domenica 12 ottobre 2008

i pullman sono arrivati puntuali...


"I pullman sono arrivati puntuali", il racconto di Dante Bernamonti per "I giorni del vino e delle rose".


Dante Bernamonti, aka Faber, in rete, è nato a Genova e risiede a Milano. Una vita da Genova a Milano con molte tappe intermedie. Inizia a scrivere alla soglia dei cinquanta anni per una promessa estortagli da una scrittrice di racconti erotici in una notte senza luna del 2003. Lavora nel marketing e nella pubblicità da molti, molti anni. Adora il blues e la letteratura di genere: avventura, eros e mistery. Suoi racconti sono pubblicati nelle antologie Oxé 07, Oxé 08, Carsex...Secondo premio 2007 per il miglior racconto erotico italiano.


Racconto

"I PULLMAN SONO ARRIVATI PUNTUALI"

di Dante Bernamonti


I pullman sono arrivati puntuali.
Hanno percorso la strada di calcestre e ghiaia. Davanti alla villa padronale, ora sono lische di un pesce colorato di blu, azzurro, indaco e rosso, un pesce irregolare.
Poi una. Due. Tre auto.
E’ dal parcheggio che parte il primo sms.
Solo due parole, sono arrivato.
La piccola folla in visita alle cantine si assiepa sotto la pergola, dove viene dato il benvenuto ai visitatori. Il primo assaggio è un morbido rosato, fresco di cantina, lucente al sole, come se gli occhi stessi andassero, al pari dei bicchieri, avvinati.
E’ lì, in mezzo al piccolo gruppo sceso dal pullman, che, celato da loro alla vista di lei, la vede.
E ha, vedendola, un moto di piacere. E sorride.
E’ bella col vestito chiaro, la gonnellina corta sulle gambe di donna, che danza ad ogni movimento, maliziosa. Ha legato i capelli, la piccola coda chiara, il velluto nero la tiene serrata, come piace a lui, lasciando il collo nudo.
Secondo sms.
Solo tre parole.
Brava, hai obbedito.
La vede sussultare al trillo del messaggio, scusarsi con lo sguardo, con la coppia di tedeschi un po’ assillanti. Leggere l’sms al volo, rassettarsi con un gesto automatico della mano, quasi a controllare che non siano scappati i capelli dal legaccio. Al tocco, soddisfatto sul fascio perfetto, ancora stretto, il volto le si apre in un sorriso. Ama obbedirgli. Quando lo fa si sente leggera, come da bambina.
Lui ha fatto in modo di poterla seguire, invisibile a lei, in controluce, nei suoi movimenti, gode dei suoi sussulti al primo, al secondo e ora anche al terzo messaggio, come cogliendo brividi al passaggio delle sue dita in punta sulla schiena di lei. Ha fatto in modo che lei, girandosi a cercarlo, non potesse ancora scorgerlo.
E ora gioca col dubbio.
Sei così sicura che io ci sia davvero? Non lo sarei al posto tuo, piccola prigioniera mia.
Da’ invio. Celato nella penombra, scuro in controluce, la guarda volgersi e cercarlo.
Hai un modo solo per saperlo, mia piccola schiava. Entra nella prima stanza, da sola, poi fai quello che sai. Da brava.
Quarto sms, quarto sussulto.
Poi lei, che si scusa e scivola in silenzio nella prima porta. Ne esce con il golf di cotone bianco posato sul braccio. Riguadagna il gruppo e spiega.
Della casa e delle vigne. Dell’annata che si preannuncia per la qualità e non per la quantità.
Gira nervosa il golf chiaro tra le dita, poi, incollato il gruppo a vedere gli affreschi alla parete, lascia l’indumento sul tavolino, con un piccolo tesoro celato, sotto.
Che lui scopra come sia già mosto e ribolla di voglie, lei, tra le cosce, mentre cammina, ora.
“Quando sarai nella sala dovrai trovare il modo. Obbedirmi e sfilarti le mutandine. Poi tornare e lasciarle perché io le prenda, mie come tu sei mia” le aveva detto al telefono il giorno prima, dandole le istruzioni. Indugiando col tono della voce, come sapeva a lei piacere.
“Ma come faccio con tutti…” aveva cercato di obiettare. Poi si era accontentata di passarsi una mano tra le cosce, seduta, al telefono, scoprendosi bagnata, quasi fosse stato già allora il momento di sfilare l’indumento. Il tessuto umido come era anche ora.
Come lui lo scopre adesso, umido e odoroso di lei e del suo sesso, sfilatolo da sotto il golf che lascia cadere a terra.
Compone, mentre lei in tedesco parla delle nuove uve e del lavoro paziente dei barriques, un nuovo sms.
Raccogli tu il tuo golf, donna distratta, chinati. E non cercare di coprirti le gambe mentre ti chini a farlo.
Ancora un sobbalzo che solo lui e pochissimi colgono.
Solo ora finalmente lui si lascia vedere.
Mentre lei si china.
Guardando lui fisso, lei si flette, sulle ginocchia, a raccogliere il golf.
