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lunedì 21 febbraio 2011

LA GAIA MENSA: il racconto di Patrizia Esposito “La cucina del generale”




Buon inizio settimana con il racconto di Patrizia Esposito “La cucina del generale”, scritto per il quarto concorso letterario di Villa Petriolo “La gaia mensa”.


Patrizia Esposito
, di Induno Olona (VA), è autrice del libro dal titolo IL SILENZIO DEI PENSIERI con IlFilo ed Roma.
Vincitrice del concorso Poetika 2006 con il racconto breve dal titolo U’ serbaggio; del concorso “Renato Fucini” 2007 con il racconto breve Con gli occhi del cuore ; del concorso di Haiku “La poesia del cibo” 2007 con il componimento Le bionde spighe. Premiata in altri concorsi sia di poesia che di narrativa.
3°al “Premio Guido Cornaglia 2008” con la poesia Sport e Handicap.
6° al concorso di Haiku Poeti del Lago Maggiore 2008 con una silloge di Hailu.



Racconto “La cucina del generale” di Patrizia Esposito

Il profumo colpisce violento le narici quasi a stordirmi. Non mi capitava da tempo di sentirlo e l’emozione mi ha fatto tremare le gambe.
Quella mattina la nonna si era messa di buzzo buono. Tutti in piedi presto pronti ad ubbidire ai suoi ordini, non per niente la chiamano “Il Generale”.
Vivevamo in una città meravigliosa affacciata sul golfo con il mare, per noi conforto a qualunque malinconia.
Eravamo bambini e non vedevamo l’ora di partire per le vacanze. Via sino alla fine di settembre, quando riprendeva la scuola. Non avremmo fatto altro che stare sulla spiaggia, nuotare, costruire fantastici castelli di sabbia e poi via in bicicletta o a giocare a nascondino,. Insomma tutti quei divertimenti che rendevano la nostra vita allegra e spensierata sotto l’occhio vigile e attento della nonna. Mamma e papà arrivavano solo il sabato mattina con il treno che li riportava a casa la sera successiva.
In quegli anni abbiamo scoperto i piaceri della natura, i profumi della campagna, i gusti indimenticabili dei prodotti freschi.
Nelle prime ore della mattina le contadine, che noi chiamavamo “le pacchiane dal culo rosso” per il costume che indossavano, passavano di casa in casa offrendo i loro prodotti ai cittadini in vacanza, portando le stadere nelle ceste con la frutta conservata tra le foglie di fico per mantenerla al fresco.
Il prezzo dichiarato veniva ridotto dalla nonna che lottava con foga e alla fine la spuntava sempre, così la frutta veniva via per pochi soldi.
Noi ragazzi non badavamo a queste che erano questioni da grandi. Ci limitavamo ad ascoltare incuriositi i dialoghi dai toni a volte concitati pieni di parole in dialetto o in italiano che davano forte l’impressione dell’incomunicabilità.
A noi competeva solo il consumo dei prodotti. Le colazioni erano stupende. Panini imbottiti di fichi dolci come e più di conserve, pesche bianche tagliate a pezzettini coperte da una montagna di zucchero, l’uovo crudo mandato giù con un po’ di marsala, unico alcolico concesso, al cui meraviglioso profumo non sapevamo rinunciare. Vapori di vino maturato al sole di Sicilia, isola sconosciuta che appariva lontana e misteriosa.
Poi via al mare, incuranti del tempo necessario alla digestione di colazioni così sostanziose. Bruciavamo nell’acqua tutta l’energia incamerata e, sempre sotto lo sguardo vigile del Generale, trascorrevamo a mollo l’intera mattinata.
Se le contadine ci portavano il cibo a poco prezzo, il mare ce l’offriva gratis.
La nonna, a dispetto della sua non più giovane età, indossava un costume simile a un vestito, quindi si immergeva con noi e mentre controllava come un capobranco tutti i suoi piccoli, setacciava la sabbia con le mani e raccoglieva le telline che portava in casa trattenendole nell’ampia gonna poi, mentre ci asciugavamo, cuoceva la pasta e la condiva con i frutti profumati di mare e di prezzemolo.
Come non ricordare il gusto di quelle forchettate di spaghetti! Una dopo l’altra ci riempivano il naso di vapori che sapevano di salsedine.
Profumi e sapori che il Generale riportava in città e che faceva rivivere anche a noi quando dava il via a giornate di lavori culinari.
Per noi ragazzi era un peso seguirla nei suoi disegni ma anche un gran divertimento che ci inorgogliva perché solo nostro e spesso invidiato dagli amici.
Ognuno aveva un compito deciso per età e per capacità manuali.
Il maggiore, delegato ai lavori che richiedevano più forza, girerà il tritacarne nel quale la nonna inserirà il misto di carni preparato per le salsicce.
