Con la bella stagione partono in quarta le degustazioni a domicilio dei vini di Villa Petriolo.
Una serata all' insegna del gioco degli abbinamenti per conoscere e degustare insieme il vino toscano, sotto la guida di un esperto sommelier, direttamente a casa vostra!
Imparare tra amici ad apprezzare le sfumature, gli aromi, il gusto, la personalità di tre dei nostri vini, prodotti nel cuore della Toscana medicea, accompagnando la degustazione con cibi locali di alta qualità, ideali per esaltare il sapore di questi vini di antica tradizione.
L'esperienza prevede la degustazione a domicilio per un gruppo di massimo otto persone. La durata prevista è di circa due ore e comprende la degustazione guidata da un sommelier - nel video la nostra Simona, sommelier AIS - dei seguenti prodotti:
* L'Imbrunire, IGT Rosso Toscana da Canaiolo in purezza * Rosae MnemoSis Chianti DOCG da Sangiovese in purezza * Golpaja, IGT Rosso Toscana da Sangiovese e Merlot
La degustazione verrà accompagnata da una selezione di formaggi e salumi toscani, accompagnati da pane toscano, olio extravergine d'oliva del Montalbano e miele.
Il servizio a domicilio WeWine copre tutto il territorio regionale della Toscana.
A richiesta, si può preparare insieme anche un’autentica cena toscana con lezioni di cucina e degustazione di vini, tutto a domicilio.
Festeggiamo la vincitrice del terzo concorso letterario di Villa Petriolo S'IO FOSSI...VINO. EPIFANIE DELLO SPIRITO: è la giovane Giselda Campolo, di Messina, che si è meritata, con la suggestiva composizione "Com' i' sono e fui", il primo premio di questa edizione. Complimenti vivissimi da Villa Petriolo a Giselda!
Giselda Campolo è studentessa al primo anno di Lettere Moderne. Un suo racconto è stato pubblicato sul periodico Centonove, uno sull’antologia “Scrivere donna”. Ha collaborato e pubblicato sul giornale del Liceo Classico Maurolico. E’ tra le vincitrici del premio letterario “Calabria in giallo 2009”. Migliore attrice protagonista al concorso teatrale di Tindari nel 2008.
Racconto COM' I' SONO E FUI
Due cirri vaporosi mi erano d’aureola. Ora non ho più voce. Non ho più capo. Quello dei miei pensieri non v’è mai stato. Eppure le antilopi s’ostinavano a invitare questa lince nelle steppe dell’argomentazione. Spesse volte andavo e spesse volte ero lodato. Anzi nessuno che non m’apprezzasse era gradito, e taceva con riserbo, di tanto in tanto accompagnato da riserva. Oh! Che tenera parola! Ero in un boschetto, la prima volta. Zompettavo immerso nel lucore stinto dalle fronde di Peepul. I passi annuvolati dalle schegge di rugiada. Innumerevoli si aprivano le vie, le preferenze; e non si poteva essere certi che una, indicata dagli archi degli alberi come colonne di un tempio multiforme, fosse strada o, in vero, sentiero, che fossi io all’interno o escluso. Tutto era alla prospettiva. Vagavo armato, se non mente il ricordo, ché ero convinto di zappare poco prima. A mille traversai le volte e sempre più dal tozzo tronco v’erano funi in alto a cogliere frescura e parallele al suolo scagliate con tale potenza che ancora non si accasciano al ritorno. Mentre ero immerso un po’ a fantasticare di dire in molte piazze anche oltre il mare, non ero più abituato ai cinguettii né al sibilo di quei lievi pendii. Le spalle mi si serrano sul petto; sguainatolo, il pugnale acceso ho stretto. Eppur sorrido, fresco nello sguardo. Piego le gambe, fisso sul tallone, così le braccia e l’anche, ed il polmone tendo e muscoli e forze per il balzo, nel caso vi sia assalto. Per quante volte avevo svoltato, il ronzare avrebbe dovuto tacere, logicamente. Invece pareva mi seguisse. E ancora andavo e più si faceva forte. Mi fermavo e lo cercavo ma era in tutti i sensi, o così pareva. Però uno specchio mi porse un barlume. Perché non andare? Era una ninfa? Meglio non indagare: fosse Atena, ben me ne guarderei. Un pezzo di mica grande? Un diamante! Un diamante perso in qualche scampagnata! Ma non li mettono in quei casi, credo. Be’, mi ci addentrai. Tra le felci vi era un colibrì. Uno stranino: carico di bagliori. In abito da sera, pieno di gocce. Perché non si scrollava? La mano e il corpo tutto inarcato e lento, andavo a prenderlo. Si mosse e in un istante era librato a sbattacchiare l’ali. Volevo puntarlo almeno a sguardi, ma era in dirittura di una scheggia di luce e tutto sfuocato mi pareva il colore. In fremito volava e io lo seguivo. Spostava sé per liberarsi dell’intruso ma, io non so perché, non lo avevo a pena. Trovavo sciocco che non si innalzasse o nascondesse sotto qualche verde. Così fece. Ma non dove attendevo, tra i nodi di quegli alberi. In uno spiazzo sotto quelle volte, c’era un tronchetto, nodoso sì, ma smilzo e luminoso. Quando gli artigli si chiusero su un picciolo, appena s’inclinava la foglia spiegata lasciando intravedere folte mammelle gonfie. Il colibrì si accoccolò sotto la fronda alta ad allattarsi del rubino succo. Non ricordo come uscii dalla selva; ma dicevo altro, oggi. Non era sul mio esordio per il mondo, questo incontro, no?
Dicevo: due cirri vaporosi m’erano d’aureola. Quando mi avvicinavo, conferenziere, ad apparire, sempre voltavo il capo un pochettino, chiamato da qualche fattorino o chiamando, o, per lo più a guardare, sicchè, dallo spiraglio della porta, mezza platea potesse intravedere il cono di capelli del genio d’Asti. Non c’era uomo che più di me fosse il filosofo. Seduto in poltrona ero anche sul palco e non poteva dirsi che io non conoscessi Stanislavkji ché neppure lui aveva provato tutte le volte mie la scena dell’uomo in poltrona con lo scopo. Ero un attore, grande più d’un buco nero. Infatti ogni concetto che giungeva a me, e nelle domande raramente v’era, spariva senza replica nel fumo del parlare. Ecco perché i miei coni grigi. Come mi muovevo! Il corpo è angolare, e basta intersecare i gradi in vari modi, per prospettive nuove, se dell’addome i nodi premo alle cosce, smuove il sentire i palpiti che s’ampliano e s’accentuano ed io li seguo galoppando mentre risuona nella gola il ritmo degli zoccoli che battono sul morbido terreno, ora, asciugato il rivolo, ricco di lisca lacustre che suona il soffio armonico. Mille le pose, io poco più inclinato già cambia la sintonia dei flussi. Dei flussi! Oh, quelli riottosi che spumeggiano tra i rosa dal bordeax cascando alla coppa e svoltano stirscando sopra il vetro a creste di cavalloni e poi allineate scivolano in un corpo. Ero dapprima guardia del chicco. Il punto d’oro. Al centro di tre altari cubi, una piramide e dentro, si diceva, il punto. Stavo cinto d’alloro a roteare attorno al grano. Innanzitutto andavo piano, diritto sul percorso curvo. Posato nel mio camminare. A mezzodì ero un po’ stranito, s’inclinava del busto il piano, volavo oscillante da corvo fissando il mio sguardo sull’are ed era, il mio voler finito, ogni circoletto più stretto. Non arrivavo all’Uno mai. Sbattevo per un giro a tutti i marmi, di Gimigliano, Creme Real di Portogallo e, nella trinità, il rubino porfido egizio. Al susseguirsi delle botte la mente si svegliava e il ginocchio s’insanguava. Pur non avevo livido e non dolore. Allora tornavo indietro, sino alla prima ruota, e cominciavo ancora. Gli uomini a me non venivano mai, eppur volevano girassi, io mulino. Di tanto in tanto, in ciclicità, quando Scorpione era a tre quarti in cielo, lanciavano le funi e mi acchiappavano, tirando a sforzo di anche e caviglie. Mi legano e mi portano alla Piazza. Colonne su colonne si rigeneravano e dalla pietra nasceva la carne. A doppia fila in linea correvano ritte queste schiere e sopra me lanciavano i talloni a spremere da me il divino compito. Io soccombevo. Non ero degno di restare ancora difensore, sì ero vecchio. Formavano dei cerchioni i cittadini tutti armati di bastoni piatti come spade intorno al punto. Non v’era chi lo custodisse. Il compito divino stava tra i ciottoli dello spiazzo. Contemporanea vicenda, penetrava la terra tra le fenditure delle pietre sino agli interrati. Stava nascosto a minacciarli degli Antipodi, che lui si era scelto il controllore e non un altro re voleva. Gli uomini intanto si logoravano nelle veglie e nel lavoro. Si addormentarono sulle pale, loro sostegno, cosiché lungamente perforarono il podere. Indolenti nel cadere e senza più volere s’inclinano e in fine si tuffano nel buco, la spada innanzi al volto, rivolti in anti-uomo, trovano il sepolcro. Così ad ogni ricorrenza. Regnavo con la mia necessità. Non dicevamo questo, pero!
