sabato 31 dicembre 2011

Il racconto “Monterosso” di Paola Ricchiuti per augurare buon anno agli amici di DiVINando!



Carissimi amici di DiVINando,

il 2011 si chiude con un altro bel racconto partecipante a "Wine on the road", quinto concorso letterario di Villa Petriolo.

I nostri migliori auguri per un nuovo anno sereno e gioioso.
E ...che il viaggio prosegua!
Silvia





Paola Ricchiuti
, di Ponte San Pietro (BG), è laureata in Lettere Classiche, insegnante di Italiano e Latino al Liceo. Ha pubblicato articoli scientifici e alcuni racconti. Ha vinto svariati concorsi letterari nazionali. Appassionata d’arte, ama dipingere e spera sempre di giungere prima o poi ad una “sintesi perfetta” di diverse forme espressive.


Racconto “MONTEROSSO” di Paola Ricchiuti

Arrivai a Castell’Arquato, sui colli piacentini, in una mattina di Marzo: l’aria era luminosa e il paesaggio delle colline della val d’Arda mi parve nitido. Anche il borgo mi parve suggestivo e odoroso in modo incredibile dei secoli trascorsi, ma io cercavo altro. A dire il vero dovevo ricercare dati su un pittore fiammingo della seconda metà del ‘500, tale Calvaert, nato ad Anversa ma vissuto a lungo a Bologna, di cui qualche tela doveva essere proprio a Castell’Arquato, nel museo della Collegiata o anche in una chiesina di una frazione, S. Lorenzo. Comunque i documenti andavano ricercati nell’archivio della chiesa parrocchiale.
Il parroco – Don Augusto - fu gentile, un uomo corpulento dai modi pratici come di chi fosse abituato a ricevere studiosi appassionati dello scrigno di documenti lì deposti che ancora necessitavano di essere pienamente catalogati. Mi indicò la mia postazione di studio e gli scaffali d’archivio. Ebbe anche uno sguardo vagamente ironico. Forse sapeva come sarebbe andata a finire.
Mi misi subito al lavoro ma ci volle del tempo per raccapezzarmi tra pergamene e faldoni. E, come spesso capita nelle ricerche, fui presto incuriosito non dal maestro fiammingo per cui mi ero mosso ma da vari altri documenti che accennavano ai possedimenti cinquecenteschi della Collegiata: terre “vineate” che per clima e suolo favorevoli producevano vini pregiati e ancora si faceva cenno a proibizioni di caccia tra marzo e novembre nei vigneti, per non rovinare il terreno, e poi c’erano divieti di spezzare i salici, i cui rami erano usati per sostenere i tralci delle viti. Troppi ostacoli e impedimenti - addirittura cinquecenteschi - se non si fosse trattato davvero di buon vino. Terra di buon vino dunque.
Calvaert era come sfumato in secondo piano. Ci si mise anche il parroco che – “per farmi fare una pausa” disse - mi volle condurre in una visita al piccolo museo. Si soffermò dinanzi ad una teca di cristallo con dentro una mantellina di velluto cremisi, usurata dal tempo ma evidentemente preziosa.
“ Questa è un dono di papa Paolo III Farnese. L’arciprete del paese ha ricevuto il permesso dal papa stesso d’indossarla nelle festività solenni. Naturalmente questa resta qui; ne abbiamo una copia priva di valore. E sa perché tanto onore e attenzione da una papa Farnese per un piccolo paese come il nostro?”.
“ Non saprei”.
“ Vino. Questione di vino. Nel 1543 papa Paolo III Farnese venne qui in visita al borgo ed ebbe in dono dodici some di buon vino rosso delle colline di Castello. Gli piacque oltre ogni misura. Sempre ne chiese poi rifornimento”.
E Don Augusto, di certo capace di attribuire valenza spirituale anche a sapori decisamente sensoriali, mi citò quello che scrisse il cantiniere stesso di Paolo III:
“ Castell’Arquato fa vini perfettissimi et è grande peccato che tutta quella collina non sia vigna, che qui sono così delicati quanto sia in tutta la Lombardia, tanto rosso, quanto bianchi et qui sua Beatitudine si forniva per il viaggio et anco ne mandava a pigliare anche se fosse a Ferrara et a Bologna”.
Era l’ora giusta e troppa viva la curiosità. Decisi di puntare su un altro tipo di manifestazione artistica, non pittorica, decisi di sperimentare subito piuttosto che di ricercare, magari senza risultati, per chissà quanto.
“ Non mi potrebbe indicare dove poter degustare qualcosa?”
“ Certo. Qui” e lo disse con la naturalezza di chi si aspetta una cosa scontata.
Era ormai tardo pomeriggio. Uscimmo nella piazza della Collegiata, uno spazio bellissimo - chiuso ed aperto insieme - tra il palazzo del Comune, l’abside della chiesa e la rocca imponente. Sotto una piccola loggia era l’enoteca. Il parroco mi introdusse in una cantinetta dalle pareti di pietra; due piccole botti e una miriade di bottiglie dal vetro scuro.
“ Non a stomaco vuoto, però”. Mi furono offerte pasta fritta salata e coppa regina.
Apprezzai senza parole.
“ Adesso è il momento del Monterosso”.
“ Tramandato dal Cinquecento?”
“ Un bianco leggermente frizzante, fresco, senza invecchiamento, giallo un poco dorato, che prende il nome proprio da una collina di qui, oltre l’Arda, dove può catturare il sole in una terra sabbiosa e calcarea. Solo qui una tale miscela di gusto e colore. Assaggi”.
Il calice riposava in una bella frescura serale, in posa di ritratto. Con delicatezza lo sollevai; ebbi un leggero moto circolare del polso e i riflessi si moltiplicarono in luccichii dorati. Mi sporsi sopra il calice e allora vidi il mio stesso volto riflesso prendere un inebriante moto ondoso. Uno stordimento sottile e piacevolissimo mi penetrò attraverso il naso. Era profumo di dolce, di asprigno, molto amabile, che saliva in testa, che attraeva le labbra. Una sorpresa. Sentii il freddo liscio del bordo di vetro e poi un sorso. Non più di un sorso. La lingua, il palato come tramiti compiaciuti. Un calore liquido scivolò giù e mi invase di ramificazioni di colore.
Il parroco sembrò soddisfatto, certo del risultato e di avermi reso speciale la giornata, molto più che se avessi celebrato Calvaert.
“ Da dove viene tanta bontà?” chiesi io.
“ Questo Monterosso ha un segreto: è di corpo così fine e sottile perché oltre ai vitigni più o meno soliti che lo compongono, la Malvasia di Candia, il Moscato bianco, l’Ortrugo, il Trebbiano, il Bervedino, il Sauvignon o lo Chardonnay, qui c’è un vitigno antico, perso e recuperato. Chissà, forse davvero dal Cinquecento. E’ la Santa Maria, uva unicamente dolce, delle colline sopra il paese. E mentre parliamo il vino si è riscaldato appena e ora è ottimo per il dessert”. Mi offrì un tortello dolce ripieno spolverato di zucchero a velo. Disse che erano i dolci di S.Giuseppe, semplici e raffinati.
Sorseggiai di nuovo ed ebbi l’impressione di aver goduto di uno spicchio di santità!

venerdì 30 dicembre 2011

Mostra fotografica nel paese del Genio “VINCI NEL CUORE!". La chiusura il 7 gennaio




DiVINando pubblica con piacere questa notizia dedicata al paese di Leonardo Da Vinci - a pochi chilometri da Cerreto Guidi - che già da qualche anno gode di un interessante processo di riscoperta e valorizzazione delle tradizioni locali.



ULTIMI GIORNI PER VISITARE LA MOSTRA FOTOGRAFICA_SABATO, 7 GENNAIO ORE 16_MANIFESTAZIONE DI CHIUSURA “VINCI NEL CUORE”.

La mostra fotografica Cento Anni con Vinci nel cuore – Il campanile della SS. Annunziata (1911-2011) dopo essere stata già prorogata una volta, chiude definitivamente il prossimo 6 gennaio 2012. Sono quindi gli ultimi giorni per visitarla, nell’orario di apertura della chiesa. Grazie all’apporto delle famiglie di Vinci, dal mese di dicembre la collezione si è arricchita di nuove sezioni, l’Archivio Martelli e i Vinciaresi, dedicata ai personaggi del paese, con altre bellissime e inedite foto sulla storia dell’ultimo secolo. La collaborazione e affluenza del pubblico sono indici di un piccolo successo, costruito soprattutto sull’entusiasmo del comitato organizzatore, la disponibilità del Parroco, Mons. Renato Bellini e il patrocinio del Comune di Vinci.
Sabato, 7 gennaio 2012, alle ore 16, è prevista la manifestazione di chiusura: Vinci nel cuore !
Un evento speciale nel corso del quale verranno proiettati dei filmati realizzati con le immagini raccolte ed esposte per scoprire la vecchia Vinci, dal 1880 agli anni Settanta dell’ultimo secolo, seguendo tre grandi linee tematiche: gli eventi, i luoghi e i personaggi del paese. Le didascalie saranno affidate alle parole dei poeti vinciaresi (come si chiamavano una volta), di questo ultimo secolo, lette e recitate dai vinciani di oggi. Un evento ideato progettato realizzato dagli stessi abitanti per vivere il proprio paese, condividere una storia comune, riaffermare una identità locale comunque aperta ai nuovi cittadini del mondo, con Vinci sempre nel cuore. Nel corso della manifestazione verranno consegnati un omaggio e un segno di riconoscenza a tutti coloro che hanno contribuito alla costituzione di questo primo fondo fotografico che viene ad arricchire l’archivio parrocchiale di S. Croce in Vinci. L’esperienza del comitato probabilmente non finirà qui, proseguirà con la raccolta di ulteriori documenti e materiali fotografici e altri eventi.
La manifestazione del 7 gennaio 2012 rappresenta inoltre l’inizio delle celebrazioni per il quarto centenario della benedizione del Santuario della SS. Annunziata previsto per il prossimo mese di maggio, un edificio costruito per volontà popolare sul luogo in cui sorgeva il tabernacolo della Vergine di Borgo, punto di riferimento della storica processione civile e religiosa che si svolgeva, fin dal XV secolo, a Vinci per la festa dei Santi Giovanni (27 dicembre), all’epoca patroni del comune: un vero e proprio simbolo per la storia e la tradizione del paese di Leonardo.
FONTE: COMITATO VINCI NEL CUORE - PARROCCHIA S.CROCE VINCI.


giovedì 29 dicembre 2011

mercoledì 28 dicembre 2011

WINE ON THE ROAD: “Per cantine con Zi' Prete” di Cristiana Pivari



Cristiana Pivari, nata a Trento dove abita, scrive di sé: “Per lavoro catalogo libri, nel tempo libero li scrivo. Nel 2011 sono in libreria con un libro per ragazzi “Quello strano bambino dai pantaloni di velluto”, Ciesse edizioni e un romanzo “Crisalide rosa”, Absolutely Free. Collaboro, inoltre, con due settimanali femminili”. Col racconto “Per cantine con Zi' Prete” ha partecipato a “Wine on the road”, concorso letterario di Villa Petriolo edizione 2011.


