sabato 23 giugno 2007

“ Don Sandro” di Francesco Elli

don Sandro


Percorreva quelle curve con il pilota automatico: destra, sinistra, ancora destra... Ogni svolta pareva inseguire quella successiva e, nel silenzio della collina, sembrava di correre una staffetta che aveva come traguardo l’azzurro del cielo intravisto tra i rami. Su, sempre più su, cercando di anticipare nella mente quale sarebbe stato il disegno della strada.
Faceva un bell’effetto guidare su quelle curve, ci si sentiva tutt’uno con la strada e con la natura circostante; una natura che sembrava voler nascondere nel fitto dei rami e dei cespugli i suoi segreti, ma che prometteva una bellezza rara a chi
avesse avuto la pazienza di aspettare. E di continuare a salire, su, sempre più su, verso la piccola casa di don Sandro, che sicuramente a quest’ora era già in piedi davanti alla porta ad aspettare.
Primo maggio, festa dei lavoratori, strana ricorrenza da scegliere per un prete, ma don Sandro era sempre stato così, metteva Avvenire sulla porta della chiesa e poi, in sacrestia, ti capitava di ritrovare una copia dell’Unità finita sotto i paramenti per la Messa.
Quel ricordo non poté fare a meno di strappargli un sorriso e, curva dopo curva, come ogni anno il primo di maggio, l’affetto per quel vecchio prete tornava a farsi sentire sempre più violentemente, come quei sapori di cui ti accorgi di aver sentito la mancanza solo riassaggiandoli dopo tanto tempo.
Ma oggi, lo sapeva, non era il giorno per i ricordi. Come ogni anno, oggi, primo di maggio, festa dei lavoratori, don Sandro apriva per lui, e per lui solo, la prima bottiglia del vino nuovo. Un momento solenne, celebrato come un Natale da quando quella piccola vigna con il suo pergolato affacciato sulla collina, da sempre proprietà della parrocchia del paese, era diventato il rifugio del vecchio
parroco in pensione.
Un altro sorriso gli sfuggì dalle labbra. Era buffo: lui, che col vino ci campava e che di bottiglie ne spediva in tutto il mondo, stava per essere il primo solenne assaggiatore della nuova annata di un vino che non avrebbe mai varcato i confini di quella collina.
Ed eccolo lì, finalmente, don Sandro, impaziente, ritto davanti alla porta. Una stretta di mano, due parole di saluto senza convenevoli, come si fa tra due amici che non hanno bisogno di dimostrarsi più nulla, e poi via, verso il tavolo di legno pronto sotto il pergolato sul retro della casa.
Ogni volta rimaneva senza parole: tra le verdi foglie delle piante che ricoprivano i vecchi pali in legno, gli occhi potevano spaziare su un panorama che abbracciava tutto il mondo, o almeno, tutto quello che da lassù sembrava fosse il mondo intero. Dalle piccole guglie delle cappelle del cimitero circondato dai cipressi, alle gru lontane che stavano costruendo il nuovo ospedale alle porte della città: reparto maternità! In uno sguardo si poteva abbracciare la vita e la morte, e da quella distanza le distese delle colline e i filari regolari che ne pettinavano i pendii, sembravano unire i due estremi in un arco che raccontava di come le cose avessero un loro senso e un loro cammino da sempre immutabile. Un senso forse difficile da leggere, ma le case sparse o a gruppi intorno ai campanili che disseminavano della loro presenza quell’arco, sembravano voler assicurare a tutto quel paesaggio una punteggiatura che lo rendesse comprensibile alla mente umana.
Il primo bicchiere andava sempre via senza una parola, negli occhi di don Sandro l’attesa, nei suoi l’affetto, che poi dell’attesa non è che lo scioglimento, come un lungo respiro dopo che si è trattenuto il fiato. Poi era sempre don Sandro a iniziare: troppa pioggia, poco sole, il vento di quella
settimana di luglio, il gatto morto il giorno della vendemmia. Questi i fattori che nelle sue parole spiegavano il perché di quei sapori del vino, di quelle diversità da un anno con l’altro, come se quel liquido rubino, scendendo nel bicchiere,portasse con sé tutti i momenti dell’anno, passato in attesa di aprire la nuova bottiglia. Una sorta di lampada magica al contrario: sfregandola non si ottengono desideri da esprimere, solo racconti di ciò che è stato e che cambiare non si può. Ricordi, diceva don Sandro. Rimpianti, pensava lui, constatando con affettuosa rassegnazione come in una semplice definizione fosse racchiusa la differenza tra due coscienze.
Un riassunto, un elenco e, forse, alla fine, un senso, ecco il miracolo di don Sandro che lui aveva imparato ad ammirare riconoscente.
Non era stato facile. Si ricordava bene la prima volta che era salito fin lassù: assaggiando il vino la sua testa di giovane produttore, orgoglioso delle sue certezze, si era riempita di parole come “di raspatura”, “malolattica”, “rimessaggio”...e aveva finito per spiegare il suo essere lì con un segno
d’affetto e di riconoscenza, come quando ascoltava per l’ennesima volta i racconti di sua nonna sui tempi della guerra. Ma generalmente questi pensieri duravano lo spazio di un bicchiere. Così, anno dopo anno e bicchiere dopo bicchiere, lui, che col vino si era creato un nome, che aveva frequentato le sale dei migliori hotel del mondo, lui, ogni primo di maggio, si inerpicava su per la collina, ansioso di stappare quella bottiglia senza etichetta e di parlare di piogge e lune, di vedove e di gatti,
tutti finiti, come per magia, a dare colore e sapore al vino di quell’annata.
E quando a sera ormai fatta scendeva le curve verso il fondovalle, sempre un po’ ebbro di amicizia e metanolo, sorrideva nel sentire il tintinnio delle bottiglie nel baule della macchina. Sorrideva nel pensare che sarebbero finite in quell’angolo della cantina insieme alle altre, intatte e impolverate ma mai dimenticate. Perché se non le apriva non era per cattiveria, ma perché aveva imparato che il
vino di don Sandro perdeva la magia giù dalla collina, diventando freddo e fuori posto come un termosifone in piena estate. Don Sandro, era sicuro, l’avrebbe spiegato con la nostalgia, lui, ogni tanto, aveva azzardato l’idea di una fermentazione sbagliata, ma ora delle ultime curve, immancabilmente finiva per dare ragione alla tesi dell’amico.