Dicevo: due cirri vaporosi m’erano d’aureola. Io li scuotevo dilettosamente sotto i faretti che fosse ben palese la varietà dei miei bagliori. Dalla platea, è bene dirlo, si nota tutto, se anche arrossissi sarebbe percepito. Per molti è strano, quanto meno per le risposte dei discepoli, però il colore è visto e seppur non definito e ineffabile dà contributo all’emozione. Così i bagliori. Oh! Le mie fugaci lacrime! Dicevamo:… No! Questo devo dirvelo. Pazienza. Salterà il palco, che pure ho tanto amato! Via! Tanto è tutto palco.
Ero il primo che si mise a danzare. Navigavo immerso nelle visioni delle coste e quando giunsi in Grecia, io di vedetta, vedevo mille isole e sabbie all’orizzonte e rocce. Io per guardarle traballavo ondoso e per i flutti. La gioia s’addensava e scoppiettava e ancora sino a che mi allontanavo. In mezzo ai flutti dell’oceano, non v’era conforto, per me che ero in stiva, e anche il me sul ponte era disioso di visioni, dovevano venire e io danzavo: come se le vedessi. Saltavo come capretto morbido. Questo apprestò la mia fine. Andavo…
Eh, sì! Passeggio sempre! Ma tu sai bene, caro Pietro, che passeggiare è per scoprire. Ogni scienziato è in passeggiata, la mente è carica del mito e netta per scoprire una scienza netta. Vuole lo spunto e lo ricerca. Chiudi la porta? Vado giù? Sbarri anche quella? Posso tornare in terra? Son scioperanti! Prendo il mio regno ancora, caro Pietro! Ah! Che son io tuo superiore, sia un segreto. Chi è contrario in terra al me di Spirito frizzante, mi tenga pure amico come di Spirito sventato.
Giselda ed i suoi genitori con le "maschere del vino" alla cerimonia di premiazione del concorso letterario di Villa Petriolo edizione 2009
Molti complimenti al vincitore del secondo premio del concorso letterario di Villa Petriolo edizione 2009: Alessio Cannarozzo si è meritato la medaglia d'argento con il racconto "La vivace assonnanza con Barbara (balbettii)".
Nato nel 1987 a Torino, dove abita, scrive di sé: “Abbandonati gli studi scientifici, ho deciso di studiare ingegneria del suono, dilettandomi a inventare strumenti musicali, con la speranza di far di ciò un lavoro. Scrivo ormai da anni, folgorato, nei primi anni di liceo, dai versi di Campana e Rimbaud. Mi interesso di filosofia amando e ritrovandomi soprattutto negli scritti di Nietzsche e di Derrida”.
Alessio Cannarozzo (il primo da sinistra) con la "maschera del vino" alla cerimonia di premiazione del terzo concorso letterario di Villa Petriolo
Del post di Andrea Gori sul suo blog avevamo già parlato...ma lo linko di nuovo qui, perché delizioso e con uno dei video più simpatici che mi siano stati dedicati.
L'amico blogger Mirco Mariotti durante la cerimonia di premiazione è rimasto folgorato dalle eccellenze di Confartigianato Firenze (qui il reportage, con le foto bellissime scattate da Mirco) che, durante la festa di premiazione, hanno deliziato tutti gli ospiti con le loro lavorazioni d'arte: autentici maestri che, con il loro patrimonio di conoscenze accumulato nei secoli, hanno lavorato materie prime di straordinaria qualità, dando origine a vere e proprie opere d'arte.
Un progetto culturale quello di Villa Petriolo che, sin dalla nascita, ha nella contaminazione delle arti e dei saperi il suo punto di forza. Il vino, naturalmente, come attivatore potentissimo di emozioni e suggestioni sempre diverse...
Un grazie davvero grande al giornalista Massimo Roscia che, nella prestigiosa rivista IL TURISMO CULTURALE(Silvia, il vino e l'arte, sul n.17, luglio-agosto 2009, appena uscito nelle edicole), parla delle aspirazioni di Villa Petriolo a trecentosessanta gradi, e con una sensibilità che ci riempie di gioia. Grazie, Massimo!
Le foto presenti sull'articolo de Il turismo culturale sono di Alena Fialova' e Massimo Bonistalli
Racconto CLIMAX – LE GIOIE DI NON ANDARE FUORI TEMA, Ovvero. S’I’ FOSSI VINO
I. UN FATTO. Cronaca.
(Incipit.) Si sentì chiamare, già pensava Ad altro – era stanco Aveva sete. Camminava, Vedeva uno stagno E la sua Acqua – ma troppa Egli ne aveva già bevuta Proseguì. Arrivava [alle porte del tempio peristìle Vide il vino E nel vino vide il Viso il Viso vive: decise di non bere; per non svanirsi In un sorso: lo stesso, morì.
Torvo e arcigno. Arrembava teso Per come poteva, Zoppastro sulle botti panciute Bestemmiava; Recavano i colpi, i soffitti sciancrati e le creste di legno muffo – attoniti placida Mente: Rintronando Rimbombando. Bestemmiava e in mano Il martello, ché quei tarli Maledetti gli mangiavano Le botti: e la vita; e le botti rimanevano E la vita… lo lasciava, ma sperava che Sti’ tarli, Maledetti! “che durassero meno di Me e magari, una volta morti i tarli E pure io, mi ringrazieranno Ste’botti fituse, Botticelle, sudooore, Bottacce, Botti belle Bottane! [avrebbero, ringraziato. Principiando a finire, Ricominciava l’opera e l’operetta ogniqualvolta Un piccolo foro s’accendesse di luce: e cento più ce n’erano, quando pensava di aver esaurito ogni bestemmia: erano spinette e insulti, turare quei buchi; Perdurare di tappa-bestemmia-sudi [e Godo:
e pure con lo sconto che In coscienza s’applicava ch’era Eretico – ché fosse certo d’esser sempre Quel sé-stesso e meno debole[Il lavoro nobilita l’/– Quella era, che faceva, nondimeno e Soprattutto: Pratica Spirituale d’Attenzione; una Cosa com’è Una liturgia, Magari solo: chirurgia, ché di buchi Si parla, non del poeta giù dall’albero Che tracanni declamando!, né del guitto portuale Ebbro e brezza E non del principe: Né dell’osteria: ma dell’uomo, ché se fosse stato vino (Se Fosse! e quindi Liquido, incoerente, riformato dentro ai tini e alle bottacce; avrebbe desiàto d’ingrassare da Solo. e lontano, pasciuto di sé stesso, digerendo le sue membra Fin alla maturazione. Martellava di lena Guardando i riflessi tra branchie di legno, e Non convinto sentiva il rumore; Sordo. farsi dèspota Rasenta il fastidio, d’un unico ritmico[Che le campane e il cuore sanno: lui non seppe: era Uomo, Penso venga daLì dentro. ed aprì un legno.
Vide in feccia La sua immagine E gli occhi; Vecchi Rubare al Rubino Il suo colore Matto Le rughe, tuffarsi distese da Rupi del Labbro, galleggiare le sue corna tra I capelli Dritti e molli: alghe scesi[Dentro di quella pozza: Il corpo gli si fece Bolla e Plof: che non stesse briccicando Con l’immaginazione, fu più facile: l’emozione E svenne. Stette, Non era tanto l’assurdo del suo volto – la forma squagliata ne agitava confusi i ricordi – A circuire i pensieri, ma il dubbio: di Poter Essere. fuori, da quelle sembianze fluide ancora, Sempre o mai più; vaporare all’aria o Nella goccia Nascondersi Fuggir le spoglie Inseguire, un djin o attraccare, a un disegno, rimosso… Ché forse d’uno spettro s’era trattato, nevvero? della vista troppo stanca Per ragionar di logica; No Né di presagio funebre trattavasi Di certo – al Pane Quotidiano nulla accade d’inconsueto – o di malattia – né di punizione, questo era da escludere, Chi mi punisce, Chi si ricorda, del bottaio? – E di tutto ciò Si rallegrò
mentre tuonava forte la figura che più uomo non era e forse neppur’altro che Cornice Di quei tratti opachi ch’erano solo nella botte e nei suoi occhi La sua botte I suoi Ochchchccchi [rimuginava gli allarmi, Dimenò due risa isteriche: “S’io fossi vino, Questo forse resterebbe di me: una facciazza che si specchia in superficie E fa le smorfie al bevitore, e Nulla più d’uno spirito sottile Che esala a ciàuro; Trasalga il calice del bevitore! Ché questa è cosa viva.