Nella discesa le si allargano le ginocchia e la gonna le si alza.
E lì lui,e non solo lui, nella penombra della corta gonna, scorge, per un attimo reso da lei sfrontatamente interminabile, nude, la labbra umide del suo sesso.
Lo vede armeggiare alla tastiera. Una sola parola.
Brava.
Lei ora fa strada alla piccola folla verso le cantine di invecchiamento.
Il passaggio è stretto, verso le celle dei barriques.
C’è odore di mattoni rossi, vecchi, sottili, cotti e fatti ancora a mano, e odore di vino, mescolati, quelli che le avevano colpito le narici sin da bambina.
Non c’è grande luce, le botti allineate non chiedono altra luce per maturare ciò che il sole ha già baciato prima a dovere.
Si nascondeva lì, bambina.
Dietro le botti, a volte facendosi sottile dietro un palo di legno, quasi fosse bastato a celare, a chi la cercava, l’esplosione delle sue nuove forme di donna.
“Sai, quando giocavo lì sognavo che la cantina più piccola, la più sottile e stretta, la più buia fosse la mia cella. E io fossi prigioniera lì.”
“Prigioniera così?” e nel letto lui aveva usato le calze di lei, dopo averle imprigionato i polsi, per legarglieli. Lei aveva chiuso gli occhi, tornando in quella cantina stretta, l’aveva chiamato padrone, bastardo, amore. Al cambiare del moto delle dita dentro di lei l’aveva amato e odiato.
L’sms, l’ultimo, è una vera corsa prima che manchi il campo.
“Uscendo resta per ultima”.
Lei commenta le scritte che illustrano le singole botti. Ha un modo quasi innamorato di parlare di quei vini.
Lui la prende per il braccio, lei che chiude la processione sulla strada del ritorno, obbediente. La trascina con sé nella più piccola delle cantine, dove si era infilato, nascosto ad aspettarla. La spinge al muro, le conficca la coscia tra le cosce. Sente quasi all’istante il tessuto dei suoi pantaloni farsi bagnato e caldo dove sfrega sulla labbra nude di lei.
“La mia piccola cagna, si è eccitata a farsi guardare sotto i vestiti dai tedeschi” e sostituisce la mano al ginocchio, le dita dapprima lungo poi dentro il suo ventre.
“Ti punirò sai? sei prigioniera” le dice piano, scivolando le parole dietro e poi dentro l’orecchio, con la lingua, mentre il rumore della porta di accesso alle cantine che si chiude rimbomba lontana nel buio ora totale lì sotto.
Ora è soltanto ombra nell’ombra, odore di vino, di mattoni rossi e legno gonfio e teso delle botti.
L’uomo si toglie la cravatta, ne cinge i polsi di lei schiacciata contro il muro.
Fa girare la cravatta in alto, intorno al palo squadrato.
Poi le solleva il vestito, infilandone il lembo dell’orlo posteriore nella scollatura sulle reni. Il culo di lei resta nudo. Il solco di pesca divide nette le sue natiche, tra loro fa correre la mano, poi libera le dita a giocare a prendere, uncinare, tendere e tirare. Lei ha gemiti e rantola, non voce, ma richiamo animale.
Inarca le reni.
Lui la colpisce. Due, tre volte, sulle natiche, secco, improvviso, brusco.
Con le mani, le dita unite, quattro, cinque volte.
“La mia bambina va punita”
Lei offre il culo ancora più alto.
La mano allarga le dita, si sciolgono i colpi in carezze.
“La mia bambina è prigioniera, si è arresa e va premiata” Le mani liberano il sesso dai pantaloni, a farsi strada in lei.
Fermo. Lei a muoversi, appesa per i polsi alla cravatta, che ad ogni suo spingere e accoglierlo, serra il suo nodo e li segna più stretti. Dondola sul suo cazzo.
Godono entrambi. Fino a che lui ha urgenza e spinge. La tiene, affonda, si svuota in lei, violento.
Le bacia il collo, la morde, la lecca. Corre con le mani al seno di lei, lo stringe, lo abbraccia, abbracciandola da dietro, lo carezza.
Ansima.
Lui. Ansima anche lei, mentre il seme le comincia a colare lungo la coscia nuda, tra le gambe.
La scioglie, si baciano, sembrano disperati nel baciarsi, non parlano.
Ascoltano il silenzio del vino, dei mattoni rossi, del buio e delle botti. Poi lei ride.
Come ama fare quando è felice.
“Andiamo prima che vengano a cercarci.”
Ride felice, è bella, lui lo sa, e la vede anche al buio, mentre a memoria, senza specchio, lei si rassetta abito e capelli.
Sotto una botte, nascosti con un piede, lasciano una cravatta e un paio di mutandine di cotone bianche.
Torneranno a cercarle, nel buio, nel silenzio e negli odori antichi di vino e legno, nei giorni successivi, almeno un paio di altre volte. Senza più ritrovarle.
Volutamente.