Racconto “Per cantine con Zi' Prete” di Cristiana Pivari


«Non sarà mica peccato, no? Anche il Cristo ne faceva largo uso».
«Ma non andava per cantine».
«Perché non c'era l'abitudine e poi lui non ne aveva bisogno, prendeva una brocca d'acqua e, voilà, ecco dell'ottimo cabernet, ma guarda la strada».
«So quel che faccio, tranquillo. Non penso però fosse cabernet, quello è nato dopo».
«Dicevo per dire. Poi non dimentichiamo che ne ha fatto diventare un simbolo. Qua devi svoltare, siamo arrivati».
«Zio è l'ultima, poi si torna a casa».
«Piantala, è stata tua l'idea del regalo particolare, a me bastava pure soltanto una bottiglia di quel vinello che mi hai regalato l'anno scorso. Ma tu mi regali sempre vino? Cosa sei, il diavolo tentatore?».
E detto questo scende dalla macchina e si avvia con passo incerto verso l'entrata della cantina.
«Tanto mica guido e quindi il bicchiere me lo scolo tutto, stai attento tu piuttosto che ti levano i punti». Frase detta già due volte e la terza è già nell'aria, sarà questione di minuti.
La signora che ci viene incontro si mostra subito gentilissima. Ci informa che la degustazione prevede l'assaggio di tre bianchi: trebbiano, malvasia, canaiolo. Io preferisco i vini bianchi, Zi' Prete no e fa la faccia delusa.
Lo fermo con un'occhiata prima che possa aprir bocca, anzi, credo di poterlo fare invece il mio sguardo lo incrocia troppo tardi e allora eccola qua:
«Signora, noi gradiremmo qualche tipo di vino rosso, il bianco va bene per insaporire l'arrosto».
La signora smette di sorridere, lo guarda sul collarino bianco che gli spunta dal maglioncino:
«Qui solo bianchi, mi spiace», e gira i tacchi. Che non le piacciano i preti?
Può essere l'occasione buona per riportarlo alla sua canonica, ma mi fa notare che sono solo le cinque e il regalo di compleanno prevedeva una giornata in giro per cantine e che già ero andato a prenderlo all'una del pomeriggio che così si era giocato mezza giornata e che allora potevo anche dire quattro ore invece di fargli credere che...oh basta! Non la smette più di recriminare mentre ci avviamo verso la macchina e c'è un solo modo per farlo smettere: cercare un'altra cantina, ma che sia l'ultima! Glielo dico e si rasserena o perlomeno chiude la bocca per un po', ma soltanto qualche minuto.
«Se tuo nonno avesse avuto più terra avrei fatto il contadino e la vigna me la piantavo da solo, ma si era miseri e mi è toccato fare il prete». Ecco spiegata la vocazione di Zi' Prete che, comunque, nonostante la pessima partenza, svolge la sua missione con passione, in mancanza di alternative.
Sto zitto, che potrei dire?, giro la macchina e via, verso nuove cantine. Mi è venuta scontata, ma ci sta che è una meraviglia.
La prossima la conosco personalmente. Ci ho fatto una mostra di fotografia con gli allievi del mio corso. Volevo evitarla perché mi toccherà tutta una serie di convenevoli, ma hanno il vino più buono dei dintorni ed è la mia ultima possibilità di fare felice Zi' Prete, fratello maggiore di mamma Filomena, di padre pugliese e madre trentina. Ecco spiegato lo Zi', che mi è sorto spontaneo la prima volta che ci siamo incontrati perché trasferito dal Sud in una parrocchia vicino al mio paese. Mai visto celebrare una Messa, però. Anzi sì, la messa al funerale di Zi' Pino, una cosa lunghissima che la mia mente rimuove a momenti.
Marco Maresti ci viene incontro ancora sul piazzale davanti alla cantina, ma deve essere un caso. Passava di là e ci ha visti, mica ci aspettava.
Grandi salamelecchi ingiustificati e poi un invito nel locale di rappresentanza dove già, sul tavolo, occhieggio pezzi di grana padano, patatine, e salamini.
Pinot nero, bene.
Cabernet Sauvignon, bene.
Merlot, mediocre.
Brut riserva con fetta di ciambella scaturita dalle amorevoli mani di Giulia, la moglie del Marco. Mirabile.
Zi' Prete scola senza remore, io sto attento ai punti, e intanto chiacchiera di tutto e di più, lasciandosi andare a considerazioni che, forse, non sarebbe il caso di esternare. In vino...no, non lo dirò, luogo comune troppo scontato, userò una perifrasi: il vino scioglie le menti e toglie le inibizioni. E sta succedendo questo e sento don Tullio-Zi' Prete che straparla di Vaticano e di Governo, ma lui non può che diamine, lui deve stare sopra le cose terrene, lui si deve occupare dell'anima di tutti noi e de li mortacci sua.
Guardo l'orologio con fare ansioso e poi metto in scena la recita di quello che ha un appuntamento e se ne deve andare assolutamente. Zi' Prete Tullio, il don, stranamente, mi segue docile senza obiezioni di sorta addurre. Mi sento un po' strano mentre mi siedo al di guida posto, un attimo brillo e bene non va, per nulla.
Propongo una sosta appena fuori dal cortile, Zi' Prete, e non sbaglio, russa già, con gli occhi semi aperti. Oddio sembra morto!, ma russa e quindi non lo è.
Mi accetto da solo la proposta della sosta e mi fermo in un viottolo di campagna appena fuori dal cortile della cantina. Mi devo riprendere. È stato il Brut. Brut di un Brut, ridacchio felice. Felice? Un po' fuori.
Leggermente.
Felice è una grossa parola che non si addice alla circostanza. E per fortuna che mi sono fatto tre fette di ciambella, il don russa convinto e pago. Anzi, ho pagato? C'era da pagare? Me l'avrebbe detto il Maresti. Bella l'idea del regalo allo zio, per i settanta se lo meritava. Mi è venuta sapendo che lui adora il bicchiere, pieno di nettare di Bacco. Perbacco che sonnolenza, il don ha cambiato tonalità, ora è in do maggiore e la faccenda del vino è una gran bella cosa. Chissà chi sarà stato il primo, il primo primo, dico. Sicuramente l'ha scoperto per caso, gli è rimasta lì l'uva, è fermentata, magari ce l'aveva attaccata al soffitto, gli è colata addosso e ha sentito il sapore che gli piaceva. È andata così, mi sembra di essere lì. E poi è andato fuori dalla capanna o casupola, sicuramente non castello per via dei soffitti troppo alti, e l'ha detto al suo amico e tutti ad attaccare l'uva su per i soffitti.
«Che facciamo? Perché ci siamo fermati?», chiede Tullio, il fratello di Filomena che magari era anche bellino da piccolo, ma adesso neanche un po' con quel naso grosso e rosso.
«Io dormo un po', sai non voglio perdere punti. Me ne mancano pochissimi per avere il frullatore», ridacchio da solo perché l'ho capita solo io e un po' mi dispiace perché era carina.
Zi' Prete sta zitto, mi giro e ha richiuso gli occhi, peccato perché volevo chiedergli quale vino preferiva. Io il Pinot nero fra i rossi e i bianchi tutti, senza distinzione. Forse sono un arrosto da insaporire e non lo so.
Riprende la musica al mio lato destro, questa volta è un sibilo, come il vento che si va ad annidare fra le travi del soffitto dove è appesa l'uva. Ma così la secca! Pazienza. La signora Giulia la metterà nella ciambella e poi il marito stapperà il Brut e io lo non berrò perché ora dormo un po'.
“Bibit clerus, bibit illo, bibit servus cum ancilla”
Mi ronza nella testa, ma non mi è chiaro chi sia il servo e chi sia l'ancella.
Per il resto ci siamo.
Quasi.

martedì 27 dicembre 2011

“Come il vino nelle botti...anche noi nella vita” di Veronica Moi per WINE ON THE ROAD





Un bel racconto ancora per “Wine on the road”, quinto concorso letterario di Villa Petriolo.

Veronica Moi, di Gadoni (NU), studia al liceo classico; ha conseguito una media prossima al 10. Ha partecipato a vari concorsi di poesia in lingua sarda, classificandosi quasi sempre al primo posto. È volontaria O.F.T.A.L., ed è socia operativa della protezione civile. Scrive su un giornale. Ama studiare e scrivere.

Racconto “Come il vino nelle botti...anche noi nella vita” di Veronica Moi

Era un fresco sabato di ottobre, passeggiavo per un antico scorcio di Gadoni. Osservavo il Sole che faceva capolinea dietro le alte e maestose montagne Barbaricine, e nel suo tramonto dipingeva il cielo di un rosso vivo, dando alle querce, ai lecci, ai castagni un colore meraviglioso che valeva la pena di immortalare per conservarlo per sempre. Osservavo un falco in volo, che sfidava sicuro le poche nuvole, al suono dolce della campana coi rintocchi dell'ave Maria.
Si respirava intorno il profumo del pane fragrante appena sfornato, e si udiva il suono di un organetto lontano che accompagnava un'allegra danza.
Incontravo poche persone: il pastore che faceva ritorno dalla campagna dopo una lunga giornata trascorsa sui monti, alcuni anziani che,all'insegna dello scorrere dell'acqua fresca della fontana, ricordavano i vecchi tempi, quando l'attività mineraria di “Funtana Raminosa” era al culmine del suo sviluppo economico, quando d'estate si falciavano le messi, si andava a raccogliere le ciliegie e in autunno si vendemmiava tutti insieme. Tutto questo rende ancora oggi Gadoni un angolo di Eden.
Mi veniva in mente la mia infanzia... in particolare un'allegra vendemmia, quando era in vita il mio caro nonno.
In autunno, a casa sentivo spesso parlare di vendemmia. Il nonno radunava i compaesani con cui andava più d'accordo e i parenti; io, nonostante fossi piccola, volevo rendermi utile e sentirmi importante con in mano un paio di forbici per tagliare i grappoli.
Ero molto curiosa, così mio nonno mi prese dolcemente sulle sue gambe e mi raccontò che la vite era conosciuta anche ai tempi dell'antica Grecia, luogo in cui il clima permette la sua coltivazione su larga scala, ed era addirittura considerata sacra perché con il vino l'uomo si rivela nella sua dimensione più sincera; “il vino è spia dell'uomo”, diceva il poeta Alceo, in quanto l'ebbro parla senza controllo. Per i greci il vino non doveva mai mancare per gioire delle vittorie, per dimenticare le sconfitte, per stare insieme durante i simposi, che costituivano un'occasione di compagnia e condivisione, con i quali i giovani venivano istruiti sui valori del proprio ordine sociale, mentre gli uomini conoscevano i motivi per combattere in difesa dell'etica ad essi contemporanea.
Mio nonno mi raccontava che, come nella vita, anche in vigna non si finisce mai di imparare; negli anni della guerra, mentre lo si dava per disperso, era stato ospitato in Toscana da una famiglia di Anghiari e lì aveva potuto osservare differenti tecniche di coltivazione della vite, rispetto a quelle impiegate in Sardegna.
Sostanzialmente le fasi della cura della vite sono analoghe : dopo la vendemmia, nella stagione invernale, la pianta viene potata, e si supportano i nuovi tralci con delle aste in legno o ferro. Ricordo che in primavera ogni pianta veniva medicata con verderame, di cui Gadoni è ricca, o con zolfo, perché alcuni insetti, quali la peronospora non intaccassero il corretto sviluppo della vigna.
La vendemmia non iniziava molto presto, poiché la rugiada venisse asciugata dal calore del Sole. La mattina seguente ai suoi racconti, il nonno era diventato il mio maestro in vigna, tanto che mi illustrava passo per passo in che modo si dovesse procedere per tagliare i grappoli e porli al setaccio da acini guasti o foglie secche, che potevano alterare il sapore del vino.
Correvo tra i filari rallegrandomi nel vedere i sorrisi sui volti e di sentire la gioia dei canti, che accompagnavano il lavoro. Come avevo immaginato, quella vendemmia fu un'allegra festa in compagnia, e forse non ero cosciente della fatica e dei sacrifici che costarono a mio nonno per curarla.
Terminata la vendemmia, quanti avevamo prestato una mano d'aiuto ci riunivamo per il pranzo in campagna; infatti, dopo la fatica, una fetta di prosciutto, i ravioli caserecci, il pane fatto in casa, la carne del maiale allevato i modo naturale, il pecorino sardo, un po' di mirto o acquavite, gli amaretti di noci e un buon bicchiere di vino "vecchio" (così viene chiamato il vino della vendemmia precedente), erano proprio necessari a ritemprare le forze per il rientro e lo svolgimento delle fasi successive: il travaso e la pigiatura.
Mio nonno era molto amante delle tradizioni, perciò non utilizzava macchine pigiatrici, ma il peso di uomini e donne che calpestavano l'uva con i propri piedi. È ben comprensibile che i piedini di una bimba come me, non erano di grande aiuto, ma avevo tanto insistito perché mi si desse la possibilità di provare.
Dopo la pigiatura, il vino doveva fermentare. Una parte della cantina era interamente occupata da un enorme tino, in cui veniva lasciato il vino per alcuni giorni, prima di essere posto nelle botti.

Dopo una giornata tanto impegnativa, mio nonno mi cantò una ninna nanna in sardo: diceva di dormire senza aver paura perché mi sarei svegliata sentendo i racconti di nonno e nonna; mi avrebbe regalato un cavallo con una bella sella e freni d'oro, che se fossi passata in Gallura o in Logudoro tutti mi avrebbero invidiato. Mi avrebbe accompagnato fin sul Gennargentu, con un vestito colorato in una tanca tutta in fiore. Concludeva ricordandomi: “ti regalo una grandissima fortuna, affinché tu non abbia mai dolore nel corso della vita... Difendi la tua vita con onore”.

