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venerdì 27 luglio 2012

Il racconto “Francesca” di Jael Silvestri per WINE ON THE ROAD

Jael Silvestri è nata a Chivasso e abita a Settimo Torinese. E’ laureata in lettere e filosofia. Per “Wine on the road”, concorso letterario 2011 di Villa Petriolo, ha scritto il racconto “Francesca”. Racconto “Francesca” di Jael Silvestri. Francesca era una bellissima ragazza. Quando la vidi per la prima volta pensai che fosse una quindicenne. Portava un vestito blu con deliziosi fiori rosa e bianchi, un candido merletto usciva dalla gonna a palloncino che arrivava al ginocchio e lunghi capelli bruni con la scriminatura nel mezzo. Solo i tacchi vertiginosi mi avevano fatto sorgere qualche sospetto. Stava sempre accanto ai genitori con cui aveva un rapporto straordinariamente buonoː la madre sembrava la sua migliore amica e non facevano che parlare sottovoce e ridere; il padre la guardava radioso, vigile, protettivo e innamorato. Mi chiesi come fosse passata così incolume dall'adolescenza. Lo stesso giorno conobbi le sue sorelle, due gemelle dalla volontá d'acciaio e dalla lingua lunga e velenosa che avevano cinque anni piú di lei e capii subito che erano la fonte della sua determinazione e della sua eccentricitá. Quando le parlai mi piacque ancora di piú. Ironica, tagliente. Rideva solo alle battute piú raffinate. Scoprii che era appassionata d'arte anche se autodidatta e che nonostante quell'aria di sfida e di indomabilitá per qualche strana ragione non aveva mai partecipato ad una gita che non fosse stata organizzata dai suoi genitori. Dissi che dovevamo assolutamente rimediare e organizzai prontamente un weekend a Treviso per andare a vedere una mostra di Van Gogh. Quella giornata in galleria fu così intensa, ci inebriammo a tal punto di colori e di stati mentali onirici che all' uscita proposi di continuare l'estasi. Entrammo in una cantina. Iniziammo con un giro di Verduzzo e quello e l'atmosfera calda della pietra rassicurante attorno a noi ci sciolsero la lingua e ci aprirono il cuore. Mangiammo assolutamente tutto quello che ci proposero, avidi di sapori inesplorati, accompagnando generosamente con del Prosecco. Perdemmo tutta la compostezza che avevamo indossato nel pomeriggio. Allentammo le cinture, sbottonammo i jeans e iniziammo a raccontare di noi e a ridere, ridere, ridere. Una gioia infinita ci entró nel cuore con un' ondata invadente. Decidemmo di comune accordo e con la massima serietá di rifiutare almeno il dolce perché eravamo satolli, era tardi e avevamo speso parecchio. Ma l'oste tornó. Disseː "Lasciate solo che vi racconti come son fatti i dolcetti zaleti da accompagnare al Passito Friularo". Quando ebbe finito domandóː "Chi vuole assaggiarli?". Ebbe piú successo di Satana quando descrisse il frutto proibito perché tutti e cinque, senza la minima esitazione, alzammo la mano. Lui sorrise e disseː "Bene. Li porto subito!". Rimanemmo un attimo in silenzio dopo che se n'era andato. Poi Josephine, con un' aria perplessa disseː "Ma non ci eravamo messi d'accordo di chiedere il conto?". Iniziammo a ridere così tanto che tutti ci guardarono e alzarono i bicchieri alla nostra. Appena riuscimmo a mettere qualche soldo da parte andammo a Trieste. Avevo sempre sognato di vedere il castello Miramare, che bianco ed elegante torreggiava sulle rocce a picco sul mare. Ne parlai così tanto che i quattro furono di nuovo al mio fianco e divenne anche la loro ossessione. Diventavamo sempre piú intimi anche se ci frequentavamo poco. Questi viaggi erano la nostra fuga dalla realtá, dall' ordinario, un segreto da tenere per noi. In treno avevo raccontato la storia del castello, perché dicevano che fosse fatato, che chi ci abitava sarebbe morto giovane. Ma solo quando entrammo quella sottile tristezza si attaccó ai vestiti, alla pelle, entró nei polmoni. Piangemmo con Carlotta del Belgio guardando il suo profilo dentro il castelletto, rinchiusa e pazza di dolore per la morte del suo giovane marito morto in Messico. Ci sedemmo sulle scale del porticciolo e vedemmo allontanarsi la nave di Massimiliano d'Asburgo che salutava fiero. Ricambiammo con un nodo in gola, sapevamo che non sarebbe tornato. Dopo un po' di silenzio tirai fuori un libro sgualcito. Lessi "Miramar" dalle Odi Barbare del Carducci. Fu struggente e maledettamente bello. Ci alzammo e scuotemmo i vestiti. Eravamo vivi e non saremmo morti in Messico perció andammo nel giardino tropicale. Non eravamo preparati a ció che vedemmo. Avevamo appena lasciato il grigio e molle languire della vita che si spegne, che una tempesta di colore ci colpì gli occhi. Piccoli colibrì svolazzavano intorno a noi, farfalle variopinte si posavano sulle nostre mani, sui capelli. Dei bruchi sinuosi ondeggiavano sulle foglie, le rane ci chiamavano insistenti dal laghetto, i pappagalli ci facevano gli occhi dolci e i cigni rendevano incantevole quello scorcio di paradiso. La gioia fu piena quando apprendemmo che era stato ricreato anche l'habitat di queste specie delicate sotto la cura amorevole di un giovane scienziato innamorato dell'ambiente. Sentimmo un moto di fiducia verso il futuro. Salimmo sul colle San Giusto e ammirammo dall'alto le rovine del foro romano. A cavalcioni sul muro che circondava la rocca parlavamo del passato storico, del nostro futuro e soprattutto del fatto che dalla fusione delle culture, così come testimoniava la cittá che splendeva sotto di noi, crogiolo di diverse civiltá, non poteve che nascere un arricchimento. Una lezione da portare sempre con noi ma innanzitutto a tavola. Ecco perché scegliemmo un locale bavarese e bevemmo un Gewürtztraminer, un Traminer speziato che un mio amico campanilista chiamava ironicamente sturalavandini. La cannella, i chiodi di garofano, le note di rosa e violetta furono le tappe di un altro viaggio che si compì dentro di noi. Appresi che Francesca si sarebbe sposata. Era stata un periodo in Puglia e lì aveva conosciuto Marco che avrebbe raggiunto presto. Era arrivato il momento di eleggerla regina del viaggio, il nostro gioco era diventato ormai una serie di Decameron itinerante in cui non la peste ma il ben piú pericoloso male della chiusura mentale ci costringeva, non a rinchiuderci, ma a vagare in cerca di nuove frontiere. Il suo sogno era un Brunello di Montalcino bevuto con le amiche in un' occasione speciale. Io e Josephine decidemmo di portarla a Firenze. Non poteva sposarsi senza avervi respirato l'arte e passeggiato tra le colline toscane. Visitammo la cittá e poi come ogni volta indugiai vagando per i giardini di Boboli, rapita dalla luce serafica, dalla vegetazione che respira all' unisono, dall'atmosfera gaia e distesa. Andammo a passare la serata in un agriturismo. Avevo chiesto un trattamento speciale e molto cortesemente mi era stato concesso. Comprai delle bottiglie di Brunello e del Chianti piú un set di calici che Francesca avrebbe conservato in ricordo di noi e di quella sera. Come disposto, il vino fu fatto decantare e ci fu servito impeccabilmente insieme ad una bistecca alla fiorentina. Avevo invitato altri amici del passato a commentare con noi un calice di buon vino e questa volta leggemmo Neruda, Prévert, Baudelaire, chiuse nella nostra camera. Dopo risate, lacrime, confessioni e complicitá le ragazze si addormentarono. Fu allora che presi carta e penna e scrissiː A Francesca C' è che amo la fierezza che esce da te. Quell' incedere da esile regina. Imponi il tuo gusto con lo sguardo ed è tremando che ti si avvicinano, incerti se il tuo pollice sará verso e saranno esclusi per sempre da una candida smorfia sul tuo viso. È vita vedere i tuoi occhi elargire bontá in un verde sereno e un minuto dopo, se un'ombra li attraversa, saettare intorno lampi di un verde inquietante, bella e crudele. Quando vai in giro è come se portassi dietro di te tutta una corte obbediente educata dal tuo modo. Un mondo tutto tuo, un reame che percepiamo pur non vedendo, tutto nascosto dietro di te. Eppure lo sentiamo, grazioso e gentile, fatto di fiori stranissimi e di biblioteche cariche di libri odorosi, di pagine ingiallite da un tempo dalla generositá inesorabile, di parole profumate dall'eleganza perfetta. Sei la profonda sostanza nella giusta forma. L'aura di dolce malinconia, quella brezza impalpabile ma inebriante è ancora su di noi pure se sei lontana. E ci resterá.

