mercoledì 30 novembre 2011

Il racconto “Un assaggio di tempo” di Raffaello Spagnoli per WINE ON THE ROAD



Raffaello Spagnoli, nato a Castenedolo nel 1949, vive a Bovezzo (BS).
Scrive e partecipa a concorsi da circa dieci anni, nel corso dei quali ha avuto la soddisfazione di circa 150 primi premi ed innumerevoli premi minori in concorsi riguardanti prosa, poesia in lingua e poesia dialettale. Con il racconto “Un assaggio di tempo” partecipa al quinto concorso letterario di Villa Petriolo “Wine on the road”. Buona lettura!

Racconto “Un assaggio di tempo” di Raffaello Spagnoli


Non esiste nulla che possa fare luce dentro un cuore angosciato. O deluso.
L’uomo arrancava nella vita, in quello che ne rimaneva, con la determinata disperazione di chi non ha più nulla da difendere. Si muoveva con sgraziata noncuranza vestito come capitava, senza alcun cenno di ambizione, senza il ricordo di quel che era stato. Che diavolo era stato, poi?
Bussò alla porta del cascinale usando il batacchio in ferro che pendeva dal suo supporto, senza rendersi conto dell’esistenza del pulsante illuminato del campanello. Se lo avesse fatto sarebbe stato investito da un fascio luminoso violento e impudico che gli avrebbe fatto risaltare ogni singolo segno, ogni singola ruga che gli solcavano il volto. E invece, nella penombra di quel pergolato all’imbrunire, gli venne ad aprire nientepòpòdimeno che un vero maggiordomo. “Senti, che ci fa un maggiordomo dentro una cascina?” Il maggiordomo lo squadrò come si trattasse di uno sputo rimasto appiccicato a un muro. “Prego?” L’aria era sussiegosa e compìta, come deve essere per un maggiordomo. “Che accade, Armando? Chi c’è alla porta?” si aggiunse una nuova voce. Maschile.
Il padrone di casa si avvicinò all’ingresso, inquadrò la scena e ne risultò incuriosito. Quasi fu automatico che lo sconosciuto, dopo averlo squadrato inventariando la veste da camera in seta portata sopra un paio di pantaloni da tuta ginnica e il petto peloso e nudo che si intravedeva tra la seta ed il cotone di una maglietta con tre bottoncini dicesse: “Sei tu che comanda, qui.” ed era una constatazione. Riprese: “Cosa fai per emozionarti?”
Il maggiordomo sembrava diventato una statua di cera.
Il padrone di casa sembrava essere stato colpito da un fulmine in forma di pensiero. Lo si vide scomparire per un attimo dentro chissà quale propria intimità e quando ne emerse si avvicinò al forestiero e gli chiese quasi con aggressività: “E a te che te ne importa?”
Il forestiero disse con tono conciliante: “La domanda ha molto più senso di quanto si possa valutare di primo impatto…”
L’altro gli replicò: “Effettivamente…..” in tono condiscendente, con voce paziente e calma.
Nella lunga pausa che ne seguì, il maggiordomo sembrò sul punto di sbattere la testa contro il massiccio montante della porta, mentre malediceva tutti i propri ascendenti, come fosse colpa loro se lui veniva ora a trovarsi in quella situazione surreale. Aveva servito in quella casa per decenni e mai aveva visto il suo datore di lavoro affrontare con tanta titubanza un nuovo venuto, per di più male in arnese come quello.
“Armando, aggiungi un coperto a tavola, per favore. Il signore si ferma a cena. Ed avverti la signora che non sono ammesse emicranie.” Il padrone di casa doveva saper essere assai convincente anche con la “signora”, come si conviene ad un vero appartenente ad una dinastia.
Il maggiordomo Armando girò sui tacchi e si diresse verso l’orizzonte.
Il padrone di casa prese sottobraccio il suo ospite e lo condusse con se.
“Senta…..Senti, ti spiace se ti do del tu? No? Bene! Cosa fai nella vita? Voglio dire, come ti mantieni, di che vivi?”
“Non so neppure come ti chiami. Dove siamo qui? Che posto è questo?”
“Questo posto è casa mia e questa casa è nella Franciacorta e io mi chiamo Roberto, di un’antica famiglia di vignaioli, viticoltori e vinai, produttori di una rinomata qualità di vini che vanno dal rosso più schietto allo spumante più sofisticato che nei supermercati trovi solo nello scaffale chiuso a chiave.”
“Che se ne fa un supermercato di uno spumante sotto chiave?”
“Non se lo fa rubare…I nostri prezzi non sono dei più abbordabili ma ti assicuro che ogni goccia del nostro vino vale fino all’ultimo centesimo che chiediamo. Non sono tantissimi quelli che lo bevono abitualmente ma nessuno di loro metterebbe mai le corna a una nostra bottiglia.”
Il forestiero non ebbe da replicare.
La veste da camera di Roberto frusciava mentre gli faceva strada lungo un percorso che sembrava studiato apposta per mostrare tutta la casa.
“Questa era davvero una cascina, un tempo, e a quel tempo era abitata da veri contadini, i miei bisnonni. Il padre di mio nonno ha lavorato più di una vita intera per costruire questi muri usando le pietre contro le quali il suo aratro andava a sbattere. Queste amene colline devono essere state il contenitore di un bel ghiacciaio, anticamente, prima che si formasse il lago. Il ghiaccio se n’è andato ed ha lasciato questi bei pietroni tondi e levigati appoggiati lungo i fianchi delle colline. Deve aver bestemmiato dal mattino alla sera, mentre li spostava uno ad uno. A quel tempo non è che ci fosse tutta questa vigna, qui intorno. Ci si coltivava di tutto e veniva bene ma era un peccato che tutto il sole che illuminava le colline non avesse qualcosa di veramente ricco da far maturare, a parte il foraggio per le bestie ed il granturco per far polenta. Così il padre di mio padre, che era uno gagliardo e furbo, con sangue di commerciante dentro le vene, mise a dimora i primi filari. L’ho conosciuto. Era uno che non si faceva spaventare da niente. Era andato in guerra e ne era tornato con qualche ferita in più ed il giorno dopo che era rientrato a casa stava lavorando alla sua vigna e ai suoi campi come se non si fosse mai allontanato un momento. Ha avuto pochi figli, al contrario di molti altri suoi contemporanei, e li ha allevati senza morbidezze ma anche senza eccessivo rigore. Li voleva con le palle e li ha avuti. Hanno messo in piedi una bella fortuna. Ma non mi hai ancora risposto. Chi sei? Che fai? Dove vai?”
Il forestiero si fermò di botto, il padrone di casa si fermò di botto. Si guardarono. Il forestiero disse: “Non lo so.” Il padrone di casa disse: “Cosa non sai?” Il forestiero rispose: “Niente. Non ho la minima idea di cosa devo rispondere alle tue tre domande. Il fatto è che non so niente. Vorrei avere delle risposte interessanti e intelligenti ma credo che la mia vita sia andata leggermente alla deriva, cammin facendo.” L’altro disse: “Non ho capito una parola di quello che hai detto. Sei pericoloso?”
“Credo di no. E non ho neppure delle malattie strane. Credo solo di essere andato fuori di testa, tempo fa. I dottori dicono che per un sacco di tempo ho lavorato troppo e che il mio sistema nervoso non ce l’ha fatta a reggere lo stress. Questo dicono.” Calò il silenzio. La camminata riprese.
Uscirono di casa, entrarono in un portone bellissimo, di legno massiccio, di un edificio attiguo, scesero dei gradini in religioso silenzio. “Mi hai chiesto cosa faccio per emozionarmi. Questo!”
Il gesto del braccio e della mano era eloquente tanto quanto l’immenso locale in cui le botti riposavano mentre dentro le loro pance il vino lavorava, maturando, trasformandosi, acquisendo una natura differente da quella grezza e ruvida ma straordinariamente profumata dell’uva appena spremuta.
Il forestiero guardò quello che lo circondava. “Che mondo è questo?”
“Davvero ti interessa conoscerlo?”
“Per una volta si! Qui si sente che davvero il tempo ha un valore e un senso. Qui il tempo è amico dell’uomo e delle sue opere, lo accompagna, lo aiuta, lo ama.”
Un silenzio pensoso si allungò tra i due, una sorta di muta condivisione di una verità per loro palese.
“Allora devi fare due cose. La prima: assaggiare il mio vino. La seconda: venire a lavorare per me. Credo di avere bisogno di una testa con non tutte le rotelle a posto, qui. E’ qualche tempo che manca un tocco di originalità nella nostra organizzazione. Spero che tu la porti. Se non lo fai, ti do una bella pedata in culo e sei libero.”
“Ci sto. Però prima voglio assaggiare il tuo vino. Anzi, i tuoi vini. E tieni il migliore per ultimo.”


martedì 29 novembre 2011

Nel vino, lo spirito di un territorio...La presentazione della Guida ViniBuoni 2012 _Toscana_ a Montalcino


"Chi entra in Toscana si accorge subito di entrare in un paese dove ognuno è contadino. Ed esser contadino da noi non vuol dire soltanto saper vangare, zappare, arare, seminare, potare, mietere, vendemmiare: vuol dire sopra tutto saper mescolare le zolle alle nuvole…”
Curzio Malaparte, Maledetti toscani


Una piccola gemma dell’architettura teatrale toscana - che porta il nome della nativa Accademia degli Astrusi di Montalcino -, risalente al Settecento, ha ospitato sabato scorso la presentazione della Guida ViniBuoni 2012 per la sezione Toscana.
Ad introdurre i lavori il giornalista Guido Ricciarelli, in compagnia del curatore della Guida edita dal Touring Mario Busso e di altri valenti degustatori toscani, impegnati nello sforzo di promuovere la conoscenza dei luoghi, anche minori, del vino. Per stimolare il viaggio. Anche quello dalla coppa al labbro.



Il confronto tra le diverse Guide ai vini d’Italia il fulcro, decisamente interessante, dell’intervento di Ricciarelli. A Montalcino, affidato ai curatori di questa pubblicazione che chiude la tornata annuale di presentazioni guidaiole, il compito di fare il punto su tutti i "vini buoni" italiani, ruolo che sarà rinnovato all' AC Hotel di Firenze il prossimo 10 dicembre (dalle ore 17.30), quando si terrà “Quelli che le guide”.



Il conteggio comparato di Bicchieri, Calici, Corone, Bottiglie, Stelle, non appare un mero esercizio rompicapo, ma il tentativo di riconoscere cosa animi profondamente chi si appresta a stilare l’inventario dei vini d’Italia da segnalare. Per la Guida del Touring, il criterio di scelta è ben definito: si recensiscono solo ed esclusivamente vini da vitigni autoctoni. E’ in questo contesto che il nostro Chianti DOCG Rosae MnemoSis, annata 2009, da Sangiovese in purezza delle colline di Cerreto Guidi, guadagna le "quattro stelle" e l’ambito “euro che ride” (solo 68 riconoscimenti su circa 550 vini recensiti), segnalazione di un buon rapporto prezzo/qualità per quei vini che hanno nel loro DNA la vocazione a tramandare lo spirito profondo di un territorio.