Non è la meta trasformarci e Finito, ma l'un l'altro Conoscerci e fare all’amore col nero; il bianco Ed il freddo; col caldo: Com’è una collina. Con l’altro, ciò che egli è: il nostro completamento.
II – UN REFERTO. Finzione di Letteratura Scientifica, 1861.
Stimati Colleghi, Illustrissimi Dottori,
La funzione vitale evoluta, di cui tutti noi ragioniamo e che In questa sede riconosciamo come universalmente espressa, è messa in crisi dall’organismo che varchi le porte estreme dell’Irrazionalità chimerica e vagheggiante. Non solo una congruità semantica o fonetica corrispondenza e d’Etimo avvicina i due termini Che maggiormente vestono di ponderata valenza la sensibilità E l’intelletto umano: Scienza, Coscienza. Saper di sé e Saper del mondo, Consapevolezza; dell’altro da sé com’è La propria Vera; Questi vincoli indissolubili sanciscono Poteri d’interpretazione e Approssimano l’uomo al disegno intelligente: del perfetto Demiurgo. Fuor di scienza, ne scio, È l’irragionevole Spiritualità: Fuori dalla coscienza, v’è Dissociazione…
Proprio in questo, preclari dottori, risiede un’aberrazione: rifiutando il propriocentrismo Nella negazione del sé pensante – ed agente, In favore d’attitudini visionarie Iconoclaste. E non si pensi, illustri luminari, che il delirare sia prerogativa di dissennati cronici: in seno alla quotidianità, Nasce La patologia.
Si prenda in esame Il caso di quel disgraziato, N. P. che credette d’esser vino, avendo visto la sua immagine[Oh! Narciso riflessa In una botte: e non già uomo allo specchio Ma mescita fluente, buona a riempir di coppe e brocche: Come avesse perso di colpo carne umana, o Si fosse questa fusa per la Termica meraviglia di trovarsi: ed insieme: aldiquà, ed Aldilà. del liquido in un Solo tempo Ed in spazi di poco Discosti: perdette in un colpo la Mente*, ed in questa Fu vino. Forse d’una nevrosi Ci parlano i sintomi empatici, scissione schizoide Partorita da contatto perlungo con certo Materiale, dall’aver vissuto Tanto vino che in esso, trasfigurò: Eppure di bicchierate, dotti collaboratori, tutti quanti ne navigammo: senza per questo farci cosa, massa Fusa e beverina. Non d’ebbrezza Né di vino, com’è chiaro, si tratta dunque Nella fattispecie In termini sostanziali, per quanto la mancata esistenza non pregiudichi mai l’essenza: mi sovviene, compagni cari, Un esempio, che mi riguarda personalmente. Al solo ricordo d’un illustre brindisi che intrattenni in Dicembre con i Qui Presenti Dottori P. C. e Y. V. allo scroscio d’un certo Margaux del ’14, che avevamo deciso di sboccare In seguito alla buona riuscita del caso V., ormai celebre nella società nostra Illuminata e positiva, che Splende su queste contrade [Che Splenda!; Mi figuro di sorbire ancor’adesso il dolce nettare Che già inzuppò le membra, pure fingendo Da Solo. il pensiero, e monologhi, Senza più averlo indosso: ma il gesto è vivo E di me si fa tutt’uno, e nulla è Più chiaro che Alzare un calice ectoplasma: a Rinnovare Quel piacere Che fu andato. Si trattò d’una simile sinergia? Non di certo, questo resta, Sono vino., come fluida e la scorrevole apparenza: ché s’io lo fossi, amici cari, Sarei piuttosto La memoria e Monumento, e di statuaria forma, Come l’impronta possente di una vendemmia vivace o Culto solenne di verità – che potess’io essere Verità di Vino, bottiglia della collezione, A illuminare questi adepti sconosciuti.
*La mente, era stata Stuprata.
III – UNO STUPRO. Liturgia. Tributo a Ferrara
Narciso: Stanotte me la fotto così era iniziata. Scende dal taxi e Gli lancia due spicci, al negro Amaro Alla guida. Cammina teso teso, è Con le rotule, Nevrotiche che Tremano a maracas: come in quello strano morbo, o nello swing degli anni prima. Pensa a Quella Penso a Quella. e non riesce a vedere nella nebbia dell’occhio affumato – Stanotte me la fotto. S’aggiusta tre capelli.
È Stanotte. Grigia ombrra E statue neogotiche appese alle volte austere frocie, Spade Spianate Angeli Ali Spiegate, la Pinguina prega ignara.
Narciso[entra in chiesa, aggiustandosi i capelli, si ferma all’acquasantiera, si specchia.]: Figo. Vino. Gesù[appeso in croce se lo guarda]: “. Narciso[soffoca nel Vino che è Sangue al costato Le facce sconvolte, di Jericho Sentore Sodomita e riesce dall’acquasantiera]: ghgh. Gesù: (S’io fossi vino.) Exeunt.- Rip. (Incipit.) ad libitum
IV – PROVA ONTOLOGICA. Filosofia.
Dio beve. *
Apologia Generale. Essendoci parso opportuno, alla letteratura, d’allegare Letteratura: avremmo inviato Volentieri in corredo al figlio nato un poema di Eliot quidiseguito Citato: che scoprimmo, ahinoi, già fu marchiato in Copyright… Ci limiteremo quindi Ad aggiungere, Sperando di far cosa Gradita, una breve Filmografia delle Fonti che donarono spunto all’affaccendamento della narrazione: ché possano essere parzialmente riprodotte, In luogo d’un’Eventuale.
Special Thanks to [L’Ordine Sparso]. T. S. Eliot – The Death of St. Narcissus (Poema.) Luigi Pirandello – La Giara (Novellina.) Peter Sellers – acting Clare Quilty in Stanley Kubrick’s “Lolita” (Icona.) Fabrizio de Andrè – Ottocento (Positivismo.) Edgar Allan Poe – Il Cuore Rivelatore (ed altri Mesmerismi, Racconto.) Michelangelo Merisi Caravaggio – Testa di Medusa (Per la faccia di quell’Uomo che s’è perso.) Ottavio Cappellani – Sicilian Tragedi (Roman héroïque.) Francesco Guccini – L’Ubriaco (Canzonaccia.) Fritjof Capra – Il Tao della fisica (Molto, Saggio.) Vincenzo Consolo – La ferita dell’Aprile (Somma verità storica.) Abel Ferrara – The Bad Liutenant (Film di preghiera [Dei Debilitati.) Anselmo d’Aosta (1033 – 1109) – (NON SOLUM ES QUO MAIUS COGITARI NEQUIT/QUIDDAM MAIUS QUAM COGITARI POSSIT).
Cenni biografici PIER PAOLO CATUCCI
Nato a Roma nel 1988, risiede a Bitritto (Ba). Si diploma nel 2007 presso il Liceo Classico “Socrate” di Bari. Frequenta attualmente il II anno presso l’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo - Bra. Ha partecipato come giurato nel 2001 al Giffoni FilmFestival, nella sezione ragazzi.
Cenni biografici GIOVANNI PUGLISI
Nato a Catania nel 1987, risiede a Leonforte (EN). Diplomato presso il Liceo Classico "N. Vaccalluzzo" di Leonforte nel 2005, frequenta il III anno presso l'Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo - Bra. Ha vinto il Premio letterario "Città di Leonforte" nel 2005, sezione "Poesia inedita", premio speciale studenti. Ha vinto il concorso letterario “Villa Petriolo” nel 2008. Ha svolto sino al 2005 attività teatrale presso la Compagnia Teatrale della sua città "Il Canovaccio". In possesso del diploma Bartender I livello.
Con le "maschere del vino", Pier Paolo Catucci e Giovanni Puglisi alla cerimonia di premiazione del terzo concorso letterario di Villa Petriolo
Una serata che, nel ricordo del giorno dopo, ancora mi scalda il cuore, quella che si è svolta ieri a Villa Petriolo, con gli amici più cari ad accogliere e festeggiare i vincitori della terza edizione del concorso letterario di Villa Petriolo, dal titolo S'IO FOSSI...VINO. Epifanie dello spirito.
Ancora tanti complimenti alla dolce Giselda Campolo, che si è meritata il primo premio col suo suggestivo "Com'i' sono e fui". Un giovanissimo talento al quale Villa Petriolo augura i migliori successi. A Chiara Riondino l'onere e l'onore di dare voce alla sua fuggevole epifania dello spirito....
