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lunedì 11 gennaio 2010

Days of wine and roses di Jack Vettriano…per Villa Petriolo un dolce ricordo del concorso letterario 2008




Una bellissima sorpresa, ora che sta per uscire il bando 2010....l’amico Francesco Diana ci segnala l’ultima mostra di Jack Vettriano, intitolata, come il concorso letterario di Villa Petriolo edizione 2008, “I giorni del vino e delle rose”, dal film di Blake Edwards del 1962 da cui tutti abbiamo tratto ispirazione.





Jack Vettriano's next exhibition, 'Days Of Wine And Roses', opens at the Kirkcaldy Museum & Art Gallery in Fife on 27th March 2010 before transferring to Milan and then on to London.

Days Of Wine And Roses
27th March - 2nd May 2010

Kirkcaldy Museum & Art Gallery
Abbotshall Road
Kirkcaldy
Fife KY1 1YG


Opening Hours: Monday -Saturday 10:30am - 5:00pm; Sunday 2:00pm - 5:00pm

Admission: FREE

A fully illustrated catalogue will be published to accompany this exhibition and copies will be available to order from www.heartbreakpublishing.com nearer the time.

The dates and venue details of the London and Milan stages of this touring exhibition are yet to be confirmed but will be announced via this website as soon as possible.

Non perdetevela!

giovedì 9 luglio 2009

Sei personaggi in cerca di sapore: Silvia Maestrelli e il concorso letterario di Villa Petriolo su GOLAGIOCONDA



Un nuovo articolo dedicato al concorso letterario di Villa Petriolo è appena uscito: su GOLAGIOCONDA, n. 2 anno 2009, si parla di "Sei personaggi in cerca di sapore", tra cui...moi-même, Silvia Maestrelli e le iniziative culturali di Villa Petriolo.

Molte grazie alla redazione di Golagioconda e al direttore editoriale Leonardo Romanelli.



sabato 21 marzo 2009

luce a Primavera o nel vento


William Bouguereau, Primavera (1858)


Nel primo giorno di Primavera....il bel racconto di Lucio Franco Masci, per continuare con la pubblicazione di tutti i racconti dell'edizione 2008 del concorso letterario di Villa Petriolo "I giorni del vino e delle rose".

Lucio Franco Masci è nato nel 1961 a Santa Sofia d’Epiro (CS), dove risiede.
Architetto, vive e lavora a Napoli. Svolge ricerca sull’architettura e l’urbanistica dei nuclei urbani di origine albanese mirata a classificare i centri presenti in Italia. Sull’argomento ha pubblicato due opere. Inoltre, lavora nel campo dell’arte grafica, nella realizzazione di originali manufatti e nel settore della fotografia.


Racconto

"LUCE A PRIMAVERA O NEL VENTO"

di Franco Lucio Masci



Che fai? Che pensi? Ci salveremo in questa vita

Scrivimi se hai sentito il canto del cuculo
Sulla ginestra fiorita.

Gëzim Hajdari

La luce tremula delle foglie dei pioppi bianchi sfiorate dal vento, il blu vivo del cielo, le candide nuvole, il tutto, perfettamente ritagliato nel mirino della vecchia reflex a pellicola, dopo un rapido clic era magicamente impressionato sulla celluloide, per sempre. L’istante irripetibile di luce veniva catturato per l’eternità. La ragazza, soddisfatta, sorrise dentro di sé, mentre il vento le ondulò i capelli bruni coprendole la visuale. Con fare femminile li prese tra le dita, li spostò e di nuovo respirò, con lo sguardo, il paesaggio. La invase un senso di libertà e avvertì un certo distacco dalla delusione sentimentale che la tormentava. Si girò, e si diresse dall’altra parte della strada, verso l’auto e gli altri ragazzi ancora rapiti dal panorama che gli si apriva di fronte. Appena li raggiunse, l’altra ragazza, la biondina dai capelli corti le indicò la rosa rossa che ondeggiava timidamente sul margine della scarpata di terra bruciata, dove più in là si scorgevano i ruderi di un casolare distrutto dal fuoco. La biondina disse: “Sapete, la prima rosa era bianca e nacque da una goccia d’acqua che cadde dal corpo di Afrodite quando la dea uscì dal mare. Diventò rossa quando lei accorsa in aiuto di Adone si punse in un roseto e il sangue tinse i petali.” “Però fu Dioniso che donò alla rosa l’irresistibile profumo!” aggiunse il ragazzo appoggiato con le braccia sullo sportello dell’auto. “Quante cose sapete!” fece, con accento toscano, il rosso dai capelli ricci. L’altro, che era l’unico a conoscere quei luoghi, disse: “Fino all’estate scorsa qui c’erano un bosco, un prato e una casa, ora solo cenere. Maledetti incendiari!”. “Maledetti bastardi!” urlo con rabbia la biondina.” “E’ uno stupido suicidio!” Sentenziò il rosso. L’altro, puntando la rosa col dito, concluse: “Comunque, lei vive ancora.” Ripresero il viaggio. Il rosso seduto a fianco al volante, prese un porta cd, scelse uno e lo inserì nel lettore. Dopo qualche attimo il suono della tromba di Rava li librò trasportandoli dentro un videoclip. Salirono di quota e il percorso diventò più sinuoso. Si incanalarono nel verde deI castagni. I fiori di quegli alberi emanavano un aroma che li stordì. La natura era dentro di loro e loro dentro la natura. Improvvisamente, la biondina, seduta diagonalmente all’autista, disse: ”Sono proprio ansiosa di conoscere questo speciale amico che tu vieni spesso a trovare, ma mai lui a te.” E continuò: “E poi sono un po’ gelosa!” Il ragazzo le volse lo sguardo sorridendo e lei : “E se mi innamorasi di lui?”. “Lui si innamorerà di te” fece l’autista e aggiunse: “Ogni rapporto di amicizia è diverso da un altro ed è unico, l’essenziale è che sia autentico, per cui è sciocco essere gelosi!”. Il telefonino dell’altra ragazza mandò due acuti squilli. Lei visualizzò il messaggio, lo inviava una compagna di viaggi, lo lesse: “Che fai? Che pensi? Ci salveremo in questa Vita?”. Erano versi del poeta che, al Festival della Letteratura di Mantova, le aveva incantate e le aveva fatte approdare nelle isole vaganti della “poesia dell’esilio”.
L’auto si fermò in un emiciclo. Al centro sgorgava una fonte di pura acqua in concerto con i versi di ghiandaie e merli. Sul lato opposto si apriva una radura circondata da stupendi cerri sotto i quali c’erano tavoli e panche di legno, e violentata da rifiuti di ogni genere. Natura e civiltà venivano devastati dall’arroganza e dalla stupidità dell’uomo. La biondina alla vista di un magnifico esemplare di pino laricio abbarbicato tra le rocce, lo salutò con la mano e gridò: “Ciao Piti!”. Il rosso, che aveva osservato la scena, scoppiò a ridere e lei, fissandolo, disse: ”Ignorante! Prima che tu nascessi esisteva una bellissima ninfa che si chiamava Piti ed era amata sia dal Dio Pan che da Borea, il quale, rendendosi conto che lei era innamorata di Pan, la scaraventò in un dirupo. E Gea la trasformò in un meraviglioso pino. Quello!”. “Perciò i pini gemmano quando soffia il vento di tramontana” precisò l’autista.
All’uscita dell’emiciclo c’era un cartellone con un riquadro di un’aquila bicipite nera in campo rosso e un altro con un gruppo di colli verdi e cielo turchese, con su scritto, MASSERIA LÖMI Agriturismo Cucina tipica Arbëreshë Giovedì Chiuso. “E’ là che andiamo”: disse l’autista. “Ma oggi è chiuso!” Esclamò la biondina. “Appunto” rispose il ragazzo. Il rosso chiese che cos’erano quelle strane parole LÖMI e Arbëreshë. Lui spiegò: “Gli arbëreshë sono una minoranza etnico-linguistica che giunse in Italia nel 1400 e fondò numerosi centri urbani di cui diversi esistono ancora e conservano la lingua, le tradizioni, la cucina, insomma la propria cultura, lömi significa l’aia.”
Ripartirono e dopo alcuni chilometri iniziarono a scendere di quota. L’ambiente mutò in tortuose colline puntinate da uliveti e vigneti disposti a volte a giropoggio, a cerchio attorno alla collina, altre a rittocchino, lungo le linee di pendenza e altri ancora a viti basse sparpagliate A valle si scorgevano piante di fichi, mandorli e papaveri. Nei margini di confine trionfavano lecci, querce da sughero e imponenti roverelle lasciate crescere come segno di demarcazione. Le rimanenti aree erano coperte da macchia e boschi. Nella sua irregolarità lo spazio antropico si compenetrava armoniosamente con quello naturale. E la luce radente del sole con il vento che ondulava la vegetazione rendevano ancor più suggestivo il paesaggio. L’auto rallentò. Svoltò a destra e prese una strada in salita, oltrepassò un cancello con l’insegna della masseria. Il giallo intenso delle ginestre che scorreva ai margini della strada e l’aroma persistente li inebriò Si fermarono in uno spiazzo. A fianco c’era un roseto e il suo profumo diede loro il benvenuto. Le abitazioni con i caratteristici comignoli che sembravano guerrieri in vedetta, e tutto quello che li circondava si accordavano con lo spirito del luogo connotando il territorio. Il giovane presentò i tre alla coppia di proprietari e subito ci fu sintonia. “E il tuo amico?”, chiese sottovoce la biondina. “Arriverà per cena”, rispose lui. Si ritrovarono a tavola e sia gli oggetti che le persone brillavano di quella particolare luce che si accende solo quando tutto è in armonia. L’uomo benedisse il pasto. Fecero un brindisi. Il rosso esclamò: “Aristocratico! Davvero speciale. Un autentico Nettare degli Dei. E’ proprio vero quello che diceva Mario Soldati, “che devi essere Tu ad andare dal Vino, non lui da Te”. La biondina lesse con gli occhi la citazione su un riquadro dell’etichetta e poi la declamò ad alta voce: “L’uomo ha bisogno dell’uomo per provare piacere, senza amicizia non c’è piacere. Epicuro”. Poi rilesse il nome sull’etichetta: Filos. Realizzò il significato della parola greca e gridò: ”Eccolo l’Amico!”. E tutti scoppiarono a ridere. Sul tardi si udirono dei versi di uccello. La signora disse: “Kuksa”. Il marito tradusse: “Il cuculo”. La bruna sussultò dentro di sé, chiese scusa dicendo che sarebbe tornata subito. Andò nell’alloggio prese il telefonino, usci sul loggione. Il vento la sfiorava e la sua luce accarezzava l’intimità del suo essere con un soave profumo di rose. Selezionò Messaggi e rispose: “Solo l’amore, l’amicizia vera e il rispetto per questo mondo che stiamo distruggendo ci salveranno.”
AI MIEI AMICI E, CON UMILTA’, A MARIO SOLDATI

martedì 24 febbraio 2009

N'ónbra e 'n sach de rose...