Il vigneto, ora rinnovato, segue sempre i criteri di selezione tramandati da mio nonno; quando passeggio tra i filari, sono felice di poter ancora assaporare la dolcezza del “Moscato”, del “Cannonau”, del “Bovale”.
Nella cantina fresca, le botti mi ricordano quel duro lavoro, che tuttavia non era l'unico in cui ci si impegnava: finita la vendemmia bisognava ungere il formaggio, pensare alla cura dei bachi da seta e sistemare il torchio, il quale serviva per la produzione di quel saporito vino di pere, che sgorgava di un bellissimo colore rosa e dal profumo molto dolce e invitante. Finite le stagioni umide e fredde, in primavera, controllava il lavoro delle api nei bugni, per poi estrarre il favo stillante di miele dorato.
Inoltre dal favo o dal mosto condensati, si ottiene un prodotto denso a cui è possibile conferire gli attributi di un liquore, la “sapa”, indispensabile per fare un particolare pane, composto di noci, nocciole e mandorle: il “pan di sapa”. Questo dolce, piuttosto rinomato nella Barbagia Mandrolisai, trae le sue origini in tempi antichissimi.

Chiudendo gli occhi riesco ancora a sentire il piacevole profumo del mosto e riesco a vedere i bei grappoli d’uva raccolti da parenti e amici di famiglia che ricordano tutt’ora gradevolmente quel momento di riunione e condivisione e non rifiutano mai un bicchiere di genuino vinello custodito nelle botti di colui che con tanto amore è stato il mio maestro di vita.
Il messaggio trasmesso e che tengo sempre a mente, è che, nonostante ci si senta travolti da ritmi quasi insostenibili, c'è sempre tempo per un bicchiere di vino con gli amici, magari davanti al fuoco, mentre ognuno racconta la sua storia. È importante fermarsi a pensare a ciò che siamo, progettando per il futuro sulla base degli insegnamenti ricevuti, presentando la nostra personalità, il desiderio di crescere. E come in tutte le storie che si rispettano, soprattutto i buoni sentimenti, devono prendere voce, essere raccontati a qualcuno che gioisce per quella vendemmia condivisa. Così, in compagnia di un salutare bicchiere di vino, si può fare un viaggio dentro noi stessi, si può pensare al cammino intrapreso, a ogni grande passo.
Dietro ogni bicchiere di vino è presente una grande ricchezza: il lavoro della vigna, la fatica, la costanza, una storia di tralci tagliati, di anni dedicati alla cura, che lo portano infine, a diventare momento di festa, con il dialogo, il confronto, perché si ottenga, nelle diverse annate, un prodotto sempre migliore. La nostra vita è la vigna, quel bicchiere di vino siamo noi.

lunedì 26 dicembre 2011

...mais allons prendre un verre, et parle-moi de toi



Un bicchiere di vino. Per ritrovarci.


“Je n’aurais jamais cru qu’on se rencontrerait
Le hasard est curieux, il provoque les choses
Et le destin pressé un instant prend la pause
Non je n’ai rien oublié

Je souris malgré moi, rien qu’à te regarder
Si les mois, les années marquent souvent les êtres
Toi, tu n’as pas changé, la coiffure peut-être
Non je n’ai rien oublié

Marié, moi ? Allons donc, je n’en ai nulle envie
J’aime ma liberté, et puis, de moi à toi
Je n’ai pas rencontré la femme de ma vie
Mais allons prendre un verre, et parle-moi de toi

Qu’as-tu fais de tes jours ? es-tu riche et comblée ?
Tu vis seule à Paris ? mais alors ce marriage ?
Entre nous, tes parents ont dû crever de rage
Non je n’ai rien oublié

Qui m’aurait dit qu’un jour sans l’avoir provoqué
Le destin tout à coup nous mettait face à face
Je croyais que tout meurt avec le temps qui passe
Non je n’ai rien oublié

Je ne sais trop que dire, ni par oû commencer
Les souvenirs foisonnent, envahissent ma tête
Et le passé revient du fond de sa défaite
Non je n’ai rien oublié, rien oublié

A l’age où je portais mon amour pour toute arme
Ton père ayant pour toi bien d’autres ambitions
A brisé notre amour et fait jaillir nos larmes
Pour un mari choisi sur sa situation

J’ai voulu te revoir mais tu étais clôitrée
Je t’ai écrit cent fois, mais toujours sans réponse
Cela m’a pris longtemps avant que je renonce
Non je n’ai rien oublié

L’heure court et déjà le café va fermer
Viens je te raccompagne à travers les rues mortes
Comme au temps des baisers qu’on volait sous ta porte
Non je n’ai rien oublié

Chaque saison était notre saison d’aimer
Et nous ne redoutions ni l’hiver ni l’automne
C’est toujours le printemps quand nos vingt ans résonnent
Non je n’ai rien oublié, rien oublié

Cela m’a fait du bienn de sentir ta présence
Je me sens différent, comme un peu plus léger
On a souvent besoin d’un bain d’adolescence
C’est doux de revenir aux sources du passé

Je voudrais, si tu veux, sans vouloir te forcer
Te revoir à nouveau, enfin … si c’est possible
Si tu en as envie, si tu es disponible
Si tu n’as rien oublié
Comme moi qui n’ai rien oublié”



NON JE N’AI RIEN OUBLIÉ

Charles Aznavour


sabato 24 dicembre 2011

Con le speranze nate dalle vigne



“O uomini che avete cari i riti
del dio che non conosce sofferenza
allontanate via la povertà
con le speranze nate dalle vigne”.

_Macedonio Console_

Auguri di buone festività natalizie a tutti gli amici di DiVINando!

venerdì 23 dicembre 2011

Il racconto “RED” di Umberto Ruspi per WINE ON THE ROAD



Umberto Ruspi è nato a Milano nel 1959. Imprenditore. Scrive unicamente per se stesso. Mai partecipato a concorsi. Nessuno studio o professione letteraria. Passioni: montagna, mare e onde, natura e viaggi. Pratica (buon livello): freeride (snowboard e sci), kitesurf, windsurf, mountain bike. Interessi: auto d’epoca, musica progressive rock degli anni 70 e musica in generale. Vive tra Verbier, Ibiza e Milano. Con il racconto “Red” ha partecipato al quinto concorso letterario di Villa Petriolo “Wine on the road”. Buona lettura!

Racconto “RED” di Umberto Ruspi.

Quella lunga strada di terra battuta lo stava portando verso l’ignoto e Red presagiva momenti difficili per la missione che gli avevano affidato. Stringeva nervosamente le mani attorno al volante in legno della sua Mustang GT del 1966 e rifletteva che l’unico colore in mezzo al non colore di quella terra desolata e desertica, era proprio il Candyapple Red della sua auto. Nel frattempo, attraverso il parabrezza consumato dal tempo, cercava di scorgere un qualcosa di diverso dalla polvere, fantasticando di come sarebbe stata quella terra di cui gli avevano parlato, sempre che fosse riuscito a trovarla…
Red era un giornalista freelance e si occupava principalmente di vini. Faceva parte di un gruppo di specialisti addestrati a scoprire la parte oscura, magica e primordiale del pianeta vino. Disposto a tutto pur di conseguire il suo scopo era un uomo di pochi scrupoli e per questo di indiscussa reputazione agli occhi di coloro che lo pagavano profumatamente. Oltre ogni barriera di legge o di moralità, Red doveva raggiungere il suo scopo e terminare la sua missione.
Mentre guidava Red pensava proprio a questo, la sua nuova missione, The Dark Side Of The Wine ovvero Il Lato Nascosto Del Vino e sghignazzava pensando che forse avrebbe dovuto ammazzare qualcuno. Faceva calcoli ogni momento poiché aveva tempo solo fino alla metà di Luglio e non poteva percorrere più di 8.000 miglia. Queste erano le condizioni e forse il suo obbiettivo era volutamente circoscritto da questi orizzonti fisici e temporali.
La Mustang percorreva veloce le salite e le curve di quelle aride colline e la nuvola di polvere che sollevava sembrava impazzire quando toccava il cielo. Gli occhi di Red erano puntati su una valle che si scorgeva sul lato della strada, come un baratro di cui non si vedeva la fine e sull’Angelo Protettore disegnato sul cruscotto, che sembrava avere colori meno sbiaditi proprio mentre il sole del tramonto cominciava ad illuminarlo.
Cinquanta anni di vita vissuta intensamente ed ogni tramonto che vedeva gli sembrava essere più bello degli altri. Seduto su un masso in mezzo al nulla, pensava a quel luogo non sperduto ma dimenticato, duro ed ostile forse, ma che ora per lui racchiudeva un nuovo tramonto pieno di emozioni. Così guardava i riflessi dei raggi del sole, chiedendosi dove si potessero trovare quei vigneti dalle proprietà magiche che stava cercando, quelle vigne con radici così profonde e così vaste da attraversare ogni dove sulla terra e mischiare in uno stesso vigneto senza confini, sapori e profumi di terre e di popoli così lontani e differenti.
La valle misteriosa era sotto di lui avvolta nelle ombre della sera e Red assaporava il momento in cui avrebbe degustato quel vino così speciale, avvertendo tutto intorno nell’aria i segnali di quel cambiamento che aveva nel cuore da lungo tempo. La dilatazione del motore che si raffreddava faceva gemere la Mustang, trasmettendo a quel luogo avvolto nell’imbrunire qualcosa di sinistro. All’orizzonte, la luna sorgendo illuminava l’ignoto e Red addormentandosi, vide la sua ombra allungarsi nell’infinito.
Red 2
La lancetta sfiorava come in un moto perpetuo la zona rossa del contagiri mentre Red affrontava le ultime curve prima di cominciare la discesa verso la valle. Aveva aspettato tutta la notte pazientemente ed ora , alle prime luci dell’alba, carico di eccitazione e di adrenalina, percorreva quegli ultimi chilometri pieno di certezze. Quando affrontò l’ultima curva prima di entrare nel lungo rettilineo che attraversava la vallata, il suo sangue pulsava nelle tempie con la stessa intensità dei pistoni nel motore della Mustang. L’indice della mano destra puntato in direzione dell’Angelo, come per avvertirlo che qualcosa stava per accadere.
La lunga ombra della notte ritirandosi lasciò entrare la luce del sole nella valle misteriosa e magicamente fece ricomparire quel mondo a cui Red pensava da tanto tempo. Un mondo non sperduto ma solo dimenticato, da riscoprire dolcemente. Alberi e campi e vigneti si estendevano a perdita d’occhio per tutta la valle e ancora oltre. Vigneti così antichi da conoscere la storia dell’uomo e con radici così profonde da attraversare le terre del vecchio e del nuovo continente e dei continenti tutti. Lungo il percorso locande si susseguivano ad altre locande, così che il viandante si potesse fermare ad ogni passo a degustare il vino proprio di quell’attimo della sua vita ed approfittare di quei momenti per essere se stesso, senza lasciare quel vino che a lui era destinato, su scaffali impolverati, in bottiglie che nessuno potrà mai più aprire.
Persone di ogni nazionalità e ceto sociale, così diverse e così uguali, andavano e venivano da quelle locande seguendo una logica a Red sconosciuta, ma facile da intuire per chi è capace di chiudere i propri occhi e sognare. E poiché la vita senza sogni non vale la pena di essere vissuta, Red si incamminò verso una locanda che pensava essere verso la metà di quel cammino, si mise a sedere ad un antico tavolo di legno e chiuse gli occhi, come per dare vita reale ai propri sogni. Passarono ore, giorni e settimane. Fu in quel momento che Red sentì che i suoi sogni erano tutti lì, vicino a lui, con i ricordi più cari di tutta la vita.
Quando si risvegliò, un vecchio stava in piedi di fronte a lui, guardandolo incuriosito, poi oscillando su gambe stanche ed insicure, lentamente gli si avvicinò. Aveva nelle mani una vecchia bottiglia di vino, impolverata e malconcia, anche se Red pensò che doveva essere stata imbottigliata da poco, a giudicare dall’aspetto del suo tappo di sughero. La porse a Red con un movimento lento ed austero ed in questo passare di mani la polvere adagiata sul vetro si lasciò cadere per volare finalmente via.
“Questa è la tua bottiglia.” Disse il vecchio. “Hai aspettato tanto tempo per riempirla. Ma l’importante è avere qualcosa di buono e puro, quindi non ti curare del tempo, il tempo non è importante, è importante solo come lo vivi. Qui dentro ci sono i tuoi sogni ed i tuoi ricordi. C’è il tuo Amore. Quello che hai nel cuore è quello che troverai nelle tue bottiglie.”
Red accarezzava la bottiglia con una mano come cercasse magicamente di far entrare in essa il ricordo di quel vecchio, che sapeva non avrebbe più rivisto. Stava per congedarsi e Red rimase immobile nel guardarlo uscire verso la luce abbagliante del sole. Poi commosso, abbassò lo sguardo verso la bottiglia e sospirò lievemente. Sul vetro sbiadito dal tempo nessuna etichetta, solo un nome in rilievo… RED.

Grazie a Red, grazie alla Vita, grazie a Voi che avete letto questo racconto.