Qui sotto è ritratta, in compagnia dei genitori - che l'hanno accompagnata in Toscana dalla natìa Messina - dalla fotografa Alena Fialova', che per l'occasione ha prestato il suo sguardo d'artista a Villa Petriolo, immortalando tutti gli ospiti all'entrata della villa (e consegnando a tutti il piccolo souvenir della serata, la loro foto...all'impronta, firmata dall'autrice della bellissima mostra fotografica "Nella sera d'amore di viola" ospitata nei locali al chiuso di Villa Petriolo), dopo che ognuno di loro aveva indossato la "maschera del vino" - o mistura immaginifica - che la giovane creativa Ylenia Lopomo, studentessa dell'Istituto d'arte di Firenze, ha creato in pezzi unici per tutti noi. Tralci di vite, lacrime di rosso, calici, filari di viti, spighe, fiori, gale, pizzi, lustrini, hanno arabescato i volti sorridenti di chi varcava la soglia. Ad incorniciare gli sguardi, anche le belle immagini che gli autori del concorso hanno inviato a corredo dei racconti, trasformate per l'occasione in vino alla seconda. In maschera veritas? Quil'incoraggiante reportage dell'amico Andrea Gori. Definisce Villa Petriolo una "corte rinascimentale"...magari, caro Andrea. Proviamo a ricordarci almeno lo spirito che li animava, questi centri propulsori di cultura, che in una terra di ville medicee, come Cerreto Guidi e il Montalbano sulle cui dolci colline ci troviamo, è doveroso contribuire a mantenerne viva almeno la memoria.
Da sinistra: Pier Paolo Catucci e Giovanni Puglisi
Ed ecco, direttamente dal Nicaragua, Nely Iveth Diaz Lopez, che col suo delicato "Un valzer nel vino" ha vinto il premio internazionale della Strada dell'olio e del vino del Montalbano, la sezione speciale promossa grazie a Le colline di Leonardo e al supporto dell'Agenzia di Viaggi Turandot di Empoli. Qui la bella storia di Nely e del concorso letterario di Villa Petriolo.
Nely (la terza da sinistra) con le amiche che l'hanno accompagnata a festeggiare il premio di Villa Petriolo, un viaggio e una vacanza di una settimana sulle colline del Montalbano. La prima da sinistra è Francesca del Residence Casa Italia, dove Nely ha trascorso il suo soggiorno in Toscana
Luciano Pallini, responsabile operativo dell'Associazione Strada dell'olio e del vino del Montalbano, e la sua signora
Elena Bartalucci e Michela Giraldo dell'Agenzia di viaggi Turandot
Anche il coinvolgimento delle scuole ha assunto un valore speciale in questa occasione: oltre ad aver premiato due studenti d'eccellenza, Francesco Innocenti per l'Istituto Enriques di Castelfiorentino e Cassandra Giuliani per la Scuola Martini di Montecatini Terme, che sul vino hanno scritto racconti originali, il servizio di sala e sommellerie di Quella naturale inclinazione è stato affidato interamente ai ragazzi delle scuole, coordinati dai loro indefessi professori. Un percorso di formazione che a Villa Petriolo ha visto concretizzarsi le naturali inclinazioni di valenti giovani e giovanissimi...tanti, belli, sorridenti, volenterosi gli studenti che si sono avvicendati nel servizio. E, diciamocelo...servire al tavolo con le magnum di vino non è facile neppure per professionisti navigati! Quindi, bravi a tutti i nostri studenti, che si avvicinano al vino con la passione e la dedizione che questo straordinario prodotto merita.
I ragazzi delle scuole Enriques e Martini impegnati a Villa Petriolo
La studentessa Cassandra Giuliani dell'Istituto F. Martini di Montecatini Terme, autrice del racconto "Il vino nostro amore e figlio"
Lo studente Francesco Innocenti della Scuola Enriques di Castelfiorentino, autore del racconto "Se io non fossi vino"
Francesco e Cassandra, premiati per i loro racconti, sono accompagnati sul palco dai rispettivi professori, il Preside Giacomo D'Agostino e il professor Filippo Lorenzi
Ad impreziosire il giardino di Villa Petriolo, nei momenti deputati all'aperitivo, le splendide creazioni dei maestri artigiani di Confartigianato Firenze, coordinati dal Presidente del settore Restauro Riccardo Bianchi e dalla signora Alessandra Guerrini. Le antiche manifatture fiorentine hanno allietato la vista e l'anima dei nostri ospiti: i laboratori all'aria aperta del micromosaico, della lavorazione del legno, del ferro battuto, della pelle, gli affreschi, i dipinti, le terrecotte, hanno dimostrato che il saper fare è un'arte a tutti gli effetti, come il cesellare le parole, preparare buoni cibi, vinificare. Ricchezze e tradizioni che il nostro territorio esprime in maniera naturale. Un grande ringraziamento alle eccellenze di Confartigianato.
E tra i maestri artigiani, un ringraziamento speciale all'orefice Alessandro Piovanelli, che ha omaggiato gli intervenuti alla serata con un delizioso segnaposto da calice in argento, lavorato con la maestrìa di secoli di tradizione fiorentina.
Il maestro orafo Alessandro Piovanelli
Di Confartigianato Firenze, prestigioso partner del concorso di Villa Petriolo, le rappresentanti Alessandra Guerrini e Simona Bartalozzi
La scrittrice Serena Gentilhomme, autrice del racconto "Bevimi!", ammira le opere dei maestri artigiani
Al clou della serata, il ricordo appassionato, a cura di Mirco Mariotti e Filomena Menna, di Mario Soldati, a cui "S'io fossi...vino" è dedicato. Mirco termina il suo importante intervento con queste parole...
La sinestesia e la socialità insite nella degustazione del vino sono la chiave di lettura del suo mondo sotteso, che può essere vissuto nell'intimità delle nostre case, o in luoghi ameni e speciali...
E Filomena legge, con la sua voce calda e vivace, da "Vino al vino": La semplificazione ci sta travolgendo (...) una maggioranza sempre crescente, in tutto il mondo, crede che il vino sia un oggetto di consumo come tanti altri, sottoposto alle normali, note, ferree leggi della produzione industriale e della distribuzione commerciale: mentre il vino, appena supera un certo livello, davvero minimo, di qualità, si può comunemente giudicarsi buono, sano, genuino, bevibile, è ben altro: perché il vino sta in un rapporto diretto con ciascuno di noi, un rapporto momentaneo, individuale e quasi incomunicabile gli altri.
Grazie a Mirco e Filomena per il loro aiuto, per averci ricordato l'insegnamento di Soldati e, come dice Mirco, che l'atavico umano desiderio di chi fa il vino è quello di trarre dal frutto della vite un sospiro che profumi d'eterno.
La simpatia di Filomena Menna, Mirco Mariotti e Alessandra Rossi
...e la bravura, ascoltare per credere.
Andrea Gori
Un grande ringraziamento a tutti gli Enti che hanno creduto nel progetto di Villa Petriolo e che ci hanno sostenuti con la preziosa collaborazione istituzionale.
Il direttore del Circondario Empolese - Valdelsa Alfiero Ciampolini
L'Assessore all'Agricoltura della Provincia di Firenze Pietro Roselli e la sua signora
Il direttore del settore Agricoltura, caccia e pesca, risorse naturali della Provincia di Firenze Gennaro Giliberti e signora
Paola Panicci, Ufficio cultura del Comune di Empoli
Il dirigente scolastico di Cerreto Guidi Architetto Silvano Salvadori con la moglie Bruna Scali, pittrice
E un grande grande grazie agli amici produttori che mi hanno fatto dono della loro compagnia in questa occasione speciale...il Cav. Benanti, l'amica Manuela, Lorenzo Zonin, il padre di Montepepe Alberto Poggi.
Le nostre splendide hostess Giulia e Claudia con Dino
Ylenia Lopomo (autrice delle bellissime "maschere del vino") e Lisa Lavoratorini, deliziose hostess
L'Avvocato Gemma Giusti e Alessio Piovanelli
Corrado Fodale,Helmuth Andergassen e Lukas Harpf
Paolo Terzolo, Silvia, Federico Curtaz, mamma Giovanna
Con Lavinia e la sua tata Elena
Rosario Campanile con la moglie
Tanya e Silvano Fontebussi
Il commercialista Stefano Bonamici col padre Vasco
Il Preside dell'Istituto Enriques Giacomo D'Agostino con la moglie
Il Prof. Maurizio Poli dell'Istituto Enriques di Castelfiorentino
I Professori Filippo Lorenzi e Edoardo Govi dell'Istituto Alberghiero F. Martini di Montecatini Terme
Gli amici Umberto Ginestra e la moglie Giusy
Daniela e Galeno Piccini, amici di Giovanna e Moreno
Il collaboratore di Villa Petriolo Salvatore
Mauro Tosi
Massimo Bonistalli e signora: Massimo è l'autore della foto "Naturalis aptitudo" che compare sulla copertina della pubblicazione ETS dei racconti vincitori di "S'io fossi...vino"
Un ringraziamento di cuore ai nostri giurati, tutti, per la grande disponibilità e la generosità con cui hanno portato a termine il loro non facile compito.