sabato 21 luglio 2012

Il racconto “Wine on the road” di Lucia Gattone

Lucia Gattone, nata a Roma, abita a Scoppito (Aq). Per “Wine on the road”, concorso letterario 2011 di Villa Petriolo, ha scritto il racconto omonimo. Racconto “Wine on the road” di Lucia Gattone. Ho sempre amato viaggiare, il modo che preferisco è a piedi: bagaglio leggero, scarpe robuste, nessuna meta. Lo preferisco perché mi permette di seguire il mio ritmo interiore, di andare dove mi portano le gambe, di fermarmi dove desiderano gli occhi. Posso salutare chi incontro, annusare un fiore, raccogliere una pietra, cambiare direzione, seguire un sentiero o tagliare per i campi, arrampicarmi su una roccia o fermarmi sull’orlo di un burrone. Spesso incrocio altri pedoni, sempre più di rado, lo ammetto, e mi piace salutarli con cordialità, scambiare due chiacchiere sul tempo, sulla vita, sul paesaggio, prima di riprendere la marcia. Il mio viaggio migliore è quello in cui ho incontrato Duccio, perché Duccio, non c’è dubbio, è stato il mio migliore compagno di viaggio. Il mio viaggio era iniziato in treno e, come spesso mi succede, scesa alla stazione avevo deciso di proseguire a piedi, per gustare meglio gli odori e i colori del luogo in cui mi trovavo. Era il principio dell’autunno, il periodo migliore per camminare, quando la natura risente ancora del benefico calore dell’estate, ma ne ha perso le vampate roventi, i colori sono più accesi e luminosi, più vari ed originali, e l’aria profuma di uva e di mosto. Uscita dalla stazione mi sono avviata verso la campagna e come faccio spesso, ho scelto di passare per i campi, guidata dalla curiosità del mio naso, attratto da un profumo irresistibile. La fonte del profumo era Duccio, non lui personalmente, ma la sua piccola capanna tra i campi, dove stava preparando la più gustosa delle minestre. “Le piacciono le cose genuine, vero?” mi chiese, vedendomi arrivare con il naso all’aria. Duccio era un uomo anziano, nodoso come un vecchio tronco e scuro come la terra smossa, i capelli grigi nascosti da un vecchio berretto di lana, una camicia di flanella a scacchi, pantaloni di velluto a coste e le scarpe di chi ha percorso a piedi la maggior parte della sua lunga vita. Era seduto su una roccia davanti a un focherello di legna sul quale, ondeggiando su un treppiede di pali, borbottava una caldaia di rame che lui rimestava con calma. Alle sue spalle, un piccolo riparo di frasche, tirato su in breve tempo con quel che era possibile trovare in giro, una capannuccia da gioco, di quelle che potrebbe costruire un branco di monelli. Nella piccola capanna, uno zaino consunto e un grosso cesto di vimini coperto da uno straccio. Era così naturale essere lì, che mi ritrovai seduta sulla radice di un albero, a discorrere con Duccio e assaporare la sua zuppa. In pochi istanti eravamo già amici di una vita e discorrevamo con naturalezza di quelle piccole cose di cui parlano i commensali. Fu naturale attendere il tramonto accanto al fuoco, sorseggiando vino da una piccola tazza di metallo smaltato. Ci raccontammo la nostra vita senza farci domande, perché veniva fuori dalla serenità dei nostri discorsi, con la stessa naturale condivisione del nostro pane e della nostra zuppa. Non occorrono particolari: ogni vita, in fondo, è fatta dello stesso racconto, una nascita, un’infanzia, il crescere con dei sogni che spesso non sappiamo avverare, ma della vita di Duccio invidiavo il coraggio di essere quello che aveva voluto, senza sentire il peso di doverne pagare il conto. Un giorno aveva lasciato la sua casa e la sua terra e si era messo in cerca. Era nato contadino e della sua origine apprezzava con convinzione anche la dura fatica, ma sotto quella pelle di cuoio vecchio era anche filosofo, di quella filosofia naturale che è fatta più di azioni che di parole. Aveva scoperto un segreto della natura e aveva deciso di approfondirlo, semplicemente. Per farlo aveva viaggiato in ogni angolo della terra, fermandosi quando il sole tramontava, dissetandosi alle più diverse fonti, nutrendosi di ciò che trovava. Potreste chiamarlo un vagabondo, ma Duccio non lo era affatto. Ovunque passasse si prestava volentieri ai più disparati lavori, da quelli della campagna, assorbiti dall’infanzia, a quelli più nuovi e meno nobili delle grandi città, ma sempre il suo lavoro non chiedeva un compenso, se non quello di aver aiutato qualcuno e aver condiviso un momento. Adesso, finalmente, il segreto che cercava era svelato e continuava il suo viaggio perché non si perdesse. Il segreto di Duccio era nella piccola tazza di metallo smaltato che tenevo tra le mani ed era un segreto così da poco che la maggior parte della gente, pur avendolo incontrato, non lo riconoscerebbe affatto. Duccio amava il vino, ma non era un ubriacone, ne beveva con parsimonia e solo in compagnia perché, diceva, il vino va condiviso. Lo amava sin dai primi germogli dei suoi tralci, nella rotondità dei suoi acini, nel profumo del suo succo zuccherino, nel suo colore trasparente. Amava il vino per la sua magia: “perché davanti a un bicchiere di vino si può discorrere in pace”, mi disse. Amava la paziente fatica del suo mestiere di contadino, la cura dei lunghi filari, la raccolta dei grappoli maturi, l’attesa della trasformazione del mosto, ma ciò che maggiormente amava era l’effetto che l’offerta del vino rappresentava: il piacere del brindisi, la disponibilità alla sincerità, l’euforia dell’amicizia. “Il vino non va mai bevuto da soli”, mi spiegò, “perché la solitudine gli è nemica e lo uccide con i brutti pensieri, e non va mai bevuto con esagerazione, perché la nostra anima non sa reggere la sua verità se non con moderazione. Ma quando bevi un bicchiere di vino con chi è triste, sai consolarlo, con chi è felice, ne condividi la gioia, con chi è arrabbiato, ne mitighi la vendetta. Ogni vino ha questo potere”. Duccio, però, aveva investigato a fondo il potere del vino, alla ricerca del vino migliore, di quello che più di ogni altro fosse capace di esaltarne il potere, “perché un vino così”, mi disse, “può curare l’uomo dal suo male di egoismo” Dopo aver lungamente cercato, Duccio comprese come realizzare il suo vino: “deve essere raccolto con amore, spremuto con sudore, atteso con pazienza, offerto con generosità, gustato con passione” Da allora Duccio camminava per il mondo, chiedendo, nella stagione della vendemmia, un grappolo in ciascuna vigna, spremendo quell’uva variegata in un unico tino, raccogliendone il succo in un’unica botte. Poi, quando il vino era pronto da spillare, riprendeva il suo viaggio per il mondo, offrendone un sorso a coloro che incontrava, donandone una bottiglia in ciascuna cantina, sorridendo beato dell’effetto che aveva sui suoi simili. Non mi credete? Non vi è mai capitato, di bere un bicchiere in una vecchia cantina di campagna e di trovarlo il migliore che abbiate mai assaggiato? Non avete mai provato, dopo averlo bevuto, la sensazione meravigliosa di essere in pace col mondo intero? Come se tutti quei crucci, quelle preoccupazioni, quelle inimicizie piccole e grandi che affannano la nostra esistenza fossero improvvisamente scomparsi? E nel ripartire, col passare del tempo, non vi è mai capitato di desiderare di nuovo di provare quello stesso piacere? E di ricordare solo vagamente dove e perché lo abbiate provato? No? Allora viaggiate ancora, finché troverete il vino di Duccio. Io l’ho fatto, ho camminato con lui per un buon tratto, raccogliendo grappoli nel suo cesto di vimini, ho imparato a farne vino e a regalarlo al mondo e da allora ho amato ancora di più i miei viaggi a piedi senza una meta e il piacere di un brindisi con amici sinceri, quegli amici che sono i miei compagni di viaggio per un tratto del cammino della vita, quegli amici che ho incontrato per caso ascoltando la loro voce e sorridendo al loro passaggio. Quegli amici che sono con me, stasera, davanti a questo camino, intorno a questo tavolo, con questa bottiglia di vino da cui brindare insieme.

martedì 17 luglio 2012

WINE ON THE ROAD: "Il re Vino e il mazzo di ginestre" di Laura Peruzzi

Laura Peruzzi, di Forlimpopoli (Forlì-Cesena), è laureata in Giurisprudenza a Bologna. E’ Avvocato ad modum actus presso il Tribunale Ecclesiastico. Per “Wine on the road”, concorso letterario 2011 di Villa Petriolo, ha scritto il racconto “Il re Vino e il mazzo di ginestre”. Racconto “Il re Vino e il mazzo di ginestre” di Laura Peruzzi. Avevo vinto un concorso per l’insegnamento alle scuole elementari a Pieve a Ripoli, un paesino in collina, nel cuore delle terre del Rinascimento della provincia fiorentina e tutte le mattine percorrevo la Firenze-Livorno. Ero maestra di una classe di bambini, forse più tranquilli di quelli di città, in collina infatti sopravvivevano le vecchie tradizioni e l’insegnante aveva ancora il suo ruolo. Anche quella mattina ero scesa ad Empoli, dove attendevo una collega che mi dava un passaggio. In macchina transitavo su terreni mediamente argillosi, profondi e fertili, proseguivo per le dolci colline tra Montalbano che portava ancora vive le sue radici etrusche e l’Arno, e da Cerreto Guidi la città del vino, che deve il suo nome ai conti Guidi, antichi signori feudali. Nelle verdi colline, coltivate a vite ed ulivi, si proseguiva poi, sino a Pieve Ripoli. D’inverno quel tratto di strada carraia di collina era piuttosto impervio, ma non appena sbocciava la primavera il paesaggio mutava e rapiva lo sguardo e l’immaginazione. Specialmente nei mesi rigidi dell’inverno mi dicevo: “sono fortunata, se avessi insegnato dopo la grande guerra, sarei andata a piedi, o magari sulla groppa di un asino, così come era accaduto alle maestre di quel tempo!” Le ginestre erano il mio fiore preferito e spesso qualche alunno, mi faceva trovare in classe un bel mazzo di fiori gialli, ed era una festa! In quella “campagna-giardino” caratterizzata dalle coltivazioni della vite in pianura, dell'olivo sui pendii più alti e dai boschi di castagni sulle sommità, un giorno ho portato la mia classe a Villa medicea di Cerreto Guidi. Al primo piano visitammo il museo storico della caccia e del territorio e poi siamo andati al museo della vite e dei vino di Roccastrada, ricavato da un'antica cantina scavata nella roccia, che racconta la storia del territorio, la vita dei campi e l'estrazione dei minerali. Quella villa situata in un territorio particolarmente ricco dal punto di vista faunistico, mi faceva andare con la mente al lontano 1500 durante la signoria dei Medici. E così dalla splendida terrazza panoramica, vedevo una ragazza dal lungo abito color porpora nell’anello di strada che cinge il colle del complesso mediceo, orientarsi all’Oratorio della Santissima Trinità, ove l’attendeva un frate francescano. “Padre Giustino, mi sono innamorata di un giovane. Non è del mio censo. Come potrò mai dirlo ai miei genitori?” “Le vie del Signore sono infinite. Fai un voto a Santa Liberata e vedrai che saprà consigliarti”, rispose padre Giustino e così congedò la ragazza, invitandola a rientrare a palazzo, per non fare stare in pena i di lei cari. Era la prima settimana di settembre e cadeva la solenne festività di Santa Liberata e la giovane, fece il suo voto nel mentre percorreva il tragitto di strada tra l’Oratorio e Villa Medici: “Non berrò vino sino al mio matrimonio”. Letizia era figlia di un ricco feudatario del posto e si era innamorata di Nando, un contadino, operaio nelle sue terre. Come avrebbe potuto raccontarlo alla propria famiglia, lei già promessa al figlio di un ricco feudatario del paese di Vinci? Nando era povero, ma era un artista nell’arte di far vino. Questi aveva il dono di selezionare le uve migliori, le sapeva sceglierle al giusto grado di maturazione, ne seguiva accuratamente la vinificazione, lo correggeva durante la fermentazione, e poi lo custodiva in una particolare cantina ove la temperatura era pressoché stabile. Il risultato finito era ottimale! Un giorno con un cesto dei suoi vini andò a palazzo per chiedere la mano di Letizia. Il feudatario impensierito del fatto che sua figlia non bevesse più vino, disse: “se riuscirai a fare bere del tuo vino mia figlia, l’avrai in moglie!” Letizia bevve e lo fece con gioia e quel vino divenne realmente rosso d’amore. Quell’amore che sboccia alla sua apertura, che riscalda gli animi e rinvigorisce il tempo. Il contadino divenne genero del feudatario e il feudatario diventò il Re del vino. Mentre seduta percorrevo la bella Toscana, il ricordo viaggiava a un altro giorno. Sul treno quella mattina c’era più trambusto del solito. Un signore dalla voce impetuosa s’era messo a parlare di politica, della crisi finanziaria ed esclamava: “torneremo tutti a zappare la terra!” Mi limitavo ad ascoltare e pensavo: “non è vile zappare la terra!” Indispettita da tali discorsi che stonavano tra i verdi paesaggi toscani, il ricordo andava alle mie origini contadine e ai primi del ‘900. A settembre ricominciava la scuola, era stagione di vendemmia e in quella zona era un brulichio di canti e voci. La gente del paese, come fosse tutta della stessa famiglia, insieme si aiutava, chiacchierava e cantava, mentre era intenta a lavorare la terra. L’uva paglierina specchiava il sole nei suoi grappoli d’oro, mentre l’uva nera, d’aromi riempiva l’aria e il palato, ove esplodeva in una pioggia cioccolatosa di dissetante sapore. I grappoli ricchi d’abbondanza colavano di zuccherina densità e anche le mani e le braccia arricchite, appiccicavano e nutrivano la pelle golosa. Si evitava di vendemmiare uva bagnata dalla nebbia, dalla rugiada o dalla pioggia e si iniziava la vendemmia non di primo mattino ma si attendeva che il sole asciugasse l'umidità dei grappoli. Le madri portavano i figli con loro e lì, questi apprendevano l’arte della raccolta. Non andavano fatti cadere acini e occorreva tagliare il grappolo il più possibile vicino alla pigna. Andavano poi eliminata dall'uva, con le mani o con le forbici, gli acini guasti, ammuffiti o secchi e tutte le foglie. L'uva veniva raccolta in contenitori che non la danneggiavano, al fine di evitare una anomala fermentazione e poi veniva portata rapidamente nei locali di pigiatura da un carro che passava tra i campi, come giostra paronimica dei bambini, che caricati a fianco delle cassette di legno, erano come una fiorita d’allegria, tra tanti frutti della terra. Le campane della vicina chiesa dell’Oratorio della Santissima Trinità, scandivano le ore e le donne s’affrettavano nel portare avanti la raccolta, oltre che di preparare il pranzo. Così allestivano enormi tavolate all’ombra del sole, tra piatti decorati con i frutti sani della sua campagna. Ogni prelibatezza proveniva dalla terra e si mangiava e beveva, senza nulla sprecare, per non portare offesa a Dio e all’uomo stesso, in rispetto a quel giorno che non avesse avuto da mangiare. Nelle grandi tavolate si era tutti signori, allegri e spensierati, con la fede in Dio, il rispetto per la famiglia e il gusto dell’amicizia. Arrivava la fettunta, i fegatini, i crostoni, le zuppe calde come la ribollita o fredde, come la panzanella, il pecorino toscano, il caciucco, la cacciagione, la trippa o la bistecca alla fiorentina, i fagioli cotti al fiasco e poi per finire i dolci come lo zuccotto, i cantucci, il panforte e tra i vini il brunello, il chianti e talvolta il sangiovese e il vin Santo. Ma la regina di quel banchetto era la bella signora di casa, dagli occhi verdi sereni e dalle gote rosa, sorridente e leggiadra, profonda e quieta, come la sua terra. “Forza mangiate, ce n’è ancora!” Poi arrivava la sera, ci si salutava e si dava appuntamento al giorno seguente al sorgere del sole, quando ricominciava la giornata e magari si contraccambiava l’aiuto della raccolta portando lo stesso contributo nella vigna del vicino. Andando verso casa la gente era allegra e fiera, sotto lo sguardo vigile del campanile della Chiesa. La terra, i suoi profumi, gli aromi e il sudore. Le camicie a scacchettoni degli uomini, i cappelli di paglia, e i vestitoni delle donne con i fazzoletti sul capo, sotto i visi abbronzati e rugosi, cotti dal sole e dalla fatica. Mentre così ragionavo, ero arrivata a casa con in mano un mazzo di ginestre e una bottiglia di vino. Era il mio anniversario di nozze e volevo festeggiare quel 1° settembre del 2011 alla contadina con quel vino, Re delle mani vive della sua gente, come castellana tra fiori di ginestre.

