mercoledì 1 febbraio 2012

…e po' posare 'infin alla mattina


Camera "Giacinto" a Villa Petriolo


“Di febbraio”

E de febbrai' vi dono bella caccia
di cervi, di cavrioli e di cinghiari,
corte gonnelle, e grossi calzari,
e compagnia che ve deletti e piaccia;

can da guinzagli e segugi da traccia,
e le borse fornite di danari,
ad onta degli scarsi e degli avari,
o di chi 'n questo vi dà briga e 'mpaccia.

E la sera tornar co' vostri fanti
carcati de la molta salvaggina,
avendo gioia ed allegrezza e canti;

far trar del vino e fumar la cucina,
e fin al primo sonno star razzanti:
e po' posare 'infin alla mattina
.


Dalla Corona dei mesi di Folgóre da San Gimignano (1270 – 1332)

martedì 31 gennaio 2012

L'enoturista moderno, l'identikit su WineNews. Nel 2011, destinazione Toscana per il 27% dei wine lovers


Winelovers in visita, nel 2011, a Villa Petriolo

Il sito WineNews dedica un ampio ed interessante articolo al profilo dell'enoturista moderno: "E’ italiano, soprattutto maschio, di età tra i 30 e i 50 anni (7 su 10 sono under 50) e internauta. Pianifica le proprie vacanze autonomamente sul web, viaggia in coppia o in un gruppo di amici e cerca un’offerta integrata che al vino abbini cultura, sport, natura e benessere. Visita le cantine tutto l’anno, non solo nel periodo estivo, dove spende fino a 100 euro. Ecco l’identikit enoturista moderno, fotografato nell’indagine Cst - Movimento Turismo Vino “Il volto dell’enoturista oggi”, condotta sulle cantine del Movimento Turismo del Vino".



L'enoturista di oggi è sempre più indipendente nelle sue scelte, si legge: "(il 66,3% dei produttori, 2 clienti su 3 scelgono il proprio itinerario e la propria visita in cantina su internet, senza affidarsi all’intermediazione di tour operator), eccezion fatta il Sud e le isole, dove c’è un’incidenza maggiore di viaggi organizzati. Questo spinge le cantine ad impegnarsi sempre di più nella comunicazione delle loro attività: se a fare da traino nella scelta dei visitatori è soprattutto il sito web dell’azienda, molto più efficace dei tradizionali strumenti di promozione e in grado di attrarre e intercettare crescenti fasce di pubblico, e anche molto utile per rimanere in contatto con il cliente dopo la sua visita.
Nel dettaglio, il 61,3% dei visitatori è uomo, e soprattutto italiano (il 62% delle presenze, per lo più in coppia o in gruppi di amici) sul 38% degli stranieri. Che, però, sono più “generosi”: con una spesa media di 50 euro in cantina (che può arrivare fino ai 100 euro a visita), il turista straniero è nel 65% dei casi molto più propenso a spendere per portare a casa i prodotti del territorio che ha visitato. A questa cifra vanno poi aggiunti i costi per il pernottamento e le altre attività, per arrivare ad una spesa media procapite giornaliera di 193 euro, come confermato dal Censis. Dato che supera notevolmente la spesa media nazionale (90 euro).
Una delle tendenze più interessanti, però, è quella della destagionalizzazione dei flussi dell’enoturismo, con poche differenze soprattutto tra primavera ed estate. Anche se il mese preferito dagli enoturisti è Maggio (per il 38% degli intervistati), seguito da Agosto (15%), Settembre (13,5%), Luglio (11,1%) e Giugno (7,9%). A cambiare con le stagioni, semmai, è la tipologia dell’enoturista: in primavera e inverno sono soprattutto turisti che vivono vicino alle destinazioni scelti, in autunno predomina il “mordi e fuggi” con visite di una giornata, mentre l’estate è la stagione dei turisti che pernottano vicino alle cantine (e rappresentano tra il 50% e il 75% delle presenze estive per il 47% dei produttori). Ma la visita in cantina non è solo una meta da week end (45%): le visite sono spalmate anche nei giorni feriali (55%).
E sempre di più l’enoturismo si conferma vincente quando si abbina ad un turismo di territorio più generale, rivolto a chi cerca un’offerta integrata fatta anche di cultura, eventi, sport, e storia dei territori.
“Questo tipo di offerta costituisce un asset strategico - ha detto la presidente del Movimento Turismo Vino, Chiara Lungarotti - sul quale è indispensabile puntare per sfruttare appieno le potenzialità di crescita dell’enoturismo, che ad oggi sono solo al 20%. Occorre perciò che tutti gli attori, pubblici e non, accelerino il passo per valorizzare in maniera globale i territori italiani, abbinando patrimonio culturale, eventi di promozione, qualità della produzione enologica e turismo ambientale”.
In testa alle eno-esperienze predilette dai turisti di Bacco rimane la degustazione, che per il 90% dei produttori è l’attività cult per la stragrande maggioranza dei visitatori, alla quale si abbina spesso la visita guidata all’azienda e in cantina (81%). Ma anche la visita tra i vigneti e l’assaggio di prodotti tipici del territorio rappresentano un richiamo molto efficace per oltre il 50% del campione; meno successo per le cene a tema, (cui aderiscono pochissimi visitatori secondo il 43,7% degli intervistati) e altre attività come corsi e incontri con esperti.
Tra gli eventi top del turismo del vino, secondo gli operatori, il maggior riscontro di pubblico (e di ricadute positive sulle aziende) arriva da Cantine Aperte, che per l’86,9% degli intervistati è in grado di attrarre una percentuale “alta” e “molto alta” di visitatori. A seguire Calici di Stelle (29,7%) e San Martino in Cantina (17,15%)".