Lo ricordo magro nei suoi pantaloni al ginocchio, un po’ più piccolo dei suoi coetanei ma con un’espressione furbesca che faceva già pensare ad una sua concreta supremazia. Di certo era riuscito a farsi promettere qualcosa dalla nonna in cambio del suo aiuto. Lo sapevamo tutti che era il suo preferito ma forse era gerarchicamente giusto così.
Il secondo, minore di poco, non godeva di egual attenzione e così gli veniva imposto di seguire la preparazione della sugna e dopo, al più, curare i ciccioli che di nascosto avremmo rubato gustandoli come caramelle proibite.
A lui di certo nessuna promessa ma non se ne dà pena. Gli bastano i biscotti che mamma ha comprato per saziare la sua fame di giustizia.
Io ero la più piccola, la femminuccia tanto desiderata, la principessina di casa, che per sopravvivere aveva dovuto imparare a giocare a calcio e fare alla guerra. L’unica cosa che mi rendeva felice e orgogliosa era l’infinito amore di mio padre che non mancava occasione di manifestarmi.
Ebbene anch’io avevo il mio incarico: curare la preparazione delle budella per insaccare le salsicce. Non è che ne fossi particolarmente felice, il viscido degli involucri mi provocava un forte senso di disgusto.
Indossato un bel grembiulino, legati i boccoli d’oro e tirato su le maniche , prendevo in mano la forma di metallo attorno alla quale far scorrere l’intestino dell’incolpevole animale.
Sembravamo tutti operai addetti ad una catena di montaggio, ognuno, pronto e impettito, in attesa degli ordini del Generale.
Aveva quindi inizio la recita diretta da quella regista sopraffina. Il mormorio della tensione lasciava lentamente il posto ad un parlare semplice e gioioso, mentre il profumo del cibo si impossessa della cucina senza possibilità di essere arginato.
Eravamo soldatini pronti agli ordini del nostro amato Generale che, mentre controllava l’operato dei suoi bambini, dava il via alla preparazione del ragù “alla napoletana” che dopo poco cominciava a sobollire nella pentola con un borbottio che faceva da colonna sonora al nostro lavoro.
Era una meravigliosa sinfonia di profumi e di sapori che si diffondevano nelle nostre narici per essere gustati ancor prima di arrivare al nostro palato conditi da quell’armonia che noi bambini vivevamo certamente senza averne piena contezza.
La cucina era il regno del Generale, ma era anche il luogo dove nel tempo abbiamo trascorso molte delle nostre giornate in compagnia della nonna che non ha perso occasione di fornirci altrettanto abbondanti porzioni di cultura: ce le serviva per ampliare le nostre conoscenze cui teneva certamente come e forse più di un pranzo ben riuscito.
Tra uno zabaglione e una brioche, un bel pezzo di pane riempito di zucchero e grandi scorpacciate di frutta, siamo cresciuti apprendendo i segreti della musica, della geografia, della storia e della poesia, ovviamente destinati al più grande ma carpiti anche da noi più piccoli.
Sul tavolo della cucina abbiamo scritto le letterine di Natale che poi riponevamo sotto il tovagliolo di papà in attesa di gustare la cena della Vigilia, rigorosamente a base di pesce, che la nonna aveva come sempre magistralmente preparato magari dopo aver inseguito il capitone che tentava di sfuggire alla rea sorte.
Poi l’arrivo di Babbo Natale, la recita necessaria per ottenere un regalo, un piatto di struffoli dolci e caramellosi guarniti da confettini colorati, felice rappresentazione della nostra gioia infinita, una carezza affettuosa del vecchio vestito di rosso e la corsa a giocare con i nuovi giochi mentre il tintinnio dei bicchieri si spegneva lentamente.
Adolescente, ho continuato a coccolare nel cuore immagini e profumi della mia fanciullezza, quei ricordi che ho ripreso dalla mia videoteca interiore quando all’improvviso mi sono trovata ad essere la donna di casa.
Non avevo mai usato un mestolo, non avevo mai cucinato nulla, ma il ricordo della nonna mi ha preso per mano e mettendo da parte quei piccoli dissapori generazionali che avevano creato un distacco tra noi negli ultimi anni della sua vita, mi ha guidato tra i fornelli facendomi risentire i profumi e i sapori di un tempo. Così chiudendo gli occhi ho rivisto ogni gesto, risentito ogni ordine, seguito con attenzione le sue disposizioni. Come per magia, ho ricreato l’indimenticabile cucina del Generale, quella cucina che il profumo di oggi ha fatto ricomparire nella memoria del mio cuore.