Ibiza 01 Giugno 2011


Note dell’autore
1) Il nome Red del protagonista è un omaggio all’Album RED dei King Crimson, gruppo progressive rock degli anni 70 a cui l’Autore è particolarmente legato fin dalla sua adolescenza. Il titolo dell’album indica la zona rossa degli indicatori di volume degli strumenti musicali elettronici, proprio come per Red la zona rossa del contagiri della sua Mustang. Se vi piace pensare che il nome Red sia legato alla professione del protagonista come specialista di vini, oppure al colore Candyapple Red della sua Mustang o ancora perché gli piacciono i tramonti… fatelo pure, siete Voi a decidere…

2) Il nome della missione di Red “ The Dark Side Of The Wine “ è una ripresa scherzosa dell’album “The Dark Side Of The Moon” dei Pink Floyd, gruppo rock degli anni 70.

giovedì 22 dicembre 2011

“DIARIO DI UN RITORNO" di Sabrina Calzia per il concorso letterario di Villa Petriolo "Wine on the road"




Sabrina Calzia
è nata ad Imperia nel 1971, e nel 1995 si è laureata in Ingegneria Civile al Politecnico di Milano. Sposata e mamma di due bambini, ora vive a Cernusco sul Naviglio, in provincia di Milano. Ha ottenuto parecchie menzioni d’onore in concorsi letterari per brevi racconti, ed è presente con alcuni suoi componimenti in diverse antologie poetiche. Nell’aprile del 2009 ha pubblicato il suo primo libro, “La metà di credere” (romanzo breve) con Zerounoundici Edizioni.

Con il racconto "Diario di un ritorno", Sabrina ha partecipato al concorso letterario di Villa Petriolo 2011 "Wine on the road".


Racconto “DIARIO DI UN RITORNO (Storia di Principi e di Re... tra i vini!)” di Sabrina Calzia

Ora tace, la pioggia.
E l’auto è una barca a vela, che solca morbida una strada lucida, d’argento.
Con lei scivolo anch’io, sull’asfalto, sospinto da un vento amico, che nell’opale del cielo muove nuvole d’oro e scarlatte. E mentre scivolo mi rivedo, solo in casa. Era stamattina.
Eccomi. Che apro la porta col Brunello in mano, lo infilo sotto il braccio, firmo. Bene, la mano è sicura, prendo la busta e ringrazio il postino, saluto, non lo guardo. E mi ritrovo di fronte alla porta già chiusa, la busta già aperta, la lettera in mano.
Un sorso, poi mi siedo.
E subito gli occhi giù, cadono sulle righe, sfidati e sconfitti dall’ansia di capire, ma ecco che i contorni mi sfuggono, l’iride si distrae e gira in tondo, arrivo alla fine, ricomincio.
Piena in tumulto, la mente si rovescia su un’ansa ripida, ed è un saliscendi su sassi tondi e viscidi; lo sguardo s’inceppa ma subito riparte, scende più svelto e agile di prima. Allora giù a rincorrerlo, i pensieri, briciole striminzite al cospetto del fiume, gambe smilze che in un minuto son già stanche, eppure corrono anche loro, branco impazzito che insegue qualcosa e non sa cosa; perché il secondo segue il primo, il terzo va dietro al secondo, il quarto vuol raggiungere il terzo e così fino all’ultimo. Solo che il primo, quello che ha dato il via all’incursione, certo distratto da tanta baraonda, ormai non lo sa più perché ha iniziato a correre, e adesso crede si tratti di una fuga. E fugge.

Una mano è sul volante, l’altra al finestrino.
Mentre guido il mio sguardo vola, e planando s’incolla a fiocchi di vapore erranti, che s’allungano e s’inseguono, e mi ritrovo a imitare la loro corsa. Via da uno spicchio di sole, ferito, dietro colline di querce rosse e pini.
Naviga serena, la mia vela. Finché la sera spegne il vento, stanca, e accende un gelo tetro e pallido, che sbadiglia tra filari di vite già spogli, castagni, noccioli.
E un mare d’alghe mi risucchia e incatena, con tentacoli grigi che nuotano lenti in un cielo denso e cupo. Lattescente.
Un tempo amavo la nebbia.
La foschia di ottobre odorava di grappoli maturi, e la raccolta dell’uva era per me un momento speciale. L’attendevo tutto l’anno. Ché a ogni stagione papà, per vendemmiare, s’affidava alle indicazioni che io, come un sacerdote che interpelli gli oracoli, sapevo dargli in base al grado Babo riferito dal mio buon mostimetro.
Gran privilegio, per un bimbo di otto anni! Conquistato con poco: qualche nozione di enologia propinata, oltre che a me, a quattro indigeni vinificatori già anzianotti, che sacrificando a malincuore ben sette serate di scala quaranta e sigari in osteria, si erano immolati ad accogliere un luminare eccelso, tutto impomatato e incravattato, arrivato apposta da Cuneo a sostenere la cultura del vino.

“Il vino nasce prima di tutto in vigna, e poi in cantina” recitava mio padre alla fine di ogni vendemmia. Dopo che l’uva era stata pigiata e diraspata, e in cantina il mosto aveva già intrapreso il viaggio per diventare vino.
Mi cingeva le spalle, fiero, col calice alto verso i commensali, fratelli zii e cugini di ogni sorta, accorsi come ogni anno a prestare una mano nella titanica impresa dell’uva. Che dopo tutta la fatica, e la seccatura del mio puntuale controllo perché non sciupassero i grappoli e perché scartassero quelli poco sani, dovevano pure sorbirsi le sue interminabili orazioni. Sul come negli anni in azienda la produzione fosse aumentata e migliorata, e sul come e perché noi tre, un padre e due figli, nella nuova vigna avessimo curato persino l’esposizione e l’orientamento dei filari, per ottenere la perfezione del vino.
La svinatura, a novembre, era l’epilogo del mio trionfo.
La cantina restava il regno incontrastato di papà e di Arrigo, il principino. E io, che malgrado il mio impegno non riuscivo a essere un eletto, cercavo rifugio nei miei libri.

Leggere è sempre stata la mia passione.
Da bambino rubavo Famiglia Cristiana in Chiesa, uno ogni domenica.
Per simulare un obolo scuotevo la cassetta delle offerte, e intanto premevo il pulsante sotto al banchetto votivo e accendevo due o tre finte candele.
Da piccolo ero già miope, ma nessuno in casa si accorgeva del mio difetto. Forse perché, mamma lo diceva sempre, già allora ero tutto un disagio. Avevo fame o avevo sete, mi annoiavo o ero stanco, un po’ ero irrequieto e zompettavo dappertutto e un po’ mi mettevo in un angolo per ore e me ne stavo lì, fermo e zitto, imbambolato dai miei pensieri già tanto profondi.
Un disagio in più era cosa di poco conto.
E poiché per natura parlavo poco, e in casa nessuno si degnava di filarmi o di interessarsi al perché dei miei modi scontrosi e taciturni, io coi miei occhi mi arrangiavo come potevo, e leggere era una delle poche cose che mi riusciva bene.
Mi bastava spiaccicarmi una pagina a un dito dal naso, e subito dai trafiletti odorosi d’inchiostro le parole curiose facevano capolino, una dopo l’altra saltavano fuori dal foglio, si mettevano in fila a formare frasi e interi discorsi. Quelli che con me nessuno aveva voglia di fare, e allora io me li prendevo lì, nel mio giornale in prestito. Li rubavo alle pagine, li chiudevo a chiave in testa.
Erano i miei tesori.

Quando ormeggio la vela sul viale è già notte, buio pesto.
Scorgo una luce in casa, in fondo al sentiero; ma è un miraggio tiepido che non mi scalda cuore.
Fermo il motore, nel silenzio rammento la mia amica sul sedile di dietro, rimasta sola tutto il tempo, poverina.
La invito a venirmi accanto e me la ritrovo tra le mani, il collo proteso verso le mie labbra, pronta a confortarmi col suo dolce nettare.
È una bottiglia di Chianti Classico, mi dico è un pensiero perfetto, per Arrigo. Non potevo mica venire a mani vuote!
E mentre, bottiglia in mano, mi compiaccio del gesto generoso... la osservo bene, la soppeso.
Vetro opaco. Etichetta sbiadita. Sentori di muffa e culatello.
Ma certo, è odor di cantina!
Non cantina, TUGURIO, direbbe papà... Eh sì proprio un tugurio, farebbe eco Arrigo!
Che dire poi dell’anno? Tre lustri non son pochi!
E il buon Arrigo insegna: al Chianti invecchiar non giova.
Ché nel tempo, in razze miste, la mescolanza si scompone. E la sinfonia dei vitigni stecca, l’equilibrio si fa dissonanza!
Me misero, tapino. Signor Principe, che errore!
Allora via il tappo, subito. Senz’altro indugio, lesto mi appresto a lavar la mia coscienza silenziosa.
Che sia anche il mio destino, questo del buon vinello? Se amabile e sincero, quand’ero un giovinetto, adesso che son vecchio... ho perso l’armonia?
E allora a suon di assaggi, goccetti e sorsettini, finisce nel mio stomaco tutto il pregiato succo... Che a me par sempre tosto, pur disarmonico e scomposto!

Infine il cuore è caldo, mi avvio.
In trenta secondi si spengono anche i fari, e nell’oscurità le mie gambe s’intrecciano, le braccia annaspano a cercar qualcosa, ma nulla, una breve piroetta e cado, mi ribalto a faccia in giù, penso che fortuna aver preso l’anestetico, un po’ a fatica mi rialzo, mi scrollo di dosso la polvere, ora son come nuovo, riprendo la marcia a buon passo, e camminando mi scopro in faccia un sorriso ebete, da ubriaco perso, lo stesso che avevo quella sera, ricordo, la sera che partendo, a suon di calci e badilate, ho sradicato l’ultimo lampione...

Eccomi Arrigo bello
lo vedi, son tornato!
Il Babbo ci ha lasciati
dicevi nella lettera:
torna con me all’azienda
all’uve, alla cantina!
E al tuo richiamo corro?
Subito, come un caprone!
Sarà senz’altro colpa
del vino a colazione.

Ma presto rinsavito
or subito m’arresto
coi piedi ben per terra
alla stregua di un lampione;
ché tu caro Arrighino
sì puro onesto e vecchio
non sembri certo un Chianti
piuttosto un buon Nebbiolo
ciò ch’io, ormai cresciuto
da tempo già non bramo!

Or quindi giro i tacchi
addio casa d’un tempo
io canto rido e ballo
per quanto son contento.

Ritorno al bel tugurio
mio regno incontrastato
dove con ragni e polveri
lieviti muffe odori
insieme a bei formaggi,
salami e culatelli
di maturare, schietti,
in fiaschi e bordolesi
Chianti e Brunello aspettano
senza parerne offesi...

mercoledì 21 dicembre 2011

“Il Barone della Luna” di Pilade Cantini per il concorso letterario di Villa Petriolo WINE ON THE ROAD



Con il bel racconto “Il Barone della Luna”, Pilade Cantini ha partecipato al concorso letterario di Villa Petriolo edizione 2011 “Wine on the road”.


Pilade Cantini
è nato a San Miniato (PI) nel 1972. Laureato in Storia presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Firenze, è autore e curatore di diverse pubblicazioni a carattere letterario, storico e umoristico. Attualmente è impiegato presso il Comune di Firenze.

Racconto “Il Barone della Luna” di Pilade Cantini

Grappoli d’uva. Ciocche. Le rotondità non mentivano. E non ammettevano sfumature. Quasi mai. Poi la mano del Barone si strinse, con dolcezza. E sul palmo si sentì accarezzare da un capezzolo. Le foglie s’erano trasformate in lenzuola di lino. E pensò di svegliarsi.
La finestra aperta faceva entrare un insolito cinguettio e una nebbiolina tiepida che profumava ancora di luna. Aveva dormito con la camicia bianca. Ma senza boxer, per evitare i tatuaggi dell’elastico.
Dette un’occhiata a Selene, che sognava sdraiata di fianco, con il gomito sotto il guanciale e i piedi allineati come se stesse per tuffarsi da un trampolino.
La bordolese sul tavolo ospitava gli ultimi sei centimetri di Sangiovese. Il Barone bevve senza usare il calice.
Con l’unghia del pollice accese un’altra sigaretta all’oppio, poi strizzò l’ultimo gocciolo di vino: il Barone della Luna non badava a spese.
Una lacrima di Sangiovese volò a picco verso la camicia bianca e si posò sul rimbocco della manica formando una macchia a forma di Madagascar. Il Barone si punse un polso con un spillo, e poi col sangue fece un segno sul nord-est della macchia, come a fissare Antananarivo, la capitale dell’isola. Il Barone della Luna non perdeva mai un’occasione per ripassare un po’ di geografia. Ma si pentì abbastanza di non aver messo una camicia azzurro oceano.

