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lunedì 25 febbraio 2008

I Paesaggi del Vino 2007 ...pronti all'edizione 2008 !



Dopo il successo della prima edizione 2007 del concorso letterario Villa Petriolo incentrata sul tema “I Paesaggi del Vino”, è con trepidazione che vi comunico che ripeteremo questa entusiasmante esperienza anche nel 2008, facendo coincidere la premiazione con un mese molto caldo nella vita di Petriolo. A presto cari amici di Villa Petriolo per maggiori dettagli!

lunedì 1 ottobre 2007

un bell'articolo sull'Acquabuona ...


Vorrei ringraziare un caro amico, Riccardo Farchioni, per aver pubblicato questo bellissimo articolo sull'Acquabuona, in cui racconta il Premio letterario "I paesaggi del vino" organizzato a Villa Petriolo, ma racconta anche di Silvia Maestrelli e del suo nuovo nato, il Rosae Mnemosis.
Grazie Riccardo anche per la bellissima foto, ti aspettiamo per degustare assieme i nuovi figli della Vendemmia 2007 .

sabato 4 agosto 2007

tramonto a Menfi



Continuare ad emozionarsi per i colori della natura, restare estasiati da quello che ci offre in tutte le sue manifestazioni.....vini compresi.
Questo meraviglioso tramonto a Menfi, donatomi da un amico, lascia senza parole........ grazie Federico

sabato 30 giugno 2007

rosso non è solo un colore....



Alice e il vino
dopo aver partecipato alla serata di premiazione, "Rosso non è solo un colore...", ha voluto regalarci queste foto da lei fatte con il telefonino....un patchwork di immagini che rappresentano al meglio la serata....

mercoledì 27 giugno 2007

...rosso non è solo un colore

Giornate intense, queste.
Sembra ormai tutto pronto per la serata di domani, anche il tempo, che negli ultimi giorni pareva un po' instabile, grazie ad un forte vento che ha pulito il cielo dai nuvoloni pare essersi stabilizzato.
Oggi c'è un gran fermento nell'organizzazione degli ultimi dettagli prima del grande giorno........e domani, Rosso non sarà solo un colore....!!!!
Ancora un caro saluto a tutte le persone che hanno contribuito alla realizzazione di quest'evento, che ci hanno creduto e che vi hanno partecipato attivamente, gli autori dei brani anzitutto.
......a domani.......