La giornalista Emma Lucherini arricchisce l'analisi col sondaggio WineNews-Vinitaly: "Destinazione Toscana per il 27% dei wine lovers, Piemonte per il 26% e Veneto per il 12%, le regioni più famose dell’Italia del vino: ecco dove sono andati gli amanti del buon bere nel 2011. Ma il 2012 riserverà sorprese: accanto alle mete più classiche, i wine lovers sognano di andare in Sicilia e Puglia, alla scoperta di quei territori del vino, protagonisti di una vera e propria ascesa negli ultimi anni, grazie anche ad un passaparola sempre più diffuso, soprattutto sul web, tra i culturi di Bacco e non solo, perché la passione per l’enogastronomia non è l’unica motivazione di viaggio, ma si intreccia con quella per l’arte, l’ambiente, lo sport ed il wellness. Lo dice un sondaggio di www.winenews.it, uno dei siti più cliccati dagli amanti del buon bere, e Vinitaly (www.vinitaly.com), appuntamento enologico di livello internazionale, a cui hanno risposto 1.115 “enonauti”, ovvero appassionati già fidelizzati al mondo del vino e del web, il 78% dei quali nel 2011 ha fatto un viaggio in un territorio del vino in Italia, per assaggiare vini e sapori locali (56%), e che l’89% vorrebbe replicare anche nel 2012, per fare shopping di bottiglie (97%) e visitare cantine (85%), con in tasca un budget di oltre 300 euro a persona “all inclusive” (47%). L’accoglienza in cantina? Ancora non va: bocciata dal 58% degli “enonauti”".

lunedì 30 gennaio 2012

Il racconto “Bella vita” di Lucio Gava per WINE ON THE ROAD



Lucio Gava, di Pordenone, è laureato in Economia all’ Università “ Cà Foscari” (Ve). Dopo esperienze in ufficio tecnico, in magazzino e in fabbrica, lavora da tre anni come agricoltore vitivinicolo. Gioca a calcio nei dilettanti e ama leggere e scrivere. Ha pubblicato L’anticristo che ama. Trasumanza di intagli. Edizioni Il Filo, Roma 2007.
Per “Wine on the road”, concorso letterario 2011 di Villa Petriolo, ha scritto il racconto “Bella vita”.
Buona lettura!

Racconto “Bella vita” di Lucio Gava

In inverno col sole, con la nebbia, col freddo pungente mitigato da qualche tiepido raggio, mio nonno potava le sue viti. Una volta imparata è un’operazione semplice. Tanto che c’è un detto:a potar iè boni anca i mus (a potare sono capaci anche gli asini).
Ma non è sempre vero, perché potare è un’arte, quasi una scienza. Consiste nel dare la forma ad arco ai tralci nuovi, germogliati la primavera precedente. Il Sylvoz è la forma di allevamento che preferiva.
Asportava quelli nella parte inferiore e laterale del tronco. Mentre nella parte superiore ne lasciava quattro o cinque ( i capofrutti), a seconda di come voleva indirizzare la produzione e del tipo di uva.
Faceva fare al tralcio un arco con una curva di un raggio di una ventina di centimetri e una lunghezza totale di circa 40. Lo legava alla vite con un ramo di salice, che morbido e malleabile riusciva a essere utilizzato come un vero e proprio spago di nylon. Una chiusura particolare per serrarli al fusto e il gioco era fatto.
In una giornata riusciva a potare una ventina di piante. Era un piacere vedere al calare del sole il tratto di vigna potato in confronto al precedente disordine naturale.
Per le piante essere potate è come andare dal parrucchiere. Prima hanno tutti i capelli disordinati, come delle signore che si alzano la mattina dal letto con la chioma arruffata. Ciocche di tralci che stanno un po’ di qua e un po’ di là, che si ingarbugliano tra i ferri e i pali di sostegno, con le foglie del colore del fuoco e del sole che iniziano a cadere, e qualche pendaglio giallo e rosso, sfuggito alle attenzioni dei vendemmiatori e degli uccelli.
Sembrano assonnate, stanche. E lo sono. Hanno voglia di riposare dopo un anno di fatiche. Tra trattamenti, erba che cresce ai loro piedi, uva che devono far maturare, potature invernali e verdi arrivano verso fine anno veramente spossate. E più gli anni passano e più stanche sono:più invecchiano. Alcune si perdono prima per colpa delle malattie. Ma quelle che restano a vedere la nuova vendemmia che si apre, ancora e ancora, diventano sagge. Si piantano bene per terra, mettono radici, forti e profonde. Fanno una corteggia spessa, il tronco diventa solido, robusto. Iniziano ad avere qualche gobba, qualche ruga, qualche graffio che l’amico contadino gli ha lasciato per il loro bene. Le viti piangono una volta terminata la potatura, e ringraziano il contadino di averle fatte belle, di averle ancora, per un altro anno, fatte sentire utili, concesso loro di poter compiere la loro missione.
Verso marzo, terminato il lavoro, il nonno raccoglieva a mano i tralci recisi, lasciati cadere sul terreno. Faceva un piccolo fascio lungo mezzo metro legandoli tra loro e li portava a casa. La sera, li accorciava e li utilizzava per accendere il fuoco della stufa che poi avrebbe alimentato con la legna più grossa, tagliata in precedenza dagli alberi che erano lasciati crescere al delimitare della sua proprietà.
Poi, quando la primavera avanzava lasciando posto all’estate, faceva un altro tipo di potatura, la potatura verde. Accorciava i cavi, che vigorosi e forti oltrepassavano i sostegni metallici e ricadevano a coprire l’uva:cercava di lasciar più luce e aria possibile ai frutti e far si che la vite non sprecasse energie inutili. Tagliava l’erba attorno le viti e tra un filare e l’altro, le concimava con il letame della mucche che possedeva; infine trattava con il verderame la vegetazione per proteggerla da malattie e funghi.
Si era comprato un trattore. Con l’amico Deutz era tutto più facile. Lo attaccava ad un botte in vetroresina per mezzo della coda( vedi cardano) e del gancio a traino. Questa veniva riempita con acqua e verderame. Un sistema di tubi la pescava e la metteva in pressione, sparando il prodotto miscelato sulla vegetazione.
Ripeteva l’operazione quasi ogni settimana, tempo permettendo. Ma si ricordava che decenni prima dell’arrivo del Deutz, era tutto diverso.
Gli toccava prendere una vacca e la legava alla giogo in legno. Da questo faceva partire una corda che tirava una botte dello stesso materiale, carica sempre della medesima miscela. Seguiva una specie di monopattino con una leva lunga un metro circa che saliva in verticale dalla base. Questa, mossa a turno dalla forza della moglie e della cognata, avanti ed indietro, dava pressione all’acqua nella botte, dalla quale usciva una gomma con un ugello. Da questo ugello usciva a pressione, molto più ridotta e sudata di quella motrice, il composto liquido.
Rendersi conto momento per momento di quello che accade è un privilegio di pochi. Si è portati a vivere per andare avanti, verso la vita e verso la morte, senza fermarci. Spesso non si percepiscono i cambiamenti, le variazioni in noi, negli altri e in tutto ciò che ci circonda. Certe cose si vedono solo alla fine.
Mio nonno Bepi, si rendeva conto del passare del tempo, della crescita delle persone e delle loro scoperte che rendevano la vita meno faticosa, verrebbe da dire più semplice.
Prendeva a esempio questo semplice mestiere, quello di trattare le viti, e lo portava in un arco temporale che era la sua esistenza. Si ricordava che quando lui era bambino, suo padre trattava le viti a mano. Si metteva in spalla uno zaino in plastica con venti litri di composto e andava avanti e indietro per il vigneto, creando pressione nello zaino con una leva in metallo mossa dalla forza del suo braccio. Una volta che lo zaino si svuotava doveva riempirlo nuovamente ed il gioco ricominciava. “ Che fatica”, si diceva tra se.
Mio nonno non aveva studiato, ma sapeva fare un confronto e contare. Non era stupido, conosceva le parole lavorare e risparmiare, guadagnare e investire. Per una stessa superficie di vigneto suo padre impiegava una giornata e arrivava a casa con le braccia più allenate di prima, e la schiena malconcia.
Successivamente con la vacca da traino e due persone, in poche ore riusciva a trattare la stessa superficie. Ma non avrebbe mai pensato un giorno di potersi comprare un trattore, e di riuscire a svolgere in dieci minuti e da solo quell’operazione con metà della fatica e del tempo.
Adesso Bepi non c’è più e quindi non può vedere. Ma ora il nonno può attaccare al suo trattore la cimatrice, può appendere la spollonatrice, la prepotatrice, la botte per il diserbo. Può vendemmiare a macchina.
Da ottant’anni a questa parte molte cose sono cambiate e altre invece sono identiche. Le viti vanno sempre amate perché producano uva e buon vino, ma la tecnologia ha fatto passi da gigante in questo settore come in molti altri. C’è sicuramente un risparmio di tempo e di fatica, a discapito dell’occupazione del settore che si è spostata verso il terziario.
Mio nonno aveva tra i tanti amici due a cui era particolarmente affezionato. Il primo era un furgoncino mezzo scassato con il quale trasportava il suo vino in buona parte del Veneto e del Friuli:Merlot, Prosecco, Cabernet, Pinot. Il secondo, come avrete capito, era il suo Deutz, passato da una generazione all’altra come custode geloso e fedele del Tempo.
Oggi riesco a potare viti che hanno più di cinquant’anni. Hanno le forme più strane e sono robuste come un albero.
Quando vedo il Deutz mi ricordo di mio nonno. E di come a volte l’amicizia si paghi a caro prezzo. La coda del trattore, vanitoso come un pavone, è fondamentale ma pericolosa.
E fu la causa della rottura del loro rapporto. Non so dove mio nonno seppellì la gamba che perse, staccata e rovinata da quella coda fatale durante una delle loro quotidiane discussioni di lavoro. Ma mi piace pensare che sia diventata concime, senza prezzo, per queste antiche viti.
Le mie considerazioni, aggiunte a quello di mio nonno e di chi verrà dopo di me, rimangono piccoli appunti di un viaggio che si ripete per Tutti. Anno dopo anno, come il raccolto, come la compagnia di un calice di vino fatto col Cuore.
Tutto scorre. Dalla Terra nasce la Vita, la cultura, le tradizioni, il progresso. Siamo figli di contadini, siamo figli del Mondo.