martedì 10 luglio 2012

Il racconto “LE COLLINE DI LEONARDO” di Maria Zimotti per WINE ON THE ROAD

Maria Zimotti è nata a Cagnano Varano (Foggia) e abita a Pessano con Bornago (Milano). Ha cominciato a scrivere circa dieci anni fa. Contemporaneamente alle prime pubblicazioni in vari siti di letteratura (Musicaos.it, Booksbrothers.it), ha ricevuto alcuni riconoscimenti nell’ambito del Concorso di Poesia “Poesie nel cassetto” presieduto dal poeta Ivan Fedeli nelle edizioni 2009 e 2010. Per “Wine on the road”, concorso letterario 2011 di Villa Petriolo, ha scritto il racconto “Le colline di Leonardo”. Racconto “LE COLLINE DI LEONARDO” di Maria Zimotti. Il paesaggio sinuoso delle colline toscane si guarda con occhi diversi quando si è bevuto un buon vino. Il pomeriggio i rumori si acquietano, il silenzio si dilata e uno strano languore accende i desideri. Rosso è il vino della passione, come il Chianti bevuto oggi a pranzo. Che meraviglia, che ebbrezza, mentre si scende con la macchina verso Vinci. Le case natali hanno sempre un fascino particolare, misto tra la nascita e la morte. Perché per definizione la casa natale diventa monumento di uno che è morto. Qui, in Toscana, pregnante di memoria storica, di questi lugubri mausolei ce ne sono molti, ma il top of the top è naturalmente la minimale casa rurale che la tradizione ha tramandato come quella che ha avuto l’onore di ospitare i primi vagiti del genio. Eccoci qui, nella vastità di questa radura in cui è piantata, come la casetta di un gioco da tavola, la casa natale di Leonardo, in un pomeriggio dal cielo velato che ancora di più induce alla pennichella. Invece una strana euforia mi prende non appena scendo dalla macchina e le gambe si fanno leggere. Il vento mi porta un odore di legna bruciata, potente afrodisiaco a causa di ricordi adolescenziali. Il sorriso che rivolgo al mio uomo tendente al sonno nella pace della campagna è inequivocabile, ma più che altro parlano gli occhi, scintillanti. Lui non ha bevuto, ligio al Codice della Strada, e questa temo sia una sfortuna per me. Ma questa euforia è anche qualcosa d’altro, qualcosa di alto. “ La sindrome di Stendhal coglie anche quando si guardano le case natali dei geni? “- chiedo con una voce dai toni eccessivamente alti. E’ quella voce esagerata che si ha quando si ascolta la musica in cuffia e non si sente la propria voce ed io in effetti sento la testa ovattata ma ronzante, la sensazione tipica della moderata sbronza. “ Qui nella vastità s’annega il pensier mio! “- Ormai straparlo. Sembro uno di quei poeti dilettanti che intasano gli innumerevoli concorsi letterari della penisola. Niente, non riesco nemmeno a farlo ridere, figurarsi farlo smuovere dal sedile della macchina che gli si è appiccicato al sedere. La testa è pericolosamente penzolante in avanti. Mentre l’aria fresca dirada i fumi dell’alcol mi avvio senza meta lungo il pendio a piedi scalzi. Sensuale è il contatto con la terra. Mi fermo e cerco il contatto. Nulla qui mi parla del genio. Non lo vedo bambino fare esperimenti o disegnare pecorelle sui massi. Ritorno alla macchina che il mio uomo sta già dormendo. Mi accoccolo a lui e ci addormentiamo in silenzio. La sera coglie il nostro risveglio, intorpiditi. Quanto sono belli i suoi occhi chiari e riposati. Un bacio fresco sulle labbra e si ricomincia il viaggio. La meta è Volterra e ci arriviamo quando la cittadina è avvolta nel buio e nel silenzio. Non c’è anima viva in giro, se non qualche disperato vampiro brillo. La saga di Twilight li ha fatti ritornare in auge e firmano autografi davanti alla locanda “Rosso sangue”. Ci avviciniamo curiosi. Eppure la sbornia dovrebbe essere smaltita ormai. Sto guardando senza alcun timore un gruppo di vampiri un po’ kitsch seduti davanti alla locanda che stanno lì impalati come ad una festa di Halloween. Dall’ingresso arrivano luce da “cave” e musica techno. Non farebbe per noi, radicalchic quarantenni del PD ma l’antro luminoso attira. Entriamo nella cripta e ci troviamo nel pieno di una festa tra le botti. “ Cosa ci siamo persi! “ – con la stessa voce esagerata che avevo io nel pomeriggio, un uomo con i capelli lunghi e la barba incolta, nonché una collana metallica su una tunica di velluto, alza un calice pieno a metà di liquido rosso e comincia a cantare, che con il vino è quasi automatico. - “ Libiamo, libiamo, libiamo…” -. Si è proprio la famosa aria lirica che ha cominciato ad intonare. – “ Stavamo lì, come zanzare anemiche a cercare prede senza saziarci mai, e non dormivamo, e non facevamo l’amore…saluti brevi e scostanti, quando c’era un succo molto più inebriante “ -. e sorseggia. Con gli occhi chiusi decanta le sensazioni che si sprigionano dal profumo e dal sapore del vino, quelle sensazioni che sciolgono la lingua in evoluzioni letterarie. - “Il sapore arriva insieme al profumo. Frutta ma anche spirito, vento e calore. Frizza nel cervello ma anche nel cuore. E’ calore di donna “. Nel momento in cui pronuncia queste parole il mio sguardo si incrocia con quello del mio uomo e scatta la scintilla. Scappiamo da quel sabba di vampiri redenti, senza neanche chiederci se ciò che abbiamo visto è sogno o realtà. Corriamo a perdifiato spinti dalla paura e dall’eccitazione e arriviamo esausti alla macchina dove lui mi blocca con un bacio infinito. Il mattino dopo il nostro viaggio prosegue in questa terra che sentiamo già nostra. Ci guardiamo con occhi diversi e con occhi diversi guardiamo il paesaggio unico della Toscana: sensuale, elegante, sibillino, come gli occhi di Leonardo. Non vogliamo perderci nessun angolo recondito di questo posto magico. Prima o poi Leonardo ci apparirà, magari dopo un bicchiere di buon rosso, di cui abbiamo fatto scorta nel bagagliaio dell’auto.

venerdì 6 luglio 2012

Racconto “Le fraschette: appunti di viaggio” di Aldo L. Onorati per WINE ON THE ROAD