Mentre l'edizione 2009 del concorso letterario di Villa Petriolo "S'io fossi...vino" è in piena corsa, prosegue su DiVINando la raccolta dei racconti dell'edizione 2008 "I giorni del vino e delle rose".

Oggi si pubblica il racconto di Eliana Olivotto, "N'ónbra e 'n sach de rose". Buona lettura!

Eliana Olivotto è nata a Cremona ed abita a Belluno.
Scrive poesie e racconti brevi sia in italiano che in dialetto. Sono stati pubblicati suoi progetti didattici, fra cui una rivisitazione interdisciplinare del buzzatiano “Il segreto del Bosco Vecchio” (1997). Escono poi le raccolte di poesie “Fili” (2001), “Dentro” (2005), “Strambalerie per bambini di tutte le età” (2006), “Poesie d’amore” (2007), “Partir” (2007) in dialetto/italiano. Infine esce “Spillini ed altri racconti un poco strani” (2008). E’ presente in molte antologie ed opere. Numerosi i premi ricevuti, soprattutto per la poesia.


Racconto

"N'ónbra e 'n sach de rose (UN BICCHIERE DI VINO E TANTE ROSE)"

di Eliana Olivotto



Giovanni si avvicinò alla finestra, scostò la tendina e rimase immobile, lo sguardo immerso nella visione che gli si offriva. Fuori era tutto un'esplosione di fiori. Erano soprattutto le rose a far da padrone nel piccolo giardino di casa, ad arrampicarsi sulle reti del recinto e sui graticci, a incorniciare il vialetto, a ravvivare il prato con esuberanti cespugli fioriti... I rosai di nonna Teresa sembrava si fossero messi d'accordo per salutarlo, imprimendogli negli occhi immagini da fiaba. Ovunque si posasse lo sguardo, rose dal diverso colore si esibivano per lui, rose tea dal giallo delicato, rose rosse come un incendio, rose rosa in boccio come labbra in attesa d'essere colte, rose screziate... ma anche la semplicità delle roselline di macchia ingentiliva angoli di giardino con cascate di petali pallidi come ali di farfalla.
La valigia era pronta. Giovanni l'afferrò saldamente alla maniglia. Aprì la porta deciso. Occorreva berlo d'un fiato il calice amaro che la vita porgeva.
Occorreva asciugarlo, farlo coagulare il sangue provocato dalla spina di una rosa appena colta.
Non doveva indugiare oltre. Il treno non aspetta nessuno. Al fischio del capostazione se ne va...
Giovanni esitò un attimo, aprì l'anta della vecchia credenza, ne trasse un rozzo bicchiere di vetro robusto, di quelli spaiati che usava ogni giorno in cucina, lo riempì di vino rosso, un merlot della sua terra, e lo bevve avidamente come avesse voluto portarne con sé il sapore pieno ed asprigno. Ne ebbe un effetto sedativo quasi immediato ed insieme una spinta corroborante ad affrontare il difficile strappo della partenza.
Salutò con uno sguardo circolare che voleva essere un abbraccio le sue semplici cose, la sua casa... ed uscì quasi correndo, senza badare a quello strano umido bruciore che gli invadeva gli occhi.
In Germania, lo attendeva un lavoro di apprendista-gelataio, l'unico che avesse trovato in quel difficile momento occupazionale, nonostante gli anni di studio e il suo diploma di perito industriale. Comunque qualsiasi lavoro era meglio di niente. Tutto, fuorché rimanere con le mani in mano ad aspettare chissaché.
Il sapore del vino corposo sulla lingua lo accompagnò a lungo come un'impronta nella sua bocca, come un bacio di addio.
Rosy sarebbe andata a rassettargli la casa e ne avrebbe avuto cura durante i lunghi interminabili mesi della sua assenza. Al momento opportuno, avrebbe potato i rosai, e lui l'avrebbe pensata, rosa fra le rose, intenta all'impegnativa mansione di cui si era fatta carico. Il pensiero gli riscaldava il cuore come n'ónbra de vin bevuta insieme con gli amici.
L'adattamento alla vita in terra straniera non fu difficile come aveva immaginato. Impegno e buona volontà gli erano valido sostegno, ed il pensiero era preso nelle nuove attività, nell'apprendimento della nuova lingua, nel cercare di fare al meglio quanto gli veniva richiesto. Solo alla sera il pensiero volava alla sua casa, alle sue rose vinate, al suo vino rosato, alla sua Rosy.
I mesi rotolarono in un lampo lungo la china del tempo.
Con frenesia Giovanni predispose il ritorno, preparò le sue cose ben ordinate, cercò dei piccoli doni per le persone care, oggetti che dimostravano come nella lontananza avesse pensato a loro.
Il dondolio del treno e il suo ripetuto costante trantran sui binari ritmavano una ninnananna che ben presto gli fece chiudere gli occhi. Il ritmo di sottofondo lasciò presto spazio all'ipnotico movimento scrosciante di una marea che, nel sogno, ondeggiava fra spume rosate in una conca vetrosa di un enorme bicchiere. Il liquido dalle radici arcaiche, il vino dei padri, riemergeva oniricamente da una culla millenaria, dal cuore della terra, lo bagnava, lo dissetava, lo nutriva, diveniva sangue del suo sangue.
Giunto al paese, al primo impatto si sentì stranamente spaesato, straniero. I repentini cambiamenti d'ambiente lo scombussolavano, gli alteravano quel procedere della vita che avrebbe voluto tranquillo. Anch'egli, come gli antichi vitigni, aveva radici profonde abbarbicate alla terra e alle sue rocce, e alle sue radici si aggrappava con tutti i sensi accesi, con le mani del cuore.
Mentre camminava trascinando la nuova valigia con le ruote, pensava all'improvvisata che avrebbe regalato alla sua Rosy. Di proposito non le aveva comunicato il giorno e l'ora del suo arrivo: voleva condensare la gioia del ritrovarsi insieme in un momento unico, particolarmente felice, vestito di sorpresa, frizzante come una coppa di Champagne, quasi un prezioso distillato da gustare in due.
A questo pensava mentre camminava, quando fu distolto da un richiamo.
- Ciao, Nani, bentornà! - Era Bepi, il suo amico di sempre.
- Vién, cónteme, bevónse n'ónbra insieme! (Vieni, raccontami, beviamo un bicchiere insieme)
N'ónbra insieme. La formula magica, quasi sacrale, usata fra gli amici: era stare bene, parlare di sé di noi di tutti di tutto... mentre il vino, filtro misterioso dai grandi poteri, ondeggiava con movimento lento e carezzevole nella trasparenza del vetro trattenuta fra le dita che stringevano con delicatezza lo stelo del calice.
Al banco dell'osteria del paese, l'ónbra de vin fu il primo benvenuto. Ne annusò il profumo, assaporò il liquido prezioso... Sorseggiando timidamente il vino buono si sentì scorrere piacevolmente il sangue nelle vene, si sentì vivo, si sentì finalmente a casa...
Sì. A casa. Staccò una rosellina dal mazzo che faceva bella mostra di sé sul bancone e se l'infilò all'occhiello in uno spontaneo gesto di festa.
Sì, era ritornato a casa, e fischiettando si diresse al suo rifugio, dove Rosy, rosa fra le rose, certamente aspettava il richiamo di un impaziente campanello. Sopra il tavolo, due coppe per brindare. Sarebbe stato come essere immersi nel tepore di un liquido amniotico, nell'utero rosso della terra, pronti ad iniziare insieme una vita nuova.

sabato 21 febbraio 2009

ebbrezze e rivoluzioni


József Rippl-Rónai, My Father with Uncle Piacsek Drinking Red Wine



I migliori auguri di buon compleanno a Ludovica Mazzuccato, autrice del racconto "Ebbrezze e rivoluzioni" per l'edizione 2008 del concorso letterario di Villa Petriolo "I giorni del vino e delle rose".


Ludovica Mazzuccato
è nata a Ferrara il 20 febbraio 1978 ed abita a San Martino di Venezze (RO).
Si è aggiudicata, nel 1992, il primo premio alla XXV edizione del concorso internazionale indetto dal C.I.A.S. di Roma e dall'UNESCO. Da quel momento in poi ha raccolto numerosissimi e prestigiosi riconoscimenti come poetessa e come narratrice, anche all'estero; tra le svariate pubblicazioni, "Scooter...con le ali ai piedi" (2007, ALBUS Edizioni), con la prefazione di Federico Moccia. Ludovica si occupa del trimestrale "Finestre aperte", di cui è vicedirettore, oltre a tenere seminari di poesia.


