

L'aroma dell'amore. Il giorno del sì a Villa Petriolo, nel cuore della Toscana rinascimentale


“Ogni assaggio si fa passato…me lo ritrovo alle spalle…come l’aroma dell’amore, che dopo anni risale dal naso al cuore…”.
Da Sentore e Sentimento di Giuseppe Antonelli (in Confesso che ho bevuto. Racconti sul vino e sul piacere del bere, DeriveApprodi, 2004)


Sposarsi a Villa Petriolo, nel fascino delle colline del Montalbano, immersi nelle terre del Rinascimento, ricche di cultura, arte e di una natura suggestiva. Per un matrimonio semplice e raffinato.


L’aia settecentesca, nei colori ovattati ed avvolgenti dell’imbrunire, ospita l’aperitivo. Nell'aria, l'aroma dell'uva da poco vendemmiata...



Sono pronte le pizze, cotte nel forno a legna!



I gonfiabili allestiti nel parco e la sala della rosa dei venti per i piccoli invitati.



Il carrettino dei gelati.



La sala degustazione di Villa Petriolo accoglie la cena. Solo magnum di Golpaja e Chianti Rosae MnemoSis per i nostri ospiti.



Fuochi d’artificio nella notte di Villa Petriolo per augurare tanta felicità a Paola e Fabio!



Per organizzare la tua cerimonia di matrimonio:
Azienda agricola Villa Petriolo
Via di Petriolo, 7
50050 Cerreto Guidi (FI)
info@villapetriolo.com
tel. +39 0571 55284
www.villapetriolo.com

Contatti:
Silvia Maestrelli
mob. +39 335 7220021
silviamaestrelli@villapetriolo.com