Per il Chianti - sottolineano i curatori toscani di ViniBuoni 2012 -, la caratteristica determinante è la bevibilità, laddove, in questa Regione particolarmente, il vino è da sempre compagno delle nostre tavole, traccia quotidiana di una cultura che si tramanda da secoli e che ha impregnato del proprio sapore paesaggi, consuetudini, sensibilità.




Scheda Guida ViniBuoni d'Italia" 2012_ Villa Petriolo:

"Luogo d'arte e cultura, gestito con amorose cure da Silvia e Simona Maestrelli con i buoni consigli di Federico Curtaz, Villa Petriolo rappresenta uno dei pochi approdi sicuri in una zona, quella dell'empolese, francamente priva di spunti significativi per la nostra Guida. Ormai sempre più proiettate nell'avventura siciliana della Tenuta di Fessina, realtà emergente dell'isola, le proprietarie non mancano di distinguersi nel panorama rossista regionale. Il Chianti Rosae MnemoSis 2009 si colloca ai vertici della denominazione di appartenenza, sintesi compiuta di peso, misura e rapporto qualità/prezzo. L'Imbrunire 2010 costituisce una delle più compiute esecuzioni sul tema del Canaiolo in purezza. Piacevole e beverino il Chianti 2009".

Guida ViniBuoni d'Italia 2012 _ Villa Petriolo


La piccola sala a ferro di cavallo del teatro, decorata con splendidi stucchi e pitture, era gremita di produttori ed appassionati. Alla presentazione della Guida è seguito un nutrito banco d’assaggio con tutte le etichette premiate.



Tra le aziende recensite, anche la nostra siciliana Tenuta di Fessina.

Guida ViniBuoni d'Italia 2012_Tenuta di Fessina:

"Diciamo subito che non recensiamo Il Musmeci, il vino di punta dell'azienda da vigne di oltre ottant'anni, peché al momento delle nostre degustazioni Silvia Maestrelli e Federico Curtaz non hanno ritenuto la nuova annata pronta. Abbiamo invece sentito l'Erse, il secondo Etna doc nato in azienda: il 2010 sa di frutta dolce e spezie, ma è ancora piuttosto giovane. Ancora doveva trovare il suo baricentro pure il nuovissimo Etna Bianco di nome A' Puddara, Carricante in purezza. Più fine nei sentori ed equilibrato, invece, il Laeneo, Nerello Cappuccio in purezza. Piacevolissima sempre, nella sua voluta semplicità, la nuova annata di Ero, il Nero d'Avola che l'azienda produce da vigne in Val di Noto, ancor violaceo e già fine ed elegante".

lunedì 28 novembre 2011

Umore, luce



Il vino è un composto di umore e luce.
Galileo Galilei (1564 – 1642)

domenica 27 novembre 2011

WINE ON THE ROAD: il racconto “Cardini del Tempo” di Massimo Marchi



La raccolta di “Wine on the road”, concorso letterario 2011 di Villa Petriolo, si arricchisce giorno per giorno…

Massimo Marchi, nato a Cecina (LI) nel 1962, abita a Cascina (PI).
Nel 1985 pubblica la raccolta “Meteora Cadente” casa ed. Ibiskos (FI); nel 1986 è 3°classif. a “Poeti in Europa” a (MS); nel 1988 è 3°classif. premio “città di Viareggio (LU); nel 1989 vince il premio “Virgilio Mantegna” a (Mantova); nel 2001 si classifica 3° al premio di narrativa “Florio Castellani” (LI), nel 2002 è 4°classif. premio “Santa Teresa”a (LI).


Racconto “Cardini del Tempo” di Massimo Marchi


Stavo cercando affacciato alla finestra di respirare quel pensiero morale forse etico, che è e deve essere rappresentato dalla “Cura e Manutenzione” del mondo, accanto a quella, di conseguenza necessaria, spiritualità raccolta e da raccogliere nella teologia della liberazione, ma il mio olfatto mi ha tradito, ho allora raccolto i miei pensieri, e ho aperto quella madia custode di emozioni, di tensione filosofica cercata e trovata, nel segreto della sostenibilità e della Dea Femmina. Ho scardinato il piccolo lucchetto di quel diario del passato, del mio ieri, nella speranza di cogliere la luce della vita, contenuta all’interno della saggezza dei nonni, che claudica in un domani mai certo, come quel ciottolato vanitoso capace di celare il proprio tempo, dove insisto passi replicati nella precipua ricerca della farmacia dell’anima di Epicuro, di fronte a questo disegno mi fermo e contemplo: È in questo continuo frondare del maestrale, che spingo lo sguardo oltre, diviso nel vedere quelle certezze del mondo, e le incertezze dei ritmi del bosco, dove la corsa del ruscello segna i silenzi indefiniti, e il nido scalmo di un passero inneggia al tempo andato. Un giorno, anzi quel giorno, i profumi del bosco avevano raggiunto un’intensità mai misurata, mai contemplata, capace di inebriare le menti per entrare nel tavoliere delle essenze cedute. È in quella continua e definita corsa e rincorsa di sensazioni che il passo certo di babbo Egidio traccia l’orma del mio percorso alla vita, da seguire avvinghiato al suo indice, capace di contenere quasi tutte le mie dita. Osservo trainato ma estasiato quel sole che stropiccia le foglie, che conficca lance di luce nel terreno parco di tepore, mentre è la felce gentile che si prende l’impegno di cullare la mia gioia, profondamente ricompresa in quei silenzi, in quei richiami talvolta striduli ma vivi e intensi, in cui il babbo, indica il sorgere di una nuova vita, il compendio per una nuova lettura della natura. Nell’indeciso passo verso la somma del pendio mi volgo nuovamente per raccogliere l’abbeccedario illustrato di quel concerto di marginalità in cui il babbo ticchetta i ritmi da scansionare, e la mia anima si tende per raccoglierne i germogli da custodire gelosamente. Le scarpette lasciano tracce soffici, gentili, nel letto di foglie multicolore mai gemelle l’una dell’altra, ed è al confine di quel giaciglio stupendo che si apre una messe di grano immensa in cui, quel vento prima incisivo, attento a indispettire le chiome degli alberi di tiglio, di leccio, dei grandi castagni, ora arriva a smorzarsi riuscendo a farsi brezza morbida e dolce capace con assoluta padronanza, di pettinare con maestria quei biondi capelli di spighe che ricomprendono l’immensità del dire e del vivere. La mia bocca si spalanca oltremodo, i miei occhi traslucidano in quella meraviglia, dove una commistione di profumi di sottobosco si aprono a quell’amidacea essenza, e vicendevolmente si scambiano si confondono ….si fondono, proponendo un’essenza unica, indecifrabile, inimitabile, degna di essere accolta nei nostri polmoni come pozione salvifica. È proprio lì, nel bel mezzo di quelle messi, che sono teneramente invitato ad adagiarmi, vengo accolto, coccolato, e dove ogni colpo di pettine del vento di maestrale contribuisce a confondermi al tempo. Il babbo piega dolcemente un po’ di steli con estrema cura, come una carezza che vuole assumere carattere di profondità, in quel tavolo improvvisato stende quel pane profumato, degno e incontrastato erede di quelle spighe che ci avvolgono, uscito da quella bisaccia piena di storie, di nostalgie, di rimpianti, di gioie, e di dolori. Il pane canta, mentre il babbo con un taglio netto lo schiappa in due parti definite e identiche, facendolo diventare alcova mai dimenticata per quel formaggio sudato che versa lacrime estese, forse mai così tanto amate e capite. Lento, immenso, quasi solenne è il gesto del porgere quel pezzo di pane senza fine, che schiocca, si sgretola, si affanna nel cercare di appagare il languore di quel momento infinito. Tanto infinito quanto i nostri sguardi tumidi di piacere che si scambiano tra un colpo di pettine del maestrale e la carezza puntuale delle spighe di grano sulle mie guance. Il sole si stà stendendo con la dovuta cautela su quelle messi, ridisegnando gli stessi effetti di luce che si fanno rossastri, come quel piccolo “gottino” di liquido rosso che il babbo mi porge, che sprigiona profumi intensi, mai trovati nel mio alfabeto del vivere, mai percepiti o visti scivolare sulla mia rosea lingua. È piccolo il “gottino” che stringo avidamente, tanto piccolo, ma con valori ben oltre il suo limitato volume, il babbo mi vuole “grande” ovvero, capace di mettermi in ginocchio davanti all’altare di bacco, non per trarre sollazzo da quel bere, ma per promettermi “cresciuto”, in quel rapporto algebrico, dove ogni singola goccia di quel nettare capace di colorare le mie labbra, è il succo del mio “nuovo” vivere, in cui la franchezza del vino, sposa il retrogusto dell’esistenza, dove l’intensità dei profumi è la profondità del legame che sta ricomprendendoli l’uno sull’altro, riconoscendone un ruolo unico e condiviso, in una nuova lettura della vita piena zeppa di complicità, di immediate, prossime, eterne confidenze. Potremmo parlare del vino della gioia, di quel nettare appena confezionato nel culto della Dea Madre, considerata l'incarnazione della fertilità e della rigenerazione della vita, in cui si rende evidente la tensione del tempo che scorre, della sostenibilità del vivere e dell’essere vissuto, è buono, è caldo, è il frutto del lavoro di Alviro, il compagno di tante avventure del babbo, che con passione ogni mattina liscia i pampani della vite, che al nascere del sole è accanto ai suoi acini bagnandoli d’amore, è intenso quel vino, come l’accento acuto posto al mio futuro di “omino”, che il babbo e Alviro, hanno voluto ognuno per la sua parte che si disegnasse, per darmi la possibilità di pettinare quelle messi senza fine e comprendere il valore per il mondo, per poter ascoltare i silenzi e le culture espresse dal sottobosco, per poter comporre e accompagnare gli amici, nei solchi regolari delle vigne per ammirare le perle di rugiada sugli acini assetati. Il babbo mi invita ad alzarmi, i miei occhi sfiorano l’orizzonte esteso fra i baffi di quelle spighe che limitano la profondità di campo, schiocchiamo insieme i nostri “gottini”, uniti in un abbraccio, in cui l’essenza di bacco fa la sua parte stordendomi, rendendo quell’abbraccio struggente, immenso, come la natura che ci circonda, come l’intensità espressa dal vino di Alviro, come quelle lacrime offerte dal formaggio, mai stato così fiero del suo sapore.

venerdì 25 novembre 2011

ULISSE CONTRO ULISSE. Sabato 26 novembre a Castelnuovo d’Elsa



DiVINando pubblica con piacere questa bella iniziativa.


SABATO 26 NOVEMBRE alle ore 21,15 al TEATRO del POPOLO di CASTELNUOVO D’ELSA (Castelfiorentino, FI), Il CERCHIO di GESSO presenta:
“ULISSE CONTRO ULISSE”. Un divertimento teatrale in due atti di Paolo Puccini.

Con:
Gabriele Fontanelli, Carlo Campinoti, Andrea Donati, Carlo Conforti, Laura Tinti, Nicoletta M. Loisi, Augusta Elena Giglioli, Lucia Taddei, Roberto Fusi, Paolo Puccini, Paolo Bigazzi

REGIA: Paolo Puccini
ASSISTENTE REGIA: Sara Cagliari
SCENE e COSTUMI: Mariagrazia Baldi - SARTORIA: Lucia Mannucci
AUDIO e LUCI: Massimo Bianchi e Filippo Giovannoni

giovedì 24 novembre 2011

“Per Cantine e Galene a Longobucco” di Emidio Parrella per WINE ON THE ROAD



Ancora un racconto per “Wine on the road”, quinto concorso letterario di Villa Petriolo.