Racconto

"EBBREZZE E RIVOLUZIONI"

di Ludovica Mazzuccato



“Il lavoratore arriva a casa stanco e snervato; trova un’abitazione priva di comodità, umida, sporca e poco accogliente; ha urgente bisogno di divertirsi, deve avere qualcosa che gli renda sopportabile il pensiero del domani… e poi, in seguito a tutto questo l’operaio non dovrebbe essere fortemente tentato dal bere? Ogni sabato sera, a Glasgow, mentre i borghesi intingono i biscotti nella cioccolata, ci sono più di tremila lavoratori ubriachi e in media, la classe operaia, spende venticinque milioni di sterline l’anno, in bevande alcoliche.
Il rapporto tra miseria e il bisogno di bere è direttamente proporzionale: l’alcol resta una delle pochissime valvole di sfogo accessibili. Quello che ti sto raccontando l’ho visto con i miei occhi, girando per i quartieri operai di Manchester…” disse Friedrich, giocherellando con il calice vuoto.
Karl non poteva che essere d’accordo.
Nella mente gli tornarono a galla le immagini della sue bevute nelle birrerie londinesi; la notte in carcere da studente universitario per schiamazzi e ubriachezza e quella volta che Karl Heinzen lo dovette accompagnare a casa perché si era scolato parecchi fiaschi di vino…
Non c’era nulla di cui vergognarsi: un uomo fiducioso come lui nel riscatto di un’umanità che appare sempre più alienata, forse non può essere un buon bevitore? L’ubriachezza lo faceva sentire leggero o anzi, così pesante da non essere più capace di pensare. Come diceva Sofocle, la vita è più bella quando non si ragiona.
L’ebbrezza cancella tutto: le incertezze sul futuro del movimento rivoluzionario, le difficoltà di studio e quelle economiche.
Il segreto è tutto racchiuso in quell’incosciente e veloce passaggio da uno stato burlesco ad uno di perfetto oblio, dimenticanza totale di qualsiasi responsabilità personale nei confronti degli altri.
“Certo, hai ragione: basta guardare noi! Scherzi a parte, l’alcol è una questione sociale. Già negli anni ’40 sulla Gazzetta Renana, mi occupai delle condizioni di miseria dei vignaioli che lavoravano lungo la Mosella. Da quel momento mi avvicinai all’economia e iniziai la mia presa di coscienza.
A proposito, hai sentito parlare di quella raccolta poetica uscita in Francia intitolata Les fleurs du mal, di un certo Baudelaire? Pare che l’autore, tipico giovane disadattato della borghesia intellettuale europea, veda nel vino una forma di ribellione al perbenismo dei benpensanti. Ha dedicato a quello che lui definisce vegetale ambrosia, gran parte della raccolta. Una poesia è intitolata Anima del vino e decanta, con lucida consapevolezza, le fatiche necessarie per produrre il vino e per dargli un’anima… ” spiegò Karl.
“Sì, ne ho sentito parlare e si dice che questo Baudelaire stia portando scompiglio nel mondo della cultura. Una vera e propria rivoluzione. Mi dispiace per quelli della Sturm und Drag, perché anche a loro non dispiaceva andare per taverne… Ma dove c’è il vino c’è sempre rivoluzione perché esso stesso è il prodotto di un fermento. Tutto merito di un moscerino, di una briciola di lievito, proprio come una mezza idea nata da un piccolo uomo, può cambiare il mondo…
Forse al nostro simbolo avremmo dovuto aggiungere anche una bella botte! Sai, io credo che senza lo champagne non sarei riuscito a darti una mano a scrivere in fretta e furia I Principi del Comunismo.
Allora concordi con me che bisogna bagnare nell’alcol anche gli esami a cui sottoporremo tutti i nuovi membri della Lega dei comunisti?” chiese Friedrich.
“È un ottima idea. Possiamo mettere un boccale di stagno pieno di birra davanti al candidato…” azzardò Karl.
“Io preferirei il Bordeaux. Lo sai che come te ho un debole per il rosso: è un colore di-vino! Però sono come l’Emilio di Rousseau: bevo succo d’ottobre ma so distinguere quello genuino da quello adultero” disse sghignazzando Friedrich.
“Non ho dubbi sul fatto che siamo ciò che mangiamo e perciò anche ciò che beviamo, ma non sono sicuro che tu sia un palato sopraffino, piuttosto un palato sempre secco. Comunque ti prometto che questa tua stupefacente dote me la ricorderò quando dovrò pronunciare il tuo discorso funebre… – a quelle parole Friedrich si lasciò scappare un gesto scaramantico sotto la tavola – Ora dobbiamo brindare alla tua geniale idea e questa volta offri tu… io mi sono già svenato e poi chi la sente Jenny!” sentenziò Karl sfregandosi la barba e ripensando che se non fosse stato per un’eredità inaspettata della moglie, probabilmente avrebbe dovuto rinunciare ai suoi studi.
“Ah… ora ho capito perché sei un estimatore di Baudelaire! Lui ha le idee chiare su come affrontare le mogli che gridano quando i mariti tornano a casa ubriachi e senza un soldo: ucciderle! Ovviamente non per un atto di rabbia, ma bensì per il troppo amore. E poi c’è l’alcol che consola ogni buon peccatore… Noi lo sappiamo bene. Vero, Karl?” scherzò Friedrich, consapevole di quanto il compagno amasse la moglie.
“Io non potrei vivere senza Jenny – esclamò con tono serio Karl – ma non potrei vivere nemmeno senza bere” concluse con fare scanzonato.
“Non posso che crederti… Come si dice… In vino veritas… Ma perché non facciamo come l’Eutrapelo di Erasmo da Rotterdam: paga il vino chi racconta la storia più gustosa e quello che racconta la più melensa. Così ora offro io, poi ancora tu… – disse Friedrich mentre stava già agitando il braccio in aria e cercava di ricordare un’ode di Alceo – Cameriere, cameriere… porti subito una di rosso agli assetati! O amato fanciullo, prendi le tazze variopinte, perché il figlio di Zeus e di Semele diede agli uomini il vino per dimenticare i dolori…”.
L’odore del vino appena stappato bussava alla soglia dei loro sensi come un innamorato all’uscio della sua amata.
Si accomodò alla loro tavola come un ospite senza piedi ma pieno di mani che macchiano tovaglie e camice. Gli parlò della sua terra, corteggiando la loro voglia disillusa da troppe promesse mai mantenute. Eloquente, riempì le loro speranze e mentre i bicchieri roteavano come pianeti, dagli archetti schizzati scoccavano idee come frecce, pensieri nuovi ancora inconsapevoli di essere nati.
“Benvenuto tu sia, in questa casa e nel mio cuore, per festeggiare in allegria o congedare con cortesia l’amaro in bocca di una giornata senza amore” recitò Karl, venerando la bottiglia di Bordeaux appena portata dal cameriere e già mezza vuota.
“Il vino ha veramente dei poteri miracolosi se riesce a far diventare un poeta persino te… come diceva Orazio? Nulla placere diu nec vivere carmina possunt quae scribuntur aquae potoribus… (non piacciono e non durano molto i versi scritti da chi beve solo acqua)” sentenziò Friedrich, in un latino che se non fossero stati in taverna sarebbe risultato piuttosto imbarazzante.
Karl e Friedrich scoppiarono in una sonora risata.
Il vino come un amico lontano, fisicamente invisibile ma di cui ne senti il calore, stava tra i due compagni con le braccia sulle loro spalle, consolando e condividendo i loro sogni.
Si leggevano solo impronte di labbra carnose sui bordi dei bicchieri e di dita emozionate sugli steli, gocce generose sul tavolo che il legno cercava di succhiare dalle sue spaccature e carte topografiche di venuzze eccitate sulle guance dei due amici.
Eppure, proprio lì, con il sacro inchiostro di Bacco, si stava scrivendo la storia.

venerdì 20 febbraio 2009

Invito al cinema: Aspettando il sole, dal 20 febbraio


E' con grande piacere che vi invito ad andare al cinema a vedere il film Aspettando il sole, in uscita nelle sale dal 20 febbraio.

Tra gli sceneggiatori...il "nostro" Enrico Remmert, autore, insieme a Luca Ragagnin, del delizioso racconto "Il lago color del vino", terzo classificato al concorso di Villa Petriolo "I giorni del vino e delle rose". In bocca al lupo ad Enrico! E sosteniamo il cinema italiano...io non mancherò!

Potete avere tutte le informazioni possibili, gustare i vari trailer, ascoltare la colonna sonora di Nicola Tescari, giocare con il gioco Re-Movie (che vi consente di visionare varie scene -sempre diverse ad ogni reload del sito- del film e di rimontarle nell'ordine che preferite) e leggere il blog che ha seguito passo passo tutta la lavorazione del film sul sito www.aspettandoilsole.it.
Esiste anche un "canale" di you_tube che contiene altri filmati (http://www.youtube.com/user/AISO

lunedì 9 febbraio 2009

viaggio nei ricordi...


Foto di Alena Fialovà



Mentre il nuovo Concorso letterario di Villa Petriolo "S'io fossi...vino" è in pieno svolgimento, si continua con la pubblicazione su DiVINando dei racconti della scorsa edizione.

Oggi, per il concorso 2008 "I giorni del vino e delle rose", pubblichiamo con piacere il racconto di Marco Peirotti "Viaggio nei ricordi".

Marco Peirotti è nato a Cuneo nel 1980 ed abita a Carrù (CN).
Laureato presso l'Università di Torino in Economia Aziendale, si specializza in Marketing con una tesi sulle strategie di valorizzazione dei prodotti agroalimentari. Nel 2001 ottiene anche il diploma AIS. Impiegato come vicedirettore della Banca di Credito Cooperativo di Cherasco, collabora alla redazione "Osterie d'Italia" di Slow Food Editore, oltre che a testate giornalistiche locali, ed è tra i componenti della Compagnia teatrale "Nuova Filodrammatica Carrucese". Marco è tra i fondatori della nuova Confraternita del bollito di Carrù.