La cantautrice Chiara Riondino, casco da speleologo in testa, durante "Quella naturale inclinazione" legge tra i convitati il racconto vincitore "Com' i' sono e fui" di Giselda Campolo
Da sinistra: Chiara Riondino, la vincitrice Giselda Campolo, gli attori Andrea Giuntini, Andrea Vagnoli e Nicoletta M. Loisi durante una pausa di "Quella naturale inclinazione"
Il giornalista de Il Corriere della Sera Edoardo Vigna e la moglie Manuela
Una performance di teatro-danza di Katia Frese ed i suoi ballerini accompagna la lettura del racconto vincitore
Il papero al melarancio, ricetta rinascimentale introdotta da Caterina de' Medici alla corte francese e che a Cerreto Guidi è magnificata dalla sagra di luglio: da non perdere
Silvia e Simona Maestrelli
La vincitrice Giselda Campolo e Diletta Lavoratorini, progettista del concorso letterario di Villa Petriolo: si lancia il tema della quarta edizione, datata 2010
Le prime tre edizioni del concorso letterario di Villa Petriolo
I saluti...arrivederci al prossimo anno e grazie ancora agli amici di Villa Petriolo e a tutti i nostri autori del terzo concorso letterario "S'io fossi...vino. Epifanie dello spirito"!
La finestra sul vigneto, il salotto del venerdì su diVINando.
Con il desiderio di rendere sempre più vivace e dinamico il confronto nel salotto virtuale di diVINando, ho pensato, da gennaio 2008, di aprire il mio blog ad interventi esterni, invitando amici, colleghi, appassionati di vino ed arte, a dire la loro sull’universo enoico, scambiandoci pareri e consigli. Stimolando la riflessione, muovendo l’ anima.
Il salotto dell’ultimo venerdì di ogni mese, dove accogliere le persone e, come in un autentico angolo intimo della casa, soffermarsi, rilassarci, parlare, godendo di un momento di familiarità.
Immagino di incontrare i miei ospiti sul divano del Biancospino, il mio rifugio qua nella Tenuta di Cerreto Guidi. Un appartamento ricavato nel pagliaio della Villa, dal quale lavoro al pc, rimesto la mia uva nel bicchiere, come un alchimista con i suoi alambicchi, e, da una grande finestra tutta vetro, osservo le vigne che degradano dolcemente a valle…
Il primo amico che ha diviso con me il divano del Biancospino è stato il produttore Francesco Zonin. A febbraio il giornalista e degustatore Fabio Rizzari, co-curatore, insieme ad Ernesto Gentili, della Guida Vini d’Italia de L’Espresso. A maggio il Presidente di Save the childrens Italia Claudio Tesauro.
Ed il giugno della cerimonia del concorso letterario di Villa Petriolo 2009 accoglie, con mio immenso piacere, l’ironia e la passione di David Riondino e Chiara Riondino, della cui amicizia e disponibilità mi onoro per la terza edizione del concorso letterario di Villa Petriolo “S’io fossi…vino”. Chiara e David sono due dei prestigiosi giurati che hanno decretato la vittoria del racconto "Com' i' sono fui" di Giselda Campolo.
Da sinistra: Chiara Riondino, la vincitrice Giselda Campolo, gli attori Andrea Giuntini, Andrea Vagnoli e Nicoletta M. Loisi durante "Qulla naturale inclinazione", la cerimonia di premiazione del concorso letterario di Villa Petriolo 2009.
David Riondino artisticamente nasce con la generazione dei cantautori degli anni Settanta; giovanissimo, debutta al teatro Zelig di Milano e comincia un percorso professionale che lo porta ad esplorare quasi tutte le forme di comunicazione. Sfuggito, grazie alla sua poliedricità, ai più comuni cliché artistici, definisce l'intellettuale “una persona fisica, che comunica, che partecipa, che sa trasformare la sua esperienza in qualcosa che serva anche agli altri, che non trasforma il sapere in potere, che ha un'idea sentimentale del comunicare” ed è alla ricerca di un nuovo linguaggio, “la perfetta commistione tra musica, scrittura e disegno”. Gli ultimi spettacoli realizzati da David, infatti, rappresentano sempre di più la scelta di un teatro all'insegna della commistione di generi fra poesia, satira, testi classici più o meno noti e musica dal vivo (eseguita anche con complessi bandistici o gruppi di strumentisti jazz o classici): tra i tanti, il “Trombettiere di Custer”, con Antonio Catania Enrico Rava e Stefano Bollani; “L'Inferno” prodotto da I Magazzini, con Sandro Lombardi; “Il poema di Garibaldi”, dall'autobiografia in versi di Giuseppe Garibaldi; “La buona novella” di Fabrizio De Andrè, uno dei progetti speciali, di rilevanza nazionale, allestiti con i corpi bandistici.
Con quel suo modo di vivere e cantare da donna assolutamente libera dalle maglie del mercato discografico, Chiara Riondino si è sempre tenuta alla larga dai riflettori di una facile notorietà, forte della sua unica, pura, sensibilità di musicista: “Mi guardo intorno e metto in musica le mie impressioni. Le parole prendono forma per dare un senso alle cose della vita e del mondo”. Come tutti quelli della sua generazione, è cresciuta alla scuola della canzone popolare e di impegno civile, fin dai tempi del collettivo Victor Jara, insieme a suo fratello David, nella Firenze degli anni Settanta. Chiara è una a cui è sempre piaciuto suonare dal vivo, faccia a faccia con la gente. “La musica è qualcosa che si condivide sempre con gli altri. Io, poi, a cantare e suonare da sola mi annoio”. Il suo percorso artistico si snoda tra Case del popolo, teatri e Feste dell’Unità, sempre armata solo di chitarra e voce, capace come pochi di raccontare e cantare con forza e chiarezza, per amore, per gioco e per protesta.
Chiara e David, grazie di aver accolto il mio invito e benvenuti su diViNando!
Riondini, alcuni temi a noi cari: il viaggio, la parola, la musica, il sogno, il vino.
David, abbiamo letto di recente un tuo struggente ricordo delle notti passate con Fabrizio De André, che descrivono l’atmosfera che si viveva nel viaggio, nei trasferimenti tra uno spettacolo e un altro. Le tue parole, molto intense, dicono: “…il nostro era un accompagnarsi affettuoso nel viaggio dentro un paese, un viaggio dentro un popolo…”. In Italia mille paesi, mille anime, mille vini e mille modi di berlo? Quanto il caleidoscopio-vino racconta di questo paese, di questo popolo? Come lo racconta a voi?
David: Buona domanda. In effetti dopo gli spettacoli, in parti diverse d’italia, capita di rimanere a cena con chi ci invita, e col pubblico. Tra le prime cose che ti offrono c’è il vino del luogo: quindi, altre a identificare iun paese, è anche un simbolo di ospitalità, e di scambio con chi viene da fuori.
Chiara, in Italia il vigneto è parte del paesaggio, è frutto, è colore, ma bere è anche condividere e socializzare, le osterie e i ritrovi con il bicchiere in mano. Tu canti con intensità straordinaria il gesto del bere. Anche questo è l’inizio di un viaggio?
Chiara: Certo che sì, un viaggio mai in solitaria, però!La condivisione è indispensabile altrimenti si rischia l'autocommiserazione, l'estraneazione dal mondo e da se stessi.
David, tu sai bene che la milonga non è altro che Habananera dei poveri. Sai che in fondo la milonga, oltre all’accezione comune usata per definire il due quarti del ritmo musicale, nasconde in sé il concetto di...parola.
Il tuo mestiere, quello di Chiara, vive dell’invenzione della parola che si trasforma ad ogni passaggio dalla pronuncia all’ascolto, dalla scrittura alla lettura, dall’evocazione alla percezione. Non pensate che anche il vino sia evocazione, scrittura, pronuncia di un messaggio che ha origini lontane, il sole, la terra, la pianta, e che ognuno fa proprio con il gesto povero, semplice e musicale, del bere?