Emidio Parrella
è nato a Sedico (BL). Vive a Napoli. Docente nei licei e professore a contratto nella S.I.C.S.I. delle Università di Salerno e Napoli, dove è stato anche Supervisore nei corsi per l'insegnamento. Ha pubblicato sette libri di poesia, di cui si ricorda "Ai Confini della Ragione" per l'editore Rebellato. Ha scritto diversi testi scolastici. Un'autobiografia dal titolo "Machiavelli e Guicciardini". Uno studio sul Belli, pubblicato sulla rivista internazionale "Poeti e poesia" di Pagine editore. Numerose segnalazioni a premi letterari.


Racconto “Per Cantine e Galene a Longobucco” di Emidio Parrella


Di frequente trascorro le vacanze estive in un paese della Calabria tra Praja a Mare e Scalea: S. Nicola Arcella.
Il tempo estivo scorre lieve tra incontri con amici e bagni di mare.
Nei giorni uguali a volte la noia prende il sopravvento: allora si sveglia il desiderio di qualcos’altro.
In uno di questi giorni, dopo lunghe settimane di mare e incontri sotto l’ombrellone, decidemmo di recarci a visitare Camigliatello nella Sila e poi addentrarci nella Sila greca: il luogo più interessante che ci era stato indicato era Longobucco: un paese sospeso tra un cuneo di monti sul fiume Trionto.
Dista da Cosenza 62 km.
Longobucco con le sue miniere d’argento fece la fortuna di Sibari. Probabilmente corrisponde all’antica Temesa, citata da Omero nell’Odissea per le miniere d’argento nel fiume Manna.
“A Galanza” in dialetto locale, la galena argentifera era presente nel territorio longobucchese da tempi remoti e fu usata Crotonesi e Romani per la coniazione delle loro monete.
La giornata si presentava stimolante ed interessante: facemmo un giro lungo il sentiero storico-naturalistico “la via delle miniere” osservando le numerose cave del luogo.
Visitammo poi il paese: la Chiesa Matrice del XII secolo con le sue ricchezze barocche del settecento e poi il simbolo di Longobucco: la Torre Campanara chiamata “Pupulu ero Campanaru”: torre di avvistamento contro le invasioni dei Saraceni.
Ormai era mezzogiorno e l’esigenza di fermarsi da qualche parte per mangiare era una necessità.
Ci inoltrammo tra le viuzze alla ricerca di una cantina: la parte antica del paese era ricca di diverse cantine con i nomi in dialetto dei vari proprietari.
Tutte avevano in comune un’aria di ospitalità e serenità.
Una in particolare ci colpì per la sua semplicità e schiettezza di arredamento:
di fronte all’entrata c’era un grande camino rustico con attorno una serie di coppe e quadri che si riferivano a premi ricevuti o riconoscimenti di vario genere.
Due grandi tavoli riempivano la stanza: erano di un legno antico numerose sedie di paglia secondo un vecchio uso contadino erano collocate attorno.
Nell’angolo di fondo della grande stanza c’era un bancone in legno grezzo su cui numerose bottiglie di vino si offrivano ai compratori in tutto il loro splendore.
L’oste, che stava sulla soglia della porta, appena ci vide incerti, capì che eravamo alla ricerca di un luogo dove mangiare. Ci invitò subito ad entrare venendoci incontro: “vi porto subito u scianni chiadù” (bicchiere di vino), sedetevi e mangiate vi tratto bene”.
Seduti a tavola, dopo qualche minuto ci servì un Verbicaro roso che scintillava nel bicchiere e emanava un garbato aroma. Poi ci disse, se volevamo, che ci avrebbe servito degli spaghetti secondo una ricetta locale.
Gli chiesi qual era la sostanza e la caratteristica della ricetta. Mi rispose che era una ricetta semplice, ma gustosa, che era tramandata nel luogo.
In ogni caso molto gradevole.Ci elencò gli ingredienti: "sono spaghetti conditi con olive snocciolate e tagliate a pezzi, con aggiunta di pomodori tagliati a piccole striscie.
Il tutto in prezzemolo trito, aglio e filetti d’acciuga.
Poi far arrosolare a fuoco lento tutti gli ingredienti in un tegame con 5 o 6 cucchiai d’olio d’oliva.
Aggiungere un bicchiere di acqua calda.
La pasta va levata scolata e versata con condimento.
Insaporire il tutto a basso fuoco e servire.
Vedrete, sarà un piatto che gradirete molto e ripeterete per conto vostro", concluse.

Quegli spaghetti così fatti ci incuriosirono e accettammo di mangiarli.
L’esperienza fu ottima, il gusto e il sapore eccezionali anche perché furono ben innaffiati da “u sciannichiadù” di Verbicaro.
Quando lasciammo la cantina eravamo anche un po’ alticci per effetto del vino.Il Verbicaro è un vino forte.
Ci recammo verso il fiume Trionto: le sue acque scintillanti mi fecero pensare a Gioacchino da Fiore, venuto qui per farsi fare dei calici d’argento e insieme ai confratelli di S.Bruno aveva gustato l’eccezionale cucina del luogo, che aveva dato una spinta al
suo estro spirituale verso le sue apocalittiche profezie.

mercoledì 23 novembre 2011

La migliore misura di Dioniso



“La migliore misura di Dioniso è ciò che non è troppo
né pochissimo:
infatti proprio il vino è responsabile
o del dolore o della follia.
Miscelato per quarto con tre Ninfe
procura gioia – così s’adatta alla perfezione
alle stanze d’amore. Ma se l’odore
del vino è troppo forte, allora s’allontana dagli Amori
e ci fa sprofondare dentro a un sonno
che assomiglia a quello della morte”.


Da Vino e poesia. Centocinquanta epigrammi greci sul vino a cura di Simone Beta

martedì 22 novembre 2011

Tenuta di Fessina e Villa Petriolo: io sto con Emergency!


Bevendo gli uomini migliorano:
fanno buoni affari,
vincono le cause,
son felici
e sostengono gli amici.

Aristofane (450 a.C. – 388 a.C.)


Io sto con Emergency.
Emergency è un'associazione italiana indipendente e neutrale, nata per offrire cure medico-chirurgiche gratuite e di elevata qualità alle vittime delle guerre, delle mine antiuomo e della povertà. Emergency promuove una cultura di pace, solidarietà e rispetto dei diritti umani. L'impegno umanitario di Emergency è possibile grazie al contributo di migliaia di volontari e di sostenitori.
Emergency offre cure gratuite e di qualità alle vittime della guerra e della povertà.

Emergency costruisce e gestisce:

1. ospedali dedicati alle vittime di guerra e alle emergenze chirurgiche,
2. centri per la riabilitazione fisica e sociale delle vittime delle mine antiuomo e di altri traumi di guerra,
3. posti di primo soccorso (FAP - First aid post) per il trattamento immediato dei feriti,
4. centri sanitari per l'assistenza medica di base,
5. centri pediatrici,
6. centri di eccellenza.

Emergency:

1. forma il personale locale secondo criteri e standard di alto livello professionale,
2. attua interventi umanitari di assistenza ai prigionieri in contesti connessi a situazioni di conflitto,
3. realizza progetti di sviluppo nei paesi in cui opera,
4. organizza corsi di formazione professionale per i pazienti mutilati e disabili.


Grazie al suggerimento de I Vini del Sole, azienda di distribuzione che sostiene da anni l'attività di Emergency, Villa Petriolo e Tenuta di Fessina contribuiscono alla promozione di questa importante Associazione.

Ai primi di dicembre, Emergency aprirà un mercatino di Natale per diffondere i suoi progetti di assistenza umanitaria e sostenere la propria attività con la vendita di articolari vari: tra i prodotti in vendita, i nostri vini Ero di Tenuta di Fessina, Nero d’Avola in purezza, e il Chianti DOCG di Villa Petriolo.

Partecipiamo sostenendo gli Ospedali di Emergency!


Degustazione tecnica dei vini di Villa Petriolo - Federico Curtaz - L'IMBRUNIRE - CHIANTI DOCG

lunedì 21 novembre 2011

“Il gioco dell’oca” di Barbara Cannetti per WINE ON THE ROAD



Barbara Cannetti dedica al concorso letterario 2011 di Villa Petriolo “Wine on te road” il suo racconto “Il gioco dell’oca”. Buona lettura!

Barbara è nata a Ferrara. Dopo la maturità classica si è laureata in economia e commercio nell’ateneo di Bologna. Nel 2009 ha pubblicato “Sedici milioni di colori”, raccolta di prose liriche. Partecipa a concorsi letterari solo dal 2010, ma ha già ottenuto diversi primi premi e piazzamenti, sia in prosa che in poesia. Scrive articoli di carattere socio-culturale su riviste telematiche e siti internet (Superando, Lettere Matte, L’Asino Rosso, MenteLocale...).