sabato 28 gennaio 2012

Il racconto “Conversione di un astemio” di Mauro Marconi per WINE ON THE ROAD



Mauro Marconi, residente a Recanati, ha una Laurea in Scienze Biologiche, l’ abilitazione all’esercizio della professione di Biologo, un Master in Progettazione didattica, Curricoli disciplinari e Ricerca educativa. Attualmente è docente a tempo indeterminato di Scienze naturali, Chimica e Geografia presso il Liceo Classico Giacomo Leopardi di Recanati. Principali interessi professionali e culturali: Evoluzione biologica e didattica dell’evoluzione; filosofia della Biologia; Ecologia; Bioetica.
Per “Wine on the road”, quinto concorso letterario di Villa Petriolo, ha scritto il racconto “Conversione di un astemio”.

Racconto “Conversione di un astemio” di Mauro Marconi

Venerdì 2 settembre – Ferie!
Le ultime due ore davanti al dannato pc sono state le peggiori - anche perché il direttore, sedicente ecologista, ha fatto disinstallare l’impianto dell’aria condizionata per ‘contenere le emissioni di ci-o-due’. Poi, finalmente, ho preso congedo dal luogo malsano per due settimane.
A proposito, dove avranno prenotato gli amici?
“Sorpresona...” - mi ha sussurrato ieri sera al telefono la carissima Marisa.

Sabato 3 settembre – Bella fregatura!
Trascinato nell’unico posto al mondo che avrei accuratamente evitato. Dovevano proprio portarmi in un’azienda agrituristica con cantine annesse? Begli amici! Anche Marisa, però... Lei lo sapeva che detesto la ‘spremuta d’uva andata a male’ quasi quanto il capoufficio.
Da queste parti, se scoprono che sei astemio, iniziano a guardarti male, come a volerti dire: Che diavolo ci sei venuto a fare?
“Dai, che ci divertiamo! Domani andiamo a vedere come si fa il ...” (non oso nemmeno nominarlo, quel veleno) - mi ripetono quelle simpatiche persone che mi hanno combinato lo scherzetto...