David: Ardito paragone. Ma azzeccato. Viene in mente che il vino è, nell’ebbrezza controllata, una delle porte della scrittura. Il vino richiama le muse, crea un contatto con Dioniso, che a sua volta fa arrivare gli altri dei piu o meno amici. L’aedo demodoco, nell’odissea, è ritratto con del vino. Il vino è uno degli elementi strategici del poema di Omero, e non solo di Omero. E a sua volta le definizioni del vino, quando ne parlano i sommeliers, sono assai letterarie. Diciamo che vino e parola sono forme diverse di una stessa liturgia. La messa non è un caso.
Chiara: Mio nonno, quando inaugurava il primo vino della sua vendemmia, ne versava due dita nel bicchiere, lo metteva contro luce e poi lo centellinava dopo aver schioccato la lingua al primo sorso. Un sorriso impercettibile sottolineava la sua soddisfazione: tutto si era compiuto. Un rito silenzioso, essenziale, non retorico, vero e bello nella sua semplicità. Più che cantautrice mi sforzo di essere un' interprete intellettualmente e sentimentalmente onesta, cerco di mettere in pratica l'esempio che lui mi ha dato.
Da Dioniso alla creazione della tragedia, dal sangue di Cristo ai riti pagani, dalla poesia della seconda metà dell’Ottocento fino a Bukowski: che ruolo ha il vino nella cultura, nella vita di chi ogni sera diventa qualcos’altro su un palco? Cosa nasconde il vino dentro a se stesso per essere diventato un così astorico da resistere nei millenni?
David: Non nasconde niente. Semplicemente inebria. Unisce all’atto del bere quello del modificarsi dello stato psichico. La qual cosa è una ricerca costante di ogni civiltà. Soprattutto se permette un rientro relativamente rapido allo stato di ragionevolezza. Diciamo che è la porta più controllabile per una passeggiata fuori di sé. Naturalmente, ci vuole una certa grazia. Chiara: No...no...questa domanda è troppo colta, non so cosa rispondere se non che, forse, le cose sono più semplici di quanto si creda: il vino è buono e ciò che è buono permane....punto e basta. E poi io sul palco non divento qualcos' altro.
Cari Riondini, chi crea e recita, come voi, vive come se stesse sognando, condanna privilegio. Visto che la figura geometrica del rombo sembra di interesse, giochiamo in questa intervista di tipo “futurista” a mettere gli elementi del sogno, del vino, del viaggio e delle parola – e della loro interpretazione – ai quattro vertici di questa figura. Cosa sono per voi questi quattro elementi?
David: Chi beve parla, chi ascolta sogna e tutti e due viaggiano.
Chiara: Telegraficamente ti dirò: il sogno è energia vitale, il viaggio è conoscenza, la parola è il rivelarsi, il vino lo preferisco rosso.
Il racconto Ebrezza della giovane Aurora Tosi si piazza tra i segnalati del concorso di Villa Petriolo edizione 2009. Complimenti Aurora!
Aurora Tosi è nata a Pietrasanta (LU) nel 1992 ed abita a Seravezza (LU). Al terzo anno del Liceo classico G. Carducci di Viareggio, nel 2005 si è classificata terza al Premio internazionale di Poesia di Triuggio “Centro Giovani e Poesia” e al Premio Nazionale di Poesia "Padre Raffaele Melis o.m.v.". Vincitrice nel 2005 e 2006 nella sezione poesia per le scuole medie del premio Bertelli organizzato dal Comune di Pontedera e dal centro culturale “Identità", è vincitrice del concorso nella sezione componimenti individuali del premio in Memoria di Vasco Zappelli indetto dalla Comunità Montana Alta Versilia nel 2006.
Racconto EBREZZA
E ad oggi mi rendo conto della sua freschezza, quasi dea primaverile risvegliatasi nel pacato meriggio autunnale. Era una giornata obliqua d'autunno, i raggi cadevano a fiotti di luce dorata, sopra i prati arrossati dal respiro mortale dell'estate appena trascorsa. Forse vagavo ancora spinto da un'eco desiderato di libertà tra le raspe succose, aspre nel quieto tramonto. Come ogni sera, tra le foglie danzanti nel pulviscolo sepolcrale della notte incedente, stavo compiendo la triste svestizione dai panni quotidiani sotto i passi incalzanti di una maturità già andante verso un'opaca vecchiezza, mentre l'antico rosario di sospiri era un coro sommesso ai miei pensieri remoti. Tremavo nella debole brezza che accompagnava il mio andare ramingo, come la notte ai margini dei colli tutt'attorno. Nell'attimo muto del mio spirito apparve, fata ebbra di bellezza, a devastare il mio cuore, sotto una fronte marcata dal vento oscuro che grava sul cuore impavido. Ella era distesa al cielo miele sulle sue labbra, in un'alcova di fiori ed erba nuova, incastonata nella chioma distesa sul terreno sussultante. Il respiro ritmato da un sonno tranquillo, mi sporsi sul suo volto dormiente, leggermente accaldato dall'ultimo amore del sole che muore. Forse un sogno di debolezza, ma già amavo le sue palpebre abbassate su una fragranza leggiadra di essenze dolciastre e la polvere fine delle stelle che incorniciava il suo collo, quel petto morbido tra le onde della fine veste che chiara scivolava sul suo corpo, affusolato nella semplice bellezza di una giovinezza eterna. Da sempre preferii l'umanità addormentata, nel suo volto si riscopre l'ingenua verità della fanciullezza, magari fu per questo che il mio sguardo dimorò a lungo sulle linee appena accennate del suo volto, nel misterioso tentativo di cogliere i suoi occhi celati. Improvvisa come una pioggia estive che dilava la terra riarsa dall'infinito rinascere, ella si svegliò dal suo sonno di nuvole e spalancò i suoi occhi verdi d'immenso, ridendo fresca come la rugiada mattutina al canto che effonde per l'aria sentore di festa. Rise e fuggì in un sol gesto, nei prati ondeggianti sotto il suo corpo libellula nella gola assetata di giovani querce; scivolava voltandosi e sempre ridendo, in un piccolo gorgogliare d' acque zampillanti e limpide, sulla pietra liscia del torrente, un sentore lieve di fiori essiccati, di fieno portava il suo corpo appena rinato dal connubio con la terra ruvida. Io correvo chiamando un nome a me ignoto e cantavo con la voce cupa del vento ululante parole d'amore alla ninfa ammaliatrice. Stupito del mio andare irrequieto dietro alla sua innocente beltà, macchiata dall'impurezza dei miei anni trascorsi in un affannoso telo di spessa serietà intellettuale e compostezza, mi abbandonavo nell'interezza del mio io ansimante alla ricerca disperata dai sensi, di quella giovane vita così sconosciuta. L'austerità del mio volto andava dileguandosi in un rossore di bonarietà ingenua e la mia speranza era incerta, come l'incedere di lei, che sempre fuggiva, talvolta voltandosi, ma ora volteggiava attendendomi, ora scompariva misteriosamente. La notte gravava sul cuore e mentre l'oscurità invadeva le stanze vuote delle case, ora accese sotto gli illusori desideri di un giorno prolungato, disperato lontano ella mi portava dalla poltrona attesa del mio studio ombroso. Era lei a guidare il mio spirito, nell'invadere del buio, correva sicura, come le stelle sulle tratte dei cieli, si dileguava luminosa scia e narrava storie celate negli atri racchiusi del pozzo della mia mente. La chioma bella dei suoi capelli vagava nell'aria amante e la fragranza della sua pelle si scioglieva in avvolgenti profumi, lontani riecheggiare di passioni sommerse. Attorno a lei che ballava scendeva una pioggia di petali, pallidi nella luce lunare, e fate ornavano di fiori la sua veste, i capelli scuri e morbidi. Delicate roselline candide sullo scollo appena accennato dell'abito frusciante, tra i capelli fiori d'arancio e drappi di glicine odoroso piovevano sulla sua pelle vellutata. Rideva e scompariva veloce, nel folto della boscaglia e giù oltre per i declivi scoscesi, dove il suo corpo si tingeva di luna e il gelsomino notturno fioriva il suo respiro d'amore. Il mio passo duro sulla terra riecheggiava nell'estremo silenzio che attorniava la nostra pazza corsa infinita ed ella mai si lasciva raggiungere, mai il mio braccio sfiorò la sua persona incantata, e l'amore da cui la mia anima era attanagliata sempre più si rendeva una sola pura speranza di compresenza di pensieri e di attimi, fluendo in estasiata contemplazione e un riflusso avvolgente di calda mareggiata scendeva nella gola cantando e sorbendo l'animo in succose sorsate ricche di lei. Giunse infine tra le strade nottambule della città. Nella folla pressante di uomini senza volto ella correva instancabile e il mio sguardo tremava nella disperata consapevolezza di vederla dileguare nella massa chiassosa. Ma ella sempre luminosa risplendeva e via veloce fuggiva nel rumoroso brusio indifferente. Ansimavo dietro ai suoi passi appena percettibili, lungo le strade squallide cittadine, dietro di lei, menade danzante, nel suo effluvio sempre più intenso di biancospino. E la sua giovinezza svaniva nel mio incedere gravoso, nel burbero rimescolio del mio cuore, sotto l'arrossato spessore delle mie gote, ella lontano svaniva e io sussultavo di terrore. Il mio amore reclamava la sua anima effimera, irraggiungibile, mutevole e insensata, eppure così ammaliatrice, ubriaca della sua grazia divina. E io bevevo a pieni sorsi il nettare dei suoi sguardi che scioglievano in un offuscato bagliore dorato, lontano nell'alba che avanzava rosata sulla sua pelle lucida; temetti un momento di perderla nel bagliore del sole nascente, che accecò i miei occhi ormai stanchi, per il lungo cercare. Poi la vidi in tutta la sua bellezza, finalmente ferma. Eretta, sulla spiaggia bagnata dall'acqua spumosa, scossa dal canto ammaliatore delle sirene, nel vento burrascoso di salsedine. Scalza, sulla sabbia umida e fredda, il suo sguardo incupitosi all'improvviso, mi scrutava serio nell'improvviso silenzio delle sue labbra. Le ciocche libere nell'aria impetuosa, che strappava il cuore dal petto con la sua foga insaziabile, eppure sollevandolo da lutti gravosi, un brivido sulla sua pelle, l'estremo profumo di uno splendore oramai coperto dall'infinita voracità degli animi e dalla polvere spessa di una vita, una rosa appassita e l'ultimo fresco aroma di stelle e di mela. La guardai un momento, un solo sorriso d'eterno ed ella sfiorì in uno spruzzo di stelle nella distesa vorace di un mare immenso color del vino.