Aldo Luigi Onorati, nato ad Albano, è residente ad Albano Laziale. Giornalista, dantista, storico della letteratura, direttore editoriale, ha collaborato a quotidiani e alla RAI-TV, terzo programma. Ha all’attivo romanzi tradotti in più lingue: La sagra degli ominidi, Gli ultimi sono gli ultimi, Nel frammento la vita, Lettera al padre (editi da Armando). Per “Wine on the road”, concorso letterario 2011 di Villa Petriolo, ha scritto il racconto “Le fraschette: appunti di viaggio”. Racconto “Le fraschette: appunti di viaggio” di Aldo L. Onorati. I Colli Albani e Tuscolani, cioè i Castelli Romani, hanno fama nel mondo per i loro vini prelibati. Le colline di lava porgono i fianchi al sole; il declivio lascia scorrere l’acqua verso il piano, tenendo così un po’ in sofferenza la vite, la quale proprio questo vuole per produrre grappoli saporiti. Le cantine, nella mia fanciullezza, occupavano locali che oggi sono diventati bar, ristoranti, bazar, supermercati, carrozzerie, sale da biliardo. Eppure, si beve ancora, ma in modo e in luoghi diversi, sebbene le vigne avite siano identiche, ricacciate però verso il mar Tirreno, mentre dopo la guerra piccoli orti e vigneti ubertosi si addossavano ai paesi. La nostra giovinezza ha ‘visitato’ le fraschette: osterie aperte pochi mesi l’anno, dove il vignaiolo vendeva il suo prodotto: sentivi la differenza enorme fra un’osteria e l’altra: i sapori variavano nettamente, perché diversi erano i tipi di terreno, di coltivazione, le qualità d’uve. L’osteria, negli anni del secondo dopoguerra, fungeva ancora da centro d’una cultura orale, serbatoio di memorie, reperimento delle opra nel lavoro dei campi; era luogo d’incontro e divertimento. Tutto era arredato in modo semplice ed essenziale. Non c’erano né sedie né tavolini di plastica, ma solo lunghe tavole su colonnine di peperino, che fungevano da sedile comune, e altrettante palanche da muratori adagiate sui bigonci rivoltati: un ampio spazio si cui poggiare i bicchieri e le misure che i beverini richiedevano (un quartino, una fojetta, tre quarti, un litrozzo). La gara esisteva fra i viticoltori, perché i clienti andavano dove il ‘prodotto’ era più saporito e sicuro. Oggi, chiuse le cantine in cui ogni agricoltore lavorava il suo nettare e lo vendeva, i contadini si sono organizzati in altro modo: direi che si sono industrializzati. Il grande sogno, avveratosi, era quello delle Cantine Sociali: il produttore porta l’uva a questi immensi laboratori del vino, e torna a potare, a suo tempo, i filari. Il vignaiolo ha rinunciato alla parte più importante e personale del ciclo di vinificazione: la trasformazione del grappolo in mosto, gli accorgimenti durante la delicata fermentazione, poi la svinatura, la filtratura, quindi il mantenimento attraverso la “rimboccatura” per non dare il destro alla temuta acidità volatile (il nemico sapore di ‘spunto’). Le osterie nei Castelli ci sono ancora: pochissime, a dir la verità, le cui bottiglie ottime non si distinguono più da coltivatore a coltivatore, ma da Cantina Sociale a Cantina Sociale. L’industrializzazione ha portato a una sorta di globalizzazione (anche se parziale) del prodotto, di un certo prodotto che reca una specifica etichetta di riconoscimento (il fatto è che il ‘licor dell’allegria’ è tutto di pregio, ma io vado ancora a scovare i grottini dei miei coetanei che realizzano un vino con vari difetti, ma con la propria firma come l’autore fa con il libro o la pittura). Mentre nei tempi del tram il tinello, la fraschetta, erano il centro d’una certa cultura (diciamo contadina e locale), un punto di scambio d’idee e ritrovo per il divertimento; oggi è solo un luogo in cui si compra la bottiglia da bere in casa. I cosiddetti “beverini”, che rendevano vivo il cantinone, sono spariti. Ho viaggiato molto nelle osterie “antiche”, alcune delle quali, come quella paterna, filtrava il vino usando l’albume delle uova (come accadeva ai tempi di Orazio); era un altro mondo. Tuttavia, non essendo io un “laudator temporis acti”, ho solo un po’ di nostalgia delle risate salutari che i bevitori facevano scoppiettare nell’aria, pur in un’innegabile povertà di denaro (ma non di cuore). Oggi, però, pur somigliandosi fra loro i vini di marche diverse, quando sai scegliere il DOC vai più sul sicuro di una volta. Eppure, da buon vecchietto nato e cresciuto nelle fraschette dei Castelli Romani, ho una piccola mappa delle ‘osterie a tempo’. Con tutti i difetti che presentano, preferisco i pavimenti di terra battuta, le botti di doghe di castagno, la mancanza di termosifoni (tanto il vino riscalda da dentro lui stesso), ma voglio rimanere immerso nei viaggi della giovinezza, quando una fioca lampadina, in parte nascosta dalla frasca di leccio o di alloro, indicava che lì c’era l’osteria di Feliciano, di Bucione, del Moretto: e tu sapevi che avresti trovato un sapore simile a quello degli anni passati: così ti regolavi a comprare i cibi adatti a quel vino, a quegli amici che avrebbero trascorso con te una serata indimenticabile. La prima volta che dai Colli Albani scesi a Roma, fu nell’immediato dopoguerra: un viaggio sul carretto di mio padre. Lo guidava lui, Feliciano, ma in realtà il mulo conosceva la strada ed era autonomo. Partimmo di notte, con la luna dietro le spalle, nel silenzio rotto dagli zoccoli del quadrupede e dal rullio dei cerchioni; qua e là i segni del conflitto, le buche, una mestizia che la toccavi nell’aria, insieme, però, alla speranza della ricostruzione. A San Giovanni ci colse l’alba, dentro le mura. L’osteria verso cui eravamo diretti aprì di buon’ora solo per fare rifornimento di vino dei Castelli: mio padre, già prima della guerra, aveva come cliente quell’oste dal faccione osso e rotondo a guisa di un pomodoro gigante. Non c’erano problemi di parcheggio; l’animale fu legato a capezza a un palo; gli fu messo un sacchetto appeso al capo: conteneva avena ed orzo, che pasceva senza fretta e senza voglia di smettere. Poi fu il tempo in cui, già ragazzo, dovevo sostituire i genitori dentro la nostra fraschetta, perché essi andavano alla vigna. Così conobbi un lavoro interessante: i bevitori erano clienti particolari, assai diversi da quelli che entravano al bar restando in piedi per consumare un caffè all’istante, e dalle donne che sceglievano la conserva, i bucatini sciolti, la coppa e la mortadella dal pizzicagnolo, il quale ascoltava con noiosa espressione il cicaleccio delle madri di famiglia che, magari, non pagavano al momento, entrando coi loro nomi nel quadernaccio nero dei “buffi”, cioè dei debiti. Ho fatto l’oste supplente, ma ho imparato assai da quel lavoro tranquillo, lento, in cui si vendeva unicamente il vino, dalle dieci antimeridiane alla ventidue ora italiana (orario imposto dalla legge, ma –una volta chiusi i battenti e spenta la lampadina sulla “bandiera” e sul ramo di leccio-, i beverini rimanevano a chiacchierare e a ridere fino alle ore piccole). L’osteria, nel viaggio del ricordo, era per soli uomini. Quando il pater-familias dimenticava di rientrare a casa, veniva a chiamarlo il figlio maschio, che magari si attardava pure lui al tavolo della mescita. Se non c’erano “uomini” in famiglia, la figliola maggiore dava voce al genitore, tenendosi a oltre due metri dalla porta. Si era agli anni Cinquanta. Nei Castelli Romani le antiche dolci cantine sono scomparse, torno a ripetere, però sono state sostituite da osterie annuali, fornite di cibo, cucina buona e ricca di porchetta. Però il pubblico –grazie alle macchine- viene da Roma, come si andrebbe a una trattoria modesta, semplice, appositamente arredata alla meglio per dare il senso del passato (che non c’è più). Le osterie della mia giovinezza fungevano da centro culturale, altro che! I bevitori, analfabeti quasi tutti, recitavano versi di Dante a memoria, ottave di Ariosto e di Tasso, qualche poesia di Leopardi e, soprattutto, Trilussa, Pascarella (Belli non era ancora di moda e non lo sarà mai nei Colli Albani). Se sono diventato uno studioso di Dante, non lo debbo alla scuola, bensì alle ‘dissertazioni’ serie o a vanvera di quei poveri analfabeti che sono spariti nel vento degli anni insieme alle botti di castagno e agli osti allegrotti e panciuti…

martedì 3 luglio 2012

WINE ON THE ROAD: “IL MIO RAGGIO DI SOLE IN UNA CUPA PRIMAVERA” di Federica Santini

Federica Santini è nata nel 1992 a Pistoia, dove abita. Possiede la qualifica di addetto ricevimento e il diploma di operatore turistico. Nel 2010 ha vinto il 1° premio al concorso europeo “Donna Dina Migliori” e il 3° premio al concorso letterario “Città di Montecatini”. Per “Wine on the road”, edizione 2011 del concorso letterario di Villa Petriolo, ha scritto il racconto “Il mio raggio di sole in una cupa primavera”. Racconto “IL MIO RAGGIO DI SOLE IN UNA CUPA PRIMAVERA” di Federica Santini. È una giornata bellissima oggi. In primavera è frequente avere belle giornate: quel sole caldo che non scotta, il profumo dei fiori, il canto degli uccellini, la tranquillità di una stagione che non dovrebbe finire mai. Non è una primavera qualunque, è una primavera vissuta in Toscana, luogo delle mie origini, luogo che ho visitato per prendermi una pausa dalla mia vita, da ciò che non va. Soggiorno nel casolare di campagna del nonno ed ogni pomeriggio faccio lunghe passeggiate per schiarirmi le idee e per cercare di voltare pagina. Ho la forte necessità di ritrovare me stessa, sento che qualcosa manca, che c’è un vuoto, una voragine che va colmata, quel silenzio a cui bisogna dare tono e forma. Le giornate non passano così in fretta come speravo, così qualche giorno fa ho allungato la mia passeggiata e mi sono avvicinata ad un casolare non molto lontano da quello in cui alloggio: seduto sul limitare ho visto un uomo, un uomo anziano, consumato dal tempo, dal lavoro e dal sole. Lui mi ha notata e mi ha sorriso; ha fatto cenno con la mano di sedermi accanto a lui sulla soglia della porta del casolare. Mi guardava ed era come se mi conoscesse da sempre: ha iniziato a parlarmi e a dirmi che nei miei occhi si leggeva tristezza, che il mio sorriso era enigmatico e cupo e che il mio corpo raccontava una storia. Quell’uomo sembrava sapere tutto di me. La mattina seguente mi invitò a fare una passeggiata nel suo vigneto: accettai subito, senza un attimo di esitazione. Camminavo e sentivo il tepore del sole sulla testa, osservavo con ammirazione quei chicchi d’uva non ancora maturi e mi facevo cullare dall’odore della campagna. Nel frattempo quell’anziano signore mi raccontò la sua storia: allora capii perché il giorno precedente lui sembrava conoscere così bene la mia storia, proprio perché molti anni prima aveva vissuto una storia simile e si era rifugiato in campagna per cercare se stesso e quella pace che credeva non avrebbe mai trovato. In un attimo mi fu tutto più chiaro: mi aveva invitato lì per mostrarmi la sua rivincita, per mostrarmi ciò che l’aveva aiutato dandogli soddisfazione. Mi parlava con tono paterno, quasi ad indicarmi la strada che avrei dovuto seguire. Non mi fece parlare, non mi chiese spiegazioni su ciò che mi stava accadendo, mi disse solo che da quel mattino in poi avremmo dovuto vederci ogni giorno, così lui mi avrebbe insegnato come amare e coccolare la terra e tutto ciò che la natura mi offre. Concluse dicendomi che solo partendo dalle radici avrei potuto ritrovare me stessa lasciando indietro l’ombra del mio passato. Da quel mattino incontro ogni giorno Luigi, l’anziano signore, e lui senza pretendere niente in cambio e come se fosse naturale, mi rieduca alla vita, mi fa conoscere nuovamente me stessa. Mi sta insegnando a gestire il suolo e le varie terminologie specifiche della viticoltura. È bellissimo quello che sta facendo per me, non credevo che il contatto con la natura mi potesse aiutare tanto. Sto imparando a vedere me stessa dalla giusta prospettiva, a capire quali sono stati gli errori del passato, quali sono le cose che potrei rivivere senza commettere sbagli. Luigi conosce me e questa campagna meglio di chiunque altro: conosce le forme delle colline, la loro sinuosità; conosce i tratti del mio viso e i cassetti del mio carattere come nessun altro. Mi sembra di conoscerlo da una vita: mi ricorda mio nonno nella voce, nei gesti, nelle abitudini. È come se lui fosse la radice di cui tanto parla, è come se lui avesse la chiave per capire ciò che non riesco a capire di me stessa. La situazione ha dell’assurdo, ma non mi faccio troppe domande: quando il sole splende la vita pesa meno ed i pensieri volano liberi da ogni vincolo. Ho deciso che nei prossimi giorni porterò il mio amico al canile più vicino per scegliere un cane che gli faccia compagnia quando io ripartirò per Milano, la città in cui vivo. Gli ho promesso che aspetterò il tempo della vendemmia per tornare alla mia vecchia vita e che durante l’estate lo aiuterò a piantare le piante per il suo nuovo orto. Ho capito che nella vita serve un complice che ci porga la mano in una giornata storta, qualcuno che sappia leggere nello sguardo tutto ciò che le parole non riescono ad esprimere. Nella vita serve qualcuno che ci indichi il cammino, quella strada che forse abbiamo smarrito. Tutto ciò me l’ha fatto scoprire quel filo rosso che lega cose apparentemente lontane e così diverse.