9 commenti:

rebecca ha detto...

senatore, questo racconto è molto crudo, a tratti non sembri neappure tu...
che sia l'indomita schiava ribelle del danubio? quella col nome impronunciabile?? a rednere più crude le tue parole, maestro?

rebecca ha detto...

senatore, questo racconto è molto crudo, a tratti non sembri neappure tu...
che sia l'indomita schiava ribelle del danubio? quella col nome impronunciabile?? a rednere più crude le tue parole, maestro?todtmark

silvia ha detto...

e chi sarebbe l'indomita schiava ribelle del danubio dal nome impronunciabile?!! raccontateci un'altra storia...

Anonimo ha detto...

"Dormivo credo. Steso sul divano, la giornata era stata lunga e carica di nuvole sino al rientro dal lavoro.
E quando ho aperto gli occhi c'era Albertazzi sullo schermo, vecchio, così credibile nella sua toga bianca da spiegarmi cosa sognavo. E sono quasi sicuro che nel mio sonno lui avesse parlato proprio di Plotino.

Nel sonno io attendevo il giovane Roganziano, in visita, e mentre mi perdevo guardando via dell'Accademia e ricordando una Roma onirica e solo mia, pensavo al dono che il giovane allievo prima ancora di arrivare mi aveva chiesto, quasi non osando. Lei.
Castrizio Firmo in arrivo dal Senato e Eustochio di Alessandria, mi avevano chiesto cosa avrei fatto di fronte alla richiesta così sfrontata, di cedere al giovanissimo discepolo del Maestro greco trasferitosi a Roma, in arrivo da lontano, la donna che amavo, la più giovane tra le giovani della vita mia di impenitente cliente dei baccanali e delle feste pagane...."

Comincia così la storia del Senatore. E della schiava dal nome impronunciabile che lui, tagliando il nodo di quel nome anzichè scioglierlo, ribattezzò, facendola romana.
Nel sonno non ricordo il nome, poi se era impronunciabile alla nostra lingua, sarà stato terribile e difficile di suono.
All'epoca di quelle lingue barbare, teutoniche, magiare o comunque delle tribù del nord credo persino i senatori del cadente impero facessero un po' confusione...
Sarà stata l'eco delle battaglie in Senato o la bellezza impudica della schiava che si offrì ma mai fu domata ad accendere le dita alla tastiera e le parole quando anche il secondo pullman fu parcheggiato allora?

DB, aka Faber

silvia ha detto...

...scommetto, la bellezza della schiava indomita. Come prosegue la storia del Senatore?

Anonimo ha detto...

Per ora i capitoli sono otto.
Prosegue.
E' la cosa fondamentale, non il come.

DB, aka Faber

rebecca ha detto...

....gli occhi di Rebecca si aprirono come fiori. Grandissimi e di una bellezza infantile e sconvolgente.
Indimenticabile lo stupore che vi colsi, non li avevo abbandonati un attimo solo coi miei....

senatore, sono corde dell'anima quelle che mi legano a voi

rebecca sempre

Il Senatore ha detto...

E Rebecca lasciò il commento numero SETTE.

Fu forse destino?
O fu che quelle corde avevano la capacità intrinseca di annodarsi anche da sole, persino nel silenzio a volte, quando il Senatore era lontano per i suoi viaggi nell'Impero? O alle terme per le cure e i complotti politici più fini?
Fatto si è che quelle corde serravano, segnavano ma non facevano mai male. E Rebecca le sentiva, a volte ne carezzava l'impronta ai polsi o alle caviglie, come si fa da bambini quando si ascolta dove fu la caduta, la ferita o il dolore. Si ascolta il lento fluire del sangue e quella sensazione di eco rarefatta di ciò che è fatto morbido al pensiero e inebria di natura, sesso e sentire, come un tornito tannino al cuore.
Si ascolta e si è felici.
E' allora che gli occhi di Rebecca, per dono al Senatore, sanno sbocciare come fiori.
E' allora.

(DB, aka Faber)

Anonimo ha detto...

Senatore
quale gioia ritrovarla, apre il cuore poter incontrare volti amici di tal levatura morale.
Un amico coppiere di landa Lariana mi disse dove guardare, non sapendo chi mi indicava.
Conobbi anche Lady donna charmante i cui occhi rammentano i laghi del territori barbari di fillandesi ed i capelli hanno colore del grano di Lorena, quando ondeggiante attende la falce, coccolato da refoli di brezzao estiva.
Porgi gli umili omaggi felini alla signora che dimora Sessrumnir.
Ringrazio i numi e gli Dei di avermi concesso la garzia di ritrovarci.