L’autunno di tre anni prima era stato in Madagascar, aveva una capanna vicino al Lago Alaotra. Era lì quando si scatenò l’incendio vicino alle risaie. Faceva un freddo abbastanza strano per quelle latitudini. Era andato per giocare a scacchi con un amico malgascio e per comprare qualche bottiglia di vino della Matsiatra. Un giorno ne tracannò e dismisura e dormì dall’alba al mezzogiorno del giorno successivo. Proprio durante l’incendio.
Si sveglio senza essersi accorto di niente.
L’incendio era stato domato in poche ore, gli ultimi elicotteri stavano tornando alla base e una parte consistente della zona era invasa da fumo bagnato. Il Barone sorrise, e si avviò a passo lento verso la sua capanna. Cercò di ripararsi le orecchie con il bavero del suo loden verdeoliva perché un incendio non era bastato ad addolcire una temperatura inspiegabilmente rigida e avversa.
“Arriverà l’estate…” pensò tra sé il Barone, mentre la cenere e il fango gli spalmavano di grigio la pelle degli stivali. Una manciata di funghi alla brace l’aspettava impaziente: mise le dita in tasca, lasciò perdere il bavero e aumentò il suo passo. Meno male che portava un maglione a collo alto, sennò un ramo di roso l’avrebbe di certo ferito.
La capanna si era salvata, c’avrebbe scommesso, perché le zone intorno al lago sono, di tutta la provincia, le più fortunate. E il Barone della Luna lo sapeva.
Tra le cortecce dei tròppoli e la canapa delle tendine c’era sempre una scacchiera di creta, pronta ad una sfida tra Rossi e Neri. E il Barone, veloce, muoveva sempre per primo. Talvolta leggeva Balzac, tanto per distrarsi. E quando s’annoiava più del solito fuggiva in Messico, a disegnare ghirigori con la china.

L’Oceano non gli piaceva al Barone, preferiva le acque calme di un torrente, ma solo di fronte a quella pennellata semiblù poteva cantare a squarciagola Summer on solitary beach. Sull’Oceano sono in tanti a ritrovare la voce. E il Barone fu lì che trovò Selene. Bianca come una canna di bambù. Era mercoledì: lui vendeva dadi d'ananas e banane in riva al mare, lei leggeva i fondi di caffè, a gambe incrociate sotto un pergolato di vite americana.
Il Barone la guardò senza malizia.
Lei sorrise: “Non hai caldo con quel maglione a collo alto?”
“Un po'. Ma ho più paura delle rose...”
“Nel tuo destino non ci sono rose, solo girasoli. I fondi di caffè non mentono.”
“Allora stasera ceniamo insieme?”
“D'accordo. Ti porterò un mazzo di rose. Se hai paura è bene che ti passi subito.”
Il Barone, quella sera si presentò a torso nudo, ma con le basette più lunghe e più bionde del solito.
Selene si presentò con cinque girasoli e quando glieli dette commentò a bassa voce: “I fondi di caffè non mentono. Mai.”
Passarono insieme due settimane. Giorno e notte. Poi, una mattina, il Barone prese un volo per Bilbao. Era un giovedì.
Selene lo avrebbe ritrovato due anni dopo. Per caso. Durante una sfilata di moda a Ulan Bator.
“Anche tu in Mongolia?”, fu il saluto improbabile di Selene.
“Mi sposi?”, rispose il Barone arrossendo per la prima volta dopo tredici anni.
“Ma sì, tanto domani è domenica.”

Quando l'ho conosciuto, il Barone della Luna, era già adulto.
“In campagna s'invecchia prima, ma si vive più a lungo” era la sua frase preferita, quelle poche volte che parlava. Continuava a giocare a scacchi tra Rossi e Neri, a fumare sigarette all’oppio, a disegnare cartine geografiche sui papiri e a suonare il djambé nei giorni di vendemmia.
Nelle notti senza stelle scriveva milonghe, autoritratti – a tratti – distratti:
“Son Barone della Luna
son cocchiero in gran tempesta
c’ho la mano forte e lesta
lo stivale in pelle nera
folta e d’oro la criniera
che riluce sulla testa.
L’espressione triste e mesta
di velluto il pantalone
tra ruggiti di leone
sono nato sotto il sole
sopra un manto di viole
rifiorite all’occasione.
Con il collo del maglione
mi proteggo dai pensieri
di sapienti masnadieri
di corsari inconcludenti
luccicando come i denti
che rosicchiano i bicchieri.”
Ma eran ben altri i versi che l’avrebbero reso famoso. Versi introversi, con postille di rame e note a piè di pagina.
Questo sarebbe successo al tempo delle coccinelle e della sangria. Al tempo di quando avrebbe incominciato ad affrescare le nuvole. Al tempo di quando non si sarebbe capacitato del perché Selene diventasse ogni giorno più bella e ogni giorno più bianca.

Il Barone della Luna, quando l'ho conosciuto, non parlava quasi mai. Ma quando meno te l’aspettavi dissertava a lungo sui vicoli di Parigi, sui marciapiedi di Pigalle, sulle foglie rossobruciate a tratteggiare la Senna, sui sogni della Comune, sul sepolcro di Jim Morrison, sugli odori della metropolitana, sui volti appiccicosi dei mimi, sulle finestre nei tetti, sui culi alle finestre, sulle negre verdi della periferia.

Era nato tra i girasoli, il Barone della Luna, e questa era la sua grazia e la sua condanna. Non avrebbe mai trovato centri di gravità permanente, perché credeva al basso ventre più che all’intelletto dei romantici o alla passione dei razionalisti. Credeva nel vino, nell'aceto e nei tramonti. Nutriva qualche dubbio sull'olio e sulle galline. Diffidava dei golosi di rucola e dei ghiotti di limoncello. Ma quando giocava a scacchi muoveva i Rossi, per primo. E rideva soltanto all’ampio gesto a Elle del Cavallo.

martedì 20 dicembre 2011

Wine on the road: “LE VIGNE DI FRENE’” di Giorgio Baro



Giorgio Baro, con il racconto “LE VIGNE DI FRENE’”, ha partecipato al quinto concorso letterario di Villa Petriolo “Wine on the road”. Buona lettura!


Giorgio Baro scrive di sé:
“Sono nato nel 1961 a Torino, città dove ho sempre vissuto e dove lavoro come impiegato. Oltre ad essere appassionato di sport, amo molto la montagna alla quale mi avvicino, per quanto possibile, in tutte le stagioni; infatti mi piace fare escursioni sia a piedi sia con gli sci. Altre mie grandi passioni sono la lettura e la scrittura; da alcuni anni scrivo testi di prosa ma soprattutto di poesia (a quest’ultima mi dedico, pur con discontinuità, fin dai tempi della scuola media)”.


Racconto “LE VIGNE DI FRENE’” di Giorgio Baro


… a volte il viaggio è tornare inaspettatamente alle proprie origini …

Aldo Blanc aveva appena incominciato ad andare a scuola la prima volta che era salito alla borgata Frenè. In quegli anni, nella frazione arroccata sopra un cocuzzolo del pendio esposto a sud - dal fondovalle si distingueva subito la chiesetta bianca, quasi una sentinella vigile e benedicente sulle case - oltre a suo nonno risiedevano unicamente due famiglie; e pensare che, fino alla metà del secolo scorso, ci stavano ancora una ventina di persone. Andando indietro nel tempo, però, nel villaggio ogni baita era abitata, e i bambini sbucavano da sotto i tavoli e da dietro la stufa e facevi fatica a contarli tutti.
Poi, dal 1950 in avanti, l’abbandono della montagna aveva sempre più ridotto la popolazione stanziale; una minoranza si era fermata in valle, ma la maggior parte era scesa nella grande città di pianura a cercare un lavoro in fabbrica. Generazioni nuove, che non volevano ripetere la vita di stenti e di sacrifici dei loro vecchi. Così, inesorabilmente, i muri delle stalle e delle case vuote si crepavano sempre più, gli inverni di nevi pesanti sfondavano i tetti, cespugli spinosi infestavano i coltivi strappati con fatica a un terreno impervio. Solo qualcuno, verso il finire del secolo, era tornato su e, impiegandoci sudore e risparmi, aveva riaggiustato la vecchia baita di famiglia. Qualcun altro aveva provato a vendere, ma senza successo. Quella non era montagna che si prestasse allo sci o al divertimento, quella era sempre stata e sempre sarà montagna povera, del silenzio e delle pernici. Nessuno ci avrebbe fatto investimenti turistici. Chi tornava era perché cercava le sue radici.

Da bambino alla borgata Frenè Aldo ci era poi salito soltanto un’altra volta in autunno quando si era fermato per alcuni giorni dal nonno Giustino. Durante quella settimana era andato al pascolo con le due mucche, Nerina e la Fulva, e aveva aiutato il nonno a vendemmiare. Chi allora abitava alla borgata lavorava dei terrazzamenti dove cresceva la vite: erano vigne di pochi filari, e la vendemmia si concludeva nel giro di qualche ora. Aldo ricordava il nonno che si caricava sulla schiena la gerla piena di grappoli; una volta pigiati, avrebbero dato un vino fresco e fruttato, poco adatto all’invecchiamento, dal colore rubino scarico che col tempo tendeva a virare all’arancio.
In seguito, per anni, Aldo non avrebbe più rivisto la casa del nonno in montagna. Suo padre, ingegnere alla Fiat, era andato a lavorare prima in Brasile e poi in Sicilia portando sempre con sé la famiglia.
Fu proprio durante la permanenza in America latina che Aldo avvertì fortissima la vocazione religiosa. Rientrato in Italia si chiuse in seminario; questa scelta, però, non fu assolutamente condivisa dai genitori, in particolare da suo padre che tentò in tutti i modi di dissuaderlo. Non essendoci riuscito, sparì, e con lui sua madre; di loro non seppe più nulla, forse erano nuovamente partiti per il Brasile.
Nonno Giustino, intanto, aveva appena fatto in tempo a vedere l’alba del nuovo millennio prima che il sangue, in un moto ribelle improvviso, strozzasse i suoi giorni. Aldo, all’ultimo esame di teologia, pochi mesi e avrebbe vestito l’abito talare, fu l’unico tra i parenti ad accompagnarlo al cimitero in un gelido pomeriggio di primavera. Quattro anni dopo la curia lo mandò a sostituire don Mario nella diocesi sulle montagne dov’era vissuto il nonno. Ad Aldo Blanc, diventato per Dio e per gli uomini “don Aldo”, non parve vero. “Com’è incredibile la vita”, si ripeté per giorni.

Don Aldo arrivò a destinazione una mattina di febbraio che nevicava; appena sceso dal treno lo accolse il vice sindaco, un omino rubizzo con due baffoni spioventi che, senza ascoltare ragioni, lo accompagnò al caffè a bere un punch bollente. Poi andarono insieme alla canonica. Lì rimase solo con don Mario; questi, un sacerdote che per cinquant’anni non si era mosso dalla valle, gli parlò a lungo del paese, delle borgate e delle anime della parrocchia. Era una memoria storica formidabile don Mario: ricordava tutto e tutti, dall’ultimo battezzato a quanti vitelli erano nati l’anno in cui lui era venuto pastore di quella comunità. Ora era mezzo cieco e minato dall’artrosi; pur reggendosi in piedi a fatica, prima di scendere in città all’ospizio dei salesiani, volle benedire don Aldo e abbracciarlo a lungo.
Don Aldo si mise subito al lavoro. Era sua intenzione rivitalizzare la fede richiamando più gente possibile. Per Pasqua, aiutato da un gruppo di giovani e dal vice sindaco, in fondo un buon diavolo col vizietto di bere e di non andare a messa la domenica, organizzò una lotteria per raccogliere fondi e avviare il restauro dell’affresco del giudizio universale nella navata sinistra della chiesa parrocchiale. Si era anche rivolto al direttore della banca locale sperando di ottenere una consistente sponsorizzazione. In futuro avrebbe voluto recuperare gli altri affreschi nelle cappelle sparse sui monti fino a prospettare un percorso di sicuro richiamo.
Prioritario, però, sentiva di dover fare qualcosa per la piccola borgata di Frenè. Ora tutto l’anno lassù ci stava solo una persona, il vecchio Rino che camminava sciancato, ma che, anche negli inverni più rigidi, non era mai voluto scendere in paese. Quando nevicava, la strada per Frenè era sempre l’ultima a essere pulita dallo spazzaneve, e non di rado capitava che Rino restasse isolato per diversi giorni; però lui, scorza dura, non aveva paura di niente e di nessuno.