domenica 1 luglio 2012

“WINE ON THE ROAD” di Cristina Travelli

Cristina Travelli (Firenze, 1963) si esibisce in qualità di performance artiste in Italia e all'estero. Ideatrice nel campo del teatro/danza e dell’istallazione effimera. Nel 2000 presenta al Foyer Européen di Lussemburgo la personale “En dedans” che dà l’avvio a esperienze espositive nell'ambito di gallerie, fiere internazionali d'arte contemporanea e spazi pubblici. Per “Wine on the road”, concorso letterario 2011 di Villa Petriolo, scrive il racconto omonimo. “WINE ON THE ROAD” di Cristina Travelli. Viaggiava con uno zaino sulle spalle. Si spostava in treno e in bicicletta. Erano mesi che viaggiava così, senza una vera meta, guidato solo dagli odori dei luoghi. Si fermava a dormire dove capitava. Mangiava in posti semplici. Spesso si rifocillava in qualche taverna che incontrava di strada. Un po' di vino alleggeriva il freddo delle notti. Era partito in primavera. Casa Sole era ormai andata giù, ma il vigneto intorno era fiorente. Anche la nuova vigna era fiorente. Si era fermato qualche giorno a salutare dei vecchi amici. Aveva visitato il loro tartufeto, assaggiato il loro olio, il loro vino, ammirato le promesse del loro orto. Aveva visitato il Duomo d'Orvieto, percorso stradine, sentito l'odore del tufo. I vigneti davano una dolcezza particolare al paesaggio e alle sue crete. Il Castello della Sala era stata una tappa speciale. Un saluto a uno chef e una bocca piena di vino. Una bella cantina da visitare. Le giornate erano bellissime e qualche disagio non aveva fatto altro che accrescere quella sensazione di andare e di libertà. Era arrivato a Scario di domenica. Una matrona bruna, gli aveva fatto le moine cogli occhi. La sera erano andati a mangiare il pesce da u' Zifaro. L'estate era arrivata in fretta. Gli piaceva succhiare le arance. Le arance del golfo sono sempre dolcissime, anche d'estate. Si era già quasi a metà giugno. Al solito, inseguiva la musica delle bande di paese, il profumo di una terracotta colma d'olio o d'alici sotto sale e il vino puro di qualche artista sconosciuto. L'abbondanza del pane lo aveva attirato a Capitello. Il 12 giugno, il piccolo paese, più o meno situato al centro del golfo di Policastro, era in festa. La processione del pane era di una rara bellezza. L'odore del pane invadeva la strada che attraversava il paesino e nella sua piazzetta, colma di gente, fioccavano saluti e brindisi. È vita un sorso di vino! Arrivavano uomini e donne a piedi coi canestri fumanti dell'aroma del pane, uomini e donne coll'ape addobbata di fiori, nastri colorati e pani tondi, uomini e donne su carrettini agghindati di limoni e pupazzetti di pane, uomini e donne su camioncini aperti esuberanti di pane sul panneggio di un lino candido. Donavano il pane. “Un pane anche per te, ragazzo” gli sorrise una giovane donna, vestita di scuro. Sentì la carezza di un pane. “Grazie, ragazza”. Il vecchio veniva giù da Pietratagliata con le capre, scendeva giù lungo un canalone, seguendo il corso di un torrentello secco. I bagnanti sorridevano quando, da dietro la vegetazione, le caprette spuntavano sulla spiaggia a brucare un arbusto succulento oppure si arrampicavano su qualche roccia inseguendo l'odore del sale. Lì, sotto un carrubo, si mangiavano il pane scuro, il formaggio, i fichi bianchi. E si beveva un vino rosso poderoso che andava giù proprio bene, pure con quel caldo che picchiava in testa.“Uva reginella. Uva antica come il paesaggio”. Il vino è un profumo che te lo trovi anche così, apparecchiato sul mare. In ciabatte, costume da bagno, occhiali scuri, seduti al fresco, in un andirivieni di gente, il cielo aperto, lucidi di sole, si guardava traballare il carrubo. Davanti a un fiasco di vino, con la fame che ti viene con l'aria di mare, con quel sapore d'antico, non c'era ritegno che tenesse. Le primule di Palinuro. Le calette. Le scogliere. Il monte Bulgheria: nessuna nuvoletta al di sopra della sua cima che annunciasse tempeste. Erano arrivati col barcone. Dalla spiaggia qualcuno zufolava. Il pifferaio magico faceva capolino da dietro il ciuffo d'un cespuglio selvatico. Un brav'uomo quel pastore di capre. Il tavolo di legno scolorito dalla salsedine ce l'aveva messo lui sotto il carrubo. E anche quella cantinetta che c'era l'aveva mantenuta lui. Ci stava il vino, il formaggio e qualcheccosina di attrezzi. Una volta c'erano quelli del Club Mediterranée, poi se n'erano andati senza farne di nulla. Avevano lasciato tre o quattro sassi d'una costruzione in pietra, che era venuta giù quasi tutta, e un nome nostalgico: la spiaggia dei francesi. O è che in quel tratto di mare era naufragato un veliero di pirati di non si sa dove? Nei racconti le cose si confondono, i nomi si fanno antichi, le storie importanti. C'era chi la notte c'aveva dormito, e alcuni assicuravano d'aver sentito la voce del mare trasportare fino a riva i sussurri dei naufraghi senza pace, altri ne avevano ascoltato un canto, altri ancora ne avevano visto uno dondolarsi alla luce di un fuoco, qualcun altro, sfiorato da qualcosa d'indefinibile, si era svegliato di soprassalto nel mezzo d'un sonno profondo, pieno di profezie. Il mare cullava i lamenti degli invisibili e l'aroma soprannaturale del vino le incertezze dei vivi. C'era sempre qualcuno che si lasciava tentare dalla bellezza di quell'angolo selvatico e si fermava lì a dormire sulla spiaggia fino all'arrivo del barcone del giorno dopo. La luce della luna attrae il mare, fortemente. Confusi in quel firmamento, si faceva il bagno. Di notte l'acqua è più calda e l'oscurità si compiace di ogni scintillio, del guizzare d'un pesce, della corsa di una stella cadente. Alla spiaggia dei francesi si arrivava più facilmente via mare che via terra. I barconi dei pescatori durante l'estate facevano su e giù dal porticciolo di Scario alle spiagge: I Gabbiani, La Risima, La Sciabica, infine I Francesi. E viceversa. Ce n'erano di bei posti da quelle parti: le grotte, la Punta Infreschi, Camerota... Se bevi l'acqua di Scario, tornerai per sempre, dicevano i paesani. Lungo quella parte di costa, alle spiagge più belle, si arrivava solo dal mare. La spiaggia dei francesi era la più distante. Dunque i barconi si fermavano lì in attesa del rientro in porto, e i bambini dei pescatori, appresso ai padri, ne approfittavano per fare i tuffi. La spiaggia dei gabbiani al calar del sole era fantastica. I gabbiani, chiusi su stessi, si distribuivano lungo tutta la spiaggia. Le loro grida si sfumavano via via che il barcone si allontanava. Veniva giù da Pietratagliata. Un brav'uomo quel pastore di capre. Alla vista delle caprette che brucavano tranquille, si era sempre colti alla sprovvista, e un piacere di cose d'altri tempi, una meraviglia strana, come di un mondo perduto, t'entrava negli occhi e ti trascinava là dietro la spiaggia, sotto il carrubo, a ristorare il momento o intrattenere una piccola malinconia. Un tugurio che un brav'uomo chiamava cantina. Il tavolone di legno scolorito imbandito alla buona. L'odore dolce del vino nell'aria. Un brav'uomo quel pastore di capre. T'apparecchiava quello che aveva e ti dava da bere lì al fresco, sotto un carrubo. Il passaggio dei tonni, le grida dei gabbiani, dei delfini in lontananza. Era tornato alla spiaggia dei francesi dopo diversi anni. Il pastore che conosceva non c'era più. Era morto in un incidente d'auto, l'avevano investito, preso in pieno. Prendeva l'ultimo barcone del pomeriggio diretto ai Francesi, a volte mescolandosi ai turisti, ma, più spesso, se ne stava seduto accanto alla cabina di guida, in silenzio. Ai Francesi c'era una rete che separava la spiaggia dagli arbusti. Là dietro c'era ancora qualcuno, suonava la fisarmonica. Un motivetto allegro, di paese. Rimaneva seduto sul barcone a guardare le scogliere e a scolarsi in pace una bottiglia di Falanghina. Dopo qualche sorso iniziava a scriver poesie.

venerdì 29 giugno 2012

Racconto “Il Ciabot di ‘Uanén’” di Cristiana Luongo per WINE ON THE ROAD

Cristiana Luongo, di Asti, dall'ottobre 2010 collabora con Dentro la Notizia Break, Free Press d'Informazione Asti, Alba, Torino. Al Premio Nazionale “Il tartufo d’oro” – 1^ Edizione , Bagnoli Irpino (AV) - si è classificata al terzo posto con il racconto breve "Bobi e Bertu". Per “Wine on the road”, concorso letterario 20112 di Villa Petriolo, ha scritto “Il Ciabot di ‘Uanén’”. Racconto “Il Ciabot di ‘Uanén’” di Cristiana Luongo. Immaginate di ricevere una lettera da Asti…la vostra mente cercherà di cogliere il luogo geografico in cui piazzare quella città perché, se siete americani come me, il nome di primo acchito non vi dirà nulla. Immaginate di leggerne il contenuto, un messaggio scritto a mano. Scorrete con gli occhi le parole sconosciute, finché non leggete chiaramente Italia, ed una data, 15/07/2011. Avrete senz'altro intuito che d'italiano conosco ben poco ma ho pensato a qualche parente di mia madre; frugai tra le vecchie cartoline che, molti anni fa, i cugini le inviavano dal paese d'origine e toh, Asti. Chiamai mia madre, pregandole di tradurmi la missiva. Inforcò gli occhiali e cominciò a leggere a voce alta, finché dopo un paio di righe, si commosse, guardandomi con aria triste e dicendomi di partire e raggiungere Asti, come da direttive del notaio, poiché c'era un'eredità da accettare, quella di nonno "Uanén". Le chiesi di accompagnarmi, ma rifiutò, a causa delle sue gambe. In 50 anni, ci sono stato una volta sola, l'avevo completamente rimosso, ma decisi di prendermi una breve vacanza, giusto il tempo di organizzare viaggio e lavoro. Più che una città, a me sembra un paese, Asti, e neanche di quelli grandi; Internet mi accompagnò durante il lungo tragitto in aereo, e occupai il tempo a studiare la città, nella regione del Piemonte, a Nord Ovest del paese. Il notaio parla un inglese scolastico ma ci siamo capiti a sufficienza, anche grazie a mia madre, al telefono; aprì una cassaforte ed estrasse una busta vecchia e ammuffita. La apersi, ma ecco di nuovo una scritta in italiano. Con non poche difficoltà, compresi che Uanén mi aveva lasciato un "Ciabot". Google mi delucidò su cosa fosse: un piccolo casolare in mezzo ad una vigna adibito, in passato, a magazzino per gli attrezzi del contadino che stava fuori da casa tutto il giorno, oltre che un riparo dal sole e dalla pioggia… il mio si trovava a Castell'Alfero, un paese della provincia. Dopo 15 ore d'aereo, 20 minuti di taxi non mi pesarono: dal finestrino posteriore dell'auto, non riuscivo a staccare gli occhi da ciò che forse avevo già visto, ma mai guardato. Quali dolci colline e quale geometria tra i vigneti avvolgevano la mia mente; tirai giù il vetro, nonostante il caldo afoso e la fresca aria condizionata dell'abitacolo e, credetemi, un profumo così, di terra e fiori, non ha paragone con nessuna essenza artificiale. Il paese lo vidi solo passare, il mio traguardo era fuori, in aperta campagna. Il taxista mi lasciò all'imbocco di una stradina sterrata, probabilmente le auto non circolavano nel borgo. Presi la valigia e m'incamminai… dopo un centinaio di metri tra i boschi, mi trovai davanti a un piccolo casotto, con una finestrella senza vetro, e un buco al posto della porta. Saranno 5 metri quadrati, la mia eredità… la lettera che mi consegnò il notaio conteneva una coordinata: "Entra, gira a destra, terzo mattone dall'angolo sinistro". M'inginocchiai a fatica, con quella maledetta pancia che mi ritrovo e contai, facendo scivolare il polpastrello sul muro grezzo e ruvido, uno, due, tre. Spinsi un po' ma nulla, passai il dito sulla fessura ma nulla, mi alzai innervosito e col tacco colpii il muro, che fece spostare il mattone. Immaginate di essere davanti ad un tesoro tutto vostro, ancora sconosciuto, sono sicuro che vi brillerebbero gli occhi, nell'attesa. Misi delicatamente la mano dentro ma pareva non esserci nulla. Spinsi più in fondo il braccio e finalmente sfiorai qualcosa, forse una bottiglia di vetro, forse piena di soldi o Buoni del Tesoro! Potrebbero valere una fortuna, pensai. Estrassi delicatamente il mio tesoro, senza trovare monete né titoli, solo una bottiglia polverosa contenente del liquido. Mi sedetti sul pavimento, con la schiena appoggiata al muro e le gambe distese, presi il cellulare e chiamai mia madre, esprimendole il mio dispiacere. La sentii sorridere; mi chiese se c'era ancora il suo carretto di legno con l'asinello di paglia, mi guardai in torno velocemente ma non lo vidi tra le macerie rimaste, infine mi disse di cercare un "tirabursun", un cavatappi che, a quanto ricorda, il nonno teneva appeso nel suo ciabot-cantina. Almeno potevo assaporare la mia eredità. La salutai e mi spostai sui palmi delle mani: davanti alla porta/buco, rimasi incantato dalle vigne davanti a me. A chi appartenessero, non lo sapevo, ma di certo erano coltivate con logica e lavorate con estrema cura. Sentii delle voci provenire da fuori; un uomo, sulla quarantina, stava spiegando qualcosa, con ampi movimenti di braccia, ad un gruppo di 4 persone. Mi avvicinai, si stava facendo sera e speravo in un indirizzo dove poter pernottare e ripartire l'indomani stesso. Giovanni ed io ci conoscemmo così; lui, giovane imprenditore agricolo ed io, manager aziendale americano. Mi parlò in perfetto inglese, e ne conosce 7, di lingue. Mi spiegò che anche lui era proprietario di un ciabot; la regione gli aveva dato un premio e dei soldi affinché lo ristrutturasse, per contribuire alla rivalutazione del territorio astigiano e della tradizione vitivinicola del paese. Da 4 generazioni, la sua famiglia si dedica al vino, producendo non solo Barbera, il vino tipico di queste zone, ma anche Grignolino e Arneis. Io non conosco il carattere di tutti gli italiani, ma Giovanni mi dimostrò un'accoglienza unica, nel suo ciabot nuovo a due piani, con una camera per gli avventori che pernottano nel fine settimana, degustando le materie prime prodotte nel suo agriturismo, e assaporando vini eccellenti della sua cantina. La prima sera dormii come un sasso, ma il giorno dopo conobbi di più sul suo lavoro. Produce 10.000 bottiglie l'anno di vino, un numero esiguo, a favore di una qualità superiore. Vendemmia a mano, poggiando delicatamente i grappoli su cassette di legna bucata e subito portate in cantina per la maturazione e la lavorazione. Il succo d'uva più pregiato viene affinato in barrique di legno di rovere per almeno 10 mesi. Quella sera ne stappò una in mio onore, e sulla terrazza panoramica, restammo a parlare fino all'alba, raccontandomi del mondo contadino, del lavoro duro, che degustavo con avidità. Mi spiegò il dispiacere che si prova nell'effettuare la pratica del diradamento, a maggio, quando molti grappoli sani vengono strappati apparentemente senza cuore; in realtà, ogni strappo dal ceppo non è altro che una sapiente scelta, un sacrificio attuato per ottenere un reale equilibrio produttivo e l'eccellenza qualitativa della produzione. Mi parlò di mio nonno, di quanto fosse devoto verso la vita e la vite; suo nonno Carlo era il miglior amico di Uanen, e pare che lui non si chiami Giovanni a caso, ma porti il nome del suo padrino…quindi Uanén significava Giovanni, in dialetto piemontese. Avevo trovato un amico, e lui aveva aperto la sua casa e mi aveva spiegato la sua vita e il suo lavoro. L'indomani gli avrei portato io un dono, non so quanto valesse, ma era la mia eredità, ed io desideravo condividerla con lui. Prima di aprirla, la guardò bene, quella bottiglia, con aria di chi studiasse chissà quale reperto storico. Disse che il tappo era buono, lo annusò, togliendolo dal tirabursun. Preparò un tagliere di prodotti locali, c'erano pane e grissini di Callianetto, Robiola di Roccaverano, salame cotto di Grana, Mocetta di Crea. Prese due bicchieri dalla credenza, quelli dei nonni Carlo e Uanen, mi disse, che usavano durante le serate insieme. Il vino, di un rosso scuro, all'odore pareva mandorla e legno. Brindammo, ma aspettai che lo sorseggiasse per primo. Guardò nel buio della campagna, e sorrise. Assaporai a mia volta, e lì ebbi un déjà-vu: ero un bambino, e mio nonno mi accarezzava la testa, dicendomi che un giorno, in quel ciabot, avrei trovato un tesoro.