Domenica 4 settembre - L’inizio del calvario. Dolorose esperienze nel vigneto.
Io non volevo, stavo quasi per fare la valigia e andarmene al mare – dopo tutto, a settembre non c’è il carnaio tanto aborrito dagli spiriti quieti come il sottoscritto. Poi, sapete come vanno le cose... Una pacca sulla spalla da Vittorio, una battutina al vetriolo di Edoardo, lo sguardo complice e ammiccante di Marisa... Insomma, mi hanno costretto a seguirli in quel loro tour enologico destinato, ahimé, a non concludersi in giornata.
Così, dopo una mezz’oretta di cammino sotto il sole rovente, siamo finiti in mezzo a un vigneto. Accerchiati da grappoli neri e pesanti, il nostro accompagnatore - una sorta di Virgilio coronato di pampini in camicia a quadrettoni - ci ha spiegato nei dettagli come si selezionano e si impiantano i vitigni migliori. Mentre rosolavamo al fuoco implacabile dell’astro dorato, squadriglie di insetti in uniforme gialla e nera rombavano minacciosi sopra le nostre teste. “Niente paura,” - tentava di tranquillizzarci il nostro mentore - “significa che l’uva è al punto giusto di maturazione”.
Magnifica notizia...
Il sorriso di Marisa - mia unica consolazione.
“Ora vi porto a vedere come si pigia l’uva”. Ho accolto con sollievo l’inaspettato invito, sicuro che di lì a poco mi sarei dovuto arrendere ai dardi di Febo, o a quelli delle vespe.
Alle dodici in punto veniamo ricoverati all’interno di in uno stanzone semibuio. Un’aria umida e stagnante ci riempie i polmoni. Un effluvio dolciastro narcotizza l’olfatto.
Pavento un subitaneo collasso da crisi claustrofobica.
Ancora storditi dalla luce accecante, brancoliamo come spettri. Poi, quasi all’improvviso, le assuefatte pupille incontrano Sua Maestà il tino. Sulla superficie del liquido torbido e vischioso che lo riempie fin quasi all’orlo, un ribollire di schiuma rossiccia ci introduce ai misteri alchemici della fermentazione.
“Gli zuccheri del mosto, metabolizzati dal Saccharomyces ellipsoideus, si trasformano dunque in etanolo...” - pontifica la nostra guida. “Ma, signori miei, voi avrete fame. Prego, saliamo alla taverna per degustare...”.
Degustare. Un’espressione che detesto. Perché non dire semplicemente - e onestamente - ingozzarsi?
Crostini rustici, bresaola di produzione propria, verdure di stagione in pinzimonio, biscotti farciti con confettura di cotogne. Il tutto annaffiato - inutile dirlo - con quella cosa prodotta dai lieviti.
Per me, fatto presto bersaglio di sguardi disgustati, acqua di fonte.
Un’ora buona di chiacchiere per digerire e poi, tutti d’accordo, rientro nelle nostre stanze. “A domani, allora. Proseguiremo il giro. Mi raccomando, puntuali alle nove”.
“Come potrò mancare?” - sussurro all’orecchio di Marisa, che scoppia in una risata irrefrenabile.

Lunedì 5 settembre – Il calvario prosegue. L’importanza di invecchiare senza fretta.
Alle otto e venti, zainetto da liceale in spalla, raggiungo i miei compagni (Marisa stamattina è al top della sua avvenenza) e ci mettiamo in marcia. Il sole, anche oggi, è spietato. “Che si fa stamane?” - chiedo a Marisa, nella speranza che non confermi quanto so già alla perfezione. “Si va all’altra cantina a vedere come prosegue la storia del...”
Arriviamo all’appuntamento con dieci minuti buoni di anticipo e lui è già in attesa insieme ad altri villeggianti. Siamo una ventina. “Bene, buon giorno a tutti. Prego, entrate pure, qui si sta freschi.”
L’ha detto: io, lì, sto proprio fresco.
Il nostro accompagnatore inizia ad indicare una serie di botti - tutte rigorosamente ‘in legno di quercia’, ci tiene a precisare - spiegandoci il loro utilizzo. Nei ventri oscuri di quelle, grazie a complicati processi enzimatici, matura il liquido dell’ebbrezza. “Assaggiate questo... e ancora questo... poi quest’altro... notate la differenza?” - si rivolge ai visitatori incuriositi che non si tirano mai indietro, malgrado siano appena le undici del mattino.
L’aria si riempie ben presto di effluvi perlopiù sconosciuti: sintesi chimiche inimmaginabili tra fragranze parigine, traspirazioni sebacee e alcool etilico.
Ho un mancamento: “Scusatemi... esco un attimo a prendere una boccata d’aria fresca.”
Vengo fulminato da occhi traboccanti indignazione.
“Come, te ne vai sul più bello?” - mi fa quell’infame di Edoardo. “E’ che lui, poveraccio, sopporta a fatica l’odore del...” - rincara involontariamente la dose l’angelica Marisa. “Ma dopo la settimana trascorsa qui da noi,” - ammicca la nostra guida – “scommettiamo che il signore cambierà idea?”.
Piuttosto dovrete ammazzarmi - dico tra me, ed esco da quella fucina di inenarrabili sofferenze.
E arriva il mezzodì, con un sovraccarico di dolore. Oggi è previsto l’assaggio di quattro diverse qualità di succo d’uva andato a male. Ai tavolacci di legno bisunto si accalcano impiegati famelici. Me li immagino alla pausa pranzo, nel loro ufficio, guardare di sbieco i tramezzini tonno e maionese sigillati nel cellophane. Mi allontano furtivo dalla brigata, giusto per godermi un po’ di solitudine e meditare le risposte. Torno dopo pochi minuti, e il baccanale è già all’apice. “Si sieda qui, le abbiamo tenuto il posto”. “Grazie, ma oggi non ho molta fame”. “Il brasato è eccellente. Non sai cosa ti perdi”. “No, sul serio... ho ancora la colazione sullo stomaco”. “Lei, dottore, non mangia?” - mi chiede una cuoca dalle forme giunoniche, guardandomi con evidente disprezzo.
Siamo rientrati, stravolti, alle cinque e mezzo. Doccia, un po’ di riposo a letto... e una fame da buttero.
Domani, per fortuna, niente cantine. Solo una tranquilla passeggiata in mezzo alla macchia mediterranea.

Venerdì 9 settembre – L’illuminazione e l’estasi.
Non ho scritto per tre giorni consecutivi. E’ la prima volta che succede.
Ho avuto molto da fare...
La sera del martedì, dopo una corroborante escursione tra il mirto e i corbezzoli, siamo andati a cena all’osteria chic poco distante dal nostro agriturismo.
Marisa, seduta di fronte a me, indica qualcosa che non riesco a vedere. Ci separa un ampio calice di cristallo, pieno a metà di un denso umore violaceo, quasi a rimarcare l’inconciliabilità dei nostri gusti.
D’improvviso - alla parete - noto la scritta, dei versi...