Racconto “Il gioco dell’oca” di Barbara Cannetti


Gino varcò il cancello della certosa di Ferrara facendosi strada tra una strana mistura di sole, umidità e caldo afoso che inzuppava ogni cosa e liberava nell’aria un fiato di nebbia.
“Tempo ideale per entrare in un cimitero”, si disse tenendo una mano nascosta nella giacca e l’altra sfoderata in un bel paio di corna, a contrastar le visioni apocalittiche che la sua mente mandava in onda. S’arrestò di fronte ad un cumulo di terra smossa di fresco ed attaccò a parlare.
-Ciao Gigi, scusa il ritardo, ma come ben sai odio ospedali e funerali. Eppure, sapendoti qui solo, inondato da piagnistei, non ho resistito. Mi sono detto che ad un tipo passionale come te a cui piaceva tuffarsi in un bel bicchiere di rosso ed inebriarsi del suo aroma, non può far certo piacere ritrovarsi fradicio di nebbia e lacrime... E così, eccomi qui, pronto a rimediare. Ho portato una bottiglia per far baldoria, come ai vecchi tempi ma ho dovuto nasconderla sotto la giacca come un ubriacone perché all’entrata ho incontrato una vecchietta, una di quelle brave donne che maneggiano solo acqua santa, o come l’avresti definita tu “‘na bruta vecia” che mi ha guardato in malo modo. Le ho fatto uno dei nostri sorrisi da goliardi, ma il tempo passa per tutti ed io, anche se rispetto a te posso considerarmi in ottima forma, non ho più la faccia aperta e gioviale di un ventenne. Ma probabilmente non avrebbe funzionato lo stesso perché, sempre più spesso, la gente giudica male i ragazzi. Molti li considerano degli scavezzacollo, altri li dipingono come dei maleducati, degli sgarbati, degli scansafatiche. Io, invece, leggo sui loro volti solo quella voglia di divertirsi che spesso si mescola ad una sorta di spaesamento, la stessa che apparteneva anche a noi, alla loro età. Tutto questo, ovviamente, non solo non dona, ma finisce addirittura per conferire ora un’aria strafottente, ora un’espressione piuttosto tonta. Noi però avevamo la fortuna di sapere qual era il nostro posto nella vita perché tutto allora era più semplice, chiaro di oggi. Dopo una festa, ci bastava togliere il mantello e la feluca , passare una mano tra i capelli per sistemarli, gettare un po’ d’acqua fresca sul viso per tornare ad indossare l’immagine dei bravi ragazzi. Ma quante ne abbiamo combinate! Ricordi quando decidemmo di fare il giro delle cantine del Veneto? Preparammo un questionario e tu, dopo aver inforcato quegli occhiali dalle lenti spesse come fondi di bottiglia che ti conferivano un’aria da gran intellettuale, ci presentasti ai gestori delle varie cantine come un gruppo di studiosi impegnati in un importante progetto di valorizzazione della qualità dei vini locali. Ogni volta ti presentavi dicendo che, tra tutte le aziende del luogo, era stata prescelta proprio quella, perché dalle analisi effettuate era risultata la migliore. Poi affermavi che scopo dello studio era far conoscere e rendere famosa la cantina. Eri così convincente che i contadini oltre a rilasciarci interviste, ci offrivano degustazioni e bottiglie ricordo. A volte i souvenir erano talmente abbondanti da permetterci di brindare alla salute dei nostri benefattori per tutta la settimana, in attesa di poter compiere un altro tour alla scoperta di una nuova unica, inimitabile cantina. Tra tutti, il più sfacciato era il Bepi che, consapevole del proprio fascino, ammaliava le signore condendo il tutto con improbabili storie sui processi di vinificazione nell’antichità. L’unico che non si unì mai al gruppo in quella originale attività di marketing territoriale il cui unico fine era portare acqua, anzi vino al nostro mulino, fu Livio. Si arrabbiò tanto per uno scherzo del Bepi che ruppe il nostro patto d’amicizia senza rendersi conto che in tal modo, invece di sdrammatizzarla, finiva con l’accentuare l’effetto della burla. L’ho rivisto un mese fa in giro per la città e ti assicuro che è sempre lo stesso sbruffone di un tempo, ancora più convinto che i soldi possano comprare ogni cosa e che la qualità di un vino sia sempre strettamente correlata al prezzo, nonché al lusso dell’ambiente in cui lo si degusta. Io invece non scorderò mai il giorno in cui egli elogiò con aria da consumato sommelier un bianco vinello di scarsa qualità e per giunta annacquato che il Bepi, complice un cameriere, gli fece travasare e servire in una bottiglia la cui etichetta menzionava un rosso, sanguigno Re Fosco!
La canzoncina con cui il Bepi lo prese in giro è ancora nella mia gola: “Non fare il cretino, se vuoi bere buon vino, vai sempre alla fonte, vai a trovare il contadino”.
E proprio per dimostrare la sua teoria, ossia che il vino buono si trova più facilmente nelle piccole, a volte anonime ma sempre splendide cantine del nostro territorio piuttosto che in un bar chiassoso o nei ristoranti di lusso, architettammo il giro che impegnò i nostri fine settimana per oltre un anno e che chiamammo il gioco dell’oca perché non era mai possibile predire dove esso ci avrebbe portati. La sola cosa certa è che esso ci entusiasmò al punto da non voler più smettere di giocare. Denominavamo tabellone l’intero territorio, caselle le cantine, facce dei dadi il numero di chilometri che occorreva percorrere per raggiungerle. Progettavamo le nostre scorribande nei minimi particolari ma spesso i piani fallivano ed allora non restava che lasciar perdere il rischio calcolato ed affidarsi alla fortuna. Non mancarono mai i colpi di scena. Una volta tornammo per due settimane di seguito nella stessa cantina perché alla prima occasione ne eravamo usciti così ubriachi da scordare di aver già compiuto quella fermata ed il proprietario anziché offrirci altro pane, vino e salame, chiamò i carabinieri. Ancor peggio ci andò quando un astuto oste ci costrinse a pagare tutto quello che avevamo consumato e poiché il denaro non bastava, ci costrinse a lavar bicchieri per un mese! Il più delle volte però per far colpo, bastava mettersi a parlare in latino. Uno di noi a turno recitava il “Gaudeamus igitur” , poi si inventava una traduzione sempre diversa a seconda della situazione ma evitando qualsiasi riferimento alla Bibbia dal giorno in cui un prete venuto alla cantina a comprare del vino da messa, ci fece fare una terribile figuraccia. Peccato che, come tutte le cose belle, anche il nostro gioco ebbe fine. Uno dopo l’altro ci laureammo e le nostre strade si divisero, assunsero forme e contorni diversi. Da allora ho sempre cercato di non prendermi troppo sul serio e di fare lo stesso con la vita in modo da affrontare ogni difficoltà col sorriso sulle labbra anche se, la mia ex moglie mi ripete sempre che, con questa espressione da ebete stampata in faccia, non combinerò mai nulla di buono nella vita. Questione di punti di vista naturalmente... o almeno lo spero. Anche se oggi non ho potuto portarti che questa bottiglia, ti giuro che, non appena ne avrò la possibilità prenderò la macchina ed andrò sui colli, alla ricerca delle atmosfere di un tempo, di quelle cantine in cui i frutti della terra riposando diventano nettare, di quella antica ospitalità che fa di ogni forestiero un amante del vino, un intenditore che, prima di bere, osserva ogni bicchiere con la stessa sacra devozione con cui un sacerdote alza il calice durante l’eucarestia. Spento il cellulare, lasciati altrove gli impegni quotidiani, cercherò un angolo in penombra in cui sedere restando in ascolto dell’anima dei luoghi. Poi, come un mago, estrarrò dal silenzio alcune di queste mie vecchie storie e sorseggerò dal calice del tempo quell’istante in cui l’amore per la terra e le antiche tradizioni sprigionano sensazioni da gustare con tutti i sensi. Brinderò alla nostra amicizia. Rievocherò lo spirito avventuroso che ci rese studenti liberi e felici. Mescolerò sapori e lascerò che gli opposti si uniscano, che il vizio diventi virtù, che la ragione sconfini nella passione. E, come cantava Lorenzo de’ Medici , “chi vuol esser lieto sia!” perché “dopo l’allegra gioventù, dopo la scomoda vecchiaia, ci riceverà la terra!”

1 Una brutta vecchia
2 Copricapo dei goliardi
3 Canto goliardico
4 Canzona di bacco
5 Traduzione di“Post iucundam iuventutem post molestam senectutem nos habebit humus!” ( Citazione tratta dal Gaudeamus igitur)


sabato 19 novembre 2011

Idee per il Natale. Il Chianti DOCG Villa Petriolo Rosae MnemoSis e il principe scomposto di Vanni Cuoghi



Un’idea per le strenne natalizie…Il Chianti DOCG Villa Petriolo Rosae MnemoSis con il principe scomposto di Vanni Cuoghi: 300 cassette in legno, numerate progressivamente come si conviene ad una opera in tiratura limitata, con numeri che vanno da 1 a 300, contenenti ognuna 6 bordolesi di Rosae Mnemosis 2008, "Chianti dell'anno" per la Guida dell'Espresso 2012.

Scheda tecnica Chianti DOCG ROSAE MNEMOSIS 2008_VIlla Petriolo

Sul fronte di ogni cassetta è riprodotta l’opera “Il Principe Scomposto” di Vanni Cuoghi, artista contemporaneo. Nelle sue opere ama unire lo stile della rappresentazione con la narrazione stessa, dipingere figure dall'aspetto innocente come se fossero tratte da vecchi sussidiari o libri per l'infanzia e inserirle in un contesto dai toni inquieti. Per questo vino Cuoghi ha studiato la rappresentazione di un gesto d'amore - estremo- ma pur sempre d'amore, dettato forse da uno stato d'animo passionale. L´artista cerca nella forza del mito e nel legame che unisce Dionisio al vino la magia di quella bevanda che porta l’uomo a liberare naturalmente le proprie passioni legando insieme il ciclo della vita e della morte.

L’opera intitolata “Il Principe Scomposto” è un esempio tipico del modus operandi di Cuoghi. Il dipinto ritrae, con una veduta a volo d’uccello, una fanciulla intenta a lavare il pavimento. Dietro di lei giace il corpo di un principe, una sorta di manichino scomposto e fatto a brandelli. Poco distante, sul pavimento, è posata una sega da falegname. Si tratta evidentemente di una versione macabra e surreale della fiaba di Cenerentola, che l’artista dipinge come se si trattasse della scena di un crimine alla C.S.I. C’è la vittima, l’arma del delitto e anche l’assassino, ma manca il movente. L’allusione smaccatamente pop alla fiaba disneyana ne adombra, però, un’altra, meno evidente e più sottile, che riguarda le vicende del mito orfico. Dioniso è divinità della trasformazione, del vino e di tutti i succhi vitali (sangue compreso). Catturato infante dai Titani, il dio greco dell’ebrezza fu smembrato, bollito, arrostito e mangiato. Solo il cuore fu salvato per intervento di Atena, che lo portò ancora palpitante a Zeus. Quest'ultimo, per punizione, folgorò e incenerì i Titani, dalle cui ceneri nacque il genere umano. Lo smembramento del Principe-Dioniso operato da una Cenerentola-Atena è quindi un atto sacrificale di rigenerazione e di rinascita.

Vanni Cuoghi è nato a Genova nel 1966 e si è diplomato all’Accademia di Brera. È considerato uno degli artisti più interessanti nello scenario della nuova pittura italiana. Vive e lavora a Milano.

Il progetto è di Federica Ghizzoni e Silvia Maestrelli.



In abbinamento al Chianti Rosae MnemoSis, la piccola pubblicazione "Un Rosae per te. Ricette speciali di donne speciali".

UN ROSAE PER TE Ricette Speciali Di Donne Speciali

venerdì 18 novembre 2011

WINE ON THE ROAD: il racconto “Supplizio” di Giovanni Taddei



Giovanni Taddei è nato nel 1961 a Fucecchio ed abita ad Empoli (FI). Nel 2009 è finalista premio letterario-teatrale Città di Empoli con la commedia "Vita da Mario". La versione narrativa appare sulla rivista Novelle letterarie. Inizio della collaborazione con il bimestrale il Grandevetro. Nel 2010 è segnalato al premio letterario Castelfiorentino con "La cucina". Il pezzo esce sul n. 120-121 del trimestrale Erba d'Arno ed è il 1° capitolo di un romanzo inedito.

Il suo racconto “Supplizio”, con la suggestiva immagine a corredo, partecipa a “Wine on the road”, concorso letterario di Villa Petriolo edizione 2011.