sabato 19 febbraio 2011

ll racconto di Antonio Masella “I peperoni ripieni” per LA GAIA MENSA"



Buon week-end con il racconto di Antonio Masella “I peperoni ripieni”, scritto per il quarto concorso letterario di Villa Petriolo, edizione 2010, “La gaia mensa”.

Antonio Masella, nato e vissuto a Taranto sino ai 18 anni, si è trasferito a Bologna con la famiglia di origine. Qui si è laureato in giurisprudenza e si è occupato nel settore pubblico. Da molti anni coltiva passioni in campo artistico, scrittura di poesie e racconti, oltre alla musica, suonando le percussioni del mondo.
Partecipa ad attività di letture pubbliche e di favole per bambini nell’ambito del progetto “Nati per leggere”.


Racconto “I peperoni ripieni” di Antonio Masella

Mia madre è stata sempre una cuoca meravigliosa. Preparava dei piatti
appetitosi, pieni di sapori e di colori, ma non solo, era fantasiosa e creativa, faceva da mangiare in poco tempo utilizzando gli ingredienti che aveva, anche quelli più poveri.
A quel tempo - era da poco finita la guerra - non c’erano molti soldi, ma non era solo questo, c’era proprio l’abitudine a risparmiare, a fare economia, a non buttare via il cibo, neanche il pane, anzi soprattutto il pane, come fosse sacro, quasi un regalo di Dio, da onorare fino in fondo, da non sprecarne nemmeno una briciola.
Vivevamo in una cittadina meridionale, senza troppa vivacità, l’unica bellezza era il mare che ci riempiva di gioia per quattro mesi all’anno, da giugno a settembre, la scuola iniziava con calma, non c’era ancora quell’affanno di oggi, si tornava tra i banchi ad ottobre inoltrato.
Tutti i parenti venivano ad assaggiare la pizza che faceva la mia mamma, che era veramente speciale, condita non solo con il pomodoro e la mozzarella, ma anche con le verdure, i peperoni, le zucchine, le cipolle, le olive.
Io allora credevo che tutto il mondo mangiasse come a casa nostra, ma era un pensiero di bambino, quando ho iniziato a fare i primi passi fuori ho capito che non era così.
Qualche piatto che mi è capitato di assaggiare, per la verità, somigliava a quelli che preparava mia madre, ma ne rimanevano alcuni che non ho più incontrato nei tanti giri che pure ho fatto per l’Italia.
Col passare degli anni ho imparato tante sue ricette, le facevo e le rifacevo fino a trovare la formula giusta, per il mio godimento e per il godimento degli amici che invitavo a cena.
Ogni tanto oggi la mia mamma mi chiede “che vorresti mangiare? dimmelo che te lo cucino” e io ci penso, lascio andare la memoria, una memoria dei sensi, del piacere e poi le dico “il polpettone, le cime di rapa, i ravioli con la ricotta dolce, la pasta con le cozze, i panzarotti…mamma” E mia madre piano piano mi cucina tutto.
Ma c’è qualcosa che non ricorda, come quella volta che le chiesi dei peperoni ripieni. E allora mi misi a cucinarli io,mi ricordavo bene come si facevano, ne feci in abbondanza: se vengono bene, pensai, li porto alla mamma. E vennero squisiti e a lei piacquero tanto, ma non si ricordò e mangiandoli con gusto, mi disse, quasi divertita, “li cucinavo io questi? non mi ricordo…beh, dammi la ricetta, che provo a farli”.
E così la vita prese a girare uno strano girotondo, io le spiegavo come si cucinavano, lei ci provava, diventata piccola piccola come fosse lei la figlia.
I peperoni comunque vennero buonissimi, li mangiammo insieme e io le feci i complimenti scherzando:
“Brava, stai imparando a cucinare”.