A fine marzo, un pomeriggio di sole, Don Aldo salì a case Frenè. Un paesaggio candido e incantato lo accolse. Lasciata l’auto, si avviò a piedi verso la baita dal cui camino usciva una bava di fumo. Rino era seduto davanti all’uscio in compagnia di Zagor, un pastore maremmano dal pelo bianco-panna, e masticava tabacco. Da lontano don Aldo salutò. “Mi chiamo don Aldo, disse, ma voi mi conoscete come Aldo, Aldo Blanc, il nipote di nonno Giustino. Vi ricordate?”
Rino lo guardò avvicinarsi. Erano anni che non vedeva un prete.
“State bene, Rino?” domandò don Aldo.
“Davvero sei Aldo? - abbozzò Rino trattenendo Zagor - Chi l’avrebbe mai detto che saresti tornato …”
“Sì, sono proprio io. Ne è passato del tempo …”
“Già, è passato proprio tanto tempo, - si fece malinconico Rino - ormai qui ci sto solo più io; con Zagor, con la Bianca che mi dà il latte per fare un po’ di formaggio, e con le galline nella stalla. Ma qui si sta bene, sai … anche se cammino tutto storto, io qui sto bene, è casa mia.”
Si scambiarono una vigorosa stretta di mano. Rino tacque a lungo prima di riprendere “Eri un bambino, la prima volta che sei venuto eri un bambino. Sono passati davvero tanti anni”
“Così è la vita.”
“Da qui li ho visti andare via tutti; raramente qualcuno ritorna, ma nessuno è più capace di restare a viverci … eh sì, sono proprio andati via tutti, chi prima chi dopo … e chi non è andato via, è rimasto per sempre!”
Don Aldo si fermò ancora a parlare poi concluse “Ora voglio andare a vedere la baita del nonno. E’ sempre là?”
“Sì, è sempre là. C’è da camminare nella neve marcia che è scesa domenica, - lo avvisò Rino - ma tu hai le gambe buone, non farai fatica.”
In fondo alla borgata la baita del nonno si ergeva solitaria come un gendarme in retroguardia; più avanti don Aldo intuì esserci le vigne, o meglio quello che restava dei terrazzamenti un tempo coltivati a vite. “Questi tralci torneranno a dare frutto”, giurò a se stesso cercando di individuare i filari secchi sotto un sudario di gelo.

In paese la vita scorreva tranquilla. Don Aldo seppe inserirsi in fretta e bene; la gente lo cercava, sapeva stare e parlare con i valligiani come se fosse uno di loro. E insieme a loro viveva il divenire delle stagioni.
Con la primavera, i versanti a sud dove sorgeva Frenè, come sempre furono i primi a svestire la coltre bianca. Don Aldo saliva spesso alla baita del nonno. Riaprì casa, rese subito funzionale la cucina; in quelle giornate di cielo terso e sole, quando l’aria però frizzava accarezzando la faccia, ripulì ben bene dalle erbacce il terreno intorno. Una sera, prima di scendere, Rino lo invitò a bere un bicchiere. “Assaggia, disse orgoglioso, questo è il vino della nostra terra, lo stesso che faceva tuo nonno.” Don Aldo assaporò quel succo d’uva lievemente aspro e disse “Se mi aiutate e mi consigliate voi, Rino, vorrei ridare vita alla vigna del nonno. E vorrei portare il vino che verrà all’altare, e farne il vino benedetto per la messa.”
“Bravo, - fece Rino - bravo, sappi solo che ci vorrà tanta forza. E costanza, e non arrendersi mai. Sono anni che la vigna è abbandonata.”
“Ce la farò, con l’aiuto del Signore ce la farò!”
E don Aldo già quell’anno ce la fece. Con l’aiuto del Signore, sì, ma anche con la forza delle sue braccia e i buoni consigli di Rino. Dissodò i terrazzamenti, strappò a uno a uno i rovi e le ortiche, nel tempo giusto diede il verderame sia alla sua vigna sia a quella di Rino; con stracci e vecchie latte che sbattevano al vento improvvisò due fantocci per spaventare gli uccelli. Intanto, sempre grazie a Rino e alla mani robuste di Matteo, un giovane della valle che studiava agraria in città, rimise in funzione la cantina interrata del nonno; recuperò il torchio e si fece portare su una piccola botte che i ragazzi del paese gli avevano regalato per festeggiare il primo lustro di sacerdozio.
A inizi ottobre raccolse il frutto del suo lavoro. Come nonno Giustino a suo tempo e come Rino ancora adesso, si caricò sulle spalle la gerla piena dei preziosi grappoli d’uva Avanà; gli bastò un mezzo pomeriggio per terminare la vendemmia. Nei giorni a venire, sempre sotto l’occhio attento di Rino, seguì la fermentazione fino a riempire il tino per tre quarti di mosto che arrivava a malapena a diciotto gradi di zuccherina.
Quell’anno ottenne un vino rosso dal profumo fresco di fiori e frutta e dal retrogusto appena asprigno. Né portò in canonica una tanichetta alla volta e lo usò in parte per bere un bicchiere a cena e in parte per la consacrazione nella messa.

Ad agosto dell’anno dopo don Aldo, aiutato da Matteo e da altri ragazzi, volle organizzare la festa dell’Assunta alla chiesetta di Frenè riaprendola per l’occasione. Da tempo ormai don Mario, vecchio e malato, non l’aveva più fatto.
La mattina della festa, a Frenè salirono tanti turisti e valligiani. Rino si emozionò nel vedere tutta quella gente sui prati e tra le case. Venne allestita la pesca di beneficienza per ricavare qualche soldo e salvare il tetto della chiesetta prima che fosse troppo tardi; in premio c’erano giochi per bambini, abbigliamento sportivo e prodotti locali. Don Aldo aveva offerto dodici bottiglie del suo vino facendosi preparare l’etichetta con su scritto “il vino del nonno” dal titolare del supermercato del paese. Quell’uomo, in piena crisi di coscienza dopo essere uscito indenne da un brutto incidente con il furgone, durante la confessione aveva rivelato alcuni trucchi che usava per truffare i vecchi quando andavano a fare la spesa da lui. Così, oltre alle preghiere e al giuramento di rigare dritto da quel momento in avanti, don Aldo gli aveva suggerito come dimezzare i prezzi senza farsi vedere da chi aveva raggirato; ma soprattutto lo aveva invitato a donare grappe e marmellate nonché a provvedere al vino per la festa di Frenè.
Alla fine, con la pesca di beneficienza, i soldi delle offerte e il ricavato della polenta servita a pranzo, ne uscì il gruzzolo giusto per pagare il materiale necessario a un intervento di emergenza sul tetto della chiesetta. Inaspettatamente la manodopera la pagò il proprietario del supermercato. “Dovete averla fatta ben grossa, - gli sussurrò don Aldo - ma il Signore tutto vede, e il Signore perdona. Lui sa …”
Di certo ci fu che per la festa dell’Assunta la borgata Frenè era tornata a popolarsi come da anni non succedeva; già a fine mese, però, le baite erano sprofondate nel loro silenzio rotto solo dal soffio del vento o dal lontano scroscio del torrente tra le rocce. Anche chi aveva ristrutturato casa, finite le ferie, era rientrato in città. Rino lassù stava di nuovo da solo tutto il giorno; pur zoppicando, andava al pascolo con la Bianca e con Zagor, badava alla vigna e al campo di patate, sfalciava il fieno, e, a sera, immobile sull’uscio, masticava tabacco guardando sui monti correre veloci le ombre del tramonto.
Don Aldo saliva a Frenè quasi tutti i giorni e due volte alla settimana portava il pane, il tabacco e quel poco d’altro che serviva a Rino. Un giorno, mentre ritornava dalla vigna, fu chiamato dal vecchio che lo aspettava seduto davanti casa: “Vieni dentro, voglio farti vedere una cosa.”
Nella penombra, sul tavolo di legno spesso, Rino aveva appoggiato dei pampini; più in là c’era un foglio di giornale steso a nascondere qualcosa. Rino lentamente sollevò la carta scoprendo l’immagine della vecchia baita del nonno composta con le foglie della vite disposte sopra una scatola di scarpe disfatta. Quell’immagine quanto somigliava alla baita di nonno Giustino!
“Come avete fatto?” si stupì don Aldo.
“Una volta scelte e piazzate le foglie giuste, le ho incollate con la resina sopra il cartone della scatola: di là non si staccano più. Ora si può mettere sotto un vetro e farne un quadro.”
Don Aldo si commosse, a stento trattenne una lacrima. “E’ bellissimo, Rino, grazie, grazie, ma … insegnatemi come si fa.”
“Magari un giorno, don Aldo, chissà.”

L’estate ormai scivolava verso l’autunno; una mattina i prati e le vigne di borgata Frenè si svegliarono intirizziti da una brinata precoce che faticò a sciogliersi durante le ore calde.
A fine settembre Don Aldo scalpitava per vendemmiare. Un giorno Matteo lo fermò in piazza e gli propose: “Don Aldo, aspetta a vendemmiare, lascia che i grappoli rimangano sui tralci, li raccoglierai d’inverno, a gennaio, una notte che la temperatura sarà di 8/10 gradi sottozero.” Il prete pensò che Matteo fosse fuori di testa e stava per dirglielo quando questi continuò “Quest’anno con la cooperativa tentiamo un esperimento, vogliamo fare il vino del ghiaccio.”
“Cosa?!”
“Sì, il vino del ghiaccio. Ci siamo già attrezzati nelle vigne di borgata Maddalena, abbiamo coperto i filari con una rete perché gli uccelli non mangino l’uva. Vieni a vedere.”
“Ma che cos’è?”
“Si lasciano su i grappoli fino in pieno inverno, il freddo raggrinzisce e disidrata gli acini però ne conserva il succo dolce; è vero, ce ne sarà pochissimo, ma quel pochissimo avrà un gusto unico, un concentrato di profumi e di zuccheri. Il vino del ghiaccio si fa molto in Canada e in Germania, e qualcuno lo produce anche in val d’Aosta e nel cuneese. Ci stai a provare con noi, don Aldo?”
“E se poi non viene? E .. per la messa … mica si può usare un vino così?”
“Ce la faremo don Aldo, ne sono sicuro! Chiameremo i giornali e la televisione per riprendere la vendemmia, daremo visibilità al nostro paese e alla nostra terra, sarà un bel modo per farci conoscere. Ci aiuterai? Sono sicuro che ce la faremo!”
Don Aldo accettò la sfida. Disse “Ce la faremo, con l’aiuto del Signore ce la faremo!”
Matteo si organizzò subito e già il giorno dopo aveva tirato una rete finissima anche sopra la vigna di don Aldo. In piedi a masticare tabacco, Rino guardò scettico quel gran daffare senza dire nulla.

Nella notte di gennaio stabilita per vendemmiare, a borgata Frenè, oltre agli inviati della stampa locale, salirono anche i giornalisti della televisione nazionale pronti a documentare l’avvenimento. Don Aldo, insieme ai ragazzi della cooperativa - tutti con le giacche a vento, i guanti e le pile frontali accese, passò tra i filari a cogliere i grappoli gelati. Dalla finestra Rino vide tanti lumini muoversi nelle tenebre della montagna e s’illuse che i vecchi abitanti di Frenè fossero tornati sulle loro terre. Gli venne voglia di uscire per andare loro incontro, ma una lacrima lo trattenne. Nel sonno, quella notte, si sedette fuori con nonno Giustino a fumare e a parlare del tempo andato proprio come a raccontarsi le emozioni di un viaggio infinito.

Dopo lunghi mesi di fermentazione naturale, un centinaio di bottiglie da 0,375 cl di vino del ghiaccio facevano bella mostra nella cantina della cooperativa. Una giusta percentuale spettò a don Aldo che, dopo averne lasciato un assaggio a Rino nonché qualcosa per la prossima festa a borgata Frenè, portò il resto in chiesa perché diventasse il vino consacrato nelle messe solenni.

domenica 18 dicembre 2011

Hora a hora, día a día, año a año




«¿Quien es el que amo? No lo sabréis jamás.
Me miraréis a los ojos para descubrirlo y no veréis
más que el fulgor del éxtasis. Yo lo encerraré
para que nunca imaginéis quién es dentro de
mi corazón, y lo meceré allí, silenciosamente,
hora a hora, día a día, año a año. Os daré mis
cantos, pero no os daré su nombre. El vive en
mí como un muerto en su sepulcro, todo mío,
lejos de la curiosidad, de la indiferencia y la maldad».