Racconto

"VIAGGIO NEI RICORDI"

di Marco Peirotti



Di solito inizia tutto per caso, magari dopo una lunga giornata di lavoro, a volte più semplicemente per la visita di un amico.
Un bicchiere di vino non manca mai a casa, a dir la verità non è mai mancato, nemmeno quando ero piccolo e mio padre lo offriva a chi passava a trovarci. La bottiglia, mai la stessa per l’insaziabile voglia di scoprire sapori nuovi, è sempre al solito posto: sull’armadio a fianco dell’acquario, dove i pesci quasi sembrano esserne i guardiani.
I compagni di viaggio… quasi sempre i soliti: vecchi amici di scuola con cui condividere ricordi e nuove esperienze, o la persona che mi è accanto ogni giorno, a cui raccontare le novità della giornata lavorativa.
La conversazione sembra non accorgersi di nulla; nessuno dà peso a quel gesto che ormai è per tutti un’abitudine consolidata. È quasi un rituale, un intimo orgoglio, o forse semplicemente la voglia di condividere un’emozione, ciò che mi porta a prendere i bicchieri dall’armadio della cucina. Un armadio, quello della cucina, ormai vecchio, dove tuttavia custodisco gelosamente quelli che mi piace definire “gli attrezzi del mestiere” per quel uomo, appassionato di vino, che mi riscopro ogni giorno.
La bottiglia è già aperta, particolare insignificante agli occhi di un estraneo, ma che per noi è il segno della presenza costante del vino nei nostri incontri, proprio come se, anche lui, fosse un compagno del viaggio.
Mille le esperienze, le idee, i sogni e le preoccupazioni condivise intorno al tavolo della cucina; tutto accompagnato da un bicchiere ormai pieno, che abbiamo di fronte; tra una battuta e l’altra l’attenzione viene catturata dal vino; ed è allora che uno tra di noi è il primo a coglierne una sfumatura , una tonalità, sempre un po’ diversa dalla volta precedente. Bianchi dai riflessi verdognoli, che ricordano i tralci in primavera, gialli dorati che incantano, rossi rubini brillantissimi che paiono essere vivi; porpora impenetrabili scuri, quasi neri, che sembrano non voler svelare i segreti del vino.
È ormai lui, il vino, al centro della nostra discussione.
Con la curiosità di un bambino cerco di carpire i sentori di quel bicchiere; ogni volta è per me una sfida: un corteggiamento nella speranza di riuscire a persuadere il vino a svelarsi, raccontarsi. Non è mai la volontà di profanare un segreto, bensì un corteggiamento d’altri tempi, nella speranza di una sospirata concessione. Forse tutto nasce da un senso di timore reverenziale nei confronti del vino, o forse più semplicemente, per una sorta di rispetto patriarcale verso ciò che, il vino, ad oggi ha voluto svelarmi: la sua profonda complessità.
Il viaggio si snoda velocemente lungo vecchi e più recenti ricordi, ma tutti sembrano essere così vicini e nitidi da poterli toccare; a volte mi viene in mente mia madre, quando nei pomeriggi di luglio metteva a sobbollire le “brigne” nel pentolone più grande che avevamo, inevitabile coglierne il profumo appena tornavo a casa e già immaginavo quanto sarebbe stato bello in gennaio approfittare
di quelle scorte. Altre volte invece, ricordo l’odore del fieno, un odore cosi intenso e che per altro apprezzavo molto da bambino, quando passavo ore a guardare il signor Giovanni che girava l’erba nel prato dietro casa. Quel trattore, sempre uguale, che estate dopo estate diventava sempre più vecchio, non credo lo scorderò mai, come nemmeno la puzza di nafta e di olio che emanava.
A volte, cerco di indovinare il sapore del vino, altre volte, libero da qualsiasi aspettativa e preconcetto, mi pare di riuscire a coglierne i reali tratti salienti, abbandonandomi unicamente a ciò che i sensi sanno percepire, liberi da qualsiasi linguaggio tecnico o regola di abbinamento.
Molti i vini che amo riassaggiare, a dire la verità pochi quelli che mi emozionano, che riescono a farmi rivivere sensazioni e ricordi passati.
Il viaggio continua, e in un istante mi ritrovo a settembre, quando in paese c’è la Festa dell’Uva. Da sempre al solito posto, di fronte all’asilo, c’è il baraccone dei dolciumi con le sue lunghe liquirizie nere, dal profumo intensissimo e penetrante. Spesso ho ritrovato questa scena dentro di me assaggiando i grandi Baroli di Serralunga.
È uno scambio di immagini, di ricordi che condividiamo attorno al tavolo della cucina, ognuno con i suoi, personali, pezzetti di vita.
In settembre quando le giornate si fanno piovose ed umide, la terra sembra puzzare. È un odore che ha accompagnato molte delle vendemmie con mio padre, quando affannato cercava di cogliere l’attimo giusto sperando nel tempo clemente. Lo stesso odore lo riscopro nei grandi rossi piemontesi, ed assaggiandoli mi sembra di essere nuovamente con mio padre quando, inginocchiandosi sulla terra umida, mi chiamava per insegnarmi come, con lo zappino, si prende il tartufo segnato dal cane senza danneggiare il terreno.
Ed è allora che comprendo che ogni bicchiere di vino è un concentrato di vita: passioni, speranze ed ambizioni degli uomini che con il loro sapiente lavoro, ogni annata creano qualcosa di unico. Ma nella bottiglia riconosco qualcosa che va oltre l’ambizione del singolo produttore: è un sottile filo rosso che lega tutti i contadini alle proprie tradizioni, a produzioni che si tramandano di generazione in generazione restando vive, forti del legame con il proprio territorio d’origine.
Ogni vino mi racconta di persone, paesaggi, delle mie dolci colline di Langa, colori e profumi, fino alla conclusione del viaggio: mi racconta di me.

giovedì 29 gennaio 2009

di cibo di vino


Osservatore di Rosario Trapani



Mentre il concorso letterario di Villa Petriolo edizione 2009 "S'io fossi...vino" è in piena corsa, prosegue su DiVINando la pubblicazione di tutti i racconti dell'edizione 2008, "I giorni del vino e delle rose". In un ideale, magnifico racconto collettivo del vino e delle sue parole, a cui si aggiungeranno tutti i partecipanti della terza edizione.









Oggi, per "I giorni del vino e delle rose", si pubblica il racconto di Giovanni Contarino, "Di cibo di vino".
Complimenti all'autore...ascoltate che ritmo!










Giovanni Contarino è nato a Siracusa trentasei anni fa e vive a Torino da diciassette. Per sopravvivere lavora come ingegnere per una nota azienda automotive, occupandosi di organizzazione aziendale. Scrive Giovanni: “per vivere, scrivo e ascolto per amore dell’arte, nella speranza di non metterla mai da parte”!. Dalla fine del 2007 ha iniziato a partecipare a concorsi letterari, tra i quali "Ridendo con la poesia” “Teatroteatro da mangiare”, concorsi ai quali i suoi elaborati sono stati selezionati; nel maggio 2008 ha meritato la finale al premio “Mario dell’Arco”.


Racconto

“DI CIBO DI VINO”