Se dell'uve il sangue amabile
non rinfranca ognor le vene,
questa vita è troppo labile,
troppo breve, e sempre in pene
. 1_

Che cosa sto aspettando? - mi chiedo.
Afferro il bicchiere e l’avvicino alle labbra. Bevo un piccolo sorso.
“E allora?” - mi dice sorridendo, quasi incredula.
“Niente male” - e ne bevo un altro. “Proprio come te”.
“Ce ne hai messo di tempo, però l’hai capito...”
Merito del vino, ho pensato subito.
Così, per amore, ci si arrende a un nemico.

1_Francesco Redi – Bacco in Toscana (1685)

giovedì 26 gennaio 2012

WINE ON THE ROAD: il racconto “Viaggio di nozze” di Alessandra Zenarola



Alessandra Zenarola, di Udine, ha partecipato al concorso letterario 2011 di Villa Petriolo “Wine on the road” col racconto “Viaggio di nozze”.
Laureata in scienze della formazione, è consulente per il Tribunale Minorenni. Autrice dei romanzi ‘Il cow-boy vanigliato’ -Editrice Montedit, e ‘Un cuore di latta’- Editrice La Caravella, e della raccolta di racconti ‘Smagliature’ - Edizioni del Sale. Nel tempo libero ama andare in osteria.



Racconto “VIAGGIO DI NOZZE” di Alessandra Zenarola


Gli ultimi cento metri, la Lambretta arrancava sul viottolo seminando sassolini in giro. Dietro era appesa Dorina con l’abito bagnato e le sue calze spesse, e lo teneva alla vita come se avesse paura che lui la lasciasse giù.
-E io come ci salgo su ‘sto coso?-
Si era seduta di sbieco come fanno le donne, e fuori dal municipio era scoppiato l’applauso. Dovevano partire a mezzogiorno, cerimonia sobria e tanti saluti, invece gli amici avevano tirato fuori damigiane e bicchieri di carta, la piazzetta si era trasformata in un cortile in festa e brindavano tutti, dall’assessore al passante occasionale, persino certe mamme col lattante in braccio.
Così alle quattro del pomeriggio Dorina era salita sulla Lambretta un po’ malferma sulle gambe, e a suo marito Libero, sposo novello e felice come un cielo blu, girava la testa per la contentezza. E per i ‘tagli’ di merlot, malignavano le amiche della sposa, brille la loro parte e tutte abbondantemente sopra la quarantina. Come Dorina, del resto, rimasta vedova a vent’anni, sola per un’eternità.
Libero l’aveva conosciuta alla manifestazione contro la polizia e il governo, e anche lì erano finiti in osteria, Dorina indossava i pantaloni a zampa di elefante e aveva una gran voglia di accasarsi di nuovo.
Fidanzamento breve, Libero è giovane ma cambia le abitudini e lo stato di famiglia.
Si erano comperati scarpe nuove, una mensola per i libri e i soprammobili e un frigorifero con lo scomparto del ghiaccio. Non gli erano rimasti i soldi per il viaggio di nozze, Dorina fingeva un distacco ma in cuor suo era mortificata dalla delusione, si immaginava già a sgambettare sulle rive della Senna e a stordirsi con le bollicine di una coppa di champagne.
Libero tuttavia non era uno da lasciarsi scoraggiare, salta su che ti porto in paradiso, il nostro sarà un viaggio di nozze memorabile, ne parleranno ancora nel duemila, a noi ci fanno un baffo quelli dell’Oltralpe con il loro spumante che sa di idrolitina.
Via, in sella alla Lambretta, si erano sbarazzati degli amici e della damigiana e via lungo la strada dritta come un fuso che all’improvviso diventava un serpentone. Prima di Cividale cadde la prima pioggia, una pioggia ottobrina e senza cattiveria, Libero parcheggiò la moto sotto una tettoia e corsero mano nella mano verso il centro del paese.
Da giorni si era costruito un itinerario preciso, per prima l’osteria di Zia Rosina, poi Chicco d’uva, infine l’altra osteria di cui non ricordava il nome ma dove c’era sempre il caminetto acceso, anche d’estate. Zia Rosina era chiusa per turno di riposo, al Chicco d’uva stavano facendo pulizie. Liberò domandò due rossi corposi accompagnati da sei fette di salame. Li voglio del colore delle labbra di mia moglie, disse senza nascondere l’orgoglio.
L’oste fissò Dorina e gli venne da ridere, o era scappato via il rossetto o quel signore doveva essere proprio innamorato pazzo. Portò i due rossi e il piatto di salame, Dorina e Libero fecero tintinnare i bicchieri, Libero commentò per darsi delle arie che il vino emanava una fragranza di boscaglia, Dorina lo guardò tutta ammirata e convenne che sì, il rosso sapeva proprio di boscaglia.
Si trasferirono nell’osteria che non aveva un nome, luogo per musicanti e disperati. Il caminetto era acceso, Libero chiese un nero forte, profondo come gli occhi della sua signora. Glielo servirono in bicchieroni tozzi con l’antipasto di uova sode e radicchietto.
-Sarei anche un po’ sazia- disse Dorina -spilucco appena, giusto per fare compagnia al vinello-
Bevvero occhi dentro gli occhi, Libero sentenziò che il nero sapeva un po’ di tappo, l’oste rimase male, annusò il fiasco e borbottò qualcosa sui signori di città che non hanno una lira ma in compenso abbondano di puzza sotto il naso.
Uscirono che pioveva più forte, Dorina cominciava a avere freddo, Libero disse che prima di tornare a casa bisognava buttare giù il bicchiere della staffa. Raggiunsero la motoretta sotto la tettoia, Dorina estrasse dalla borsa due impermeabili di cellophan azzurrino e ripartirono per l’ultima osteria che non avevano previsto, lassù sulla collina che dominava il mondo. Non proprio il mondo, specificò Dorina, ma un pezzo largo di Friuli sì, e se aguzzi la vista riesci a scorgere persino il profilo del mare.
Smise di piovere, gli ultimi cento metri di pendenza la moto non voleva andare su, schizzava attorno sassi e fango e Dorina era convinta che sarebbero volati giù.
In cima alla collina trovarono la nebbia, un manto grigio che svolazzava sopra i tetti e sotto il manto fluttuavano le luci opache delle case e dei bar.
Si tolsero gli impermeabili azzurrini per non sembrare palombari, ma dentro all’osteria non c’era più nessuno, soltanto un uomo triste che tuffava il cucchiaio dentro un piatto di zuppa.
-Desiderano cenare?- chiese educatamente.
-No no per carità- farfugliò Dorina.
-Siamo qua solo per bere, ma che sia buono. Oggi è il nostro matrimonio- disse Libero.
-Allora ci vuole qualcosa di speciale- decise l’uomo, che mollò la sua zuppa e aprì la cantina.
-Un vino del colore dei capelli di mia moglie!- gli gridò dietro Libero.
L’uomo tornò con due calici di vetro scintillante e una bottiglia di Ramandolo giallo paglierino, dolciastro e dal profumo dei mandorli in fiore. Si rimise nell’angolo, e lasciò che quei due amoreggiassero mentre il livello della bottiglia calava inesorabile come un fiume in secca.
Alle dieci gli domandarono se per caso avesse una camera, Libero gli spiegò che sua moglie era piuttosto stanca, sa, l’emozione, i parenti. L’uomo considerò che più che stanca la sposa era ubriaca fradicia, ma si tenne il pensiero per sé.
Li accompagnò nella stanza sul retro, lettone morbido e lavandino di porcellana bianca. Prima di spegnere le luci, l’uomo recuperò i due calici e la bottiglia mezza vuota e li posò sul comodino dalla parte di Libero. Buonanotte, disse, e richiuse la porta.
-L’ultimo brindisi, amore mio?- bisbigliò Libero all’orecchio della sposa, ma Dorina era già piombata in un sonno infantile. Libero fece l’ultimo brindisi da solo, poi si addormentò tra i capelli paglierini di Dorina, sparsi a raggiera sul cuscino.