mercoledì 27 giugno 2012

Il racconto “I sapori della vita” di Gina Pepe per WINE ON THE ROAD

Gina Pepe nata a Tricarico, è residente a Empoli. Diplomata presso l’I.T.C. Enrico Fermi di Empoli, è impiegata presso la Banca C.R. Firenze. Partecipa a vari laboratori di scrittura creativa presso l’associazione culturale Elan Frantoio di Fucecchio, diretta dalla scrittrice e regista Firenza Guidi e a vari concorsi letterari per racconti brevi. Per “Wine on the road”, concorso letterario 2011 di Villa Petriolo, scrive il racconto “I sapori della vita”. Racconto “I sapori della vita” di Gina Pepe. Era Ferragosto e sembrava che il sole fosse sceso a festeggiare insieme ai contadini, tanto scaldava e tanto feriva gli occhi con i suoi raggi. Ai lati della strada asfaltata ( se così la si può chiamare) la campagna lucana sembrava un deserto americano. Lo sguardo si perdeva in quell’immensa distesa di zolle arate dalla mano dell’uomo, bruciate da Apollo e dimenticate da Dio. Eugenio, in piedi accanto alla sua Land Rover rossa, fissava il “cratere” che aveva fermato il suo galoppo. “ Spaccheremo la macchina! Torniamo indietro!” gli gridava Lucia, sua moglie, agitandosi da dentro l’abitacolo. Nella mente di Eugenio cominciarono ad affiorare i ricordi dei racconti di suo padre. Cercò di immaginarsi la vecchia mula dello zio Peppe ,che probabilmente proprio in quello stesso punto chinava beffardamente la testa rifiutandosi di andare oltre, e i due fratelli che, forti dei loro venti anni e del buon vino che, come una linfa, nutriva i loro muscoli, cercavano di convincerla spingendola da dietro e spronandola con urli e fragorose risate. E fu allora che Eugenio risalì in macchina in preda ad un attacco di ilarità e piano, piano si rimise in cammino e riuscì a superare quell’ostacolo che poco prima era parso, ai suoi occhi milanesi, insormontabile. Ancora per un altro chilometro non incontrarono che rotoloni di paglia e spaventapasseri. Ascoltavano le voci di quel silenzio: il vento che accarezzava le loro mani rivolte verso il cielo, le campane delle mucche in lontananza, il canto degli uccelli in volo. Con il pensiero ancora perso nei racconti di mamma e papà, a Eugenio sembrava di sentire in lontananza il rumore delle falci che tagliavano il grano, gli sforzi dei contadini, il canto delle donne che davanti ai casolari riempivano i materassi per le signore del paese, e le risate delle bambine che giocavano con le nuove bambole ricavate dalle foglie di granturco. I cani che abbaiavano e che seguivano la Land Rover con l’entusiasmo di un bambino che segue un aquilone, lo riportarono alla realtà. La strada si era fatta molto più stretta; ai lati vi erano vari casolari e gli uomini li salutavano togliendosi i cappelli. Sul muro di quello che aveva tutta l’aria di essere un granaio, una scritta annunciava: “Masseria di Calle.” “Ci siamo” disse Eugenio alla moglie ,“quella lassù in alto a sinistra è la casa dello zio Peppe!” Erano passati anni dall’ultima volta che era stato lì, ma quell’albero era sempre in fondo alla salita piena di sassi, il pergolato era ancora alla destra sull’aia,e le caprette erano ancora nel recinto a sinistra. La zia Maria li aspettava all’angolo della stalla: con la mano destra sistemava la ciocca di capelli che scappava dal fazzoletto nero annodato alla nuca, e con la sinistra teneva un secchio che, sicuramente, di lì a poco avrebbe riempito con quegli splendidi fichi neri che crescevano come funghi sull’albero dietro la rimessa degli attrezzi. La sua andatura lenta e i solchi che le rigavano il volto e le mani erano la prova di quanta vita fosse passata. L’abbraccio con il quale zia e nipote si salutarono era tuttavia prova di quanto si possa continuare a vivere vicini pur essendo lontani. “Manca poco vedo?” disse la zia Maria a Lucia toccandole il pancione che spuntava fiero sotto la maglietta aderente. Lucia era nata e cresciuta a Milano, non aveva mai toccato una mucca in trent’anni né, tantomeno, aveva mai tenuto nelle mani un uovo appena covato. E fu così che, per curiosità, i due ragazzi passarono il pomeriggio a mungere il latte e bollirlo, a raccogliere uova , a pascolare il gregge nei campi insieme ai cugini e ai due fedeli cani. Si allontanarono alla ricerca delle grotte dei briganti Cric, Croc, e Ninc Nanc , i cui spiriti, secondo le leggende del luogo, ancora girano per la campagna nelle sere d’estate, rubando l’uva e la Malvasia. Appena il sole cominciò ad allontanarsi e a ritirarsi dietro quegli alberi che si intravedevano in lontananza, l’aia cominciò a popolarsi: donne , bambini, anziane signore, ognuno con un cesto tra le mani che zia Maria si affrettava a portare dentro casa. Venne scaricata da un trattore una lunga tavola che fu apparecchiata e imbandita con tutto quello che la campagna poteva offrire: lunghe fette di pane, pomodori enormi, peperoni fritti , provolone, pecorino, formaggio con i vermi, mozzarelle, salsicce e capocollo. Per non parlare dei fichi! Ognuno si serviva e gustava il suo pasto al fresco ascoltando le storie degli anziani che animavano, insieme alla luna, quella meravigliosa serata. Lucia, che da sei mesi non metteva in bocca una fetta di prosciutto, perse il conto delle fette di capocollo e di fichi che riuscì a buttare giù insieme ai consigli ( in egual misura divertenti e spaventosi ) delle donne per il parto. Alla fine arrivò il momento del brindisi: ognuno teneva il suo bicchiere colmo in una mano e quei piccoli chicchi di uva nell’altra. “ Beviamo questa Malvasia alla salute..” recitò uno dei commensali “.. e alla buon’anima di compare Peppe, che ci ha lasciato questo vino”. “ Chissà se l’anno prossimo lo faremo di nuovo!” gli sussurrò all’orecchio la zia Maria, “ chi vuoi che lavori la vigna ormai.!” Fu allora che Eugenio guardò sua moglie, che non le era mai sembrata così bella e serena, e capì cosa doveva fare. “ Quanta strada bisogna fare prima di tornare finalmente a casa?” si domandò guardando una stella cadere proprio lì, vicino alla vigna...........