Racconto “Supplizio” di Giovanni Taddei

... supplizio, certo, e ditemi voi come diavolo la volete chiamare una roba così... cioè, io, senza, non ce la fo a starci, non ce la fo... hanno voglia di dire ma basta che tu ti ci abitui, basta che tu ti convinca... io... ma poi scusate, è da quando che ero ragazzotto... prendevo la vespina, un fiasco del rosso di babbo e andavo da Rosa... biii, biii... lei usciva di volata con un foulard in capo e gli occhiali neri e si partiva... la collina scende, la collina sale... d'estate, tutto giallo... Rosa mi stringeva e io guidavo e... sentivo le sue puppine... la collina scende, la collina sale... s'andava fino ai cipressi, un po' d'ombra via via, e da lì giù alla fattoria della Bianchina... che po' po' di fattoria... era, era... e l'avevano lasciata cascare giù a pezzetti, che grulli... tutto intorno il giallo e appiccicate le puppine, la sentivo respirare Rosa... e s'arrivava... il fiasco sempre fermo ai piedi, perchè io lo tenevo fermo mentre andavo con la vespina che non mi poteva cascare mai il vino del mio babbo... nini, questo è il rosso sincero, nini, io non ci metto nulla, nulla, è uva spremuta, tu ne puoi bere quanto te ne pare, quanto te ne pare... Rosa in borsa c'aveva la coperta, s'andava giù in cantina e ci si metteva vicini alla finestra, che c'era un po' di luce e si vedeva se arrivava qualcuno... c'era fresco, fresco e io morivo dalla voglia d'ignudarla... due baci e una sorsata, due baci e una sorsata... a lei, una volta, gli sgocciolò dappertutto e mentre si rideva io gli mangiavo le gocciole addosso, era aspro, era aspro il rosso del mio babbo e lei... lei mi faceva schiantare... il diaframma, mm, tirava fuori il diaframma... tutte, tutte, anche quell'altre sue amiche di classe, si vede era il periodo... e a metterselo ci veniva anche da ridere... chiappalo, tiralo, stendilo e poi sopra c'andava messa una roba... cioè, lì per lì si perdeva un po'... ma poi si beveva a garganella e dopo, ragazzi miei dopo... no, no, non è possibile, è un supplizio, una sofferenza, io non ce la fo a stare senza... come fo a rinunciarci... anche con Franca, sì, lei c'era fissata di per davvero, e era anche brava, se tu vedevi come dipingeva, anzi, pittava, era di Napoli e s'era trasferita qui con tutta la famiglia intera, nonni zii... ma come gli piacevano i toscani, il vino e gl'omini... per me ci prese una sbandata, sì, lei era un fiume in piena, davvero, m'agguantò la vita e me la rigirò... e l'andai anche a aiutare a vendemmiare, certe colline ritte c'aveva, altro che ginnastica a portare le bigonce in su e giù... e poi lei c'era fissata, fissata, lo voleva fare sempre, dappertutto, la sua sorella ci trovò due volte, lei si scompose a per a punto, io non sapevo più... ah!, ma quella volta del suo babbo, porco Giuda, tra le viti... lei non sentiva ragioni, avevi voglia di spiegarglielo, dipingeva e gli venivan certe idee, s'accendeva... s'era finito di vendemmiare e erano andati via tutti, allora cominciò a ridere, mi disse che c'aveva un'immagine nel capo, me lo ricordo come fosse ora... e rideva, con quei denti bianchi che gli brillavano anche gl'occhi... e io... bimba, oh, ma te tu hai sentito troppo Battisti, vien via, e poi ci si sta anche male sulle zolle... non ci fu verso, non ci fu verso... c'era un'ariettina tiepida tiepida, l'odore dell'uva appiccicato dappertutto... e lei, nino mio, con quelle mani furbe... no, s'ebbe una fortuna sola, che il suo babbo girava sempre con il cane e quella santa bestia arrivò un minuto prima... sì, ma dopo cena ci si rifece, si bevve un paio di bocce di quello buono, che se ne intendevano tutti in casa sua, un rosso delle loro parti, non mi rammento neanche il nome, però, questo me lo rammento bene, ti rimaneva in bocca e... oh, a me mi pare che mi mettesse voglia, cioè, per me quel vino lì... dopo m'accompagnò alla macchina, e lì non sentì ragioni, appoggiati al cofano... e arrivò il cane un'altra volta, oh!, ma no, eh, il suo babbo no... era di già andato a letto gonfio gonfio, ci credo, con tutto quello s'era scolato... però non è giusto, non è possibile, io voglio sentire se c'è il modo, ci deve essere un modo per continuare, perchè io, io questa tortura non me la merito, non è possibile che io... cioè, che vuol dire più?!, che diavolo vuol dire che io non posso più.... un supplizio, se vi dico un supplizio!... ora, ora poi che con Luisa... e che gli racconto a Luisa?!... cioè, tanto lo so che non ci credete, ma lei, lei l'ho tirata su io... davvero, e non fate codeste facce costì, lei era... sì, lei non l'aveva... cioè, davvero, davvero... lei era vergine, sì, vergine e anche astemia, ditemi voi... e ora, ragazzi, ora... e è tutto merito mio, tutto merito mio, cioè, voglio dire... ah!, col vino ancora ci capisce il giusto... mi garba bianco, freddo e frizzantino... ma per il resto... ecco, allora mi dovreste spiegare come faccio io a dirgli che io e lei, cioè, che quando s'arriva nei momenti nostri... no, ecco, che io non posso più... porco d'un Giuda!... nemmeno bagnarmici le labbra accidenti a 'sta gastrite puttana!!... porca di una miseria porca e lurida e ladra... ma io dico se mi doveva capitare a me una roba così... cioè, proprio a me... no, ve l'ho detto, non c'è nulla da fare... è un supplizio.


giovedì 17 novembre 2011

“Un ricco tracciato” di Giuseppe Acciaro tra i racconti di “Wine on the road”, concorso letterario 2011 di Villa Petriolo




Giuseppe Acciaro, di Bologna, ci racconta di sé: “Ho pubblicato racconti e poesie su varie riviste ed antologie (Daemon, Virgole, Inchiostro, Edizioni del Laboratorio, Antologia dei poeti bolognesi, Raw, Macabrina, Fatece Largo, L’Orto…). Ho vinto ex-aequo il Premio Città di Busseto (1990) e il Premio Navile (1996). Sono stato tra i finalisti del Premio Massimo Troisi (1999)”.

Racconto “UN RICCO TRACCIATO” di Giuseppe Acciaro

La tela era stata rattoppata in un piccolo punto della parte destra dell’estremità inferiore.
Il lavoro era stato eseguito con molta perizia, da risultare quasi invisibile. Sal cercava il posto ideale dove fermarsi. Superò un paio di olivi, raccolse da terra un’euforbia marittima, che gli piaceva molto per la sua forma. Il sacco sulle spalle cominciava a pesargli, e sospirando lo depose delicatamente a terra. Anche la mano che stringeva il borsone gli doleva, così si decise ad appoggiare anche questo sul suolo polveroso. Si tolse il cappello di paglia per asciugarsi la fronte. Nel borsone aveva anche degli abiti di ricambio, ma prima intendeva darsi una bella rinfrescata. Intonò una vecchia canzone che sua madre metteva spesso sul piatto del giradischi: “Streets of Laredo”. La melodia l’aveva sempre affascinato,e una delle sue versioni preferite era quella di Johnny Cash. Qualche uccellino nascosto tra gli alberi sembrò esibirsi in una sorta di controcanto. La giornata era calda ma asciutta, proprio il clima che Sal preferiva. Aveva praticamente terminato il suo lungo percorso attraverso l’Italia. Era stato ospitato da contadini, ricchi possidenti, nobili, borghesi, da persone insomma di ogni categoria sociale. Non aveva preordinato nulla. Le conoscenze erano state casuali, così come gli eventi relativi agli incontri, le amicizie derivate erano nate spontaneamente. A tutti lui aveva parlato del suo scopo, del suo modo diverso di godersi una vacanza estiva, del suo desiderio di inventarsi un nuovo approccio, di caratterizzare un periodo della sua vita. Ogni giornata era stata differente, marcata dalle istanze del momento. In altre occasioni gli era capitato di improvvisare, di affrontare circostanze insolite, ma mai in modo continuativo.
Dal borsone tirò fuori una bottiglia di Barrò (Valle D’Aosta Torrette). Gliela aveva regalata Franco Himmer, un baffuto signore di origini austriache che gestiva un locale. Stappò la bottiglia, ammirò il colore di un bel rubino brillante e aspirò a lungo il profumo di fiori di bosco. Ne bevve un piccolo sorso e lasciò che il liquido sostasse qualche istante in bocca. Ripose la bottiglia e ne tirò fuori un’altra, stavolta si trattava di un Ruchè di Castagnole Monferrato, recuperato in un paesino dell’Astigiano. Il colore risultava simile al precedente, ma l’aroma ricordava la rosa, la viola mammola e l’albicocca, un delicato mix tra essenze floreali e gusto alla frutta. Non intendeva ubriacarsi e nemmeno sentirsi un po’ alticcio. Voleva invece rievocare le sensazioni legate a quei sapori. Il suo viaggio attraverso le regioni italiane gli aveva permesso di raccogliere tante informazioni, riguardo i vini, la frutta e la fauna locale. Lui aveva cercato le affinità, gli accostamenti, i nessi. Non era il suo scopo principale, ma voleva indubbiamente che le sue esperienze sul campo gli permettessero di accrescere il suo sapere riguardo la natura e i prodotti della terra. Una forma di conoscenza diretta e vitale, probabilmente la più intensa. Una necessità che si era andata formando e consolidando negli anni, che finalmente aveva trovato il tempo, l’energia e soprattutto il sistema per soddisfare.

mercoledì 16 novembre 2011

Il campo di ulivi s'apre e si chiude come un ventaglio...La raccolta delle olive 2011 a Villa Petriolo



"Il campo
di ulivi
s'apre e si chiude
come un ventaglio.
Sull'oliveto
c'e' un cielo sommerso
e una pioggia scura
di freddi astri.
Tremano giunco e penombra
sulla riva del fiume.
S'increspa il vento grigio.
Gli ulivi
sono carichi
di gridi.
Uno stormo
d'uccelli prigionieri
che agitano lunghissime
code nel buio".

("Paesaggio", Federico Garcia Lorca)



Nonostante una quantità non abbondantissima di olive, la qualità del nostro olio IGP Toscano di Villa Petriolo quest’anno sarà ottima.



Appena la polpa delle drupe perde un po’di consistenza, si inizia la raccolta. Nei nostri 14 ettari di uliveta, tutta collinare, a Cerreto Guidi, abbiamo iniziato già da una quindicina di giorni: occorre evitare quanto possibile la cascola naturale – la caduta delle olive a terra, che provoca marcescenza -, e dunque procedere quando il momento è veramente propizio, né un momento prima né dopo.

Un tempo, anche sul nostro territorio del Montalbano, si usava il metodo tradizionale della bacchiatura: ossia, le olive venivano percosse con un bastone, cosa che provocava non poche ammaccature dei frutti e notevoli danni ai rami.

A Villa Petriolo la raccolta delle olive (di Leccino, Moraiolo, Mignolo Cerretano), oggi, avviene a mano, con il supporto di pettini con moto a vibrazione per le fronde più alte. Le olive cadono su teli sottochioma, dai quali vengono raccolte manualmente e depositate in cassette forate. Immediato, dopo un’ulteriore cernita per eliminare del tutto rametti e foglie, il trasporto al più vicino frantoio per conservarne integra la qualità.

martedì 15 novembre 2011

...dove all’ulivo si abbraccia la vite



“…tra valli fiorite, dove all’ulivo si abbraccia la vite"

(Il sogno di Maria, Fabrizio De André)

lunedì 14 novembre 2011

Il racconto “Dieci bicchieri di ricordi” di Tiziana Monari per "Wine on the road"



La raccolta dei racconti partecipanti a “Wine on the road”, concorso letterario 2011 di Villa Petriolo, si arricchisce…

Tiziana Monari nasce a Monghidoro in provincia di Bologna, piccolissima si trasferisce con la famiglia a Prato, anche se trascorre ancora lunghi periodi con i nonni nella quiete della montagna. Segue studi umanistici letterari, ama leggere, girare il mondo e fare lunghe passeggiate nei boschi con il suo cane. Scrive poesie e racconti solo da qualche anno.
Molte sue poesie sono presenti in raccolte e riviste letterarie. Ha al suo attivo circa cento concorsi vinti alle prime posizioni.
Quattro sono le raccolte che ha pubblicato: “Frammenti d’anima” Aletti editore, “Il cielo capovolto” Maremmi Editore (risultato del premio letterario l’Autore)e “Il lamento di Antigone” Lulù Edizioni- E’ del 2010 la sua ultima pubblicazione ”La luna di Dachau”(risultato del premio letterario Patrizia Brunetti).