«Chi è colui che amo? Non lo saprete mai.
Mi scruterete gli occhi per scoprirlo e non vedrete
mai che il fulgore dell'estasi. Io lo imprigionerò
perché mai sappiate immaginare chi ho dentro il
mio cuore, e lì lo cullerò, silenziosamente, ora
dopo ora, giorno dopo giorno, anno dopo anno.
Vi darò i miei canti, ma non il suo nome. Lui
vive in me come un morto nella sua tomba, tutto
mio, lontano dalla curiosità, dall'indifferenza,
dalla malvagità».


(Alfonsina Storni, El ensueño - Il sogno, dai Poemas de Amor, Buenos Aires, 1926, traduzione di Alessandro Prusso )

sabato 17 dicembre 2011

Racconto “A MONTALCINO” di Patrizia Cozzolino per WINE ON THE ROAD



La ricca settimana di pubblicazione dei racconti di "Wine on the road", quinto concorso letterario di Villa Petriolo, prosegue...Un dono di Natale, che speriamo gradito, a tutti gli amici di Villa Petriolo e DiVINando.

Patrizia Cozzolino è nata a Napoli, dove risiede.
Ha partecipato ai seguenti concorsi letterari: 2002, Soffusi Chiarori, 1° Premio IV Edizione Premio Internazionale di Poesia e Solidarietà Guido Giustiniani; 2008, Pallidi baluginii, 1° Premio I Edizione del Premio Letterario Il labirinto; 2008, Falesie e crepacci, Premio Speciale Comune di Cesa V Edizione Premio Internazionale Poesia Francesco De Michele; 2011, I volti delle rocce di Lucania, 1° Premio VI Edizione Premio Internazionale Poesia e Narrativa Napoli Cultural Classica; 2011, Collettivo olocausto, 1° Premio Premio Internazionale di Poesia Coluccio Salutati Edizione 2011.


Racconto “A MONTALCINO” di Patrizia Cozzolino

Gridava Mattia al di fuori della cantina. Era rimasto all’esterno, nel passeggino, insieme a Valentina che non aveva un grande interesse per il mondo delle cantine e del vino in genere e che quindi si era offerta di badare a lui.
Valentina e Mattia ci seguivano dall’esterno. Era come se stessimo compiendo lo stesso viaggio: loro due in superficie, noi al di sotto del manto stradale e, in qualche caso, ancora più giù, sempre più lontani dalla superficie e più vicini alle “viscere della terra”. Eh già! Era decisamente emozionante la visita alle cantine, quando questa si sviluppava in profondità. La temperatura all’interno si riduceva sempre di più e una gradevole sensazione di benessere originata dalla frescura dell’ambiente s’impadroniva di noi visitatori, piacevolmente allietati dal profumo del vino che, al progressivo abbassamento della temperatura, veniva da noi avvertito come più fresco ed intenso.
Compresi, pertanto, che sulla bontà del vino, materia tutt’altro che inerte, influiscono più fattori, in primis l’ambiente in cui è conservato.
Sembra un’osservazione banale, ma così non è, se pensiamo a come spesso maltrattiamo fiaschi e bottiglie di vino, ponendoli in ambienti caldi, qualche volta addirittura esposti alla luce diretta del sole.
Quando compiamo questo gesto criminale uccidiamo il vino, pregiudicandone i suoi intrinseci caratteri di vitalità.
E indirettamente, senza accorgercene, aborriamo la nostra cultura, che è anche esperienza legata alla coltivazione della vite e, successivamente, al processo di vinificazione.
Ero immersa in questi pensieri mentre mio padre diceva: - Ada, senti come si sta bene qui, non vorrei più andarmene via - .
Col suo sorriso gioviale e aperto, guardava negli occhi il proprietario della cantina che ci illustrava la storia della sua azienda vinicola, racconto che mio padre, forse più di me, seguiva con estrema attenzione. Forse perché anche lui, sia pure in piccolo, “faceva il vino”.
Avevamo un piccolo appezzamento di terra nella zona a ridosso delle Rampe di S. Antonio a Posillipo, delimitato da un costone tufaceo al di sotto del quale si apriva una galleria, che papà aveva trasformato nella sua “piccola cantina”.
Così ogni anno nella stagione autunnale, acquistati svariati quintali d’uva, di qualità per lo più sangiovese e moscato, si dilettava nella lunga, paziente e laboriosa produzione del vino. Vino che poi, al netto di quello destinato al consumo della famiglia, regalava per lo più ad amici e parenti.
La visita alle cantine di Montalcino rappresentava quindi per papà un’occasione di confronto con realtà organizzate e strutturate, dalle quali traeva spunti per apportare migliorie alla sua piccola realtà, celata nel piccolo terreno che amava coltivare e al quale era legato.
Diceva il Sig. Biasotti, il padrone della cantina, che un buon vino nasce innanzitutto dall’amore profondo per la terra che lo produce. Se la terra non è curata, valorizzata, le viti non daranno un buon vino.
Papà, annuendo col capo, condivideva l’osservazione del Sig. Biasotti, al quale replicava: - Mi deve credere, per me la terra è sacra, sento quasi che avverta i miei passi ed ogni mattina quando vado in campagna dialogo con le piante. E mi pare che le viti stiano ad ascoltarmi.
Il Sig. Biasotti e papà avevano scoperto di avere comuni interessi, legati al mondo del vino. Così iniziarono a parlare fra loro con tono sempre più amichevole, come se si conoscessero da svariato tempo, accompagnando le parole con gesti che solo la confidenza dettata dalla consuetudine sedimentata nel tempo può rendere spontanei ed abituali.
- Sig. Biasotti - diceva mio padre, mentre gli dava una leggera pacca sulla spalla - e adesso fatemi assaggiare questo bel vino rosso. Che bel colore rubino, intenso! Invecchiato in botti di rovere? - .
Il padrone della cantina, forse felice di fare da cicerone a qualcuno che nutriva un reale interesse per la sua attività, ricambiando la pacca sulla spalla rispondeva: - Certamente, è invecchiato in botti di rovere. Ora lo assaggiamo - .
Riempì alcuni calici che gentilmente ci porgeva mentre noi eravamo già in visibilio nell’osservare il gesto della mescita del vino, di colore intenso e brillante che fluiva dalla bottiglia al calice: io apprezzai enormemente il “sacro nettare”, prima ancora d’assaggiarlo, allorché piccole bollicine si formarono in superficie all’interno del bicchiere. In una frazione infinitesimale di secondo l’elemento olfattivo e quello visivo si fondevano armonicamente insieme. Piacere della vista e piacere dell’olfatto stringevano un connubio che amplificava l’eccellenza di un prodotto d’altissima qualità.
Mio padre che nel frattempo, sentendosi ormai di casa, si era servito da solo il vino, prima ancora che il Sig. Biasotti avesse riempito i calici per tutti, col suo sorriso aperto e felice diceva: - Bevi, Ada, bevi, è buonissimo! - .
Il vino era eccellente, ma papà si sarebbe dimostrato egualmente entusiasta anche se così non fosse stato. Era nella sua indole vedere sempre il lato buono delle cose, vedere la bontà prima della cattiveria, il bicchiere mezzo pieno invece che mezzo vuoto.
E in una cantina, come si fa a non vedere i bicchieri se non mezzi pieni?
E allora prosit! Evviva il vino, evviva Bacco, evviva le cantine, magici mondi sotterranei che custodiscono intensi e profumati tesori…liquidi!

venerdì 16 dicembre 2011

WINE ON THE ROAD: “Mezzogiorno di fuoco” di Gianni Mario Molteni



Gianni Mario Molteni
ci racconta di sé:
“Comasco, vivo a Milano da 50 anni.
Scrivo per conoscermi. Di recente, spinto da amici - i miei “25 lettori” - ho partecipato ad alcuni Concorsi: 2010 Premio “Poeti e Scrittori in Lombardia” : 1°; 2011 : Premio “Poeti e Scrittori in Lombardia” : 1°; Premio “Parole… sull’acqua” 1°; Premio “Antonio Fogazzaro”: 1°.
Con diligenza ma minor passione rispetto ai racconti, ho scritto un libro di management e uno di storia: Manager in affitto, Franco Angeli, 1997, Civiltà Cooperativa, Cooperativa il Raccolto, 2010”.

Buona lettura del racconto cin cui Gianni Mario Molteni ha partecipato al concorso letterario di Villa Petriolo edizione 2011!


Racconto “Mezzogiorno di fuoco” di Gianni Mario Molteni


Se dietro il campanile non si fosse intravisto il nuraghe, avresti creduto di essere nella Hadleyville di Mezzogiorno di fuoco. E se quel mezzogiorno di luglio Zinnemann fosse passato di lì, certamente gli avrebbe preso voglia di girare un remake.
A quell’ora il sole cuoceva il Sulcis e, come a Hadleyville, anche a Sant’Anna Arresi ogni via era deserta. Ma, come lo sceriffo Kane, avvertivi che il paese ti stava scrutando da dietro gli scuri. Scrutava me spaesato che non sapevo che la brezza del mare e la spiaggia bianca erano poco più in basso, dopo la macchia di Porto Pino.
Me lo spiegò al bar uno di lì. E parlando smorfiò di disappunto. Era colpa del sindaco e di tre o quattro suoi compari se il paese era così; la speculazione immobiliare seguitava a mordere terra e paesaggio; i giovani non avevano né sangue né lavoro e molti anziani, venduti i terreni, se ne erano andati a tramontare a Cagliari. Lui invece, lo disse con orgoglio, i terreni li aveva tenuti.
- Mi pare che in Sardegna ogni cosa che inizia degeneri o resti a metà - dissi pensando al turismo e all’industria. - Perché non se ne va anche lei? -.
- Perché qui sono nato. Non puoi scegliere dove nascere, ma dove nasci devi metter radici. Anche se è terra magra -.
Era passato da poco mezzogiorno quando lo salutai. Mi rispose con un cenno del capo. Nel tardo pomeriggio lo rividi fuori dal bar. Con un gesto secco della mano, da un brano d’orizzonte tra le case m’indicò un edificio distante, disteso bianco ai piedi della collina, di fronte al mare.
- Non tutto quello che qui inizia resta a metà. Qualcosa radica e cresce - disse asciutto. - E’ una nuova cantina. Ci vada -.
Non ero lì per andar per cantine, ma al mare. Però il suo tono tassativo quasi mi costrinse a chiedergli di indicarmi la strada. Scendere quella asfaltata per un paio di chilometri, prendere a sinistra un viottolo sterrato, in fondo iniziava il vigneto che saliva fino alla cantina. Ma mi trattenne per un braccio indicandomi la chiesa: stava uscendo un funerale. Dopo feretro e prete, un uomo alto dal passo grintoso, e dietro di lui un lungo corteo di donne, minuscole e vestite di nero.
- E’ quello il sindaco - mi disse.
Nei tratti mi ricordò Miller, il bandito che nel film vuole uccidere lo sceriffo. “Se ci fosse riuscito”, pensai mentre il corteo funebre passava, “questo sarebbe stato il funerale della Legge”. Ma l’accozzaglia edile che avevo intorno mi fece capire che a Sant’Anna Arresi la Legge era stata sepolta da tempo.
Arrivato all’inizio dello sterrato, dovetti fermarmi. Da dietro un canneto sbucava un altro corteo, lunghissimo, questa volta di pecore, le mammelle gonfie da scoppiare. E subito dopo il gregge, una 500 sfatta orba di un fanale, guidata a passo di pecora da un figuro massiccio che mi scrutò con occhi aguzzati. “Che sia un altro compare di Miller in ritardo sull’appuntamento di mezzogiorno?” ironizzai sulla mia immaginazione mentre riprendevo a salire verso la cantina.
Il suo profilo disteso comparve appena sopra il vigneto. Il verde scuro dei lecci che vestiva la collina e i filari ramati che declinavano a mare con le righe rosse dell’argilla incorniciavano la facciata candida, decorata per metà con disegni di arazzi sardi. Candida, tranne il portale nero e le grandi vetrate azzurro scuro, specchio del mare all’imbrunire. Erano passate da poco le 19.
Sul piazzale c’era solo un’automobile. Forse era tardi. Ma volevo appagare la mia curiosità, ora aumentata dall’eterodossa architettura della cantina. Ricordavo quelle trentine e altoatesine, ben diverse da questa che, chissà perché, mi portava a pensare a un’eterodossa basilica orizzontale disegnata da Le Corbusier con l’aggiunta di una buona dose di minimalismo.
Il silenzio intorno però mi lasciava poche speranze. Suonai lo stesso al citofono confidando almeno in una voce. Invece venne ad aprire una donna giovane, snella, dall’aria frizzante.
- Benvenuto, si accomodi - disse.
- Scusi l’orario - ma proprio qui sotto mi ha fermato un gregge -.
- Capita spesso, in questi mesi dell’anno è sempre da ‘ste parti. Dietro al gregge c’era una 500 scassata, vero? -.
- Sì, e dentro un uomo che mi ha fulminato con gli occhi -.
Sorrise accompagnandomi verso il banco di degustazione. - E’ il proprietario del gregge - spiegò. - Continua a fare il pastore, benché da queste parti abbia ancora molti terreni dopo averne venduti un po’ a un gruppo immobiliare. Ci hanno fatto un villaggio turistico, appena sopra Porto Pino -.
Poi, quasi confidenziale, aggiunse: - E’ una persona strana. Pensi, tiene sempre con sé tutti i soldi che ha, anche quelli della vendita dei terreni, se li porta in giro col gregge come fossero pecore. Un giorno la Guardia di Finanza lo ha rintracciato in un prato dalle parti di Giba per notificargli una multa salata, pare per irregolarità nella vendita. In paese dicono, ma forse è un’esagerazione, che ha tirato subito fuori dal giubbotto due rotoli di banconote di grosso taglio insistendo per pagarla in contanti direttamente ai finanzieri -.
Parlava leggera come pennellando ad acquerello e benevola verso il pastore. Voleva forse convincermi che non era un compare di Miller? E mentre raccontava si dimostrò anche efficiente. In poco tempo preparò bottiglie e bicchieri sul banco di degustazione.
Assaggiai vini ai quali, non essendo poeta, non avrei saputo dare quei nomi. E che, pur non essendo un intenditore, trovai intriganti come la giovane donna e la cantina. E tutti in bottiglie più nere del nero. Come le donne del funerale.
- Vogliamo che il vino parli del territorio dando emozioni - disse con garbo.
Professionale ma non smaccata, pensai si occupasse di marketing. Glielo chiesi.
- No, di contabilità -.
Peccato, certamente sprecata per partita doppia e bilanci. Le chiesi ancora: - Lei però non è sarda, non raddoppia le consonanti -.
- Sì, sono lombarda, di Monza. E trentino mio marito, l’enologo -.
Stavo per dirle che non sempre si mettono radici dove si nasce. Ma i vini appena degustati mi distolsero dalle mie solite velleità pseudosociologiche. - Allora scommetto che proprio perché non è sarda sa dove qui intorno si mangia bene con questi vini -.
M’indicò una decina di ristoranti tra Carloforte e Teulada e i loro piatti forti. - Ma anche in paese c’è un posto buono - aggiunse. - Si chiama Lavori in corso -.
La ringraziai: - Ripasserò di qui per darle un feed-back - aggiunsi sperando che da cosa nascesse cosa.
- Non si disturbi, sulla business card c’è il mio indirizzo e-mail. E per ordinare i vini, c’è il sito internet -. Marcando le parole inglesi, mi fece capire che la mia era speranza vana.
Andai a cena a Lavori in corso. La porta flippava come quelle del saloon e il viso della cameriera era bello e diafano come quello di Grace Kelly, la sposa dello sceriffo. Dopo cena presi una decisione radicale: niente mare; entroterra di giorno, Lavori in corso di sera. Per cibo e vino. E cameriera, che forse non conosceva l’inglese.
In quattro giorni combinai scavi di Nora con uova di quaglia sode, chiesa romanica di Tratalias con culurgiones, nuraghi di Seruci con scorfano in guazzetto, archeologia
mineraria con ricotta di capra col miele. E ogni sera una bottiglia di poesia. Per rinnovare le emozioni, e anche sognare la cameriera.
La sera prima di partire, un bicchiere di Buio Buio mi diede invece tristezza. A differenza di quella dello sceriffo Kane mentre lasciava Hadleyville, la mia era per le cose che avevo iniziato e lasciato a metà. Come se il giorno finisse a mezzogiorno.