Ritto davanti alla porta, lo sguardo all’orologio, sorrideva. Li immaginava imprecare contro i navigatori satellitari, cercando di orientarsi tra curve sconosciute. Li sentiva chiedersi perché mai, dopo aver investito migliaia di euro per la nuova sala di degustazione, dovessero arrampicarsi fin lassù per provare la prima bottiglia del nuovo vino. Sorrideva e si sentiva confortato dall’invisibile presenza dell’amico don Sandro, che per tanti anni, da perfetto padrone di casa, aveva aspettato nello stesso posto il suo arrivo.
Ancora sorrideva quando le macchine iniziarono ad arrivare e quando, ripetendo gesti antichi familiari a lui soltanto, iniziò a versare il vino nei bicchieri. E per un attimo si chiese se dire messa potesse dare la stessa sensazione, visto che per lui, che si era fermato alla cresima, quei gesti e quelle persone attorno alla tavola di legno erano ciò che più si avvicinasse alla sua idea di comunione. Per il primo bicchiere nessuno parlò, come seguendo un copione mai letto ma condiviso
da tutti. Poi qualcuno iniziò a discutere di rese per ettaro, di giorni in botte, di gradi di temperatura.
Lui ascoltava e non diceva nulla, quasi estraneo alle discussioni che pur condivideva, lo sguardo perso nel paesaggio di violenta bellezza al di là del pergolato, lungo i pendii della collina.
Ma accompagnati dal secondo e poi dal terzo bicchiere, piano piano tutti finirono per seguire i suoi occhi, rendendosi conto, meravigliati, di quello che si apriva davanti alla loro vista. E, uno per uno, finirono per gustarsi li vino nel bicchiere parlando di piogge e lune, di vedove e di gatti.
E ora di sera, mentre il sole aggrappato al giorno morente combatteva la sua segnata battaglia con il profilo della collina, regalando coi suoi raggi dolorosamente rossi il suo ultimo spettacolo di arrivederci, nessuno sembrava avere più dubbi: con quel pergolato in etichetta, il “Don Sandro” sarebbe sicuramente stato un grande vino.

2 commenti:

Gourmet ha detto...

Quanta poesia e bellezza in questo racconto...
Mi spiace molto di non poter essere presente alla premiazione giovedì,ma ci saranno altre occasioni, ne sono certa!
un abbraccio

silvia ha detto...

cara sandra, mi fa molto piacere la tua visita su diVINando, spero di incontrarti presto, ne sono certa anch'io!
un abbraccio,
Silvia