Bruno Bianco è nato ad Asti nel 1966, vive a Montegrosso d’Asti (AT). Ingegnere libero professionista, nel 2008 ha conseguito i seguenti riconoscimenti: 3° classificato VI edizione Concorso Letterario “Fiori di campo” 2008 Sezione Narrativa – Tonco (AT); 2° classificato IX edizione Concorso “Gian Stefano Raiteri” 2008 Sezione Narrativa – Quargnento (AL); finalista Premio Giallomilanese 2008 – Milano (AT); 1° classificato V edizione Concorso di Poesia e Narrativa 2008 Sezione Narrativa – Costigliole (AT).
Racconto VERDERAME
La pensione è un cosa seria. Lavori tutta una vita pensando a quando potrai finalmente dedicarti ai tuoi passatempi preferiti, a fare del tuo tempo quello che decidi tu e non quello che vogliono gli altri; poi quando arriva quel momento, guardi la porta dell’ edificio che si chiude alle tue spalle, una fabbrica, un ufficio o come nel mio caso un caserma dei vigili del fuoco e non sei poi così convinto che potrai veramente fare del tuo tempo quello che tu decidi. Ma io ce l’avrei fatta; mi sarei dedicato a tempo pieno al mio piccolo vigneto di barbera; viti vecchie, buona esposizione, terra giusta. Certo a sessant’ anni non si ha più la brillantezza di quando se ne hanno quaranta, ma adesso potrò fare tutto con calma, non con l’affanno di chi smonta dal servizio pensando già all’ orario del prossimo turno. Per cominciare domani devo dare il verderame e lo farò con calma, come facevo quand’ ero ragazzo e aiutavo mio padre; però non come quella volta di trentacinque anni fa. Già, è vero, sono proprio passati trentacinque anni; impossibile dimenticarsene. La lettera era arrivata pochi giorni prima: “La S. V. deve presentarsi alla caserma dei Vigili del Fuoco di Sondrio entro le ore 12,00 del giorno 13 giugno 1953”. Poche righe per dire che iniziava la mia nuova vita; da contadino, figlio di contadini della campagna monferrina, a vigile del fuoco nella terra della Valtellina. Era quello che volevo perché la terra non mi andava, perché i miei amici se ne stavano fuggendo tutti in fabbrica, perché in campagna restavano solo i vecchi e perché avevo fatto il militare nei pompieri, mi era piaciuto da morire e avevo fatto di tutto per passare il concorso e diventare un vigile effettivo. -Oggi dai ancora il verderame; sarà l ultima volta, ma almeno è una di meno.- Da qualche anno a questa parte il verderame lo davo sempre io e il pomeriggio prima della mia partenza mio padre aveva voluto che lo facessi di nuovo; anche se non era ancora il momento, anche se l’avevamo dato solo qualche giorno prima e si poteva aspettare tranquillamente ancora altri giorni. Ma mio padre non aveva voluto sentir ragioni; dovevo dare il verderame almeno così era un pensiero di meno e alla fine avevo capito che avrei fatto meno fatica a mettermi la macchina in spalla e farmi in lungo e in largo tutta la vigna piuttosto che cercare di convincere quel brav’ uomo che si poteva aspettare ancora un po’. Così non avevo potuto godermi nemmeno l’ ultimo giorno prima della partenza e alle cinque del mattino dopo salivo su un treno della stazione di Asti, mentre dai vetri la pioggia era già iniziata da qualche ora. A Sondrio non pioveva, anzi c’era un bel sole; ma dalle mie parti era successo l’ incredibile. La pioggia non aveva più voluto smettere; un giorno e poi quello dopo e quello dopo ancora. E poi un altro, e di nuovo un altro e quindi un altro ancora; alla fine erano stati dieci giorni di pioggia ininterrotta, continua e instancabile senza concedere nessun tipo di tregua. Un’ ora dopo che era smesso, le vigne erano tutte piene di contadini che con la macchina in spalla quasi correvano tra un filare e l’ altro; tutti dominati dalla voglia di spargere in fretta quel liquido azzurrino su ogni foglia e su ogni tralcio, sventrati dalla bramosia di fermarsi a guardare da vicino vite per vite se mai la malattia si fosse impossessata delle loro creature. La sera nei bar del paese non si parlava d’ altro; tutti dicevano con forza e convinzione di essere arrivati ancora in tempo, che ancora un giorno di pioggia e non di sarebbe salvato più niente. Tutti lo dicevano a tutti sperando che una menzogna ripetuta, gridata, sostenuta e riaffermata potesse diventare una verità; ma il miracolo non avvenne e la menzogna non restò che una bugia. La prima notizia arrivò al mercato del martedì, tra quelli che prendevano il bianchetto al bar. “La vigna di Pierino, quella delle rive, ha preso la malattia; la vigna del bricco invece sembra ancora a posto, ma per me la malattia ce l’ha anche quella”. Poi toccò a Giovanni, quindi a Sergio, poi a Carletto che aveva una collina intera e tutta malata; nel giro di un settimana, forse due, in paese la malattia l’ avevano presa tutti. Qualcuno tentò trattamenti particolari e ognuno giurava di conoscere un prodotto giusto e costoso che faceva miracoli in quei casi; tutti si dicevano convinti di poter salvare tutto e che in qualche maniera si sarebbe fatto perché non era possibile che quell’ anno non si potesse vendemmiare. Ma più in paese si parlava, più passavano i giorni, più l’ ottimismo si mostrava falso e soprattutto più le viti presentavano il loro triste scenario di madri sterili. Quell’ anno in paese si vendemmiò in un’ unica vigna: quella di mio padre. Una vendemmia così era da ricordare per anni. Ero riuscito a farmi dare qualche giorno di permesso proprio per vendemmiare anch’ io; grappoli grossi, acini duri, un gusto così dolce come se l’ uva fosse stata passata nello zucchero a velo. Quell’ anno i mediatori facevano la coda da mio padre con il cappello in mano; loro che erano così arroganti con noi contadini e ancora di più con quelli come mio padre che avevano piccoli pezzi di terra e non potevano che accettare quella miseria che veniva offerta ogni volta. -Buon giorno signor Mario, come sta? E suo figlio, si trova bene a fare il pompiere? Senta signor Mario, quest’ anno non lo faccia il vino; venda le uve che le facciamo un prezzo di favore.- Era una processione dei mediatori che volevano la nostra uva, gli stessi che gli altri anni la nostra uva non la volevano nemmeno vedere; al massimo venivano poi a offrire due soldi per il vino. -Grazie, ma a casa mia abbiamo sempre fatto il vino e non riesco nemmeno a pensare di non avere la botte che bolle nel mese di ottobre.- -Come vuole signor Mario, ma allora mi tenga presente per il vino che le faccio un prezzo di quelli che non può dire no.- Se ne uscivano con mille inchini e per tutto l’inverno ognuno veniva da mio padre a ricordargli che il vino doveva darlo proprio a lui; vuoi per l’ amicizia personale, vuoi perché diceva di essere il più onesto, vuoi perché giurava che gli avrebbe fatto fare l’affare migliore. Così a marzo mio padre vendette tutto il vino al mediatore che gli fece l’offerta migliore e prese molti più soldi che per il grano, la meliga e il fieno messi tutti insieme; ne tenne solo qualche damigiana per noi e la prima domenica che tornai a casa in permesso facemmo un pranzo a base di bollito e fritto misto come solo il giorno della festa patronale si faceva. -Brindiamo a nostro figlio che ha trovato un bell’impiego; brindiamo perché grazie a questo impiego abbiamo salvato la vendemmia e abbiamo finalmente avuto i soldi giusti per la fatica che un’annata di vigna si porta dietro.- E con quel brindisi la vendemmia era entrata definitivamente nel nostro ricordo.