Un’ottobrata magnifica, sta scritto sul giornale
A Libero non interessa nulla se ci sia il sole o la pioggia, osserva la coppia di ragazzi accovacciati sulle panche. Bella, lei, un giunco con le chiome corvine, lui sta telefonando con il cellulare e la ragazza si rosicchia le unghie.
Questi qua non sanno bere, medita Libero tra sé e sé, capace che chiedono un Lambrusco nel paese del Picolit.
-Desidera?-
Il solito, vorrebbe dire Libero. Quel vino biondo paglierino come i capelli della mia signora.
Il loro anniversario lo festeggiavano così, a zonzo tra osterie e cantine. Però il bicchiere della staffa era sempre quassù, in mezzo alle colline e se c’era il sereno vedevi il profilo del mare. Finché Dorina si è ammalata al petto.
-Ce l’ha un bianchetto dolce dal profumo di mandorla?-
Al funerale di Dorina c’era un sacco di gente, Libero non sapeva cosa dire a tutte quelle persone che gli stringevano la mano. Nei giorni successivi tornò in cimitero da solo e sotto la fotografia di Dorina mise un piccolo tralcio di vite.
-Ecco il suo bianco-
Libero assaggia appena. La vita è troppo corta per bere del vino cattivo, lo dicevano sempre lui e Dorina.
E getta il bianco lì, tra l’erba e le formiche.

mercoledì 25 gennaio 2012

Villa Petriolo, una vocazione di famiglia



“A chi ricerca aspetti antichi, e non guasti, delle nostre città e del nostro paesaggio, il tragitto è ancora più breve: basta allontanarsi poche centinaia di metri dalle vie del traffico grande o piccolo, e dell'industria piccola o grande. … Sono mondi trasognati, dimenticati, intatti, riserve di pace e di bellezza, vicino a cui passiamo migliaia di volte senza accorgercene, in mezzo a cui viviamo senza pensarci”.

Mario Soldati

Dalla presentazione della nostra azienda vitivinicola toscana:

"Storica residenza dei Conti Guidi e successivamente della nobile famiglia degli Alessandri, la Tenuta di Petriolo è testimone di questo grande passato. Ancora oggi è possibile scorgervi tracce dell' antica "residenza di delizia" di messer Alessandro, nominata in vari documenti già nel 1574. Gli Alessandri, nell'arco di quattro secoli, hanno reso Petriolo una meravigliosa proprietà, ricca di ville, giardini, orti, boschi e fornaci, come quella del podere Golpaja, dove nel Cinquecento furono cotti i mattoni della Villa Medicea di Cerreto Guidi. La storia di Petriolo, nei secoli successivi, si snoda su un duplice registro, come centro produttivo e luogo di "otium" del proprietario, fino ai giorni nostri.

Nell'austera semplicità dei fronti dell'edificio signorile di Petriolo si ritrovano i caratteri peculiari dell'architettura di villa toscana della tardo Rinascimento. Oggi, l'area produttiva della tenuta si estende su 160 ettari dei quali 14 di vigneto e 13 di uliveto. La tenuta è stata acquistata negli anni '60 dalla famiglia Maestrelli, e oggi Silvia e Simona sono decise a far diventare Villa Petriolo un luogo di aggregazione e promozione per giovani artisti, anche se naturalmente gli sforzi maggiori - a partire dalla recente ristrutturazione e dai nuovi impianti di Sangiovese del 2002 - sono stati rivolti a farla diventare un' efficiente azienda agricola vocata alla produzione di alta qualità.

I terreni di Villa Petriolo risalgono al periodo pliocenico, ossia a 5 milioni di anni fa.

Questi terreni risultano molto interessanti per la viticoltura, particolarmente adatti a produrre vini fini, sottili, molto eleganti, con una buona concentrazione zuccherina, e quindi con una buona alcolicità naturale, mai pesanti o stucchevoli. In questi suoli l'eleganza è l'aspetto che viene maggiormente premiato nella produzione dei vini.