di Giovanni Contarino



Di cibo di vino, di perle ti parlo, di ozio nel vizio, di aroma e sollazzo. Di scogli, di pesci, di cozze e aragoste, di totani e forme, slanciate e nascoste. Ti parlo di un piatto come fosse un fratello, ti parlo del sugo, sì… pure di quello. Di carne tritata, di coscia spolpata, di arrosti un po’ misti per tutti i carnisti. Cucino di notte, attingo alla botte, cucino la sera e pasteggio a Barbera, scordando quei giorni in cui mi assaggiavi dicendomi “amore, di sale mancavi”.
Di giorno mi affaccio a questo crepaccio, poi penso al passato e ritorno al brasato, poi penso alle more, che adornan le ore di pasti un po’ stanchi e penso “mi manchi”.
Di cenere e fuoco, di serio e di gioco, di olive nere e di cacio con pere, di pelle abbronzata, di olio e insalata, riguardo la foto e ripenso a ‘sta fata. Mi hai dato più amore di un pollo al vapore, adesso mi siedo e aspetto le ore, di quando quel forno, trillando dirà che se non mi muovo il flan brucierà.
Ma intanto ti penso, non so se ciò ha senso, non so se il profumo è di sugo o di incenso, ma sento qualcosa, la carne riposa, la trippa è sul fuoco e non è proprio un gioco. Non voglio bruciarla, io voglio salvarla, salvar la pietanza che appesta la stanza, se no resto senza, mi faccio una sbronza e il caldo che avanza ne è la penitenza.
Di cibo di vino di spazio e di strazio, in questa cucina di odori mi sazio, la smania, la pena, la pasta e il fornello, lo sguardo che avevi se bevevi un novello. Bevevi d’un fiato, bevevi contenta, non so se mi hai amato ma ci si accontenta, in fondo qui al mondo ci son tante donne, con i pantaloni e con le minigonne; ci son fidanzate che lavano i piatti, ci sono poi quelle con due seni piatti, ci sono anche altre che mangiano sole, che fanno le scaltre ma si compran le viole.
Ti penso, m’incenso, ti immagino qua, il sugo è già denso, temo si attaccherà, lo giro pian piano, ci metto il basilico e penso al tuo amore che mi tenne un po’ in bilico. Poi metto a bollire la pentola e le ire, poi peso la pasta… un etto non basta; allora eran due e sembrava che poi a scacciare la fame fosse solo quel “noi”. Mi chiedo alle volte, me lo chiedo spesso, ma a te poi piaceva il polipo lesso? O te lo mangiavi per farmi piacere per poi vomitare per nottate intere? Dicevi “che buono, che bravo sei stato” e io, gran coglione, ero tutto gasato, poi a letto sentivo sinistri rumori e già con un salto balzavi fuori. Correvi lontano, alla bocca la mano, con gli occhi guardavi il bagno lontano ed io sul guanciale, aspettando la fine, pensavo “però, guarda quante moine”. Non so se è per questo o per la tua allergia, mi hai detto “non resto ma me ne vado via, tu non mi capisci, non sai quel che penso, sai solo bruciare quintali d’incenso”. E vorrei vedere, se non lo facessi, se i cattivi odori io non disperdessi, se un giorno tornassi sui tuoi propri passi, che schifo che avresti se in casa tu entrassi.
Che bello quel giorno in cui entrando dirai, “amore cucina e non te ne pentirai, che dopo un bel pranzo con pesce e gelato, dimenticheremo il nostro passato, dimenticheremo il brutto incidente, faremo l’amore come fosse niente, faremo l’amore come fosse successo che non abbia mangiato quel polipo lesso.” Che bello sarebbe se ciò succedesse! Però!... Per ‘ste rime ho usato un po’ di esse.
Che bello quel giorno in cui rivedrò quel bel paio di occhi che mi ipnotizzò, mi fece scordare un bel po’ di ricette, e mi fece bruciare ventun cotolette. Scordai quantità, dosaggi e ingredienti, il lievito, l’acqua ed i condimenti, ne vennero fuori insulsi bocconi anche nelle piccole e grandi occasioni. Per giorni provai a riprendere un poco a saper maneggiare il tegame sul fuoco, a saper rigirare la frittata in padella, che con tanta fame va bene anche quella. Quegli occhi tuoi grandi eran proprio una scossa, la salsa che da bianca diventa rossa, la torta che in forno si gonfia di brutto sia che tu usi il burro, sia che usi strutto. Tu sei la cipolla che attacca i miei occhi, se tu la mia molla come nei balocchi, si apre la scatola ed esce un bel clown, son io, qui presente, che faccio up and down.
Son sempre convinto che fu una fortuna, portarti una sera al chiaro di luna, poi dirti “sai cara, cucino da dio, se vieni con me a te ci penso io”. Adesso mi faccio una bella scaloppa, ne faccio due etti, non sembra poi troppa, la taglio di sbieco, la batto sul marmo, e scaccio i ricordi di una storia in disarmo. La friggo di brutto, facciamoci male, ci vuole lo strutto ed un poco di sale, che questa nottata la voglio pesante, mi voglio sognare mio nonno cantante. Mi voglio sentire un supereroe, ma sì! Dopo cena mi faccio d’aloe. Ci aggiungo due litri di birra tedesca, non serve ghiacciata, purché un poco fresca. Mi faccio una cena da disperato, con un peperone che faccio grigliato, ci aggiungo di slancio due pomodori, di quelli che mangiano solo i signori, di quelli succosi che tingon la mano e che tutti chiamano “i San Marzano”; li faccio soffritti, li faccio pepati, e dopo li sposo con i maltagliati; mi faccio tre etti di mortadella, che con questa birra sta bene anche quella, mi faccio tre etti di caciocavallo, che il colesterolo in un colpo mi sballo. E’ l’unico modo ti giuro, davvero, lo dico col cuore, lo dico sincero, per far della vita una bella occasione per dimenticare la mia insana passione, che proprio in quei giorni in cui ti conobbi, pelando patate e condendo quei gobbi, mi fece pensare per quattro anni interi che come compagna tu male non eri. E’l’unico modo per dirti che allora, se avessi saputo aspettare quell’ora, saresti partita col treno alle sei, e adesso senz’altro un pò meglio starei.
Di certo in quei giorni ti ho fatto impazzire, con cozze ed orate ti venivo a servire, con quegli involtini di pesce spada, ti ho fatto scordare la tua borsa di Prada, che dopo quel vino, leggero e frizzante, quando sei uscita sembravi volante, cantavi da sola con aria da diva la sera calava e il mio amore saliva. Ti ho fatto un sorbetto con il mandarino, mi hai detto “lo sai che sei proprio carino?”, lo hai fatto così, con un solo richiamo, ed io come un pesce ho abboccato al tuo amo. Di giorno, di notte pensavo alla cena, a far sì che andasse di nuovo in scena, quel bello spettacolo di dolce allegria ma dopo tre giorni sei andata via. Pensai che era stato un bel fuoco di paglia, che indossi per poco come d’estate una maglia, che poi metti via dentro un bell’armadione, la guardi ogni tanto e poi cambi stagione.
Ma un giorno a settembre ad un tratto sei apparsa, e mi ritrovai con la bocca un po’ arsa, scolai quattro birre per restare un pò vivo e intanto qualcosa qui dentro sentivo. Avevo un tamburo che un ritmo suonava che di questa donna da un po’ mi parlava avevo bruciato il mio primo budino pensai tu fossi già nel mio destino, pensavo che in fondo se tu eri tornata o era piccolo il mondo o eri innamorata, perciò le mie orate e le cozze condii e presso il tuo tavolo sorridendo finii; ti baciai la mano come fanno i signori, sarà un po’ antico ma non avevo fiori, e pensai “al mondo non c’è niente di meglio, che sentirsi un po’ vivo, sentirsi un po’ sveglio”. Scegliesti un buon vino, un buon Marzemino, io ti consigliai e intanto schiattai: il sugo di cozza caduto sul braccio mi aveva ustionato e ridotto a uno straccio, il piatto mi cadde con tutte le orate, cascaron le cozze, limone e posate; tu intanto ridevi e piegata in due guardando dicevi “sei più scemo di un bue”, però nel frattempo mi offristi la mano per tirarmi sù come le ali un gabbiano, raccolsi poi tutto, tornai in cucina mi dissi “mi butto, è troppo carina”.
Di cibo di vino, di perle ti grido, di mare, di spiaggia, di ombrelli e di un lido, in questa cucina di un bel ristorante, in cui come te ce ne sono tante, di quelle turiste in cerca di tutto, di pesce grigliato e di carne allo strutto, che prendon la camera, che rubano i cuori, che stanno tre giorni e la notte son fuori. Ne ho viste parecchie, di bionde e castane, ne ho viste tedesche, spagnole e romane, lasciato l’ufficio si fiondan qui a mare e tu come un fesso ti vai ad innamorare. Ormai son vent’anni che sono qui dentro, è periferia ma è proprio il mio centro, ci gravito attorno, se scappo poi torno, è la mia pietanza e io sono il contorno. Mi chiudo in cucina, vicino al fornello, affetto cipolle ed affilo il coltello, poi pelo patate, zucchine e cetrioli, poi riempio la pentola e ci faccio i ravioli. Sto nella mia tana, sto nel mio rifugio, poi guardo la spiaggia e sul mare un po’ indugio, poi penso ai tuoi occhi, alla tua carne molle. Oddio! I ravioli! La pentola bolle…


Il Marchese del Grillo a teatro

martedì 27 gennaio 2009

ubriaco canta amore alle persiane...la mia intervista a cura di Paolo Pianigiani sul sito di Dino Campana


Esce sul sito dedicato a Dino Campana, uno dei miei poeti preferiti, l'intervista - o meglio, si è trattato in realtà di una piacevolissima conversazione - che Paolo Pianigiani mi ha rivolto qualche tempo fa al Biancospino. Letteratura, vino, il concorso di Villa Petriolo, le poesie di Campana. Un bel dilungarsi su passioni, progetti, sogni.

Paolo è un appassionato studioso di Campana e, in finale di intervista, rivela uno dei prossimi "viaggi" di Villa Petriolo, a cui tengo davvero molto.

Un ringraziamento speciale a Paolo Pianigiani e a presto per i tutti dettagli sul nuovo percorso...per un omaggio e un ricordo, come dice Paolo, al poeta che più di altri ha saputo trovare parole per cantare i colori della natura e del paesaggio

martedì 20 gennaio 2009

il miele del cuore


Female drinker, Bill Traylor


In attesa della diffusione del bando del III concorso letterario di Villa Petriolo - giovedì 22 gennaio 2009 uscirà ufficialmente - continua la pubblicazione di tutti i racconti de "I giorni del vino e delle rose", edizione 2008.

Oggi ho il piacere di ospitare su DiVINando il racconto "Il miele del cuore" di Marina Priorini.


Marina Priorini
è nata a Roma ed abita a Maccarese (Roma).
Funzionario pubblico, ha una laurea in sociologia.
Nel 2006 Marina vince il premio letterario Senso e la competizione Eroxé Award; nello stesso anno arriva tra i finalisti di Profondo Giallo Mondatori; nel 2007, agli Eroxé Award, il suo è il miglior racconto in assoluto; al concorso Carte Segrete – L’Eros in teatro, un suo elaborato ottiene una segnalazione di merito; si classifica seconda al concorso I veli della luna; pubblica un proprio racconto nell’antologia Sex Conditio e l’ebook Violent Chick, oltre a varie pubblicazioni in antologie. Nel 2008 Marina è relatrice al IX Congresso di Sessuologia di Roma.


Racconto

"IL MIELE DEL CUORE"