Racconto “Dieci bicchieri di ricordi” di Tiziana Monari

Non mi è mai piaciuta la vita rilegata in poche stanze, stare confinata in un luogo chiuso. Vivere dentro un regno difeso da sottili pareti di vetro. La stessa casa. Gli stessi mazzi di fiori freschi, l’inutile sfoggio di colore dell’arredamento. Ho sempre sognato di affacciarmi ad una finestra e vedere la foresta primigenia della mia mente, un viluppo di tronchi e rovi, di biforcazioni e lune, di fiumi e laghi di smeraldo, dove il mio pensiero non ha mai cessato di esistere. Il viaggio per me è sempre stato il colore dell’esistenza, la gioia del movimento, il piacere della scoperta. Nel viaggio ho assaporato colori e profumi, ho sorseggiato buoni vini, facendoli scendere lentamente in gola, provando quella breve euforia del mondo che si sfilaccia, si collide, poi si riassorbe. Ho fatto tintinnare il bordo di calici con nettari pregiati, ho sentito il liquido ambrato che scorreva lentamente nelle vene,prendendo possesso di ogni fibra del mio corpo.
Assaporare la vita era prendere un piccolo battello col mare mosso ed andare a esplorare Chiloè. Partivo con lo zaino in spalla, in mattine di lievi foschie, abbandonandomi all’avventura, alle brume del desiderio e dell’incanto. Approdavo in un’isola diversa da tutte quelle che avevo precedentemente conosciuto. Un luogo selvaggio, figlio del tempo, abbracciato al mare dalle sue palafitte colorate. Una terra di dei e semidei, con le capre venute chissà da dove, abitata da re e pirati. Un luogo nebbioso e magico che non apparteneva a nessun clima, un bacio lungo di cielo e di mare. Trascorrevo ore intere pigramente sulla spiaggia a raccogliere conchiglie, a sentire la loro voce di marea. Erano giorni vissuti in un idillio sacro, senza giornali, senza telefono, senza orologi, segnati soltanto dal percorso del sole, dalle grida dei gabbiani,dal lento sfogliarsi delle pagine dei libri. Vivevo come Ulisse nell’isola di Calypso,con una strana disperazione che calava nel cuore, alla sera. Poi la bruma si allargava, il profilo della notte mi avvolgeva come un mantello. Era l’ armonia del mondo Chiloè, la mia provvidenza personale, la mia isola del tesoro da vivere senza riserve . A Chiloè ho conosciuto l’Undurraga,il vino degli dei, il conforto dei mortali come scriveva Pablo Neruda. Adoravo sorseggiare dalla mia terrazza sul mare questo vino prezioso e profumato, frutto di una terra bellissima fatta di deserti, ghiacci e venti. Affondavo delicatamente la vite nel sughero e mentre levavo il tappo l’aroma intenso che si sprigionava dalla bottiglia allontanava il freddo che sentivo nel cuore. Nei giorni di pioggia mi perdevo per cantine, prendevo un bicchiere vuoto all’entrata e procedevo di mescita in mescita, riempiendo le mie papille gustative di liquidi puliti ed eleganti. Si dice che la coltivazione della vite in Cile risalga al 1500,gli spagnoli furono i primi ad importare uve dalla Spagna . I grappoli più preziosi ancora oggi vedono la luce nella valle del Maipo. Di questo luogo ricordo “La taverna del sole” una piccola enoteca con i mattoni a vista che dava l’idea di qualcosa di genuino, di vero. Le bottiglie allineate disordinatamente sugli scaffali, un cartello che diceva che il vino era come l’amore. Entrambi devono essere coltivati con cura e dedizione, tutti e due hanno bisogno di un terreno fertile, devono essere coccolati,annaffiati,protetti. I tavoli erano coperti di tovaglie a quadretti rossi e le bottiglie sprigionavano un aroma tenero e gustoso mentre la luce del sole tramontava dietro le colline che costeggiavano la vallata.
La vita ha il potere di ricordarci ogni attimo cosa sia il dolore, la disperazione, la tristezza, il fallimento. Per vincere il malcontento che avvelenava e che avvelena anche oggi le mie giornate, iniziavo lunghi viaggi senza meta, in luoghi di amabili ombre, manipolando la memoria e le dimenticanze. Toccavo le esigue pietre fredde e tristi di Venezia, le sue piogge, i lampioni delle sue piazze. Da una gondola che vibrava a filo d’acqua ammiravo in estasi questa città d’oro, splendida e cupa, scintillante e malinconica. Assistevo con passione e tenerezza alla sua morte. Venezia era una bella donna che si spengeva col giorno e si accendeva di forme e prodigi sul far della sera. Amavo i profili dei suoi canali, il velo di vapore nel cielo, le piccole cose di ogni giorno che qui erano teatro, esistenze puramente sceniche, insieme alla via lattea e alle stelle. Mi tuffavo nella sua luce, nella vibrazione delle sue onde, nella passione del suo cuore irreale. Contemplavo per ore i marmi delle sue chiese, la compostezza, la porosità dei loro capitelli. Aguzzavo i sensi e percepivo il profumo dell’universo e di un vino inimitabile:il prosecco. Lo riconoscevo ad occhi chiusi già al primo assaggio, fresco, allegro,testimone di una terra di alte colline ricamate da fitti vigneti. Versatile, fruttato, giovane, luminoso come le foglie delle sue viti che mantenevano la luminescenza oltre il calare del sole. Un sapore aspro, rotondo,da succhiare piano, come un amante. Era amore il prosecco, una bolla organica di piacere,mentre la mente andava al ricordo di chicchi chiari e maturi tinti dagli ultimi spasmi del tramonto. Intorno la quiete di un universo in silenziosa attesa, il vento che mi scompigliava i capelli, il silenzio che ondeggiava, interminabile.
Parigi mi accarezzava le veglie, camminavo per ore sulla Senna, la città deserta, il cielo che si tingeva di viola. Percorrevo le sue strade, i suoi vicoli antichi, sostando nei giardini, nelle piazze dalle lievi cadenze barocche. Era tutto armonico e accorato, nell’abissale distanza di epoche e stili. Guardavo le vecchiette che in coppia affollavano gli hotel ,l’occhio fisso, i capelli azzurri, le gambe magre e lunghe, la bellezza ormai svanita, il passo lento e impacciato,un bagliore di demoniaca curiosità dentro il cuore. Si affollavano in vite consumate dall’abitudine, logorate dal dolore. Ora, a oltre settant’anni,si riunivano in un unico respiro, con un desiderio di conoscenza nuovo,come se solo adesso cominciassero ad esistere. Non amavo sostare nei grandi alberghi, quelli dove nessuno ti conosce, pieni di gente snob, di ascensori, di vetrine luccicanti. Preferivo i piccoli alberghi dove la storia del mondo veniva tenuta rispettosamente lontana. Raccoglievo gesti, espressioni, storie d’amore intrecciate e subito sfiorite. A volte sorseggiavo una coppa di champagne con il cappellaio matto in una stanza che profumava di miele e fiori di campo. Le frizzanti bollicine portavano alla memoria storie di abbazie e di monaci, di tavole di legno a forma di freccia piazzate davanti a solitarie strade di campagna. La bottiglia di champagne sbirciava timida nel passato , cercando di orientare il mio futuro. Insieme stipulavamo timide alleanze. Ne scrutavo di soppiatto la limpidezza, il colore biondo, sognando grappoli di glicine che scendevano dal pergolato in una metamorfosi estiva che sarebbe durata nei miei ricordi per tutta la vita.
Ad Aru Island invece le giornate erano molto lunghe, l’orizzonte stagliato in un punto lontano. Vivevo in un piccolo lembo di terra, in un verde misto alla pioggia e a centinaia di uccelli. Piccolissimi e luccicanti come delle lamiere che oscillavano nel cielo lanciando grida stridule. Le giornate che si preparavano avevano in serbo meraviglie. Nuotavo con i pesci volanti sulle onde, con il sole che bruciava quella piccola striscia di terra e faceva salire dolci nuvole nel vento della sera. Respiravo l’odore del mare, del cielo azzurro intenso, delle palme lucenti. Sentivo un bruciore negli occhi, nel centro del corpo, il sole sospeso sull’isola, l’aria calda che mi accarezzava come una musica dura e pesante, che stringeva il cuore. Alla sera ingoiavo euforica un pinot nero, alto, slanciato e ricco di personalità per placare quel malessere interiore che da sempre fa da sfondo alla mia vita. Mi mettevo davanti al bicchiere e ne studiavo le tonalità di colore, la trasparenza, la lucentezza. Chiudevo gli occhi e aspiravo il suo profumo in un viaggio irreale alle soglie dell’infinito.
Non ho mai abbandonato le illusioni che mi hanno fatto vivere. Come Don Chisciotte ho attraversato l’ardore delle fiamme e lo strepitio delle acque. Ho vagabondato per apprendere, per capire, per perdere incertezze e acquistare illusioni. Ho percorso strade , provando e riprovando, fuggendo, cercando cose perdute, in un’allegria furiosa, in un mondo che era un variopinto mercato dove tutto era in vendita a poco prezzo. Ho degustato centinaia di vini, mi sono persa in riflessi rosso rubino, un sorso dopo l’altro. Ho ascoltato Mozart in compagnia di buoni rosati, di vini speziati ed amarognoli, ho tradotto Seneca mentre un Cabernet ammansiva le mie ansie. Sono stata assalita da migliaia di pensieri,convivendo con me stessa, altre volte annoiandomi profondamente. Ma ho conservato sempre la meraviglia che prova il viaggiatore davanti alle rovine dei templi,davanti al calore antico di un barbaresco, deliziandomi di ogni cristallo di rosso, gli occhi che di notte si alzavano verso un’invisibile città celeste. Facendo della mia vita una copia del cielo, accostando i giorni alle notti, alle colline che si arrotondavano nelle valli, allo scroscio delle correnti ,alla lentezza accidiosa dei fiumi. La mia vita diventava un viaggio, l’unica possibilità di salvezza. Un unico eterno viaggio alla scoperta di quelle cose incompiute e mancate, che possiedono la forza della rigenerazione. E del rimpianto.

venerdì 11 novembre 2011

L'oro giallo di Villa Petriolo. La baby-raccolta delle olive per la FATTORIA DELLA CULTURA


"All'inizio è l'agricoltura (l'allevamento, la pesca, la raccolta). L'agricoltura determina gli usi alimentari. Gli usi alimentari determinano la cucina".
Da Luxuria. Grammatica della cucina mediterranea di Adelchi Scarano, Tascabili Bompiani, 2006


Alimento, combustibile, cosmetico, farmaco, elemento rituale, risorsa economica. Parliamo dell'olio, che, insieme al vino, è la vera ricchezza del popolo mediterraneo, a cui nei secoli si è sempre attinto per sostenersi.