lunedì 25 giugno 2012

Racconto “LA STRADA DEI VINI E DEI SAPORI” di Valerio Gamba per WINE ON THE ROAD

Valerio Gamba, di Soresina (CR), scrive di sé: “vivo a Cremona dove mi sono laureato in Ingegneria per l’Ambiente e il Territorio e dove lavoro nel campo dell’urbanistica e della pianificazione territoriale. Occasionalmente scrivo articoli per riviste locali e partecipo a qualche concorso letterario. Tengo un blog in cui parlo delle mie passioni: viaggi, territorio, letteratura, cucina e molto altro”. Valerio ha partecipato al concorso letterario 2011 di Villa Petriolo “Wine on the road” col racconto “La strada dei vini e dei sapori”. Racconto “LA STRADA DEI VINI E DEI SAPORI” di Valerio Gamba. La mia città nebbiosa è ormai alle spalle. Le prime colline per noi che – come Raf e Tozzi – siamo gente di pianura, fanno già vacanza, e ci sembra di essere entrati in un’altra dimensione anche se abbiamo percorso una mezzora di strada da quando siamo partiti. Ci concediamo il lusso di guardarla da quassù, quasi fosse il terrazzo di casa, quella nostra pianura, sorseggiando un calice di Ortrugo dei Colli Piacentini davanti ad un rustico vassoio di antipasti misti. Anche i sapori familiari hanno un retrogusto diverso quando sei al posto giusto; così questo bianco vivace, che tanto spesso fa bella mostra di se sulle nostre tavole, ce lo godiamo con più intensità. Il primo bicchiere è rinfrescante, toglie la sete, le fatiche, ti rilassa i muscoli. Ma devi imparare a dosare le energie, che la strada è appena cominciata. Ridiscendiamo la Val Trebbia, come Annibale, senza elefanti ma con Alfonso, che sarà il nostro trascinatore con le sue pacche sulle spalle, lui che nulla ha da temere, grande e grosso com’è. Noi non facciamo altro che farci trascinare dal suo entusiasmo, dalla sua voce tonante che urla “Dai, Vince!”. Se Alfonso è il trascinatore, Vince è la nostra guida. Ma che guida! Siamo sicuri di essere in buone mani? Ci parla di Roma, ci racconta che ci ha vissuto, tanti anni fa, che conosce a memoria tutte le strade e sa districarsi nel famigerato traffico capitolino attraverso delle scorciatoie che chissà come, tra quasi tre milioni di abitanti, conosce soltanto lui. Fu durante le sue scorribande laziali che scoprì il più celebre tra i vini dell’Alta Tuscia, l’Est! Est!! Est!!! di Montefiascone. Ce ne parla in prima persona quasi fosse lui il coppiere Martino, che segnalò entusiasticamente questo vino al vescovo Johannes Defuk e che, secondo la leggenda, ne stabilì involontariamente il nome, destinato a rimanere nei secoli. Est era il segnale che il coppiere lasciava nei borghi dove trovava del buon vino per il vescovo che l’aveva mandato in avanscoperta. “Est!”, c’è, lo grida anche Sandro quando gli raccontiamo la storia; condivide l’entusiasmo del coppiere, ma sarà meglio tenerlo a freno perché non tiene mai l’alcol e a Montefiascone potrebbe lasciarci le penne ben prima di quanto accadde al vescovo Defuk, deceduto proprio nel borgo dell’Alta Tuscia, si dice per il troppo bere. Scendiamo lo stivale, prendendo una pausa che consenta a Sandro di rimettersi in carreggiata. Il Nero d’Avola si sta già ossigenando nel decanter, e siamo in un clima di attesa come sul traghetto che attraversa lo stretto, con l’impazienza di toccare la terra siciliana ma la consapevolezza che bisogna rispettare i tempi e che Sud significa anche lentezza. Rocco sembra trasformato; finora è stato il più taciturno di tutti, ma adesso è diventato un torrente di parole, sarà il clima siculo o sarà invece il vino che gli scioglie la lingua. Dopo la prima sorsata inizia a raccontare della sua infanzia a pochi chilometri da qui. E’ un narrare evocativo, come evocativo è questo Nero d’Avola, e sembra anche noi di vedere la madre ancora giovane e prosperosa nel suo vestito a fiori che lo abbraccia e lo bacia energicamente. Dalla cucina ecco finalmente comparire Marta con un pentolone fumante tra le mani. Finora è rimasta in disparte, ma la sua entrata in scena accompagnata da un profumo di pomodoro, ricotta e basilico ha destato l’attenzione di tutti. Lei non sembra sentirsi a proprio agio al centro della scena; quello è il ruolo di suo marito. Infatti Vince tiene banco, immerso in una discussione con Rocco sullo stile di vita mediterraneo. Nel frattempo è già terra rossa, fichi d’india, ulivi secolari, case bianche, mare azzurro. E’ già sud-est. E’ già Salice Salentino. Ora è Maria, la moglie di Rocco, a fare gli onori di casa, snocciolando i nomi dei paesi di produzione, quasi a ricostruire un legame con terre mai dimenticate. Certi vini li chiamano “da meditazione”, e sento che i discorsi intorno a me si stanno facendo più impegnativi. Rocco, lo storico del gruppo, sta facendo un’analisi comparata delle dittature mediterranee degli ultimi cent’anni, dal Franchismo al Regime dei Colonnelli passando per il nostro Mascellone. Io mi lascio andare dal ritmo ipnotico di un tamburello, catturato da una donna dalla carnagione scura ed i lunghi capelli neri, che si avvicina senza nemmeno lasciarsi sfiorare, ed ho una bella voglia di girare in tondo, questa volteggia con la sua lunga gonna che lascia scoperti solo i piedi nudi e si lascia corteggiare all’infinito… L’Infinito, quello leopardiano, si è messo a recitarlo Vince, strappandomi dalla terra rossa e portandomi tra i dolci colli marchigiani. Siamo tra i vigneti degli eredi del grande poeta di Recanati; dietro quella curva c’è il mare, davanti a noi una bottiglia di Rosso Conero. Sandro mi si avvicina e cerca di farmi sentire il retrogusto di tabacco. “Dai! Cerca di concentrarti… Lo senti?”…Io sono convinto che l’abbia letto sul retro dell’etichetta, oppure gliel’ha detto Cristina, che ha fatto un corso di sommelier qualche anno fa… Ma a dire il vero lei sembra in tutt’altre faccende affaccendata; abbandonato l’iniziale contegno femminile, sta tenendo testa ad Alfonso in una sorta di reading poetico goliardico da osteria. Sembrano quasi quei poeti improvvisatori d’Appennino; certo che un po’ più di rispetto per il grande Giacomo, che ha tanto sofferto a pochi chilometri da qui, nel natio borgo selvaggio, potrebbero averlo… Tocca a me stavolta portarmeli via. Continuiamo la risalita dell’Adriatico. Mentre Marta riappare con un tegame di carne, tra le grida entusiastiche di Alfonso e la disapprovazione della vegetariana Cristina, ho scovato tra le bottiglie di Vince una di Terrano. Dice che gliel’ha portata un vecchio commilitone di Trieste. Ho insistito per aprirla, in memoria dei miei viaggi sul Carso. “Anche questo è vino di terra rossa”, cerco di spiegare a Maria. “Terra carsica. Ci sono delle inaspettate affinità tra questi due territori situati alle due estremità dell’Adriatico”. Mi promette che l’anno prossimo ci andranno, a Trieste, ma le promesse, a quest’ora e con il livello della bottiglia che continua a calare, lasciano il tempo che trovano. La stanchezza comincia a farsi sentire, ma abbiamo ancora una tappa davanti a noi. Ecco la famosa torta alle noci di Cristina. La accompagniamo degnamente col botto finale; tagliamo in due lo Stivale e scendiamo a capofitto tra i terrazzamenti delle Cinque Terre per una bottiglia di Sciachetrà. Attraverso il giallo ambrato del bicchiere mi sembra di vedere i contadini che raccolgono l’uva, le loro sagome che si stagliano sullo sfondo del Mar Ligure, la loro tenacia e la fatica nello strappare quotidianamente quella terra alla montagna. Grazie, Cristina, per avere portato questa bottiglia, grazie per le suggestioni che mi da… quasi mi commuovo a pensare al lavoro che c’è dietro a questo vino, e vorrei ringraziare anche loro, ringraziarli tutti; chi ha costruito i muretti a secco, chi ha impiantato le viti, chi ha raccolto l’uva, chi l’ha pigiata, chi ha imbottigliato… Guardo il soffitto a volta della cantina di Vince. Siamo al capolinea di questa nostra strada dei vini e dei sapori. Il silenzio è sceso nella stanza, dopo centinaia e centinaia di chilometri macinati in una serata, e ci fa capire che è l’ora di congedarsi. Li abbraccio ad uno ad uno, i miei compagni di viaggio. Poi inforco la mia bicicletta e pedalo verso casa, con il fanale incerto che illumina la mia notte nella mia nebbiosa città.

venerdì 22 giugno 2012

WINE ON THE ROAD: “IL VIAGGIO DELLE MONTAGNE” di Maria Francesca Giovelli

Maria Francesca Giovelli abita a Piacenza. Laureata in lettere moderne presso Università degli Studi di Milano, è insegnante scuola superiore (Istituto per l’Agricoltura e l’Ambiente). Le sue pubblicazioni: “Il silenzio sulla soglia”, Ed. I fiori di campo, Landriano Pv, 2004; “Un feudo e nove ville”, Ed. I fiori di campo, Landriano, 2006, Pavia; “ Dove respirano i pioppi”, Ed. I fiori di campo, Landriano, 2007, Pavia. Per “Wine on the road”, concorso letterario 2011 di Villa Petriolo, ha scritto il racconto “Il viaggio delle montagne”. Racconto “IL VIAGGIO DELLE MONTAGNE” di Maria Francesca Giovelli. Si chiamava Claudina e quando sorrideva mostrava due dentoni bianchi e lucenti a mo’ di paletta che ne facevano, a mio parere, un gran bel sorriso. Vestiva male; un paio di calze smagliate ed una gonna verde, abbinata ad un maglione infeltrito color caffelatte, ricordo, le durarono per un’intera stagione. Il pullmino ci scarrozzava per una buona mezz’ora ad ogni corsa tra le stradine inghiaiate e polverose della pianura e, in quel frattempo, i ragazzini, un gruppo abbastanza numeroso di tredicenni rumorosi e boriosi, dal piglio talvolta crudele, si divertivano a prenderla in giro, canzonandola senza pietà. Talvolta infierivano anche sul fratello; un ragazzotto più giovane di lei di qualche anno, che la fantasia tutt’altro che dolce del gruppo aveva soprannominato poco simpaticamente “Mutando”, per via di certi mutandoni di cotone a costa larga, talvolta crivellati di buchi, che i pantaloni smessi da un altro fratello ed un po’ troppo larghi per lui, lasciavano intravedere ogni qualvolta calavano troppo in basso rispetto alla vita, già di per sé non troppo sottile del ragazzo, fermandosi sul sedere. Claudina non accettava passivamente quella sfilza di parole e gesti poco gentili; spesso si difendeva rispondendo agli attacchi e colpiva: talvolta volava qualche calcio ed il fisico, molto più alto e robusto del mio, per fortuna, la aiutava. Qualche volta ricordo di aver preso le sue difese, a scapito del gruppo che, a seconda dei casi, la isolava oppure la attaccava: e fu così che, in qualche modo, io e Claudina ci avvicinammo, ma senza le confidenze un po’ romantiche e segrete che le ragazze, solitamente, a quell’età si scambiano. Un giorno venne a trovarmi; la vidi arrivare dal fondo della stradina inghiaiata con la sua gonna verde acceso in un nugolo di polvere inforcando, con poca grazia e tanta fatica, una bicicletta da uomo arrugginita. Restammo insieme un intero pomeriggio tra cortili assolati e fienili impagliati, dove ci esercitammo in una corsa a finti ostacoli e ci dilettammo in giochi più adatti a due ragazzacci che non a due fanciulle adolescenti. Ma con Claudina era così: il divertimento era pura allegria, scherzo, risata da cui traspariva chiara una solarità dell’anima, non rivelata o forse inesprimibile col linguaggio verbale. Un pomeriggio, al termine di una scorribanda pazza sull’argine del fiume, verso sera, decisi di accompagnarla a casa; la sua abitazione non era lontana dalla mia e, non so perché, non avevo ancora pensato di ricambiarle la cortesia della visita. Ci avviammo lungo la stradina inghiaiata e, pedalando, restavamo alla pari; il sole moriva alle nostre spalle oltre l’argine del torrente dove poco prima avevamo scorrazzato senza ritegno. Eravamo stanche e l’animo rifletteva ora una serenità quieta, pacata, ma vera e percepibile. Arrivammo finalmente alla sua abitazione: una costruzione seminuova e molto piccola nel cui cortile regnava un silenzio poco reale. Senza profferire parola Claudina mi introdusse in casa; una stanzina al pian terreno dove, in ogni angolo, oggetti più svariati e differenti affioravano da un disordine polveroso e trasandato. Persino le due figure che in quell’istante la abitavano parevano parte di quel senso di desolazione, tanto che, ad una prima occhiata, neppure le avevo notate nel cupo colore della stanza. In un angolo accanto alla finestra una donna, vestita con un abito scuro, punteggiato di minuscoli fiorellini grigi, si perdeva seduta su una sedia troppo bassa per la sua statura: l’acconciatura, per nulla curata, mostrava una massa di capelli grigi, raccolti in malo modo sulla nuca e pendenti in ciocche ribelli e disordinate sul volto. Cuciva un paio di calzini troppo bucati e, intenta nella sua attività, non distolse gli occhi quando feci il mio ingresso nella stanza. Sul divano, steso con le gambe accavallate, un uomo dall’aspetto più giovane della madre, ma con la stessa aria abbandonata e persa, guardava alcune scene di un vecchio film muto in bianco e nero. Salutai educatamente ed uno dei due genitori mi rispose sottovoce, senza però tralasciare quell’immobilità in cui pareva calato. Imbarazzata scorsi velocemente con gli occhi gli oggetti e le cianfrusaglie che riempivano la stanza: una credenza a vetri anni sessanta straripava di carte e cartacce frammiste a bicchieri, calici spaiati e vecchie tazzine scheggiate; in un angolo sul pavimento, in una cassetta di legno, riconobbi i libri di scuola depositati in malo modo, gli stessi che a casa mia facevano bella vista nella libreria nuova che, proprio quell’anno, mio padre mi aveva regalato. Poi lo sguardo si diresse verso l’unica fonte di luce della stanza, la grande finestra al centro della parete di fronte; era senza tende e proiettava, proprio come un grande schermo, l’orizzonte col suo tramonto tinteggiato e lucente. Intravidi il verde della campagna filtrato dai vetri opachi e, lontano, la mia piccola casa là in fondo all’orizzonte che oltre ancora, confusamente, si trasformava in una striscia indistinta di alberi, prati e cielo. Mi venne d’istinto il desiderio fortissimo di andarmene in fretta da quel luogo per riconquistare al più presto quel punto perduto e lontano. Salutai di nuovo in fretta e Claudina mi riaccompagnò all’uscita; volai sulla bicicletta e pedalai fino a non avere più respiro, mentre il cuore batteva forte e quella piccola casa là in fondo al verde ritornava piano piano più grande. Maggio era ormai terminato; giugno portò gli esami di terza media e poi giunse l’estate. Ogni tanto ripensavo a Claudina e alla sua casa; sapevo che da quella grande finestra avrebbe potuto in qualche modo vedermi da lontano, ma non cercai più la sua compagnia, né feci nulla per non perdere la sua amicizia. Poi fu il tempo delle novità e dei cambiamenti; la scuola superiore non mi lasciava più tanto tempo per giocare e la caparbietà nello studio mi incollava ai libri; uscivo sempre meno. Un giorno capitò all’improvviso a casa mia; me la trovai davanti alla porta col suo sorriso solare... La feci entrare, poi uscimmo verso la campagna a chiacchierare. Le sorridevo come un tempo, ma ormai ero cambiata e fremevo perché il giorno dopo avrei avuto un compito di latino ed un’interrogazione di storia, non potevo permettermi di trascorrere l’intero pomeriggio in sua compagnia. Si accorse del mio distacco e mi salutò col suo consueto buonumore: “Anche le montagne fanno il loro viaggio quando gli esseri umani non si spostano” Disse. Capii solo allora la sua maturità e la profondità saggia e segreta del suo spirito. La vidi allontanarsi lungo la stradina inghiaiata; le montagne lontanissime all’orizzonte chiaro sembravano partire anch’esse, definitivamente, con lei.

