sabato 20 dicembre 2008

monterullo


All'osteria, Walter Madoi



Ma quanti bei racconti per "I giorni dl vino e delle rose"!

"Monterullo" è di Luigi Brasili.

Luigi Brasili è nato nel 1964 e risiede a Tivoli (RM).
Ha all’attivo circa sessanta racconti di vario genere, tra cui: “La notte dell’Atzeca” nel libro “La palla è rotonda” (luglio 2008, Perrone Editore); “L’occhio ardente” nel libro “Arno fiume di pensiero” (giugno 2008); “Il condominio” nel settimanale “Cronaca vera” (maggio 2007); “Stupenda creatura” nel libro “I racconti del salame” (marzo 2007, Rai-Eri editore); il libro “La strega di Beaubois” (pubblicato nel settembre 2006 da Magnetica edizioni); “D’ombre e nebbia” nel libro “666 passi nel delirio” (settembre 2006, Larcher Editore); “Fino all’ultima stazione” nel libro “Spacewave” (luglio 2006, Fanucci Editore).


Racconto

“MONTERULLO”

di Luigi Brasili



La piazza di Monterullo rispecchiava la decadenza del borgo. Un paesino arroccato sulla pietra, anni luce dalla frenesia della città.
Anni prima, anzi secoli ormai, era stato un centro turistico molto ambito dai villeggianti, per il folclore, la storia, l'aria fresca. Una delle principali attrazioni del paese era un giardino, quello annesso a un palazzo del settecento. Il parco vantava piante provenienti da ogni parte del mondo, e le rose spiccavano come regine nel tripudio di colori nel bel mezzo della fioritura.
Adiacente al giardino c'era una taverna ricavata nella roccia viva, sempre frequentata per il buon cibo e per la possibilità di degustare il vino Monterullo, prodotto con una varietà di uve che crescevano solo in quella zona. Sia il bianco che il rosso evocavano il profumo delle rose che spuntavano a pochi metri dal vitigno.
L’estate in paese la popolazione residente si gonfiava, i bambini aspettavano l'arrivo di quelli di città, che si presentavano con i loro bei vestiti, le grosse macchine, e i soldi, tanti.
Ma crescendo, quegli stessi bambini, attratti proprio da vestiti, macchine e soldi, iniziarono a trasferirsi in città. Tornavano, ma sempre più di rado.
E per Monterullo giunse la fine, lenta e inesorabile.
Il vitigno andò in malora, solo pochi filari continuarono a essere curati da qualche anziano del luogo, che non gli pareva vero di tenere tutto per se quel ben di Dio.
Il giardino non ebbe miglior fortuna: un incendio si portò via gran parte della splendida flora che vi aveva regnato tanto a lungo.
Pian piano la popolazione si ridusse a poche anime; molte case andarono in rovina. Il terremoto poi diede il colpo di grazia. A ridosso del ventunesimo secolo, era praticamente un paese fantasma.
Rimasero solo un manipolo di anziani testardi, attaccati ai muri pericolanti del palazzo come l'edera che aveva spodestato le rose. Si aggiravano per le vie come spettri, degni abitanti di un paese moribondo.
Pino passava il tempo seduto al tavolo dell'unico luogo pubblico; la taverna dove un tempo si doveva fare lunghe file per entrare era diventata una specie di brutto bazar che vendeva (poco) giornali, sigarette, detersivi, aspirine, pasta e frutta.
Ma naturalmente l'articolo che andava per la maggiore era il pregiato vino, che nonostante l'incendio che le aveva divorate continuava a conservare il retrogusto delle rose.
Oltre a Pino c'erano Mario, Sirio e Rocco, tutti di qualche anno più giovani. Ma mentre Pino passava le giornate da solo, leggendo i suoi amati romanzi e degustando il Monterullo, gli altri facevano gruppo, giocando a briscola e a fare scommesse. Sempre la stessa scommessa, per la verità: come sarebbe crepato Pino.
Cade dalle scale ubriaco e si rompe il collo!
No, si butta dalla finestra!
Macché, crepa sul tavolo!
Per me ci resta secco a letto...
Pino se ne infischiava delle risatine di scherno dei tre boriosi e ignoranti, e spendeva la sua misera pensione alla taverna delle Rose, una bicchiere, un giornale, un caffè e un romanzo, giorno dopo giorno.
Rocco raccoglieva le puntate della scommessa, che ormai ammontavano a una bella sommetta essendo passati anni dalla prima volta che avevano avuto l'idea.
Qualche volta Pino esagerava e si addormentava ubriaco sul tavolino. Allora i tre, ridendo, fingendo compassione, lo prendevano di peso e lo caricavano sul carro, depositandolo sulla porta di casa, praticamente svenuto.
Andò avanti così fino a un giorno di maggio, in cui videro il tavolo della taverna vuoto.
I tre si guardarono sorpresi, poi corsero a casa di Pino e sfondarono la porta, irrompendo in ogni stanza. Lo trovarono nella vasca da bagno, lucido e profumato, mentre fumava tranquillo un toscano.
Pino sorrise tra i baffi mentre i tre amici si scusarono imbarazzati, promettendo che gli avrebbero aggiustato la porta.
La sera, delusi, andarono a dormire. Per sempre. Le loro case pericolanti crollarono quella stessa notte, seppellendoli.
Il giorno delle esequie al cimitero c'erano solo il becchino, il prete e Pino. A cose fatte, depose su ognuna delle tre tombe le poche rose che per miracolo erano sopravvissute all'incendio e all'edera. Poi se ne andò alla taverna, pensando che tutto sommato gli sarebbero mancati. Usò i soldi delle scommesse per le bottiglie di Monterullo più costose, alla salute di tutti e tre.

2 commenti:

Scrivere è magia ha detto...

Ciao scopro solo ora questo topic, grazie per l'apprezzamento, colgo l'occasine per augurare buon feste e un sereno 2009, Luigi.

silvia ha detto...

Ciao Luigi, benvenuto su DiVINando! Grazie a te per aver partecipato con il tuo bel racconto...Tanti tanti auguri anche a te!