venerdì 18 febbraio 2011

LA GAIA MENSA: “Sinonimi” di Katia Tormen



Il bel racconto di Katia Tormen per “La gaia mensa”, quarto concorso letterario di Villa Petriolo.

Katia Tormen, di Trichiana (BL), scrive di sé: “Convivo con Filippo e ho due bimbi, Alex di due anni e Dylan di sei mesi. Ho iniziato a partecipare a concorsi letterari un paio di anni fa, ottenendo qualche buon piazzamento e anche dei primi premi:
- alla 1^ edizione del concorso letterario “Dal viaggio alla pagina”-Viaggiare in tutti i sensi” ad Erba (CO)
- alla XVIII edizione del concorso nazionale “C’era una volta” di Monterchi (AR)
- al VIII°concorso letterario del settimanale “L’Azione” di Treviso”.





Racconto “Sinonimi” di Katia Tormen


POMERIGGIO
Risate sguaiate.
Di donne avvinazzate. Acute, secche, stridule.
Cecilia preme sullo stecchino fino a sentire la carne che cede. Le viene difficile pensare che quella cosa molle, violacea, una volta, volasse. Che quella pelle umida era ricoperta di soffici piume. Che c’era vita, in quell’oggetto inanimato lì tra le sue mani.
Le altre donne la guardano di sottecchi, la indicano con cenni frettolosi del mento. Sua madre dice loro di non farci caso, tanto è solo una bambina.
Una bambina down.
Questo però non lo dice alle altre, non occorre dirlo, si vede.
Cecilia maledice i suoi occhi a mandorla, il suo collo tozzo. Prende dal vassoio un pezzo di pancetta e lo infilza. Afferra tra pollice e indice una foglia di salvia, la annusa e la immola sullo stecchino.
Uccello, pancetta, salvia. Uccello, pancetta, salvia. Uccello pancetta salvia.
Poi, dare lo spiedo a zio Pietro.

Fuori, sul piazzale, la musica da balera e le risate della gente. Lì dietro, al riparo dagli sguardi curiosi, i rumori arrivano attutiti. Ci sono anche le giostre più giù, verso la chiesa, lei ci andrà dopo, glielo ha promesso la mamma. Più tardi, però.
Adesso non si può, bisogna preparare gli “osei” per domani sera e bisogna farne tanti perché verrà un sacco di gente, anche da fuori. E’ un piatto prelibato, una leccornia, il fiore all’occhiello della sagra di San Prospero.
Il cuoco è lo zio Pietro, lui ha una ricetta speciale, un ingrediente segreto, nessun altro li sa fare così buoni. Cecilia, però, non li può assaggiare, non è roba da bambini.
Sarà…
Zucchero filato! Il bastoncino è uguale, ma con sopra lo zucchero filato è molto più buono!

La bottiglia di prosecco si svuota rapida. Una, due, tre…I cadaveri di vetro si fanno compagnia sul tavolo circondati da bicchieri di plastica bianca come vedove a un capezzale.
Cecilia deve ancora finire la sua aranciata.
Le altre donne ridono e non la guardano nemmeno più, ogni tanto arriva qualcuno che scosta la tenda che separa quella zona dal resto del mondo e fa il suo commento. Sempre lo stesso più o meno.
Perché sembra impossibile ma il binomio donne-uccelli evoca solamente battute a sfondo sessuale.
Cecilia ha dieci anni ma lo sa benissimo cos’ è un uccello. Quello che non capisce è dove sta la somiglianza tra quell’esserino che tiene in mano ora, pur privo di becco e zampe e quello che lo zio Pietro le fa toccare qualche volta quando la mamma non c’è.
Si chiudono nella sua cameretta e lui la fa spogliare.
Dice che è il loro grande segreto e che se lei non lo mantiene alla mamma verrà un brutto male.
Cecilia ha dieci anni ed è anche down, ma sa che in tutto questo c’è qualcosa di profondamente sbagliato. Però vuole bene alla mamma.