In questa particolare cornice naturale vengono organizzate visite guidate a vigneti, oliveti e frutteti, al giardino che circonda la Villa e, naturalmente, alle cantine di vinificazione e invecchiamento, oltre che alla vinsantaia. L'offerta gastronomica è varia, dalla merenda toscana sul prato, a base di pane, formaggi e salumi locali, a pranzi e cene con minestre contadine, carne alla brace, pane e pizze rustiche cotti nel forno a legna".
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The Petriolo estate bears witness to its great past as it is still possible to see traces of the ancient residence of Messer Alessandro, which is mentioned in various documents dating back from as early as 1574. Over four centuries, the Alessandri family transformed Petriolo into a beautiful property, rich in villas, gardens, vegetable patches, woods and brick factories such as the one belonging to the Golpaja farm. Here in the 16th century were baked the bricks with which the Villa Medicea of Cerreto Guidi was built. In subsequent centuries the history of Petriolo developed in two ways, as a production centre and as the owner's place of leisure, up to the years between the end of the 18th and the beginning of the 19th century, when the entire estate was restructured and embellished according to the taste of the time. In the austere simplicity of the old villa there are the characteristics of late Renaissance architecture.

The production area covers a surface of 160 ha, composed of vineyards (14 ha), olive groves (13 ha), fruit trees and woods.
Purchased in the 60s by the Maestrelli family, Villa Petriolo has been for Silvia and Simona a place of artistic aggregation and promotion, but also a modern farming business capable of producing products of excellent quality.
The origin of the soil is Pliocenical (about 5 million years old) and it allows to obtain wines which express the characteristics of the terroir. Here fine, elegant wines are produced, with a good sugar content and therefore with a natural alcohol content.
In this In this very special natural setting, we organize guided visits to the vinification and ageing cellars, to the vineyards, the orchards and gardens which sorround the Villa as well as tasting of our wines and of the specialties of our area.


INFO Villa Petriolo:
Via di Petriolo, 7 - 50050 Cerreto Guidi (FI) _ ITALY
e-mail: silviamaestrelli@villapetriolo.com _ info@villapetriolo.com
tel. +390571 55284 _ fax: +390557155081
mob. +393357220021
website: www.villapetriolo.com
blog: www.divinando.blogspot.com

martedì 24 gennaio 2012

Ricostruiamo i muretti a secco delle Cinque Terre!



Riceviamo questa comunicazione dalla redazione di Merum e diffondiamo con piacere.

"L'anno 2011 è stato per le Cinque Terre un anno catastrofico. Dopo una serie di incendi durante l'estate, la terribile alluvione del 25 ottobre ha devastato una grande parte di Monterosso e soprattutto il paese di Vernazza che ancor'oggi è quasi inaccessibile. Gente sfollata, vigneti distrutti, muretti crollati e la mancanza di fondi per ricostruire - questa è la triste realtà per chi vive e lavora nelle Cinque Terre. Anche dopo mesi la situazione è ancora gravissima e tornare alla normalità è molto difficile.
Noi della redazione di Merum non vogliamo restare immobili davanti allo sfacelo di un simbolo della viticoltura eroica e invitiamo produttori, amici e lettori ad aiutare i pochi viticoltori rimasti a ricostruire i muretti a secco senza i quali i terrazzamenti e quindi i vigneti insieme ai sentieri sono destinati a crollare in mare.
Per questo chiediamo il Vostro aiuto. Dateci una mano nel segno della solidarietà con i colleghi delle Cinque Terre!
Ricostruire 1 m2 di muretto a secco costa 150 Euro. Fino ad oggi, i lettori di Merum hanno donato 150 m2 di muretti, ma siamo solo all'inizio. La raccolta dei fondi continuerà ancora fino al 31 marzo 2012. Il 19 maggio ci incontreremo poi con i donatori ed i vignaioli locali alla Marina di Riomaggiore per festeggiare insieme i muretti ricostruiti.
Già con 150 Euro di donazione il muro cresce di un metro! Tutti coloro che donano 5 m2 e più avranno una loro targhetta sul proprio muretto, per gli altri faremo una grande targhetta che porterà tutti i nomi dei donatori.

Preghiamo gentilmente i donatori di comunicarci con un'email l'importo del loro contributo".

Il conto corrente per le donazioni è il seguente:

Oggetto: Cinque Terre
Valuta: Euro
Banca: UBS AG, CH-4002 Basel
IBAN: CH08 0023 3233 6097 0262 P
BIC: UBSWCHZH80A
Intestatario: Merumpress AG, Hofacher 24, CH-8627 Grüningen

Per informazioni:
Redazione Merum
Raffaella Usai
Tel.: +39/ 0573 800072
ru@merum.info
www.merum.info

domenica 22 gennaio 2012

Racconto “Irish wine” di Homobruno per WINE ON THE ROAD




Homobruno, nato a Roma nel 1967 e residente a Torrita Tiberina (RM), ha partecipato a “Wine on the road”, concorso letterario di Villa Petriolo edizione 2011, col racconto “Irish wine”.
Buona lettura!