giovedì 15 dicembre 2011

Il racconto “L’odore del vento che spettina i vigneti” di Alessandra Pepino per WINE ON THE ROAD



Alessandra Pepino, di Napoli, è laureata in Scienze dello spettacolo e della produzione multimediale presso l’Università degli studi di Napoli Suor Orsola Benincasa. Coltiva la passione della scrittura fin da bambina, nella speranza di farne, un giorno non troppo lontano, la sua professione.

Con il racconto “L’odore del vento che spettina i vigneti” ha partecipato al quinto concorso letterario di Villa Petriolo “Wine on the road”.

Racconto “L’odore del vento che spettina i vigneti” di Alessandra Pepino.


Il riflesso del finestrino dell’auto arroventata mi restituisce un’immagine di me che non avrei più creduto pensabile. Certo, la parrucca rimane un accessorio che avrei preferito non dover indossare, ma il viso mi sembra un po’ meno stanco, gli occhi animati da una luce diversa. Forse l’incredibile è davvero diventato possibile: questo viaggio, folle ed imprevisto, sta rigenerando quel che resta del mio corpo, oltre che la mia anima.
Vestito del più smagliante dei suoi sorrisi e con una cartina spiegazzata tra le mani, Walter mi fa cenno di raggiungerlo all’altro capo del sentiero. Mentre percorro i pochi metri che ci dividono tengo lo sguardo fisso su di lui, il mio compagno di viaggio e di vita da sempre, nonostante tutto: mi sembra di scorgere i segni della nostra storia dipanarsi sul suo viso, gli anni del matrimonio, i giorni della separazione, l’amore che ha saputo non perdersi ma trasformarsi.
- Si entra di qua – afferma, felice di sbandierare un senso dell’orientamento che non ha mai avuto – principessa, sono lieto di accompagnarla nell’ultimo podere dell’azienda agricola più incantevole della Toscana.
Dopo aver visitato distese di ettari e meraviglia coltivati ad olivi e Sangiovese, mi riempio gli occhi dell’ultima tappa incastonata in questo percorso dai sapori inconsueti. I colori delle colline senesi, l’odore del vento che spettina i vigneti e lambisce gli olivi si agitano ancora dentro la mia testa, in una girandola di sensazioni sorprendenti.
Il mio ex marito mi tende una mano in un gesto cavalleresco che sconfina nel comico, io però sto al gioco e mi lascio condurre verso l’ultimo posto al mondo che mai avrei creduto di voler visitare: le cantine del podere.
Quando, qualche settimana fa, ho detto a Walter che avrei desiderato fare un viaggio il Val d’Orcia, eravamo a pranzo a casa sua; per poco non gli è andato il minestrone di traverso quando ho aggiunto che mi sarebbe piaciuto intraprendere un percorso enogastronomico. Ma se sei astemia! Che ci andiamo a fare in giro per cantine se non sai neanche che sapore ha il vino? Ricordo di aver sorriso, non tanto di fronte alla sorpresa sul suo viso, che avevo preventivato, quanto al sentire quel plurale usato spontaneamente, che implicava che anche quel pezzetto di tragitto lo avremmo percorso insieme.
Il proprietario dell’azienda si chiama Cesare, è un uomo gentile con una zazzera di capelli bianchissimi e una parlata deliziosamente toscana. Dopo averci dato il benvenuto, ci invita a scendere con lui nel suo regno buio e sotterraneo dove ad attenderci non troviamo fantasmi, ma botti di rovere e tini di legno dai fianchi larghi. All’improvviso mi sento un po’ stanca, ma mi basta chiudere gli occhi e respirare quest’aria fresca e silenziosa per immaginare di assistere alla fermentazione delle uve, al loro affinamento. In un attimo mi sento già meglio: un senso di pace si fa strada tra i miei pensieri che ogni tanto, senza che io possa far niente per evitarlo, diventano bui.
Quando riemergiamo in superficie, il sole settembrino ci avvolge tiepido. L’agriturismo è piccolo ma curato in ogni dettaglio. Gli olivi disegnano ombre bonarie sui tavolacci di legno, pronti ad ospitare banchetti e degustazioni. Ci lasciamo condurre da Cesare verso un tavolo imbandito da taglieri di prelibatezze tipiche toscane; prendiamo posto l’uno davanti all’altro, senza bisogno di parlare sappiamo già quello che ci sta passando per la mente. Prendo la mano di Walter e la stringo forte, come se volessi trasmettergli un po’ di me con la sola forza del pensiero: non voglio che la malinconia sciupi questo momento che profuma di felicità.
Lasciamo che il Brunello ci venga servito in due calici in cristallo dalla forma panciuta, lo osserviamo decantare per qualche istante, inebriandoci del suo odore intenso. Quando avviciniamo i bicchieri per il cin cin ci guardiamo negli occhi, godendo appieno di questo cenno inconsueto per la nostra gestualità.
- Se qualcuno mi avesse detto che un giorno avremmo finalmente bevuto insieme un bicchiere di buon vino, lo avrei preso per un mitomane – mi dice Walter con la sua voce da attore hollywoodiano.
- Sono tante le cose incredibili che hanno affastellato la nostra vita – ribatto, addentando un pezzo di pecorino stagionato – questa non è che l’ultima delle sorprese.
Prendo un piccolo sorso di Brunello, ancora intimidita dall’inesperienza. Sebbene sia ormai da due giorni che ho cominciato a prendere confidenza, il sapore del vino mi lascia in bocca un senso di meraviglia ed estraneità. Non sono capace di distinguere i sentori di frutta matura, il retrogusto appena accennato di vaniglia di cui ci ha parlato Cesare e non so nemmeno cosa diavolo si intenda per sapore tannico. Però so come mi sento in questo momento che sto assaporando un piacere che da sempre mi sono preclusa; finalmente capisco il perché, tanto tempo fa, questo liquido scuro fosse considerato il nettare degli dei e benedico con tutta me stessa il potere di questa esperienza deliziosa che sa darmi la percezione di poter lavare via, anche se solo per poco, tutte le mie paure e la bruttura del linfoma che mi sta rosicchiando il corpo e la vita.
Prima di partire per questa avventura avevo deciso di sospendere la chemioterapia. A Walter non l’ho detto, non volevo turbare l’atmosfera di fermento che il viaggio aveva creato tra di noi. Sapevo che avrebbe cercato in tutti i modi di farmi cambiare idea; io invece desideravo soltanto riposarmi, rifiatare. E’raro che il mio corpo mi conceda una tregua così lunga dai dolori: ho come l’impressione che ogni mia cellula stia gridandomi che non è tutto perduto, che se è possibile trascorrere ancora giornate come questa, forse vale la pena rischiare e giocare un’ultima mano di dadi con il destino.
- Come ti senti, tesoro? – la voce di Walter mi riscuote dai miei pensieri, suffragando di realtà una dimensione che, nella mia mente, non fa che ammiccare al sogno.
Poso i miei occhi nei suoi, serena come mai avrei creduto di poter più essere.
- Sto bene – sento le parole uscire dalla mia bocca senza controllo – sto così bene che vorrei poter fermare tutto, dimenticarmi del tempo che ci incalza.
- Abbiamo tutto il tempo che vogliamo, Elsa. Dalla nostra c’è il sole, il cibo, il silenzio e il buon vino. Nessuno potrebbe essere più fortunato di noi.
Walter mi sorride con gli occhi, prima ancora che con le labbra ed io mi sento d’improvviso una ragazzina. Passo al setaccio quel sorriso bellissimo per rinvenire le ragioni di un amore che, nel bene e nel male, mi ha cambiato la vita. Eppure non ci sono risposte ad attendermi al varco e nemmeno l’eco dei dolori passati. Di quel tempo rimane soltanto un residuo di cognizione e tenerezza che mi rende piena.
- Mi spieghi per quale dannata ragione ti sei sempre rifiutata di assaggiare il vino per più di trent’anni? – mi chiede, ad un tratto, a bruciapelo.
- Paura – rispondo sincera.
- Paura di cosa? – mi domanda Walter, sorpreso.
- Non so – mi stringo nelle spalle - Forse paura di provare qualcosa che potesse procurarmi dipendenza, di venire meno a quelli che consideravo dei principi. Paura di dartela vinta e dovere ammettere che, come al solito, avevi ragione tu. Paura di lasciarmi andare e permettere alle emozioni di prendere il controllo su di me. Mi sono preclusa tante cose per troppo tempo. Forse adesso sono vecchia e malandata per recuperare, ma credo di avere almeno il dovere di provarci, non credi?
Alzo il bicchiere alla nostra salute, ci perdiamo in un brindisi che ci inebria di commozione e consapevolezza. Walter mi tiene la mano e chiude gli occhi, come in attesa. Mentre uno stormo di rondini ci accerchia festante, volgo uno sguardo verso il cielo sgombro che ci protegge dal buio e, senza dir niente, mi riempio della sua grandezza. Un solo pensiero si aggira furtivo sul fondo della mia mente, infine si ferma, s’impone. Non voglio più avere paura.