Zio Pietro prende gli spiedini e li lega. Lo spago si dipana dal rotolo e gli passa dietro il collo sudato per poi danzare nelle sue mani callose con una delicatezza che non sembrerebbe essergli propria.
Forse è quello l’ingrediente speciale, il gusto acre delle secrezioni del corpo di Pietro Sarpi, che lo spago assorbe per poi rilasciarle durante la cottura.
Non è nemmeno davvero suo zio, è solo un amico di famiglia.
La guarda e le sorride. Strizza l’occhio. Lei abbassa la testa.
Sente l’odore adesso l’odore del sangue che rosso impregna le sue mani e i grembiuli delle donne, che gocciola per terra formando pozze sul cemento. Sa di ferro, di metallo, non le piace, perché lo percepisce solo ora? Prima non ci aveva fatto caso…Beve l’aranciata tutta d’un fiato. Poi prende un bicchiere e lo riempie di vino, osserva le bollicine che salgono in superficie, nessuno guarda lei, e beve.
Solletico al naso.

Le battute sono sempre più volgari, irreprensibili madri di famiglia improvvisamente tramutate in scaricatori di porto che urlano, sbraitano e ridono sguaiatamente.
Pietro annoda lo spago e scuote la testa: quelle femmine gli fanno schifo; disincantate, disinibite, orribili.
Ma sorride, ride partecipa, è un uomo di compagnia, una gran brava persona. Racconta barzellette, proprio un simpaticone! Però sa che lo chiamano lì solo per via della sua polverina magica, quel miscuglio di sale, pepe, erbe per arrosto e cannella che lascia cadere a pioggia sopra la carne.
Le giuste proporzioni sono un segreto.
Non è l’unico che ha.
E non è il più inconfessabile.

Cecilia ha dieci anni ed è stufa di stare lì dietro a infilare uccellopancettasalvia.
Ha bevuto ancora vino e le gira un po’ la testa, il vino bianco va col pesce, dice sempre la mamma.
“Mamma, posso andare alle giostre? Mamma! MAMMA!”
Risate sguaiate.
Di donne avvinazzate.
Che si girano verso di lei e cala il silenzio. Perché lei è down e tanto non capisce ma quando parla bisogna prestarle attenzione. “Voglio andare alle giostre, mi sono stufata.”
Sua madre la guarda, finisce l’ultimo sorso dell’ennesimo bicchiere. E’ scocciata, glielo legge negli occhi. Cecilia vede che lei vorrebbe stare lì con le amiche , a fare commenti osceni sugli uccelli e le passere.
“Ce la porto io!”- dice zio Pietro e all’improvviso Cecilia alle giostre non ci vuole andare più, preferisce stare li, a mettere le sue mani paffute in mezzo alla carne morta, respirare l’odore del sangue.
Sospiro di sollievo. Della mamma.

SERA
L’olio sfrigola nella padella quadrata, il profumo nell’aria è invitante.
Duecento porzioni. Basteranno? Alla cassa c’è la fila da ore, tutti vogliono “polenta e osei”, aspettano questo giorno da un anno.
Ma dov’è Pietro con la sua mistura? Manca solo lui e ormai è ora, anzi è tardi, nessun altro sa le dosi, nessun altro li fa buoni come lui!
Cecilia, in un angolo, osserva. Vede le ragazzine poco più grandi di lei che vestite in minigonna e maglietta sopra l’ombelico attendono di girare tra i tavoli a raccogliere le ordinazioni. Ridono, parlano fitto nelle orecchie, forse anche loro fanno battute sugli uccelli. Senza capirle davvero, così, perché lo fanno tutti.
Ma lei quegli animali morti li ha presi tra le mani, li ha infilati negli spiedi come fossero piccoli vampiri da impalare, con forza, con odio.
Li ha contati tutti, quelli che ha infilzato, centocinquanta. Diviso sei fa 25 porzioni. 25 persone mangeranno qualcosa che è passato da lei.
Arriva la Ines, di corsa, stravolta, hanno trovato Pietro dice.
Morto, dice.
E poi spiega dove e come, ma a voce bassa, che Cecilia ha dieci anni e non deve sentire.
Qualche cubetto di pancetta nella padella. Gli “osei”sono quasi pronti , la polvere magica, dov’è? Come facciamo? Aiuto!
La Ines le sta simpatica, Cecilia dà a lei il piccolo sacchetto e le sorride.
“E’ un segreto”- diceva lo zio mentre nudo stava sdraiato accanto a lei- “come quello della mistura da mettere sugli “osei”, non lo devi raccontare a nessuno. Io non lo ho mai svelato però ora lo dico a te perché ti voglio bene e di te mi fido. Ma mi raccomando: a nessuno! Mai! Neanche alla mamma.”