Ieri mattina, a Villa Petriolo, in compagnia dei bambini della Scuola Elementare di Corniola (Empoli), abbiamo scoperto come si ottiene il cosiddetto "oro giallo", l'olio extravergine d'oliva.

Oggi, infatti, oltre al vino proveniente dalle morbide colline del Montalbano, una parte interessante della produzione dell’ antica “residenza di delizia” degli Alessandri è costituita da un ottimo olio extravergine d’oliva IGP.

L’olio extravergine di oliva di Villa Petriolo si produce dalla selezione di olive Leccino, Moraiolo, Mignolo Cerretano, provenienti dalle zone collinari di Cerreto Guidi.
I nostri contadini consegnano il raccolto al frantoio nel tardo pomeriggio e subito le drupe vengono trasformate, così da non alterarne le caratteristiche fisiche ed organolettiche: l’olio prodotto è di colore giallo oro con riflessi verdolini, dal gusto fruttato, piacevole e armonico al palato, ottimale per condire le bruschette con cui i bambini, a fine laboratorio (inserito nel progetto LA FATTORIA DELLA CULTURA, col Patrocinio del Circondario Empolese-Valdelsa e della Regione Toscana), hanno fatto merenda. In particolare, l’olivo Mignolo, che dona frutti a maturazione tardiva con olive ancora verdi, presenta un gusto piuttosto deciso, quasi “pizzichino”, che i nostri piccoli ospiti hanno decisamente gradito.


Coloriamo il ciclo produttivo dell’olio extravergine d’oliva!

L’olivo (olea europea sativa), oltre a regalarci tante golosità, arricchisce la Toscana, insieme alla vite, di un fascino tutto suo per cui il paesaggio toscano è immediatamente riconoscibile e apprezzato nel mondo. Addirittura, qualcuno sostiene che la multicoltura adottata in Toscana – la vigna accanto all’oliveta – aggiunga ancora maggior sapore ai relativi prodotti, vino e olio. L'olivo ha un altro merito: conserva anche l'assetto idrogeologico del territorio, contribuendo a salvaguardare l’esistenza delle nostre aree rurali. Olio e olivo, quindi, come ambasciatori della buona agricoltura.

A testimonianza di quanto radicata ed antica sia l’olivicoltura sul Montalbano, restano le invenzioni di Leonardo Da Vinci, che della ricchezza di questa terra si è nutrito: nel Codice Atlantico è progettato uno strettoio per olio, destinato alla spremitura delle olive, esempio di meccanizzazione del lavoro agricolo sin dal XV secolo.



L’obiettivo dei progetti di educazione alimentare di Villa Petriolo è di diffondere presso le generazioni più giovani i principi di un’alimentazione equilibrata e salutare, rispettosa della natura e attenta ai processi produttivi necessari a conservare integro il patrimonio naturalistico a nostra disposizione.

I bambini riescono così ad aumentare il loro sapere: il saper fare, il saper essere.

La consapevolezza dell’ interazione fra individuo e ambiente come fonte di sviluppo personale ci porta ad avvicinare in modo graduale e ludico i bambini al mondo dell’alimentazione e del cibo, insegnando loro concetti semplici ma importanti, quali la stagionalità dei prodotti come frutta e verdura. L’uso di un linguaggio semplice, diretto, è imprescindibile per avvicinare il bambino ad un rapporto consapevole e critico nei confronti del cibo. Partecipare in prima persona alla raccolta delle olive è motivo di crescita del bambino, che, ci auguriamo, sente di aver fatto parte di questo sviluppo e del processo che porta alla creazione di un alimento che andrà a sfamarci con gusto.


Le merende contadine.

La raccolta a mano delle olive - quella tradizionale, il miglior metodo per ottenere un olio di qualità, applicata con la dovuta attenzione, affinché le olive non si schiaccino e surriscaldino (facendo aumentare il livello acido dell’olio) in alcun modo - ha messo a tutti un certo languorino...

I laboratori didattici di Villa Petriolo vogliono contribuire a creare una cultura aperta dell’alimentazione, che, allontanando la consuetudine col cibo spazzatura, avvicini i bambini a quello sano della vita di tutti i giorni, di cui scoprire insieme quanta fatica e lavoro occorrano per mantenere fruttuosa la terra, quella stessa terra che, ben curata, ci dona l’uva, le olive, il frumento, la frutta. Da sempre.
Il tentativo di introdurre nuovi alimenti e nuovi sapori, meno familiari nella dieta infantile odierna ma fondamentali per stimolare la sensorialità – i sapori acidi, ad esempio, come l’uva appena vendemmiata e il vino – ci porta a proporre, a conclusione di ogni laboratorio didattico, le merende contadine, a base di pane e olio, schiacciata con l’uva e pane, vino e zucchero.


A ruzzoloni sul prato.

Immancabile, a fine esperienza didattica, lo spazio per il gioco e il libero movimento: correre e restare a contatto con la natura per tutto il tempo che si desidera è la giusta ricompensa per l’impegno di ogni bambino.



Inedita soluzione per riciclare l’imballaggio del nostro vino L’Imbrunire: il bob sull’erba!


Il frutto della nostra opera.


Un sorriso ancora a tutti i bambini e alle maestre della Scuola Elementare di Corniola: vi aspettiamo presto!

giovedì 10 novembre 2011

"Wine on the road": “Incontri alcolici del terzo tipo” di Gianroberto Viganò per la raccolta dei racconti del concorso 2011 di Villa Petriolo



Ancora un bel racconto per “Wine on the road”, concorso letterario di Villa Petriolo edizione 2011.

Gianroberto Viganò è nato a Seregno (MI) nel 1970 e risiede a Meda.
Laureato in Scienze Politiche, si occupa di risorse umane per una storica azienda metalmeccanica. Scrive dal 2006, da quando è nata sua figlia Silvia. Predilige favole o racconti umoristici ambientati in provincia. Ha vinto una decina di premi letterari, fra i quali Una favola al Castello (Torino – edizioni 2007 e 2010), Castelli di Carta (Bellinzona – Svizzera – 2007) e Il Pennino d’Oro (Casirate d’Adda – 2010).


Racconto “Incontri alcolici del terzo tipo” di Gianroberto Viganò


Vi è mai capitato di conoscere qualcuno con una visione ucronica del fluire del tempo? Non parlo di un viaggiatore nel tempo o di un marziano tratto dai racconti di Ray Bradbury, ma di un soggetto a cui non fa la minima differenza rivedersi dopo dieci giorni, dieci mesi o dieci anni?
Esseri così somigliano alle vecchie zie, che ti considerano sempre un fanciullo e sanno leggerti nel cuore meglio del maestro Yoda di Guerre Stellari. Sono personaggi, che pur non incontrandoti per diverso tempo, sono capaci di riprendere l’argomento dell’ultimo incontro, come se nulla fosse successo nell’intermezzo.
Marco, un mio carissimo amico di Liceo, appartiene a questa categoria. Lo rividi un Sabato davanti la scuola di mio figlio a distanza di anni.
Dopo i convenevoli, mi riservò a bruciapelo una delle sue classiche domande strampalate, a cui non ero più abituato;“Come prepari lo Spritz?”
“Veramente lo Spritz non lo preparo, ma lo bevo...” Gli risposi fra il serio ed il faceto, cominciando lentamente a rammentarmi il suo tipico modo di fare che ti spiazzava come un pallone calciato da centrocampo e finito all’incrocio dei pali.
“Preparare lo Spritz è un’arte.” Cominciò a dissertare con passione, dimostrando di conoscere la materia a menadito. “Occorre pratica e dedizione. Io ci metto due terzi di Prosecco di Valdobbiadene, un terzo di Select e poca, pochissima acqua frizzante, anzi meglio il selz, perché l’acqua provoca ruggine allo stomaco.”
Decidemmo di proseguire la discussione, prendendo un caffè al vicino bar.
“Ci mettiamo l’antigelo?” Aggiunse, strizzandomi l’occhio ed indicando la tazzina.
“Sì, un goccino di Sambuca.” Sghignazzai.
In pochi minuti noi due eravamo ridiventati un tutt’uno come ai tempi di scuola. Così, tra un caffè corretto con la Sambuca e un bicchiere di Sambuca corretto col caffè, ci demmo appuntamento fra qualche giorno, o forse qualche anno.

mercoledì 9 novembre 2011

Ti darò buon vino



“Vangami nella polvere, incalzami nel fango, io ti darò buon vino”.

Detto popolare

martedì 8 novembre 2011

“IL VINO MIGLIORE DEL MONDO”, il racconto di Angela Amico per “Wine on the road”




Buona lettura del racconto con cui Angela Amico ha partecipato a “Wine on the road”, quinto concorso letterario di Villa Petriolo!

Angela Amico è nata a Caltanissetta, dove abita e si occupa di formazione professionale. Ha scritto diversi racconti, e partecipato a concorsi letterari. Qualcuno l’ha anche vinto. Nel 2002 una piccola casa editrice di Caltanissetta, la Terzo Millennio, ha pubblicato la sua raccolta di racconti “Il Pettine d’Avorio”, da cui è stato tratto un melologo per voce recitante e sette strumenti, rappresentato in diversi teatri italiani.