martedì 26 giugno 2007

Vangog di Andrea Ciresola

Ogni tanto qualcuno fermava le mani e per pochi secondi distendeva lo sguardo al di là della foglia, oltre il grappolo se grappolo c'era, verso il cunicolo naturale che il vitigno disegnava con la maestria del creatore.
Era una campagna perfetta, di colline e alberi e filari, con un tetto di stelle da far invidia all'universo quando era notte. E dentro quel paradiso la gente coltivava l'uva su vigneti che sembravano di ambra tanto era lo scintillio della natura quando incontrava il sole. E di notte comete, stelle, e luna con i suoi saros, eclissi e mari senz'acqua.
Mai nome fu più azzeccato per quei luoghi e per quel vino. Deve essere stato qualche ignoto viaggiatore del Trecento a pensarci, una di quelle persone così intente a guardare il mondo che si dimenticavano di mangiare, di dormire o di baciare le donne. Quel Marco Polo della pianura veneta deve averlo detto, ad un certo punto, che un luogo così Soave non si poteva ritrovare in nessuna altra regione al mondo.
La storia di Marco Polo la raccontave Vangog, una delle poche cose che diceva quando, rinchiuso da secoli nella sua casa di mattoni, dipingeva la campagna circostante.
Lo chiamavano Vangog quei due poveri vecchi che l'avevano trovato nel campo avvolto nelle pagine della cultura di un giornale di provincia. Il piccolo, abbandonato sotto un filare di garganega, piangeva come solo i neonati sanno fare, con il musetto schiacciato sulle foto di una mostra di dipinti inaugurata in città: Van Gogh e gli impressionisti.
"Chi sono?" chiese lei guardando il giornale fradicio dalla bruma dell'alba. Lui non sapeva cosa rispondere, roba moderna, della città...
Così, il 13 dicembre giorno di Santa Lucia, il bimbo aveva spalancato gli occhi sulla vita guardando un quadro di Van Gogh esposto alla Galleria d'Arte Moderna e per molto tempo i due vecchi non pensarono nemmeno di dargli un nome, ma quando il bambino cominciò a dipingere con il dito paesaggi sulle assi del pavimento di legno, usando fondi di caffè, tuorlo di uova andate a male e foglie di vite schiacciate pensarono di chiamarlo Vangog. Come quello del giornale che gli aveva fatto da balia.
Vangog. Così, tutto attaccato e senza acca.
Lo conobbi il giorno del funerale dei suoi vecchi, che fu anche l'ultima volta che uscì dalla casa immersa nella campagna di quei campi di vite e ciliegi. Doveva avere sì e no vent'anni e la chiesa, così come il cimitero, non gli parvero granchè.
Preferiva la campagna e in questo mi assomigliava, solo che io avevo messo in piedi una piccola azienda che quell'anno aveva prodotto ottomilaseicento bottiglie e lui, invece, dipingeva tutto il giorno.
Foglie, colline, cieli, vallate ruscelli.
"E i campi?" chiedevo, "chi li coltiva?"
Lui scrollava le spalle senza dire parola. La sua casa, vecchia dimora con un piccolo focolare, pavimenti e soffitti in legno, era invasa di quadri il cui unico soggetto era la campagna circostante. Squarci imprevisti, brecce nel muro, pezzi di paesaggio intrufolati nelle stanze.
"Potresti regalarmi un disegno per le etichette delle mie bottiglie!"
"Portamene dodici, delle tue bottiglie!" disse senza aggiungere altro.
Il giorno dopo andai a trovarlo con il vino, ma non si staccò dal suo lavoro, stava dipingendo la parete di fondo del tinello. Aveva spostato tutto. Aspettai invano di parlargli. Un'ora, due... i vitigni fiorivano su quella parete quasi fossero parte della realtà e si confondevano con quelli che si vedevano dalla finestra. Lasciai le bottiglie sul tavolo, sapendo per la prima volta cos'era il mistero.
Giunse la vendemmia e nessuno pensò più a Vangog sedotti come eravamo da quella luce bionda che inonda i campi. Lampi dell'alba su ogni foglia, perle avvolte nel cotone della foschia su un tralcio. Il verde, ormai un ricordo, aveva partorito il giallo e questo ben presto avrebbe mutato in rosso le spirali luminose dell'aria.
Finii presto la raccolta, pochi campi i miei.