mercoledì 20 giugno 2012

Racconto “Tra moglie e marito” di Martino Savorani per WINE ON THE ROAD

Martino Savorani racconta di sé: “Ho 27 anni e sono cresciuto a Borgo Rivola, un piccolo paese della provincia di Ravenna ai piedi dell’Appennino. L’ho lasciato a 19 per andare a studiare a Bologna e a Milano e il distacco si è rivelato determinante per iniziare ad aprire gli occhi sul mondo e comprendere meglio quello che si vuole nella vita: dove e per chi spendere il proprio tempo, le proprie energie. Ho finito gli studi nel dicembre del 2007. Da allora lavoro, vivo e scrivo da qualche parte tra Borgo Rivola e Faenza”. Per “Wine on the road”, concorso letterario 2011 di Villa Petriolo, ha scritto il racconto “Tra moglie e marito”. Racconto “Tra moglie e marito” di Martino Savorani. “Tra moglie e marito, non mettere il dito”: è per questo che volevo rifiutare l'invito di Luca a un tour per le cantine della Valpolicella. Sapendo che sua moglie è di quelle zone, immaginavo ci avrebbe accompagnati. E io, da scapolone qual ero, non avevo nessuna da invitare. Il buon senso diceva di rifiutare, ma Luca mi assicurò che Lucia avrebbe passato il weekend dai suoi genitori, lasciandoci liberi di scorrazzare per cantine. Ci credevo poco, ma accettai. Il viaggio filò liscio. Luca era in forma, si vedeva da come gli luccicavano gli occhi; Lucia era serena, anche se aveva dimenticato a casa il caricatore del cellulare e brontolò un quarto d'ora. Accettabile per un viaggio di 2 ore. Quanto a me, non proferii parola per quasi tutto il viaggio. La casa dei genitori di Lucia era piccola, quadrata, circondata da un orticello e un prato molto curati. Sul retro c'era un dondolo fra due alberi possenti e rassicuranti. Ci accomodammo al secondo piano. Per lasciarci piena libertà di movimento e di ubriacatura, Lucia prese la camera singola e lasciò a noi la doppia. I genitori si mostrarono molto gentili. Il padre non parlava molto, stava seduto in poltrona e leggeva il giornale con la tv accesa e muta. La madre ci spiegò dove trovare gli asciugamani, quale bagno utilizzare e di non preoccuparci che la mattina dopo nessuno ci avrebbe disturbato. Era un posto tranquillo, quello. Avevano preparato una cena esagerata. Per non collassare sul divano di casa, ci toccò rifiutare i continui inviti a fare il bis. Ci congedammo appena finito il coniglio ripieno e solo grazie alla promessa che al ritorno avremmo assaggiato il mascarpone e la torta di cioccolato e pere. In strada ci attendeva il trenino del vino; ne passava uno ogni 20 minuti e fermava in ogni cantina. La prima tappa era in un locale rustico, tutto in pietra. C'era poca gente, forse era presto, così c'era anche poca fila per riempire il bicchiere. Dopo due rossi cominciò a girarci la testa. In quel momento fece il suo ingresso una bionda tutta sola, alta e snella, che vestiva una gonnella a fantasia di fiori e un top bianco aderente che dall'ombelico si arrampicava fin sopra al seno. La guardammo col nostro occhio spento da uomo di mezz'età un po' brillo. Con una così ci farei di tutto, confidai a Luca. Pur di passarle vicino prendemmo un terzo bicchiere, un merlot che toccava i 14,5°. Lei ci rivolse uno sguardo lungo e penetrante che ci fece arrossire e sorridere come ragazzini ubriachi. Dopo qualche volteggio nell'aia ci incamminammo verso l'uscita, riponendo i calici nell'apposita sacca appesa a tracolla. Al momento di salire sul trenino, non so nemmeno il perché, mi voltai verso la cantina. In disparte, col calice alle labbra, ci guardava sorniona. La seconda cantina sembrava uscita direttamente dagli anni '30. Terra e polvere la facevano da padrone anche al chiuso, mentre l'edera proliferava a discapito dell'intonaco. Dietro al bancone c'erano solo i proprietari, un uomo e una donna sulla sessantina. Avevano un'aria tranquilla, il viso stagionato dalle intemperie e la mano pesante col vino: riempirono i nostri calici ben oltre la metà. Ci aspettavamo un vino da osteria, invece era davvero ottimo: gusto pieno, rotondo, gradazione sostenuta e pochi fronzoli. Col primo bicchiere eravamo da ritiro della patente. Siccome non c'era molto altro da fare in quella cantina – non avevano pensato nemmeno al piano bar – ci avviammo verso il trenino. Con una certa soddisfazione riconoscemmo tra i passeggeri la signorina di prima. Noi salivamo e lei scendeva. Un breve scambio di sguardi e niente più. Non c'era molto da dire, e quel poco era chiaro. La terza cantina sarebbe stata anche la nostra ultima, ma allora non lo sapevamo ancora. Per arrivarci dovemmo affrontare un tratto a piedi in leggera salita, breve ma sufficiente a procurarci fiatone e colorito paonazzo stile maratoneta. In cima alla collinetta sorgeva una struttura enorme sviluppata a ventaglio. Moderna ed elegante, dava un'idea di leggerezza nonostante le dimensioni. In un'altra occasione ci saremmo allontanati: prometteva di costare un occhio della testa, ma il bello di questa iniziativa era che si pagava un pass all'inizio e poi si beveva finché si voleva. Erano ormai le undici e la serata aveva raggiunto il culmine: ci saranno state duecento persone, ma poteva ospitarne altrettante. Anche la gamma dei vini era impressionante. Ce n'erano di ogni tipo: dalle bolle ai passiti, dai corposi ai canterini. Eravamo in coda per il terzo giro quando alcuni giovani incamiciati presero a fissarci con un'aria vagamente disgustata. Ci scappò un risolino, abbassammo lo sguardo e ci presentammo al bancone. Come attaccammo a bere, Luca venne riconosciuto da un amico d'infanzia di Lucia che, un po' ingenuamente, attribuì il suo sorriso alla gioia di rivederlo. Dopo qualche minuto, più o meno coscientemente mi sganciai da loro, trascinato dal flusso di gente e da una minigonna di jeans assai parsimoniosa nel ricoprire due gambe probabilmente minorenni. Fu così che fissai più tette in quella mezz'ora che nel resto della mia vita. Ubriacato da tutto ciò, oltre che dal vino, scelsi una zona del giardino in leggera penombra e mi stesi a guardare il cielo stellato. L'obbiettivo di recuperare un minimo di contegno fallì miseramente quando, a pochi passi da me, una coppia iniziò a scambiarsi effusioni al limite del petting. Non riuscii a distogliere lo sguardo, chiedendomi come potessero fare cose del genere dove chiunque poteva scorgerli. Con una certa sorpresa, riconobbi in lei la biondona d'inizio serata. Mi ci volle un po' di più per accettare che l'uomo che la stava palpeggiando fosse il mio amico Luca. Disgraziatamente anche lui mi riconobbe: mollò la tipa di colpo, mi spintonò verso l'uscita e la serata finì lì. È bruttissimo discutere quando si è completamente sbronzi. Si diventa romantici, dal pianto facile, mansueti come agnellini eppure insaziabili attaccabrighe. Prese a dirmi che era tutta colpa sua, non avrebbe dovuto esagerare col vino e bla bla bla, ma io sapevo che si aspettava un po' conforto e, magari, che mi addossassi parte della colpa. Il gioco cui stava giocando lo conoscevo fin troppo bene, ma intanto io ero rimasto a bocca asciutta e lui, quello sposato, si era limonato una bella bionda. L'invidia e una certa pesantezza a livello delle tempie mi indussero a chiudermi in un ostinato silenzio. E Luca, per ripicca, mi chiuse fuori dalla camera. Rassegnato al divano, feci una capatina in bagno per la ventesima pipì della serata. Non ricordo bene come accadde, fatto sta che mi addormentai sul pavimento del bagno, testa contro il muro e braccio sul bordo della vasca. Dopo qualche ora una mano leggera mi scosse: era Lucia, doveva usare il bagno. Feci per alzarmi, ma il primo tentativo fallì. Mi tese una mano, io l'afferrai e solo allora mi resi conto che era in pantaloncini e canotta, piegata su di me, con il seno che ballonzolava libero nella canotta... Pensando che fosse un chiaro invito a fare l'amore – a volte lo credo tuttora – mi levai in piedi e baciai la cornuta. Avremmo fatto l'amore sul serio, lì, nel bagno dei suoi genitori, se non avessi cominciato a fare versi idioti di godimento (avevo ancora i pantaloni, immaginate un po' cosa potevo godere) che finirono per svegliare Luca e... tra moglie e marito, salta l'amico. Poco importava che la lingua di Lucia solleticasse il mio palato e la sua mano fosse tra i miei capelli; Luca preferì credere che quei versi fossero sommessi gridolini di ribellione di Lucia che, anima candida, voleva respingermi senza creare uno scandalo. Fu così che presi il primo treno della mattina. In carrozza, tra l'incazzato e l'intontito, mi lasciai cadere nel primo posto libero vicino al finestrino. Come mi sedetti, la ragazza di fronte attaccò a ridere. Le dedicai uno sguardo infastidito, ma i miei occhi vennero inghiottiti dalla sua folta chioma bionda.