di Marina Priorini



Arrivai nell’azienda agricola con un giorno di anticipo.
Avevo volutamente scelto quel tipo di alloggio, alle porte di Firenze, per concedermi un giorno di riposo prima di affrontare le fatiche del convegno in cui ero relatrice.
La vista delle colline coltivate ebbe, come sempre, il potere di calmare la mia inquietudine.
Venne ad accogliermi un uomo vestito in modo trasandato e i capelli arruffati. Sul volto cotto dal sole risaltavano due occhi verdi che si confondevano con il paesaggio.
Si presentò scusandosi per l’abbigliamento con una calorosa stretta di mano.
“Mi occupo personalmente del vigneto – disse con un forte accento toscano – e a quest’ora del mattino sono impresentabile. Mi farò perdonare questa sera cucinando personalmente per lei.”
Lo ringraziai nonostante fossi infastidita di tanta galanteria.
“La cena sarà servita alle nove nella limonaia” aggiunse prima che potessi dire una parola.
Lasciai la stanza alle otto e trenta e raggiunsi il ristorante creato in uno spazio circondato da ampie vetrate e alberi di limone. L’unico tavolo, posto al centro della sala, era apparecchiato con un insolito accostamento di colori : il verde dei piatti contrastava con il viola della tovaglia e i bicchieri di vetro erano sfumati in diverse tonalità di rosso.
La cucina era collocata al centro del locale e un uomo, di spalle, era intento a cucinare.
“Buona sera signorina, si accomodi dove vuole.”
“Sono l’unica cliente?”
“Lei è l’ultima prenotazione della stagione che ho accettato. Da domani inizierà la vendemmia e dovrò occuparmi a tempo pieno della mia vigna.”
L’uomo si voltò rivolgendomi un sorriso disarmante e mi trovai di fronte una persona diversa, elegante, assolutamente affascinante.
“Ho letto sull’opuscolo che ho trovato in camera che lei produce un vino eccezionale ma purtroppo io sono astemia” dissi scusandomi.
“ Che peccato. Il mio vino ricorda la generosa natura della toscana e lei non potrà godere del profumo, della ricchezza, del gusto di frutta, del sole in esso contenuto. C’è la vita da assaporare in un bicchiere di vino mia cara signorina, e lei si preclude questa possibilità.”
“Sopravvivo anche senza questi piaceri, mi creda” risposi seccata.
“Mi spiace per lei. Platone considerava il vino un mezzo per il superamento del sé verso un contatto più stretto con il divino e per aprire la mente a una superiore conoscenza. Quindi ho sprecato il mio tempo cercando in cantina una bottiglia degna di questa cena. Vorrà dire che berrò da solo.”
Ero infuriata con me stessa per aver permesso all’uomo d’intrattenere con me una conversazione che non desideravo.
“A proposito, io mi chiamo Alberto. Posso sapere il suo nome?”
Risposi per educazione. “ Io sono Angela.”
Incuriosita rivolsi una domanda “ Si occupa sempre lei della cena per gli ospiti?”
“Quando ho tempo mi piace molto cucinare e sono anche piuttosto bravo, per me è un atto d’amore. Ci metto passione, animalità. Mescolo, assaggio, assaporo, condisco, godo immensamente nel cercare il giusto equilibrio tra sapore e piacere del palato. Invento ricette, le rielaboro.”
“E le piacciono anche altri vini oltre il suo” dissi indicando le numerose bottiglie conservate sul ripiano di marmo mentre leggevo i nomi sulle etichette.
“Conservo gelosamente le mie preziose bottiglie e le vendo soltanto a clienti selezionati. Però amo tutti i grandi vini come questo Chateau Kefraya – rispose mostrandomi la bottiglia – risultato interessante di uve a bacca rossa, colore rosso rubino intenso, aromi fruttati. L’avevo scelto per lei sperando potesse condividere con me questo piacere.”
Posò la bottiglia con delicatezza.
“Non le piace bere, ma sicuramente apprezzerà il mio sugo. Venga qui, vicino a me, la prego. Assaggi e mi dica che cosa ne pensa.”
M’invitò con gentilezza e non fui capace di rifiutare la cortesia.
Mi avvicinai ai fuochi e presi un mestolo di legno.
“Deve usare il dito – gridò - il legno altera il sapore. Lo lecchi, lasci che il gusto scivoli giù nella gola o non imparerà mai a riconoscere i sapori.”
“E’ molto buono.”
“Soltanto buono?” Ho preparato il mio ragù speciale mescolando carne di maiale, carne di manzo, carote, sedano e finocchio selvatico tritati insieme. Il sugo bolle da questa mattina per raggiungere un sapore deciso che deve restare intrappolato nella pasta corta. Le confido il mio segreto: aggiungere sempre al ragù del finocchio selvatico.”
“Allora diciamo che è strepitoso.”
“Venga con me.”
Alberto prese un pezzo di pane inzuppato nel sugo e mi condusse nella cantina del ristorante, che scoprii, vantava una ricca importazione di vini sudafricani, cileni e neozelandesi per i clienti più esigenti. Del suo vino nessuna traccia.
Scelse un rosso cileno, il Mouthes Alfa, e tenne a sottolineare che fosse abbastanza costoso. Stappò la bottiglia, attese, ne versò due dita in un calice e mi mise tra le mani il pezzo di pane al sugo.
“Mangi e beva un sorso di questo vino. Dopo sarà grata a Dionisio per aver insegnato agli uomini la coltivazione della vite.”
Chiusi gli occhi e con la punta della lingua afferrai gocce del liquido rosso che Alberto mi aveva offerto. Poi bevvi piccoli sorsi trattenendo più a lungo possibile l’aroma di quel nettare peccaminoso. Avvertii un leggero brivido prima di riaprire gli occhi e scontrarmi con il suo sguardo curioso.
“Lei non è astemia! Mi ha mentito.”
Rossa in volto tossii. “E lei come l’ha scoperto?”
“Chi beve per la prima volta contrae il volto e manda giù come si trattasse di sciroppo. Lei invece ha avvicinato il bicchiere al naso, ha annusato e infine sorseggiato.”
“Touché.”
“Questo è un bene Angela e io le concederò il privilegio di visitare il mio mondo.”
Annuii senza comprendere il senso di quello che aveva detto perduta dietro il suono della sua voce e affascinata dai modi insoliti dell’uomo.
Alberto mi prese per mano e mi lasciai condurre docilmente verso una piccola scala di legno. Scendemmo diversi gradini prima di giungere in una grotta naturale dove erano conservate botti di legno di rovere e bottiglie impolverate.
“Mi conceda l’onore di farle gustare un rosso della mia riserva personale. Brinderemo a noi con un bicchiere di Sangue Vermiglio.”
Stappò la bottiglia e riempì a metà due calici molto ampi.
Si avvicinò a me pericolosamente.
Nel silenzio quasi religioso che regnava nella grotta mi lasciai andare oltre il corpo che da tempo intrappolava le emozioni della passione.
Eravamo uno di fronte all’altro, con i calici nelle mani di entrambi, e ci fissavamo cercando di scalfire le personali reticenze.
Alberto all’improvviso posò il bicchiere e mi attirò nelle sue braccia.
“Trattieni il sapore di me nella bocca e mescolami con il vino – sussurrò nel mio orecchio – bevi il miele del cuore omaggiando Omero.”
Le nostre bocche si unirono in un bacio profumato di terra e di uva.
Stordita uscii dalla cantina provando il disagio per essermi lasciata travolgere dal desiderio.
Lui mi seguì silenzioso.
Raggiungemmo l’uscita e un cielo stellato accolse la mia mente in subbuglio mentre una luna enorme rischiarava la collina illuminando i filari dei vitigni perfettamente allineati.
“E’ stupefacente come l’uomo abbia potuto lavorare tanto e modellare il territorio” disse alle mie spalle.
“Tu vivi in paradiso” risposi malinconica.
“C’è un uomo nella tua vita?” chiese semplicemente.
“C’è stato, ma il nostro matrimonio è naufragato due anni fa. E tu hai una moglie?”
“Non più, ma ho un figlio che non ne vuole sapere di lavorare la terra. E’ andato a vivere in Spagna e si occupa di finanza. Io da tempo ho smesso di fare l’architetto per dedicarmi con amore all’attività di viticoltore senza rimpiangere la scelta.”
“Io invece sono stanca della mia vita e da molto mi riprometto di cambiare stile di vita anche se forse non ci riuscirò mai.”
“Che lavoro fai?”
“Sono esperta in marketing .”
“Potresti occuparti della mia azienda e godere della pace di questo luogo incantato.”
“E’ una proposta di lavoro?”
“Sono stanco di bere da solo e spero che il mio vino ti abbia stregato.”
Il Dio Flufluns alzò invisibile la patera verso il cielo.


Little Ole Wine Drinker Me, Dean Martin

venerdì 16 gennaio 2009

Corto e Mangiato: Vini,vigne e vignaioli. Fino al 29 febbraio.

3ˆ EDIZIONE DEL CONCORSO
PREMIO MONTEBELLO



"Corto e Mangiato: Vini,vigne e vignaioli."


Il concorso è aperto a cortometraggi che si concentrino sui temi della cultura del cibo, dell'identità e della tradizione culinaria in relazione al cibo biologico ed in particolare alla produzione e commercio equo e solidale. Le opere finaliste saranno proiettate giovedì 26 marzo 2009 nella sala audiovisivi del Monastero di Montebello (Comune di Isola del Piano, Provincia di Pesaro e Urbino).
C'è tempo fino al 29 febbraio 2009 per presentare le opere.


Partecipiamo con il video della cerimonia di premiazione del concorso “I giorni del vino e delle rose”?!!!!

rosa e le sue spine



"Rosa e le sue spine", il delicato racconto di Patrzia Esposito per il concorso di Villa Petriolo "I giorni del vino e delle rose".


Patrizia Esposito
è nata a Napoli ed abita ad Induco Olona.
Ha pubblicato nel 2005, per le edizioni Il Filo, il componimento “Il silenzio dei pensieri”. Nel 2006, con il racconto breve “U’ serbaggio”, si è classificata prima al concorso nazionale Poetika; al concorso Natura in bici, nello stesso anno, la sua poesia “Gira la ruota” ha meritato la menzione d’onore, mentre al concorso nazionale Cava de’ Tirreni, con il racconto breve “Fotogramma realista”, si è aggiudicata la medaglia, così come l’anno successivo con “Autodifesa di una donna matura”. Nel 2007, al concorso Narrativa Capannese Renato Fucini, si classifica seconda col racconto “Con gli occhi del cuore”. Nel 2008, Patrizia vince il terzo premio al concorso Bruno Cornaglia con la poesia “Sport e handicap”.


Racconto

"ROSA E LE SUE SPINE"