Tornai da Vangog, fuori dalla casa sotto la pergola del glicine undici bottiglie avevano ognuna una loro etichetta dipinta a colori tenui, il mio nome e il nome del vino: Nectar.
Nettare degli dei, Vangog conosceva il latino?
Albe, tramonti, zenit, tutto il paesaggio dentro quelle etichette...
"Manca una bottiglia" obiettai.
"Con cosa diluisco i colori secondo te, con l'acqua!" rispose.
Vangog dipingeva con il vino.
Entrando in casa invece... sembrava di uscire nel campo, tanta era la perfezione della sua arte. Strato su strato la pittura cambiava al ritmo dello stagioni, le viti spoglie si caricavano delle foglie di marzo, e poi i primi grappoli. Piccoli. E avanti così fino al silenzio di novembre che irrompeva nella bolgia della vendemmia. La nebbia e l'ultima uva in attesa di santificare il vino. Sullo sfondo un cielo grigio pieno di brividi freddi lasciava il posto al blu dell'estate piena di sudore.
Non ero certo se fosse la natura a guidare le stagioni o se invece Vangog avesse qualche ruolo in quella magia...
Siamo stati amici per un po'.
Poche parole. Cosa aveva dentro quell'uomo?
In ogni caso trovava il tempo per dipingere a mano le etichette delle mie bottiglie.
Mille, duemila, come facesse non so, fatto sta che la cosa fece il giro del mondo e fu la mia fortuna.
Un giorno mi chiesero di portare il nettare degli Dei a New York, per una degustazione che si tenne in occasione di una mostra di pittura iperrealista in un museo.
Andai.
Dicevano che Howard Kanovitz fosse il più grande artista del secolo e i suoi dipinti, muri scrostati, moto cromate appoggiate ad un semaforo, bidoni della spazzatura su strade desolate, effettivamente stupivano, ma non avevano un'anima come le pareti di Vangog.
Mi avvicinai a Kanovitz e glielo dissi.
"Senti un po' italiano" mi disse in uno slang bislacco, "tu hai un vino fantastico ma non capisci niente di pittura... ".
Presi una bottiglia e gli mostrai un'etichetta.
"Vangog dipinge così!" L'uomo impallidì.
In quel quadro di cinque centimetri per cinque, le immagini si muovevano come al cinematografo, le nuvole si rincorrevano come pecore sul campo. Venne l'alba e poi il tramonto. Kanovitz vide l'inverno e la bella stagione. Quello era iperrealismo.
Il museo scivolò nel silenzio.
"Dov'è il trucco?" chiese l'americano.
"Nella testa di Vangog" dissi toccandomi con l'indice la tempia.
"Non ci credo, la pittura è mano ferma, studio, applicazione!"
"Se hai ragione tu" risposi, "ti regalo il mio vino per il resto della vita!"
La settimana dopo Howard Kanovitz era davanti la mia casa, con la sua donna francese al fianco, agguerrito più che mai.
"Prepara il vino per i prossimi cinquant'anni... " disse.
Tutto il paese, che conosceva la storia, ci accompagnò nel tragitto che ci separava dalla casa di Vangog. Corinne, la donna tacco a spillo Chanel 5, sembrava una dea.
Mai quei campi avevano immaginato tanto.
Vangog li aspettava davanti alla porta aperta della sua casa.
L'americano e Corinne entrarono senza salutare, Vangog chiuse dietro di sè la porta.
Era il mezzogiorno del 3 settembre e per tre giorni e tre notti la casa rimase chiusa.
Adesso tutto il paese sapeva cos'era il mistero. Il conclave si sciolse alle quindici e quarantasei del 7 in un mondo fermo e un'apnea indimenticabile. La porta si spalancò e l'americano uscì con un'espressione di ebete. Gli chiesi:
"E allora?"
Non disse nulla, appoggiò la mano destra per terra e questa per magia a contatto con il terreno di erba, fango e sassi scomparve.
Mi chinai, aveva la mano dipinta così bene da confondersi con il suolo.
"Chi è stato?" chiesi.
"Dio" rispose.
Dell'americano si persero le tracce e Vangog da quel giorno divenne più loquace, mi raccontava storie di città invisibili, di donne impossibili, di Corinne data per dispersa nella casa. Di quella donna a volte ne scorgevo il sorriso di perle nel corpo dipinto come un cielo, come l'uva, come ognibendidio.
Vangog morì il giorno in cui esaurì ogni centimetro della sua pelle e nessuno trovò il corpo nascosto dentro i paesaggi della casa.