Racconto “IL VINO MIGLIORE DEL MONDO” di Angela Amico

Non potevi prevedere che piovesse, ma alla fine è bastato indossare un piccolo pullover e, sulle strade rese lucide dall'acqua la tua auto è scivolata silenziosa. Non hai acceso neanche lo stereo, basta il suono del vento ovattato dai finestrini e quell'impercettibile sibilo dei respiri. Tu ti senti vivo, e lei vicino a te è stupita dall'intimità acquisita da una sola notte trascorsa insieme.
Quando piove, la campagna assume dei colori più intensi, e la pietra nera della sciara diventa lucente come fosse preziosa, i cestini gialli dei fiori di ginestra a ravvivare il nero, e la cima dell'Etna a indicare, là in fondo e in alto, che c'è una inarrivabile meta che ci aspetta, comunque. Non oggi, però. Oggi si va per vigneti, e per cantine.
Non hai pianificato l'itinerario, è come se fossero la strada e la campagna a condurti. Le gite precedenti, con altre persone, con un altra donna, sono state cancellate, rese pallide e lontane. C'è solo questa gita, questa strada e questa donna, della quale a stento conosci, oltre al nome e al numero di telefono, poche informazioni essenziali, poche abitudini, qualche nevrosi. Però stai respirando la stessa porzione di atmosfera, su questa piccola porzione di pianeta, e stringendo la sua mano tiepida, e avvertendo le piccole oscillazioni del suo respiro quando stringi un po' di più il suo polso, o quando ti avvicini un secondo per odorare i suoi capelli.
Fuori dal paese, le indicazioni cominciano a segnalare le case vinicole. Alcune sono notissime, e ne hai assaggiato qualche bottiglia, di altre hai letto sui giornali, altre sono sconosciute. Non sai da quale cominciare e ti accontenti di guardare a destra e a sinistra della strada, lisciando con lo sguardo i filari ordinati, e i casolari più distanti dalla strada; qualche cane attraversa pigramente la strada, ma la tua auto procede lentamente, nessun pericolo.
Poi, al colmo di una piccola salita, sulla sinistra, si apre un cancello di un'eleganza trasandata e antica, e due filari di tigli e in fondo una casa di campagna dipinta di rosa, ma non di recente, una di quelle case come ce ne sono a centinaia nel territorio circostante. La casa richiama qualcosa alla tua mente, un ricordo d'infanzia, o solo una suggestione del momento. Anche lei si sporge incuriosita a guardare, e questo ti sembra basti a farti deviare attraverso quel cancello e verso quella casa.
Davanti alla costruzione, lo spazio è circondato da muretti in pietra. Vasi di terracotta, di varie dimensioni, contengono piante grasse e fiorite, non troppo curate, ma rigogliose, vive. Due cani sonnecchiano, ma all'udire il motore dell'auto si alzano, le orecchie ritte e la coda immobile.
La voce di un uomo tranquillizza i cani e ti consente di scendere dall'auto e presentarti.
“Buongiorno, disturbiamo?”
Il signore ha un'aria distinta, antica anch'essa. I pantaloni e la camicia sono vecchi ma di qualità, e ha un sigaro tra le labbra.
“Accomodatevi pure. E' stagione di vino nuovo, nessuno disturba qui. Venite dalla città?”
“Si, e siamo in giro per cantine. Cosa produce?”
“Sogni, produco sogni.”
“Sogni?”
“Si. Mio nonno era barone, e suo nonno anche. Lui portò la tecnica del vino dalla Francia. E le barbatelle di Merlot, nascoste tra le sete del corredo della moglie parigina.”
“Le portò di nascosto?”
“Certo. La famiglia non avrebbe tollerato un rampollo che lavorava, e in campagna poi! La campagna la lavoravano i contadini, e loro ne ricavano denaro per comprare vini francesi. Ma produrli, che volgarità! Ma come posso tenervi ancora in piedi? Sediamoci sotto il pergolato.”
Sotto il pergolato ci sono quattro poltroncine di ferro e un tavolino. Un vassoio di calici e due brocche vuote sono in attesa.
“Sapete quanti anni, e quante traversie? Un anno era colpa della grandine, e un anno della filossera. Si piantava di nuovo, si facevano venire i piedi di vite dall'America, e dopo due anni era la tignola. Dal trisavolo in giù, i possedimenti della baronia venivano venduti a vantaggio della cura dei vigneti. I palazzi di città, e i gioielli delle donne, tutto sacrificato. Ma si coltivava un sogno, e un sogno non ha prezzo.”
“Ma siete riusciti, alla fine?”
“Vedete il vigneto? Produciamo il vino. Siamo riusciti nel sogno? In quello dei nonni, si. Nel mio, forse non ancora. Andiamo.”
Prende la brocca e un calice, e ci dà un calice per uno. Tu afferri la mano di lei, che ha le dita calde, e insieme seguite il barone, lungo la casa, verso la cantina.
Dopo la luce del giorno, la cantina è solo un antro fresco e molto scuro. Occorre qualche secondo finché gli occhi si abituino al buio; le narici sono investite di un odore persistente, e lei indietreggia un attimo. Tu la sostieni, la accompagni.
Le botti sono grandi, antiche. Sembrano guardiani del tempo. Il barone stilla il vino da una di quelle botti, e un liquido rubino fluisce nella brocca. La superficie si copre di miriadi di bollicine argentate, che luccicano nella penombra della cantina.
Il barone lascia la brocca su una botte utilizzata a mo' di tavolino e vi guida verso un locale ancora più interno che conserva delle botticelle impolverate.
“Ognuna è stata sigillata per il battesimo di un barone del casato...dal 1798 a oggi. L'ultima è quella di mio figlio.”
“Non si aprono?” lei chiede. La sua voce risuona fresca.
“No. Proviamo a sfidare l'eternità.”
Il barone ritorna indietro, versa dalla brocca il vino nei calici.
“No, non bevete. Aspettate un attimo.”
Tu trattieni il fiato. Hai già percepito il profumo del vino e ti senti interrotto, frenato.
“Nulla è un caso, nella nostra vita. Potrei raccontarvi come il sogno del vino, o la sua ossessione, hanno governato la vita dei miei avi, la mia vita e quella dei miei figli. Ma non è importante. Quello che importa è che voi siate qui, adesso, con questo vino. Brindate al vostro sogno.”
Tu guardi lei. Lei ti sorride. Non c'è bisogno di scegliere il sogno né, tanto meno, di dubitare delle parole del barone.
“Cosa c'è nel suo sogno, barone?”
“Il vino migliore del mondo. O forse solo il vino che piace a quelli che sognano e si intestardiscono a perseverare.”
Tu assaggi, assapori, inali profumo e gusto. Lei assaggia e si stringe a te. C'è un sole arancio che sta tramontando dietro le vigne, e lascia prevedere che domani non pioverà.

lunedì 7 novembre 2011

L'intreccio ritorto


Villa Petriolo in novembre

“Vite che tutto lenisce, madre dei frutti che nutrono l’ebbrezza, alimenta l’intreccio ritorto dei viticci attorcigliati…”
Antologia Palatina

domenica 6 novembre 2011

“LO ZAINO DI RACHELE” di Eleogivio Tani per "Wine on the road", concorso letterario 2011 di Villa Petriolo



Continua su DiVINando la pubblicazione di tutti i racconti partecipanti al quinto concorso di Villa Petriolo “Wine on the road”!


Eleogivio Tani
è nato a Lugo (Ra) nel 1947 da padre noto pittore, scultore e caricaturista romagnolo, e madre leccese. Dopo il diploma di Perito industriale, ha studiato Economia e Commercio all’ Università Cattolica di Milano. Ex quadro caposervizio gruppo Fiat, partecipò alla marcia dei 40000 agli inizi degli anni ottanta. Ha appena vinto la sua guerra contro il tumore durato 20 anni. Ha ottenuto sempre premi in occasione di alcune partecipazioni a concorsi letterari ed ha pubblicato due libri di poesia e narrativa.


Racconto “LO ZAINO DI RACHELE” di Eleogivio Tani



Quella sera novembrina, Milano era un blocco di umida nebbia, qua e là illuminata dalle luci colorate dei traffico arrogante e dei negozi colmi di gente in corsa.
Rachele camminava decisa col suo zaino colmo e pesante con quel cappuccio nero appuntito che la faceva sembrare una piccola befana, intenta a portare i suoi doni.
La conobbi al secondo anno di Economia alla Cattolica mentre alle mie spalle, durante la lezione di matematica, strisciava i suoi ferri per farsi una grande sciarpa di lana dai mille colori.
Allora, nel 72, io avevo 25 anni e lei la veneranda età di 60, alla ricerca della sua terza laurea.
Altre volte la vedevo mentre arrancava le scale mobili della metropolitana e mi domandavo come poteva, alla sua età, avere ancora così tanta energia e forza di vivere.
Nello zaino, oltre ai libri, ci teneva di tutto: foulard, berretti, calze, bottiglie, panini, bicchieri, una bottiglietta di vino rosso e persino una piccola padella in cui cucinava ogni tanto per strada accendendo una bomboletta da campeggio.
A sentirla parlare non era per nulla ciò che sembrava. La sua dialettica era sciolta, colta e perspicace e il suo sguardo spesso mi anticipava i pensieri, come se già sapesse quello che avevo in mente di domandarle.
Entrambi eravamo studenti serali di economia, io al mio secondo anno e lei al quarto.
La differenza tra noi era enorme, forse abissale. Ciò che ci univa erano alcune aule e alcune strade milanesi che casualmente frequentavamo contemporaneamente.
Quella sera, proprio quell’ultima sera, trovai il coraggio per chiederle come mai tanto zelo e tanta ritrovata energia per una ulteriore laurea che non le avrebbe dato altro, oltre l’onore.
“ Sono sempre stata una donna sola, ho viaggiato in roulotte tutta la vita, e solo adesso, che sono in pensione, posso finalmente dedicarmi alla mie passioni” mi rispose.
“Ho amato la roulotte come tutti amano la loro casa, col vantaggio di poter viaggiare continuamente in lungo e in largo senza orari e senza meta” continuò.
Mentre diceva ciò il mio sguardo si posò su quello zaino stracolmo e su quella facilità di trovare un luogo sereno ed appartato in cui poterlo aprire ed estrarre tutti gli oggetti che le sarebbero occorsi.
La sua era dunque una consolidata abitudine di portare con se tutto ciò che le sarebbe occorso o che le avrebbe fatto piacere avere.
Da anni non viveva più in roulotte, ma aveva conservato un forte e organizzato senso del possesso e dell’utilità di attrezzature e strumenti di cui non poteva farne a meno.
Eppure i suoi abiti erano puliti e a volte profumati, la sua andatura energica e riposata ed il suo vestiario spesso cambiava stile rimanendo comunque sempre assai personalizzato.
Sullo zaino una sua consunta poesia diceva :

Si è fatta sera,
il camminare è tanto,
Il giorno non bastò
a sciogliere il mio pianto.
Continuerò a cercarti
Aldo, amor mio,
finché le gambe
non mi diranno “addio“.


Seduta sul muretto sotto il pino, Rachele aprì la bottiglietta di vino rosso, ne versò in un bicchiere e me l’offrì.
“Beviamo alla salute di Aldo, mio figlio” mi disse”il mio amore perduto”.
La sua vita a quel punto uscì dalle sue labbra come un fiume in piena, gli amori passati, le delusioni, le passioni, le amarezze e le ricerche vane e misteriose di un mondo e di una vita tra miliardi di vite diverse e inafferrabili.
Quel vino inebriante aveva aperto le porte della più profonda delle confessioni, la porta dei segreti più reconditi e dei misteri che sino ad allora non avevano fatto capire lo spessore dell’anima e dei comportamenti.
I sentimenti, come gli oggetti, le appartenevano costantemente in ogni luogo, come se mai avesse potuto liberarsene, essendo parte vitale di se stessa e dell’ambiente, che ogni volta cambiava.
Suo figlio sparì improvvisamente quindici anni prima, di lui non si seppe mai nulla solo piccoli oggetti in quello zaino che la madre continuava a trascinare con sé eternamente.
Quella sera fu l’ultima volta che le parlai.
Due mesi più tardi seppi che era morta assiderata sotto la stazione della metropolitana.
Sul giornale un piccolo trafiletto:
“Rachele Welch è stata ritrovata stamane assiderata sotto la stazione metropolitana di Cordusio, trattasi di una donna sessant’enne d’origini slave, per accertarne l’esatta causa, l’autopsia sarà eseguita domani”.
Da quel giorno ho pensato a quante vite ci scorrono vicine, spesso più intense e problematiche della nostra e a quanto poco facciamo per non legare a noi i ricordi più tristi altrui, come oggetti da viaggio pronti all’uso.
Anche la vita è un viaggio e i sentimenti gli strumenti con cui sopravvivere alla fame e alla sete della dignità, sempre con noi e in noi, pronti all‘uso.