di Patrizia Esposito



“Non me ne importa proprio nulla di te e della tua stupida vita!” A questo pensavo mentre me ne stavo seduto sotto il pergolato al riparo dai raggi del primo sole primaverile.
“Sono sicuro che la mia esistenza andrà avanti benissimo anche senza la tua presenza ossessiva. Il domani non mi fa paura.” E via a un bel respiro liberatorio.
Quella mattina l’aria tersa consentiva al mio sguardo di spaziare fino al lago passando sopra le meravigliose colline dove l’uva sarebbe maturata durante l’estate. Il profumo delle rose che mi colpiva le narici era una carezza dolce e rassicurante.
Stavo trascorrendo un periodo di vacanza nella casa dove i miei nonni avevano condotto un’esistenza libera dagli stretti vincoli della città.
Erano stati felici contadini prima e lungimiranti proprietari terrieri poi, capaci di scorgere la possibilità di investire danaro e mezzi per arrivare a possedere vigneti capaci di produrre molta uva e di produrre il vino da vendere proprio in quella città che tanto odiavano.
Così era stato e oggi io potevo godere di tutto quel ben di Dio senza aver fatto nulla.
Quando ero bambino durante d’estate i miei genitori, che avevano seguito tutt’altra strada, si trasferivano qui ed io ne provavo un fastidio profondo perché mi allontanavano dai compagni di giochi facendomi sentire solo. Nella zona non abitavano bambini della mia età e così ero costretto a trascorrere le mie giornate con gli adulti. Se all’inizio la novità mi piaceva, dopo pochi giorni, passata l’euforia di sentirmi grande, cominciavo a protestare prima a parole e poi con i fatti rifiutandomi di mangiare e di dormire.
Ricordo la tenerezza di mia madre in quei momenti mentre cercava di consolarmi con le frasi dolci che solo lei sapeva pronunciare. Col tempo ho capito che, come me, era stata vittima di un egual destino.
L’ambiente contadino non mi apparteneva. Io cittadino trovavo difficile superare i disagi della vita di campagna.
La casa era una bella costruzione anche piuttosto moderna se la si confrontava con le case coloniche sparse lungo i pendii delle colline, ma presentava pur sempre delle limitazioni. L’acqua scarseggiava e bisognava dosarla adeguatamente. I nonni mi rimproveravano sempre quando si accorgevano che lasciavo aperto il rubinetto più del necessario. Io non lo facevo apposta: era un comportamento normale in città.
Che dire poi dei numerosi animaletti con cui mi dovevo confrontare in camera da letto oppure nella grande cucina, verso i quali provavo ribrezzo per non dire un disgusto assoluto. Mia madre nella sua estrema saggezza mi diceva sempre di considerare anche loro creature di Dio e di sopportare.
Comunque quegli anni erano stati veramente duri e maggiormente quelli che mi avevano visto adolescente, desideroso di frequentare gli amici una volta libero dagli impegni scolastici.
Invece le mie aspettative andavano puntualmente deluse per l’obbligo imposto da mio padre che riteneva impensabile trascorrere le vacanze in città, avido com’era di assaporare i profumi della campagna nelle dolci sere estive.
Così occupavo molto del mio tempo a leggere o a passeggiare tra i vigneti tenendo un filo di erba serrato nelle labbra mentre la rabbia mi montava dentro.
Poi venne l’estate del cambiamento. Ero arrivato in campagna, appena finita la quarta liceo, con la certezza di poter godere finalmente di una sconosciuta indipendenza perché avrei liberamente scorazzato in sella alla moto che mio padre mi aveva regalato come premio per la promozione o forse solo per lavarsi la coscienza. Finalmente avrei potuto cercare alternative alla noiosa vita casalinga che mi era stata imposta fino all’anno precedente, fare nuove amicizie e magari dare solo quattro calci al pallone nel cortile dell’oratorio o sulla piazza del paese.
Così avevo in animo di affrontare quell’estate e così feci.
Le mie scorribande lungo le modeste strade della zona divennero famose e i paesani avevano imparato ad usare il mio passaggio per regolare gli orologi!
Inaspettatamente ero felice di stare in campagna. Gli amici conosciuti erano piacevoli compagni e con loro andavo a fare il bagno nel lago divertendomi molto.
In particolare avevo legato con Edoardo, il figlio del farmacista che come me, terminato il liceo, si sarebbe iscritto alla facoltà di giurisprudenza; lui voleva fare il giudice, io l’avvocato. Entrambi eravamo forti delle nostre scelte e immaginavamo fronteggiarci, codici alla mano, in feroci dispute. Quante volte in conclusione abbiamo riso di noi, quante volte seriamente ci siamo confrontati finendo poi per parlare di ragazze divertendoci molto di più.
Poi ecco arrivare Rosa e la mia vita è esplosa in un caleidoscopico intreccio di emozioni e di passioni. In pochi minuti è divenuta il punto focale dei miei desideri, il limite massimo delle mie ambizioni, la meta dove avrei trovato la felicità.
In seguito anche lei mi disse di aver provato le stesse sensazioni ma la sua giovane età le aveva impedito di gustarle appieno. Solo col tempo avrebbe imparato che quei pizzichi al cuore erano il segno dell’amore che faceva capolino.
“Rosa è la mia vita!” Ecco come rispondevo a chi mi chiedeva chi fosse quella graziosa biondina con la quale mi accompagnavo nei assolati pomeriggi d’agosto.
“Rosa è la mia vita?” Ecco cosa mi chiedo oggi dopo venti anni, incapace di offrire a me stesso una risposta soddisfacente.
Di tempo insieme ne abbiam trascorso tanto, siamo cresciuti tenendoci per mano, abbiamo esplorato i sentieri della vita e dell’amore camminando fra le vigne fermandoci solo per scambiarci baci teneri o appassionati non appena i pampini ci nascondevano agli occhi degli altri.
I nostri volti erano coloriti dai raggi del sole al quale non risparmiavamo di offrirci durante i mesi estivi perché star fuori di casa era il modo per trascorrere insieme ogni momento delle giornata incuranti dei rimbrotti dei nostri familiari.
Divenuti adulti abbiamo deciso di unire anche davanti a Dio le nostre vite e con il matrimonio ci è sembrato di coronare un sogno vissuto da sempre.
Mai avrei immaginato che sarebbe arrivato un giorno in cui avrei allontanato da me il suo viso perdendomi nel vuoto della solitudine.
Oggi vedo riflesso nel bicchiere di vino rosso che ho nelle mani un volto sconosciuto sul quale scorgo profondi segni tracciati da un dolore. Cerco di inebriarmi con il profumo che promana dal calice ma non ci riesco.
Un sorso e poi ancora con il pensiero corro via, raggiungo le vigne, mi addentro tra i filari e la cerco.
“Dove sei Rosa?” La chiamo, la invoco, la maledico.
Rosa è la mia vita e io la sto perdendo! Sono solo e disperato. Sono venuto qui per cercare il mio passato.
“Rosa dove sei?” La maledico, la chiamo, la invoco.
Il tremore che mi ha preso la mano e rischia di farmi rovesciare il vino. Afferro il bicchiere per trattenerlo e bevo quel nettare tutto d’un fiato per non perderne neppure una goccia.
“Rosa…” Profumo di ricordi, vellutate sensazioni di dolcezza, abbracci di aromi confusi nella campagna di cui eravamo figli negletti.
Avevo raggiunto il mio sogno camminando al suo fianco senza pungermi con le spine del suo stelo sentendomi forte per il suo amore. E poi…
Chiudo gli occhi e sento il profumo delle rose carezzarmi il volto come un soffio di tiepida brezza. Sobbalzo, guardo con attenzione verso la campagna e la scorgo.
È ancora una biondina con lo sguardo imbronciato che si nasconde fra le ginestre fiorite che macchiano le colline fra il biondo del grano e il verde argenteo degli ulivi.
Mi fa cenno di raggiungerla.
“Rosa…” Ecco, finalmente è tornata a sorridermi. Siamo ancora noi.
“Rosa sto arrivando” le sussurro mentre muovo gli ultimi passi prima di perdermi trascinandomi tra i filari della memoria, assaporando il gusto aspro dell’uva non ancora matura godendo del calore del sole alto nel cielo che cancella l’immagine delle rose profumate ormai appassite dentro il mio cuore.


Amore che vieni, amore che vai, Franco Battiato (da Fabrizio De André)

giovedì 15 gennaio 2009

i giorni del vino e delle rose di palmira cornamusini


Il contadino, Vincent Van Gogh (1888)


Oggi, per DiVINando, il racconto "I giorni del vino e delle rose" di Palmira Cornamusini per l'edizione 2008 del Concorso letterario di Villa Petriolo.


Palmira Cornamusini
è nata a San Gimignano nel 1941 e risiede a Certaldo.


Racconto

"I GIORNI DEL VINO E DELLE ROSE"

di Palmira Cornamusini



Lontane leggende dicono che fu Noè a far nascere la vita da una goccia di sangue divino, per altre l’origine del vino sarebbe il sangue dei giganti ……… gli smisurati figli della Dea terra, ma dobbiamo prendere in considerazione anche l’importanza data al culto di Bacco a cui è attribuita la vinificazione.
Questo Giacchino non lo sapeva e neppure avrebbe creato in lui nessun interesse nel saperlo.
Egli desiderava solo avere una bella vigna che producesse un ottimo vino; come quello che aveva bevuto “all’Osteria della Frasca” a Castellina in Chianti.
Il suo podere rendeva molto mosto di diverse uve mischiate, senza distinguere la bianca dalla nera, capace solo di dare un vino aspro e di bassa gradazione.
Le sue viti erano in filari maritate con chioppi dai lunghi rami nodosi e intercalate da qualche pianta fruttifera, aveva in abbondanza: marruca, mammolo, perugino e ancora altre di poca qualità, mentre poche di Sangioveto.
Voleva migliorare il suo prodotto facendo una vigna con nuove viti e questo lo avrebbe ottenuto se fosse andato alla tenuta del barone Ricasoli.
Accettando l’invito sapeva di non guadagnare nessun soldo, ma lavorare solo per imparare il necessario al suo intento.
Apprese che per fare una vigna, si prepara uno scasso, un metro per un metro, i maglioli dovranno essere selvatici e resistenti come la vite americana, tagliati a “mazza” e infilati in fiaschi riempiti di sabbia, oppure messi in terra in angoli ben riparati.
Trascorso il tempo necessario verranno innestati con vitigni cui producono vini con più gradazione ed ottimi sapori.
Imparò a fare barbatelle, talee, propaggini ed i tre sistemi d’innesto più adottati: a occhio, a spacco e a succhio.
Trasse tanti profitti da diventare molto ricercato, che su cento maglioli innestati con vitigni di Sangioveto falliva solo con tre o quattro.
La sognata vigna crebbe e produsse vino prestigioso “Chianti Gallo Nero” lo chiamarono; però lui non capiva cosa ci significasse quel gallo con il suo vino, che vendeva ai migliori ristoranti e hotel di Siena e Firenze.
Ormai nessuno lo chiama più con il suo nome, per tutti è l’innestino, che con la sua capacità e lungimiranza, continua a impiantare vigne prevenendole dalle loro malattie quale la fillossera e peronospora, irrorandogli quella poltiglia inventata dal contadino francese Bourdeau.
Quel giorno del mese di Novembre, in cui il buio arriva presto, Giacchino si era attardato più del solito nella città di Firenze, dove era andato a vendere una partita di vino, che quell’anno era cresciuto di prezzo, data la scarsità dell’offerta, causata da una forte gelata a metà Primavera.
Arrivò al paese che era già calata la sera, con una fitta nebbia che penetrava fino alle ossa, comunque si avviò lasciando la via maestra e inoltrandosi in viottoli boscosi che portavano alla sua casa. Camminava sicuro pensando al fuoco nel camino e alla calda minestra che lo attendeva. Gli era così familiare quel tragitto che andava spedito rievocando il vissuto.
Lo scorso mese di Maggio aveva portato sua moglie a Firenze, lei ammirava tutto con gioia, senza chiedere nulla, poi si fermarono all’Hotel dove egli forniva il vino e lì la moglie vide un giardino con roseti splendidi e profumati. “Giacchino”, disse, “se avessi anch’io un piccolo giardino con delle rose, sarei così felice da sembrare e sentirmi una signora”.
Giacchino finse di non aver sentito, ma in cuor suo si disse che quando sarebbe tornato per la vendita del vino, le avrebbe comprato quei fiori; ora che anche lei stava per regalargli un “cittino” ed alla caduta del suo cordoncino ombelicale, lo avrebbe messo sotto la terra di quelle rose, in auspicio di felicità per il suo futuro.
Assorto com’era da un avvenire così bello, non percepì nessun rumore di pericolo, fino a quando un’ombra non gli si parò dinnanzi spaccandogli il cuore.
Cadde con le braccia a croce, il viso verso il cielo in cerca di luce; la mano sinistra che stringeva un mazzo di talee già con radici e pronte per il trapianto.
Quanto al mattino lo trovarono, le piante sembravano fiorite; il sangue di Giacchino era gocciolato lungo lungo gli steli e raggrumandosi aveva formato disegni di rose.