Racconto di Andrea Ciresola

sabato 23 giugno 2007

“ Don Sandro” di Francesco Elli

don Sandro


Percorreva quelle curve con il pilota automatico: destra, sinistra, ancora destra... Ogni svolta pareva inseguire quella successiva e, nel silenzio della collina, sembrava di correre una staffetta che aveva come traguardo l’azzurro del cielo intravisto tra i rami. Su, sempre più su, cercando di anticipare nella mente quale sarebbe stato il disegno della strada.
Faceva un bell’effetto guidare su quelle curve, ci si sentiva tutt’uno con la strada e con la natura circostante; una natura che sembrava voler nascondere nel fitto dei rami e dei cespugli i suoi segreti, ma che prometteva una bellezza rara a chi
avesse avuto la pazienza di aspettare. E di continuare a salire, su, sempre più su, verso la piccola casa di don Sandro, che sicuramente a quest’ora era già in piedi davanti alla porta ad aspettare.
Primo maggio, festa dei lavoratori, strana ricorrenza da scegliere per un prete, ma don Sandro era sempre stato così, metteva Avvenire sulla porta della chiesa e poi, in sacrestia, ti capitava di ritrovare una copia dell’Unità finita sotto i paramenti per la Messa.
Quel ricordo non poté fare a meno di strappargli un sorriso e, curva dopo curva, come ogni anno il primo di maggio, l’affetto per quel vecchio prete tornava a farsi sentire sempre più violentemente, come quei sapori di cui ti accorgi di aver sentito la mancanza solo riassaggiandoli dopo tanto tempo.
Ma oggi, lo sapeva, non era il giorno per i ricordi. Come ogni anno, oggi, primo di maggio, festa dei lavoratori, don Sandro apriva per lui, e per lui solo, la prima bottiglia del vino nuovo. Un momento solenne, celebrato come un Natale da quando quella piccola vigna con il suo pergolato affacciato sulla collina, da sempre proprietà della parrocchia del paese, era diventato il rifugio del vecchio
parroco in pensione.
Un altro sorriso gli sfuggì dalle labbra. Era buffo: lui, che col vino ci campava e che di bottiglie ne spediva in tutto il mondo, stava per essere il primo solenne assaggiatore della nuova annata di un vino che non avrebbe mai varcato i confini di quella collina.
Ed eccolo lì, finalmente, don Sandro, impaziente, ritto davanti alla porta. Una stretta di mano, due parole di saluto senza convenevoli, come si fa tra due amici che non hanno bisogno di dimostrarsi più nulla, e poi via, verso il tavolo di legno pronto sotto il pergolato sul retro della casa.
Ogni volta rimaneva senza parole: tra le verdi foglie delle piante che ricoprivano i vecchi pali in legno, gli occhi potevano spaziare su un panorama che abbracciava tutto il mondo, o almeno, tutto quello che da lassù sembrava fosse il mondo intero. Dalle piccole guglie delle cappelle del cimitero circondato dai cipressi, alle gru lontane che stavano costruendo il nuovo ospedale alle porte della città: reparto maternità! In uno sguardo si poteva abbracciare la vita e la morte, e da quella distanza le distese delle colline e i filari regolari che ne pettinavano i pendii, sembravano unire i due estremi in un arco che raccontava di come le cose avessero un loro senso e un loro cammino da sempre immutabile. Un senso forse difficile da leggere, ma le case sparse o a gruppi intorno ai campanili che disseminavano della loro presenza quell’arco, sembravano voler assicurare a tutto quel paesaggio una punteggiatura che lo rendesse comprensibile alla mente umana.
Il primo bicchiere andava sempre via senza una parola, negli occhi di don Sandro l’attesa, nei suoi l’affetto, che poi dell’attesa non è che lo scioglimento, come un lungo respiro dopo che si è trattenuto il fiato. Poi era sempre don Sandro a iniziare: troppa pioggia, poco sole, il vento di quella
settimana di luglio, il gatto morto il giorno della vendemmia. Questi i fattori che nelle sue parole spiegavano il perché di quei sapori del vino, di quelle diversità da un anno con l’altro, come se quel liquido rubino, scendendo nel bicchiere,portasse con sé tutti i momenti dell’anno, passato in attesa di aprire la nuova bottiglia. Una sorta di lampada magica al contrario: sfregandola non si ottengono desideri da esprimere, solo racconti di ciò che è stato e che cambiare non si può. Ricordi, diceva don Sandro. Rimpianti, pensava lui, constatando con affettuosa rassegnazione come in una semplice definizione fosse racchiusa la differenza tra due coscienze.
Un riassunto, un elenco e, forse, alla fine, un senso, ecco il miracolo di don Sandro che lui aveva imparato ad ammirare riconoscente.
Non era stato facile. Si ricordava bene la prima volta che era salito fin lassù: assaggiando il vino la sua testa di giovane produttore, orgoglioso delle sue certezze, si era riempita di parole come “di raspatura”, “malolattica”, “rimessaggio”...e aveva finito per spiegare il suo essere lì con un segno
d’affetto e di riconoscenza, come quando ascoltava per l’ennesima volta i racconti di sua nonna sui tempi della guerra. Ma generalmente questi pensieri duravano lo spazio di un bicchiere. Così, anno dopo anno e bicchiere dopo bicchiere, lui, che col vino si era creato un nome, che aveva frequentato le sale dei migliori hotel del mondo, lui, ogni primo di maggio, si inerpicava su per la collina, ansioso di stappare quella bottiglia senza etichetta e di parlare di piogge e lune, di vedove e di gatti,
tutti finiti, come per magia, a dare colore e sapore al vino di quell’annata.
E quando a sera ormai fatta scendeva le curve verso il fondovalle, sempre un po’ ebbro di amicizia e metanolo, sorrideva nel sentire il tintinnio delle bottiglie nel baule della macchina. Sorrideva nel pensare che sarebbero finite in quell’angolo della cantina insieme alle altre, intatte e impolverate ma mai dimenticate. Perché se non le apriva non era per cattiveria, ma perché aveva imparato che il
vino di don Sandro perdeva la magia giù dalla collina, diventando freddo e fuori posto come un termosifone in piena estate. Don Sandro, era sicuro, l’avrebbe spiegato con la nostalgia, lui, ogni tanto, aveva azzardato l’idea di una fermentazione sbagliata, ma ora delle ultime curve, immancabilmente finiva per dare ragione alla tesi dell’amico.