Racconto “Irish wine” di Homobruno


Fabio su un treno, Fabio diretto all’aeroporto Leonardo da Vinci di Roma con in tasca un viaggio premio in Irlanda di tre giorni, tutto organizzato, tutto pagato.
All inclusive.
In realtà non era lui ad aver vinto direttamente il viaggio, ma sua nonna costante frequentatrice delle sale bingo. E proprio li in una sera come tante altre, Fabio controvoglia l’aveva accompagnata, ma aveva esultato con lei quando la successione dei numeri sul megaschermo corrispose perfettamente alla cartella sul loro tavolo. Bingo!
Fabio capì subito che quel viaggio lo avrebbe fatto lui. Dopo essere stati festeggiati da tutta la sala infatti, la nonna con uno sguardo tenero gli accarezzò il volto e gli disse: - Io non ci posso andare, sono troppo vecchia per queste cose, ti va di andarci tu? –
- Tu che dici nonna? – Le rispose sorridendo.
A partecipare al viaggio non c’era solo lui, ma tante altre persone che la sera del concorso, in alcune sale collegate al circuito, avevano fatto il Bingo. Il programma, dopo l’arrivo all’aeroporto, prevedeva: hotel, visita della città e permanenza a Dublino per due notti. Non volendo visitare un grande centro dell’Irlanda come Dublino, a sue spese Fabio, appena arrivato salutò il gruppo e prese una corriera diretta sulla costa sud ovest dell’isola. Era sua intenzione, comunque, tornare in tempo per il volo di ritorno del tour organizzato.
L’autobus, dopo un meraviglioso viaggio nei verdi spazi irlandesi, lo portò a Waterville, nella contea di Kerry, sua destinazione finale. Il suo primo obbiettivo in quel piccolo paese di pescatori era quello di trovare subito una stanza e di andare a mangiare. Era sera e Fabio, dopo aver lasciato il bed and breakfast, si diresse al ristorante O’Connor che era poco lontano dal porto. Appena entrato, capì subito che quel ristorante gli sarebbe piaciuto: tutta gente del luogo, tavolini e sedie in legno e un atmosfera molto accogliente.
Ordinò salmone, patate e vino bianco. Il cameriere lo guardò con affetto e sorridendo gli disse che il vino non c’era.
- C’è solo birra. –
Ci rimase male, ma deciso a prendere le cose come venivano scelse di adattarsi ed ordinò birra.
Il cameriere arrivò con la cena. Stava per iniziare a mangiare e mentre si accingeva a tuffarsi nella schiuma del suo bicchiere, tutto cambiò.
Senza incontrare una progressione logica di eventi, senza gradualità venne proiettato in una piccola enoteca della sua città, che lui conosceva benissimo e in cui si riforniva di affascinanti bottiglie di vino ogni qualvolta c’era da festeggiare o semplicemente quando decideva di passare una serata in compagnia di amici. Lui era all’interno di questa enoteca e stava comprando del vino.
Colto da spavento si girò intorno e quello vide non lo rassicurò, anzi. Come poteva essere accaduta una cosa del genere? Cambiato di posto così all’improvviso, era sicuramente frutto di un allucinazione e per non crearsi altri problemi l’assecondò.
Ma non ebbe il tempo di assecondare nulla, almeno razionalmente, perché la scena cambiò di nuovo.
Ora Fabio era a casa sua e i suoi amici lo stavano guardando con perplessità. Capì che doveva fare qualcosa per deviare il loro interesse verso di lui e quindi, siccome aveva fame, iniziò a mangiare e bere vino aperto da qualcuno, e che era già nel suo bicchiere. Questo lo fece star bene, era il suo habitat, sapeva cosa fare, anche se a volte pur conoscendo la strada della consapevolezza gli capitava di deviare, trovandosi a svegliarsi il giorno dopo sul suo letto o con le scarpe ancora indosso, o con una scarpa sola o con i pantaloni senza scarpe, una sorta di sistema variabile sempre diverso. Quella sera però non doveva esserci nessuna perdita di coscienza, anzi, non potendo chiedere che stava succedendo ai suoi amici doveva per forza arrivare fino in fondo e con tutta le sue facoltà, attive e funzionanti.
Chissà cosa starà accadendo in Irlanda a Waterville, in quel momento, ma non ci pensò molto in quanto i suoi motori avevano già iniziato a rullare sulla pista. Un volo controllato questa volta un esplorazione con dei confini bene definiti, ma poco importava doveva capire e per farlo avrebbe usato ogni strumento a suo disposizione.
Conosceva la strada e quindi non fu difficile seguirla, almeno all’inizio. Il cibo la faceva da padrone, la tavola era imbandita con tutto quello quanto c’è di buono in una cena importante: lasagne, arrosto, involtini, verdure cotte e crude, e ovviamente il vino. Quindi visto che non ci stava capendo più nulla Fabio iniziò a servirsi di tutto quel ben di Dio. Almeno nello scambio per quanto riguarda il cibo e il bere ci stava guadagnando.
Quell’atmosfera casalinga poi era bellissima: uno stereo venne accesso in qualche angolo della casa e iniziando a suonare scaldò il clima al di là, oltre. Suoni, parole e musica si fondevano in un’unica costituzione, mentre Fabio felice per quel che stava accadendo, stappava un'altra bottiglia di vino. Le voci degli uomini e delle donne presenti, echeggiavano armoniosamente e una musica lounge accompagnava il tintinnio dei bicchieri che si riempivano alternativamente. Sembrava una performance artistica, non una cena fra amici. Comunque era molto piacevole.
Il vino sembrava dare a tutti i presenti un’aurea magica, il suo sapore intenso donava alle labbra una sensualità unica e i loro corpi, come se non bastasse, seguivano una misterioso movimento in sintonia con la musica. Mentre Fabio continuava a guardare con curiosità, tutto quello che avveniva davanti ai suoi occhi, si sentì molto rilassato.
Il tempo passava libero, senza ostacoli e come in un accordo precedentemente stabilito la musica era scesa di volume, ora le persone intorno a lui, silenziosamente, conversavano in piccoli gruppi. A tratti regolari però, il suo pensiero cadeva sempre sul fatto che poco prima era in Irlanda, nel suo viaggio premio autogestito. Alla fine, si decise a raccontare tutto ai suoi compagni, ma mentre stava per farlo, Fabio abbassò gli occhi e si accorse che la cena e la birra erano ancora intatte, le persone accanto a lui non erano più i suoi amici. Era di nuovo al Pub, a Waterville.
Decise quindi di pagare il conto e di uscire di li, da quella trottola spaziale, tornare in bed and breakfast, farsi una dormita e poi vedere dove ci si svegliava.
Mentre tornava, incontrò inaspettatamente una statua di Charlie Chaplin in bronzo. Una bella statua, a grandezza naturale del grandi artista inglese, proprio vicino all’oceano, in uno spiazzo che sembrava un piccolo teatro di strada. C’era anche una lapide con scritto qualcosa, ma non era inglese, intraducibile quindi. Finalmente arrivò nel suo Bed and Breakfast e gli chiese alla proprietaria, divenuta di colpo molto carina e gentile con lui, come mai ci fosse una statua di Chaplin li vicino al mare.
- Passava le vacanze in questa città, quando finiva un film veniva a rilassarsi nel nostro piccolo paese. Dieci anni fa, un sculture l’ha regalata alla città, ora e li. Le piace? – Disse la proprietaria.
- E’ bellissima. –
Anche se la sua vacanza continuò per altri due giorni, Fabio, non ebbe più altre visioni come quelle della sera prima. In fondo non ne voleva, stava bene dov’era e quel piccolo cambiamento di sede della prima notte lo considerò un esperienza positiva. Quindi Insabbiò.
Come su una lunga scala mobile in movimento, si ritrovò sul volo di ritorno per Roma.
Quello che ricordò, di quel viaggio, fu di essere partito per un luogo lontano e di essere tornato, con la sensazione, di non aver mai abbandonato la sua vita.