L'ottava rima toscana.

martedì 13 gennaio 2009

un'ottima annata


Guido De Vidi, Vietnam anno ‘0′


Continua la pubblicazione, su DiVINando, di tutti i racconti del concorso letterario di Villa Petriolo "I giorni del vino e delle rose".

Oggi è il turno di Massimo Martinelli, autore del racconto "Un'ottima annata", così attuale, purtroppo, di questi tempi. Grazie a Massimo ed un augurio di annate migliori per il futuro di tutti...


Massimo Martinelli
è nato nel 1965 a Firenze e risiede nel Comune di Capraia e Limite (FI).
Ha pubblicato racconti su riviste letterarie e tre libri, tra cui uno per la casa editrice Ibiskos. Insieme ad amici, Massimo prepara e porta in giro spettacoli di teatro e reading di poesia e prosa, sia di testi di propria creazione che di altri autori. Tra gli ultimi lavori, uno spettacolo sull'opera di L. F. Celine e di Henry Miller e uno su Pier Paolo Pasolini. Il gruppo di Massimo realizza anche video poesia.



Racconto

"UN'OTTIMA ANNATA"

di Massimo Martinelli



Mi chiamo Tuyen Do e sono nata nella città di Huè. Huè si trova in Vietnam, in una regione stretta fra le montagne della catena Annamita e il mare. Non lo dico io, ma Huè è la più bella città del Vietnam e una delle più belle del mondo. In verità io non so come sia adesso, dopo che è stata totalmente ricostruita, se sia cambiata molto da come la ricordo oppure no. Ma allora, quando ero una bambina di undici anni, prima che venisse distrutta dalla guerra, allora era una città meravigliosa.
Dalla finestra della mia camera potevo vedere le pendici dei monti coperte di pini salire fino al cielo e i campi di lillà stendersi ai lati del Fiume dei Profumi. Oltre gli ampi viali, oltre le case a due piani, e il mercato, si alzavano le mura della Cittadella, con le grandi porte laccate di rosso. All’interno di essa, protetta da altri bastioni rivestiti di legno decorato, c’era la Città Proibita con il Palazzo dell’Imperatore e gli edifici dei dignitari. Ne vedevo i tetti porpora e oro che parevano sorretti dal vento, come immense vele calme.
Avevo undici anni e ricordo la pioggia. Pioveva da una settimana e le strade fuori della Cittadella, erano fango. Continuò a piovere anche quando dalle colline partirono i primi colpi di mortaio. Ricordo i colpi e le grida e i lampi e le truppe governative che sotto la pioggia si ritiravano abbandonando la città. I nord vietnamiti e i vietcong presero la città e distrussero i ponti sul Fiume dei Profumi. Nei giorni successivi squadre di uomini armati percorsero le strade con liste di nomi in mano. Continuò a piovere, ma con meno intensità e il giorno che portarono via i miei genitori e i miei fratelli, la pioggia smise di cadere e il cielo cominciò ad aprirsi.
Poi tornarono gli americani e i soldati dell’ARNV, e gli Skyraiders ( è scritto così su questo libro, io allora non lo sapevo) cominciarono a bombardare a bassa quota le postazioni vietcong e anche dal mare, dalle navi al largo, sparavano sulla città. Dopo venti giorni di combattimenti la città venne riconquistata, ma a dire il vero ne restava ben poco. I marines della nona brigata ( così è scritto…), dopo avere combattuto casa per casa, penetrarono in quel che restava del Palazzo Imperiale, dove si era asserragliata la retroguardia del vietcong. La città, ci dissero con gli altoparlanti, era libera.
Non rividi più la mia famiglia. E non vidi la città ricostruita, il Vietnam riunificato, la fuga degli americani nel ‘75. Non vidi niente di tutto questo o meglio lo intravidi alla televisione, raccontato in una lingua che avevo cominciato da poco a conoscere. Nel mio nuovo Paese.

Mio padre era un agronomo, uno scienziato. Aveva studiato in Europa e poi era tornato in Italia alla fine degli anni cinquanta. Io avevo quattro anni e lui, pieno di entusiasmo, partì per la
Toscana perché voleva imparare tutto quel che c’era da sapere sulla viticoltura. Voleva diventare un produttore di vino nel suo Paese. Portò con se uno dei miei fratelli. Aveva anche comprato della terra, vicino a Dalat, perché lì, diceva, c’è il clima adatto e la terra assomiglia a quella di Toscana, rossa, calcarea e con presenza d’argilla. Ma le trecento barbatelle, le trecento piantine che portò dall’Italia, non attecchirono. Qualcosa andò storto e non se ne salvò nessuna. Mio fratello intanto era rimasto in Italia, per imparare la lingua e per la vendemmia di quell’anno. Ci scrisse entusiasta di quell’esperienza, della gente, dei luoghi. Aveva imparato a distinguere un vino giovane da uno invecchiato e un vino buono da uno meno buono e se era invecchiato in barrique o in botti normali. Ci scrisse anche delle rose. Delle stupende rose che adornavano il giardino e i vialetti della casa di campagna dove era ospite e che il proprietario aveva piantato anche all’inizio di ogni filare. La vigna era disposta lungo i fianchi della collina e durante la vendemmia, ogni volta che mio fratello arrivava al termine del filare si fermava ad annusare le rose. Scrisse che quel profumo gli ricordava la sua città. Scrisse che la vita dei contadini è come qui da noi. Lavorano dalla mattina alla sera e una volta alla settimana fanno festa e ballano e cantano sul piazzale lastricato davanti alle case. Al posto dei bufali d’acqua ci sono i muli, scrisse. Ogni mulo porta due grosse ceste e lì vengono buttati i raspi carichi d’uva. I cesti pieni vengono rovesciati dentro un carro, che aspetta in cima alla strada...

Nel campo vicino a Dalat mio padre fece rimuovere le piante oramai morte e studiò una nuova disposizione dei filari. Fece analizzare ancora una volta la terra e utilizzo un concime diverso. Poi disse che sarebbe tornato in Italia. Voglio venire con te, gli dissi. La prossima volta, mi disse lui. La prossima volta verrete tutti con me. Lo accompagnammo al porto. Lungo la strada vedemmo una colonna di mezzi dell’esercito ferma sotto il sole. La camionetta di testa era stata centrata da un colpo di mortaio e stava bruciando. A terra c’erano i corpi di due militari. Mio padre rallentò per via di quei corpi sulla carreggiata. Un ufficiale stava parlando alla radio. Accanto a lui c’era un occidentale in maglietta bianca e pantaloni militari con una pistola in pugno. I soldati fissavano la boscaglia con le armi spianate e gli occhi pieni di paura. Passammo. Mi voltai per guardare e uno dei soldati alzò la mano e mi sorrise. Un profumo di rose entrò nell’auto, insieme alla polvere e all’aria calda e pesante.

Fu al culmine della stagione secca del 1966, mentre le truppe del Nord Vietnam combattevano contro la Prima Divisione aeromobile americana negli altipiani centrali( così è scritto in questo libro) e i vietcong tendevano imboscate ai marines e ai governativi nelle risaie del delta ( è scritto anche questo), fu in quella giornata calda ma non afosa, che camminando fra i filari carichi di grappoli scuri, mio padre disse che era arrivato il tempo della vendemmia. Lo ricordo perfettamente perchè avevo nove anni e camminavo dietro di lui, nello stretto spazio fra un filare e l’altro, attenta a non inciampare nelle zolle dure come sassi e lui, mio padre, si fermò e mise il palmo della mano sotto uno dei grappoli più grossi, come a saggiarne il peso ed in effetti lo sollevò un poco e lo guardò attraverso il fascio di luce che bucava le foglie verdissime e ne prese, dei tanti, un acino e si abbassò per portare la sua testa all’altezza della mia testa e fra noi mise quell’acino, uno dei milioni di acini che erano cresciuti grazie alla sua perseveranza in quel lembo di terra vicino a Dalat; lo mise dunque fra noi in modo che lo vedessimo e al tempo stesso vedessimo l’uno gli occhi dell’altra... e lo premette fra le dita così che ne vennero fuori il succo e la polpa, del colore dell’ambra, piena di minuscole vene che pulsavano – a me sembrò - sopra la buccia lucida come il dorso di un coleottero. Finalmente. Disse mio padre guardandomi negli occhi.

Due giorni dopo, durante un’operazione di rastrellamento, un caccia bombardiere a reazione, sganciò due fusti di napalm da trecentocinquanta chili l’uno sulla vigna. Vedemmo il fuoco avvolgere tutto in globi rotolanti e l’aria venne risucchiata verso questi globi; dai nostri polmoni venne risucchiata, dalle piante e da ogni cosa vivente là intorno e il sogno di mio padre finì.

Vivo in Toscana. Arrivai qui nell’inverno del 1970, adottata dalla famiglia che per due anni aveva ospitato mio fratello. Erano molto amici di mio padre.
Ai primi di ottobre del 1970 partecipai per la prima volta alla vendemmia. Furono splendide giornate di sole e l’aria era fresca e pulita. Ai primi di ottobre, con un paio di forbici rosse che il “ babbo”, come già avevo imparato a chiamarlo, mi aveva insegnato ad usare, tagliai il mio primo raspo. Prima di gettarlo nel cesto lo osservai a lungo e ne presi un acino che strizzai fra l’indice ed il pollice. C’era un buon odore di rose e di mosto e il “ babbo” mi disse nella mia lingua che sarebbe stata un’ottima annata. Un’ ottima annata Tuyen Do...


Hamburger Hill: collina 937 (1987) di John Irvin