Ritto davanti alla porta, lo sguardo all’orologio, sorrideva. Li immaginava imprecare contro i navigatori satellitari, cercando di orientarsi tra curve sconosciute. Li sentiva chiedersi perché mai, dopo aver investito migliaia di euro per la nuova sala di degustazione, dovessero arrampicarsi fin lassù per provare la prima bottiglia del nuovo vino. Sorrideva e si sentiva confortato dall’invisibile presenza dell’amico don Sandro, che per tanti anni, da perfetto padrone di casa, aveva aspettato nello stesso posto il suo arrivo.
Ancora sorrideva quando le macchine iniziarono ad arrivare e quando, ripetendo gesti antichi familiari a lui soltanto, iniziò a versare il vino nei bicchieri. E per un attimo si chiese se dire messa potesse dare la stessa sensazione, visto che per lui, che si era fermato alla cresima, quei gesti e quelle persone attorno alla tavola di legno erano ciò che più si avvicinasse alla sua idea di comunione. Per il primo bicchiere nessuno parlò, come seguendo un copione mai letto ma condiviso
da tutti. Poi qualcuno iniziò a discutere di rese per ettaro, di giorni in botte, di gradi di temperatura.
Lui ascoltava e non diceva nulla, quasi estraneo alle discussioni che pur condivideva, lo sguardo perso nel paesaggio di violenta bellezza al di là del pergolato, lungo i pendii della collina.
Ma accompagnati dal secondo e poi dal terzo bicchiere, piano piano tutti finirono per seguire i suoi occhi, rendendosi conto, meravigliati, di quello che si apriva davanti alla loro vista. E, uno per uno, finirono per gustarsi li vino nel bicchiere parlando di piogge e lune, di vedove e di gatti.
E ora di sera, mentre il sole aggrappato al giorno morente combatteva la sua segnata battaglia con il profilo della collina, regalando coi suoi raggi dolorosamente rossi il suo ultimo spettacolo di arrivederci, nessuno sembrava avere più dubbi: con quel pergolato in etichetta, il “Don Sandro” sarebbe sicuramente stato un grande vino.