La pensione è un cosa seria; finalmente puoi fare quello che vuoi nei tempi che vuoi. Devo dare il verderame alla vigna e ho tutto il tempo di farlo con calma. Ormai la mattinata se n’è quasi andata e allora oggi mi godo il primo giorno di pensione facendo proprio niente; domani mi alzo, faccio colazione e con calma vado a dare il mio verderame. Però se domani si mettesse a piovere? E se la pioggia continuasse anche il giorno dopo? E se poi non smettesse per una settimana? E se andasse avanti per due o addirittura tre settimane? Meglio non perdere tempo, meglio che chiami il mio figlio più giovane che poi quest’ anno inizia l’università e chi lo vede più ad aiutarmi; lo chiamo subito, andiamo insieme nella vigna e il verderame lo faccio dare a lui. Così quando questa primavera la domenica tornerà a casa dall’ università apriremo un bottiglia di vino nuovo e ci faremo un bel brindisi tra di noi; brinderemo per festeggiare di essere riuscito a farlo studiare e di non aver smesso di coltivare la vigna che fu di mio padre e del padre di mio padre e del padre del padre di mio padre. Sì, non c’ è che dire. La pensione è davvero un cosa seria.
Ci avviciniamo a lunghi passi alla cerimonia di premiazione del terzo concorso letterario di Villa Petriolo di giovedì 25 giugno e con grande piacere DiVINando continua ad ospitare i racconti segnalati: oggi si pubblica il racconto di Luigia Bencivenga, autrice napoletana che risiede a Bologna.
Buona lettura e complimenti a Luigia!
Racconto MAISTO DABAR
Maisto Generoso, di professione oste e bevitore di vino, decise di lasciare la sua osteria bolognese e di andar per mare. Nulla lo tratteneva. Né i clienti, né le donne che lo avevano amato, né la fama che s'era fatta in una città che non ha eroi, ma solo personaggi da bar. Maisto Generoso lo conoscevano tutti. Napoletano di padre, la madre bolognese, s'era trovato in eredità un piccolo stanzino che negli anni divenne l'osteria più amata dai giovani bevitori della città. Solo vino rosso e piattini di formaggio o salame. Ci si fermava per leggere una pagina o due del Manifesto e si restava lì tutta la notte a parlare del mal governo, della città che non è più la stessa, e di altri argomenti che al mattino svanivano. Maisto Generoso divenne il nuovo personaggio della città. I giovani artisti lo corteggiavano, pure le donne e un regista girò pure un cortometraggio sulla sua vita dal titolo Maisto Dabar. Nel film lo si vede piuttosto ingrassato, i capelli lunghi crespi e bianchi, una maglietta politica molto sporca e le unghie violacee di chi sta sotto i silos di vino e riempie giare e bottiglioni. E' in compagnia dei suoi più cari amici, un trans che ogni tanto palpeggia, due filosofi e la ragazza delle pulizie. L'osteria è chiusa, la luce è fioca, il filosofo fa una canna d'erba, l'altro dormicchia, mentre Maisto beve parlando di una possibile rivoluzione, a tutti la casa, a tutti un lavoro, a tutti un buon rosso e una donna da amare. Maisto la madre l'ha vista due volte. Una quando nacque, ma non se lo ricorda. L'altra quando morì, lei lo volle vedere nel suo appartamento in via del Pratello che gli lasciò in eredità insieme all'osteria. Quella fu una benedizione per un uomo che a trent'anni non aveva nessuna voglia di lavorare. Così, piazzò due ragazzotte emiliane in carne dietro al bancone, ordinò tre silos e cominciò a godersi la vita e i guadagni seduto al tavolo a parlottare del niente. La città era ben diversa da Napoli. A Bologna non si resta invisibili, almeno non lui. E i ritmi sono placidi e intensi. Niente mare, ma per il resto non ci si poteva lamentare, né sentire malinconie. Il padre, un marinaio in pensione di stanza a Castellammare, s'è goduto gli ultimi anni a pescare cozze sul litorale e a succhiarle crude col Solopaca ghiacciato. Non si sa che fine abbia fatto, forse se lo è mangiato il mare. Le suore che allevarono Maisto sono belle che morte ma le porta nel cuore, soprattutto Suor Cecilia, la cuoca che si ubriacava dalle 11 del mattino fino a sera. Cecilia gli dava quel po' d'amore di cui tutti hanno bisogno, qualche soldino per portare al cinema le ragazze e soprattutto una autentica fede e venerazione per l'Aglianico. Sulle pareti dell'osteria di Maisto ci sono pochi segni della sua vita. Qualche foto con gente famosa, la locandina del cortometraggio, diversi ritagli di giornale che parlano dell'osteria. Passati trent'anni, i clienti non sono più gli stessi; alcuni sono andati via, altri hanno messo la testa a posto e le mogli non vogliono vederli ubriachi alle quattro del mattino. I transessuali del Pratello si sono fatti vecchi e pure i mezzi clochard, ma almeno resistono al fascino della coca e degli Spritz che pare abbiano sostituito la vecchia canna d'erba e il bicchiere di rosso nelle preferenze dei giovani bolognesi. Maisto rivede spesso il “suo” film, si piace. L'altra sera, prima di abbassare la serranda dell'osteria, chiamò Gianna il transessuale, i due filosofi e la donna delle pulizie. Mise la videocassetta e pianse in compagnia degli altri attori. La rivoluzione nessuno l'aveva ancora fatta, e tutti e cinque erano senz'amore. Gianna si irritò non poco a vedersi così bella e giovane, gli altri non notarono nessuna differenza, il vino era lo stesso e pure i soldi in tasca. Ho deciso di chiudere. Il primo filosofo stentò a credere a quelle parole e non ne trovò altre, cosa insolita per chi come lui costruisce e demolisce sistemi. In quale luogo avrebbero trovato sfogo le sue parole se non in quella osteria che da trent'anni lo ospitava e lo sopportava? Il secondo filosofo tentò di riportare Maisto sulla via della ragionevolezza. Che farai senza questa stanzetta? E che faremo noi senza te? Non mi importa, il vino lo andrete a bere da un'altra parte. Siete i primi a cui lo dico, ma sono stanco, voglio andare. La donna delle pulizie, la Laura, cominciò a urlare. Lei ci viveva grazie a quella stanzetta. E tutti gli anni che aveva dedicato a quell'uomo dove sarebbero andati a finire? Questo è il ringraziamento?. Gianna non disse nulla. Si allontanò per pisciare sotto al portico, poi rientrò. E dove andresti? Ho pensato di andare per mare. Ho una barca. Qualche soldo. Mi carico un po' di vino e mi metto a scrivere le mie memorie. Gianna scoppiò a ridere. Ok, ci sto. A patto che ci porti con te. A che serve stare con i piedi per terra? Gli altri si guardarono pensierosi. Cosa avevano da perdere? La vita non sarebbe stata né più facile né difficile. La Laura avrebbe provveduto a pulire e a far da mangiare. I due filosofi avrebbero avuto tutto il tempo per bere, fumare e pensare. In quanto a Gianna, a sessant'anni un po' di riposo dal sesso e dagli uomini non le avrebbe fatto che bene. Il giorno dopo, la famosa osteria di Maisto Generoso non aprì al pubblico. Nessuno seppe perché e nessuno seppe dove l'oste fosse andato. Si inventarono parecchie storie sul suo conto ma nessuno seppe la verità. I cinque protagonisti di Maisto Dabar presero poche cose, molto vino e droghe leggere. Salparono da Ravenna e girovagarono in lungo e in largo per il mediterraneo e, di tanto in tanto, brindavano alla loro piccola rivoluzione.
il mio lavoro mi ha permesso di abbattere quelle barriere che separano la serietà dall'allegria, il lavoro dal divertimento. Il vino è quello che mi piace fare, lavorare con serietà e professionalità, scherzare, giocare, creare, liberare la fantasia....
Perchè questo è il modo per sentirmi me stessa, essere in armonia con gli altri in ogni momento della mia vita.