domenica 17 giugno 2007

“Il Sapore del vino” di Roberta Andres

IL SAPORE DEL VINO

Quando ero bambina, mia nonna conservava un libro di cui
era gelosissima; non permetteva di toccarlo a nessuno di
noi nipoti. Lo teneva sul ripiano inferiore
dell’inginocchiatoio vicino al letto, un mobile antico, scuro
come la copertina del libro.
Mi sono chiesta spesso da bambina perché la nonna, che
era sempre così dolce coi nipoti e soprattutto con me,
diventasse così dura e severa quando si trattava del suo
libro. Non era bello a vedersi, la sua unica attrattiva era che
fosse proibito: la copertina di cartone, le pagine
lateralmente violacee un po’ attaccate tra di loro, tant’è che
la nonna faceva fatica a sfogliarlo, quando la sera si
stendeva a letto e cercava di leggerlo. Di questo mi ero
accorta quando i miei genitori uscivano e io dormivo in
camera con lei.
Fu una di queste sere, in cui ero un po’ triste, che mi
promise che quando sarei stata grande mi avrebbe
raccontato la storia per cui aveva così caro quel volume.
Ingenuamente le avevo chiesto angosciata:
- E se muori? - , come se l’unico dolore, in tal caso, fosse
non sapere quel segreto per adulti. La nonna aveva riso, mi
aveva rassicurato dicendomi che della storia era a
conoscenza di qualcuno che avrebbe provveduto a
raccontarmela comunque.
Era bella, mia nonna, anche da vecchia, sebbene io non me
ne accorgessi. Era stata bellissima da ragazza: una
Madonna selvaggia! I capelli mossi, castano miele, lunghi,
le incorniciavano un viso perfetto: la bocca rosa carnosa, il
naso delicato, gli occhi scuri inquieti in una fisionomia
altrimenti dolcissima. Dava l’idea, nelle foto che avevo
visto di lei, di un animale irrequieto racchiuso in un corpo
di statua.
Si chiamava Noemi. Erano passati decenni e decenni dalle
foto conservate tra le pagine del libro. Era cambiata,
sformata, invecchiata, ma ancora a tratti l’animale
irrequieto appariva quando nascondeva quel tesoro o lo
teneva tra le mani rugose.
Quando compii 16 anni la nonna era ancora viva. Ci
pensavo dalla mattina, appena sveglia, alla promessa che
mi aveva fatto anni prima. Aspettai tutto il giorno,
oltrepassai la presenza delle amiche, i regali dei genitori, la
torta e le candeline. La sera mi andai a sedere sul suo letto
perché mi raccontasse:
- Avevo l’età che compi oggi ed ero promessa sposa a
nonno Nino già da un anno. Passavo le giornate nella
trattoria della mia futura suocera, col grembiule bianco
allacciato alla vita, e non ero contenta di niente. C’era un
uomo, quell’anno, che venne tutte le sere a leggere e a bere
un bicchiere di vino ad un tavolo della trattoria. Cominciò
in estate, alla stessa ora ogni sera. Ordinava del pane o dei
taralli, qualcosa di secco da sgranocchiare, e del vino.
Cominciò con un bianco frizzante, ghiacciato: era estate,
faceva molto caldo al tramonto. Io gli portavo la caraffa ed
ero sudata, con i capelli alzati sulla nuca, le maniche
rimboccate, e lui mi fissava. Notai il suo sguardo dalla
prima sera, ma non volevo crederci; diventava evidente
dopo aver bevuto un po’, che guardava proprio me,
avidamente. Io non sapevo che fare o che dire, tranne che
portargli il vino e osservarlo quando ricominciava a
leggere. Continuò a venire anche oltre la fine dell’estate e
cominciò a chiedere del rosato. Io ero sempre più in
imbarazzo: nella trattoria avevano capito tutti perchè
l’uomo veniva ogni sera. Appena arrivava io mi precipitavo
a prendere l’ordine sbirciando il suo libro, le sue mani, il
suo corpo: cominciava a piacermi.
E così andammo avanti verso l’autunno: fu il periodo del
novello. Cominciai a bere un po’ anch’io in cucina, quando
gli preparavo la caraffa. Bevevo dal bicchiere che stavo per
portargli, sperando che le sue labbra si sarebbero posate
dove le mettevo io. Intanto avevo abbassato le maniche
della camicetta, rimesso le calze, sciolto i capelli sul collo.
Faceva già freddo. Arrivò l’inverno di colpo, quell’anno.
Lui cominciò a entrare intirizzito, accompagnato da una
ventata gelida che colpiva il tepore del locale e poi si
scioglieva nel rosso caldo del calice che posavo sul tavolo,
affianco al suo libro.
Una di quelle sere d’inverno accadde quello che gli impedì
di tornare. Mi ero avvicinata, come sempre, con la caraffa e
il bicchiere e il pane e il tovagliolo sul vassoio, quando lui,
che mi stava guardando da tempo, mi prese il polso e mi
attirò verso di sè per baciarmi. Avevo ancora in bocca il
sapore del vino rosso che avevo bevuto in cucina e che gli
stavo portando, credo di avergliene posato sulle labbra
qualche goccia e il sapore. La sorpresa e il piacere mi
fecero tremare le mani e perdere l’equilibrio, versai metà
della caraffa sul libro aperto sulla tavola. Nonno Nino non
disse nulla, ma scese il gradino del bancone minaccioso e
lui subito si alzò e se ne andò, dimenticando il volume. Era
rosso in volto: il desiderio, la rabbia, il disagio!
Presi il libro, feci asciugare le pagine che sono ancora
viola, lo conservai sperando che sarebbe tornato, ma non l’
ho più visto! -.

sabato 16 giugno 2007

"I paesaggi del Vino"...

In attesa della serata di premiazione del concorso letterario "I paesaggi del Vino", che si terrà a Villa Petriolo il 28 giugno, ho deciso di pubblicare i lavori dei primi tre classificati al concorso su diVINando per regalare a tutti un attimo di piacere da dedicare alla lettura ... ed al vino.
Comincerò dal terzo classificato, poi il secondo ed infine il vincitore.....buona lettura .

venerdì 15 giugno 2007

Rosso non è solo un colore....

Si prepara la serata di premiazione del Concorso letterario “I paesaggi del vino”.
Coronerà l’evento la presentazione, in anteprima, del nostro nuovo vino rigorosamente .....rosso .



Rosso non è solo un colore.... sarà infatti il fil rouge capace di tenere uniti i tanti elementi spettacolari che sono chiamati a fare di questa premiazione una grande festa.
Agli invitati sarà richiesto di portare con sé almeno un elemento, un accessorio o un capo di abbigliamento, di color rosso come passepartout.
Mentre le parole dei racconti forniranno la trama di letture teatrali musicate, attraverso l’abbinamento di uno strumento per ogni racconto.
Gran cerimoniere della festa e coppiere d’eccellenza il personaggio letterario nato dalla penna di François Rabelais: il gigantesco Pantagruele dalla salutare voracità. Sarà lui ad intervenire in una divertente messa in scena, e com’è nella filosofia del personaggio, andrà a chiedere lumi sul futuro a chi fra le giovani menti convitate ama maggiormente il sogno e la fantasia ...
Verrà esposta la deliziosa opera di Elisabetta Scarpini , legata al mondo incantato delle fiabe.
L’artista racconta se stessa, traccia la propria impronta dilatando il tempo di coscienza, dà forma nei ricami ad una scrittura che delinea una presenza in stato di attesa tra consistenza ed evanescenza e un desiderio di riscoprirsi come identità al di là dell’istantaneità fuggevole che è propria della fotografia.......
A coronamento dell’evento, la presentazione, in anteprima, del nuovo rosso.
Nella metamorfosi di Villa Petriolo si inserisce bene la maggiore attenzione alla qualità dei versanti delle colline. Le terre di Petriolo sono come onde, di natura e composizione diversa. Il nuovo vino è frutto della selezione dell’uva di un singolo vigneto che ci ha sorpreso per le sue peculiarità e che intendiamo dividere con gli amici di Petriolo.. Il vino ha una spezia e una profondità non comuni, tannini di seta, finale elegante, carattere e razza.
Il vino che nasce ha alle spalle un impegno al ‘femminile’ nel coltivare un sogno.
L’impegno mio e di mia sorella Simona, che tornate nei luoghi dove giocavamo da bambine, è stato quello di dare vita ad un prodotto che porta l’energia dell’amore.
Come una fiaba, come la storia delle due sorelle RosaBianca e RosaRossa, che fa da accompagnamento alla comunicazione del vino.
Attraverso il fiabesco e il meraviglioso, in una festa che racchiude tante generazioni, si prepara un autentico sogno di una notte di mezz’estate, a Villa Petriolo per la serata di premiazione del Concorso letterario “I paesaggi del vino”.
Il prossimo 28 giugno, a Cerreto Guidi, rosso non sarà solo un colore…

martedì 5 giugno 2007

Elisabetta Scarpini



In occasione della serata di premiazione del Concorso Letterario Villa Petriolo 2007, a cui ho voluto dare il nome di "Rosso non é solo un colore....", verranno esposte opere dell' artista toscana Elisabetta Scarpini, la quale ci presenterà, in omaggio al tema dell'evento, una delle sue opere preferite: una coperta in lana rigorosamente rossa su cui é stata ricamata manualmente "la Filastrocchia della lana" - titolo dell'opera "La stanza dei giochi".
L'artista si é orientata verso il ricamo che adotta spesso nei suoi lavori basati sull'introspezione psicologica .
Per la realizzazione delle sue opere, Elisabetta Scarpini trae suggestioni dai testi poetici, prediligendo le poesie di Emily Dickinson.
Così Marcella Anglani in un suo scritto sottolinea: "L'atto del cucire si sostituisce alla parola e allo scrivere: il filo entra nella stoffa, si sovrappone e si imprime, nel tentativo di appropriarsi del testo e di inciderlo nella memoria".

domenica 3 giugno 2007

"I Paesaggi del Vino"...abbiamo i vincitori

Sono veramente molto emozionata, queste ultime giornate sono state ricche di impegni e suggestioni.
Il nostro piccolo progetto è cresciuto assieme a noi ed a tutti gli autori degli ottimi testi pervenuti, grazie anche al contributo di molti che ci hanno creduto ed appoggiato.
Finalmente i vincitori sono stati scelti.....
Ci tengo a ringraziare pubblicamente tutti gli autori, che attraverso le loro storie, hanno saputo esprimere emozioni e sentimenti legati al mondo del vino e del territorio.
I testi arrivati da ogni parte d'Italia, hanno toccato ed abbracciato temi d'amore, di sofferenza, di allegria, frammenti di vita che si legano alle terre toscane, siciliane, piemontesi....tutti hanno messo in luce la campagna come protagonista indiscussa.
Alcune storie sono ambientate nel presente, molte nel passato, perché il tema del vino rievoca sensazioni lontane, legate alla memoria.

Ecco i vincitori :

° I classificato “Vangog” di Andrea Ciresola


° II classificato “ Don Sandro” di Francesco Elli


° III classificato “Il Sapore del vino” di Roberta Andres

Un sincero grazie a tutti, su diVINando ne riparlerò nei prossimi giorni, in attesa della serata di premiazione del 28 giugno, "Rosso non è solo un colore...".
Nel corso della serata i testi vincitori verranno letti pubblicamente, ma sarà anche un'occasione per parlare ancora di Vino......

mercoledì 30 maggio 2007

I paesaggi del Vino

Devo ammettere, è stata veramente una soddisfazione l'aver registrato un tale livello di partecipazione per questa prima edizione 2007 del concorso "I paesaggi del Vino".
I testi pervenuti sono stati veramente numerosi, provenienti da ogni parte d’Italia, decisamente buono come esordio.
Hanno aderito veramente tanti aspiranti scrittori, a riprova di una diffusione della cultura del vino così ampia da solleticare l’estro creativo di persone di ogni età e di diversa formazione.
I lavori della giuria, composta dalla Prof.Giuseppina Carla Romby, dall’enologo dell’azienda Federico Curtaz, dal responsabile nazionale della Guida dell’Espresso Ernesto Gentili, dal dott. Ledo Prato segretario generale della Fondazione Città Italia, dal Sindaco di Cerreto Guidi Carlo Tempesti e dal Prof. Luigi Testaferrata, editorialista e scrittore, stanno giungendo a termine.

Molteplici le riviste specializzate e i siti eccellenti che hanno dedicato una sensibile attenzione al concorso: dall’AIS alla rivista di Luigi Veronelli, al sito della Banca del vino, per citarne solo alcuni. Sarà inoltre realizzata una pubblicazione curata dalla casa editrice ETS di Pisa.
Senza il sostegno della Hypo Tirol Bank e con il patrocinio del Comune di Cerreto Guidi, il Circondario Empolese–Valdelsa, Le Terre del Rinascimento dell’Associazione Città del Vino, delle Associazioni culturale TerraFelix e Sincresis ,e delle associazioni a carattere nazionali impegnate da decenni nella conservazione, valorizzazione e gestione del nostro patrimonio culturale: Fondazione Città Italia e Dimore Storiche. Oltre alla collaborazione della Regione Toscana – che senza dubbio rappresenta il partner più significativo, non saremo riusciti a realizzare questo progetto, in cui ci crediamo profondamente.

L’evento della premiazione, che si terrà il 28 giugno 2007 nei suggestivi ambienti della villa e della cantina, sarà caratterizzato dalla lettura teatrale delle opere vincitrici, e dalla cena finale a tema "Rosso non è solo un colore..." di cui però, ne parlerò più approfonditamente nei prossimi giorni....

mercoledì 23 maggio 2007

Inizio dei lavori in corso per "I paesaggi del Vino"

DIVINANDO … 19 Maggio

Sabato 19 Maggio si è riunita a Villa Petriolo la giuria del premio letterario “I Paesaggi del Vino”, la prima di una serie di iniziative culturali promosse dalla mia azienda su questa complessa e diacronica tematica, il vino ed i suoi legami sul territorio…
La giornata era stupenda, tutto era pieno di vita in questa primavera anticipata, l’aria era pervasa dai profumi di fiori.Il sole splendeva alto nel cielo, il calore mitigato però da una leggera brezza, sempre presente sulle nostre colline.
Il primo ad arrivare è stato il nostro enologo, Federico, “un piemontese nel paese degli etruschi”, come titola uno dei testi pervenuti. Con lui la moglie Nadia e i suoi piccoli futuri enologi Angelica e Michele che subito si mettono a giocare con i piccoli futuri produttori Maestrelli: Margherita, Leonardo e Lavinia….



Poi arriva Ledo Prato, segretario generale della Fondazione Città Italia e grande esperto di marketing territoriale, elegante, con giacca blu come si addice ad un signore di città.




Infine è la volta dell’ Ernesto nazionale, nota firma enologica, responsabile della Guida dei Vini dell’Espresso.



Dell’azienda presenti io e mia sorella, i mariti relegati al ruolo di “tate amorevoli”, affiancati nel compito ( per fortuna ) dalla Signora Curtaz.
All’ombra del pergolato si procede a consumare il breve lunch: pinzimonio, salame, finocchiona, prosciutto, mozzarelle, ricotta, torte salate, pane casereccio……
naturalmente accompagnati dai vini di Villa Petriolo…..



Ernesto inizia a scherzare su un mio nuovo vino, ricordando una volta in cui a telefono con lui avevo proposto un nome abbastanza ridicolo e lui, per restare fedele al suo nome di battesimo, “The Importance of being earnest” di Oscar Wilde, era stato veramente ‘sincero’ rivelandomi la sua opinione al riguardo.



ciao ciao Sindaco…………………………..



È arrivato Carlo Tempesti, al quale la carica ricoperta non ha permesso di partecipare anche al pranzo, ma che ha dimostrato un’efficacia ed efficienza degni del primo cittadino di una grande metropoli…..

Finalmente, con l’aiuto di un paio di caffè a testa, i miei adorati giurati hanno iniziato la lettura dei testi, dopo averli equamente suddivisi.