Lei e zio Pietro avevano due segreti.
Ora lui non ne ha più neanche uno.
Lei, invece, ne ha tre.

giovedì 17 febbraio 2011

“Una sottile linea di confine“ di Maurilio Di Stefano per LA GAIA MENSA




“Una sottile linea di confine“ è il racconto di Maurilio Di Stefano per La gaia mensa, il concorso letterario di Villa Petriolo edizione 2010.


Maurilio Di Stefano abita a Roma. E’ studente di Medicina e Chirurgia e, in tutto il resto del tempo, scrittore e musicista (flauto traverso e batteria).


Racconto “Una sottile linea di confine“ di Maurilio Di Stefano



Questa è la storia di una madre e di un postino, per così dire. Per cui c’entrano dei figli e delle lettere, è ovvio. Figli, lettere, una torta al formaggio. E amore e attesa e morte. Il solito turbine che è la vita. Impossibile sbagliare.
Dunque, il postino sono io, e lo ero anche in quel freddo giorno. Durante la notte era venuta giù neve a palate – una maledizione di zucchero filato. Cominciava ad uscire il sole, quando pescai una lettera che recitava l’indirizzo di una certa signora Amata. Il cognome era illeggibile... ma la signora Amata, a Tagliacozzo, era una sola.
Raggiunta l'abitazione che rispondeva all'indirizzo, indugiai. Niente cassetta della posta, finestre sbarrate, facciata tetra. Per un attimo mi convinsi che non potesse essere abitata. Poi notai che il vialetto, cui si accedeva tramite un piccolo cancello in legno, era perfettamente sgombro. La neve che lo aveva ricoperto era stata confinata ai lati, a lasciare spazio sufficiente perché una persona vi passasse comodamente. Provai a spingere. Il cancelletto si aprì, docile e perfettamente oliato. Era stato lasciato socchiuso. Forse per il postino, pensai. Giunto all’uscio, non ebbi il tempo di bussare, ché la porta si spalancò rapida su un viso anziano e tondo. Una donna. Occhietti neri come fessure d’ombra gelida. Dall’interno dell’abitazione, tepore a non finire. L’espressione della donna si rabbuiò repentinamente, quando mi vide, lasciando spazio a quella che sembrava cocente delusione.
“Oh… ciao”, disse con tono annoiato.
“La signora... la signora Amata?”, domandai balbettando. Lei parve sorpresa, spiazzata.
“Devo consegnarle una…” Non mi diede nemmeno il tempo di pronunciare la parola lettera. Non appena vide la mia grossa borsa e la busta che stringevo nella manina irrigidita dal freddo, mi afferrò e mi trascinò in casa di peso. Richiuse pesantemente la porta, scacciando il mondo esterno come un insetto fastidioso. D'un tratto si fece gentile e premurosa.
“Oh, ma devi essere tutto infreddolito. Vieni, accomodati.” E subito dopo: “Da' qui!”, strappandomi la lettera di mano con violenza da animale affamato. L’aprì in fretta, tremando di eccitazione. Ma quando ebbe scorso la lettera fino in fondo, con disinteresse sempre crescente, sbottò infuriata: “Mario? Mario! E' mia sorella, che ci scrive... MIA SORELLA! ” E gettò nel fuoco la lettera e quel che restava della busta, sollevando nell’aria mezzo addormentata scintille e cenere.
Solo allora mi resi conto del vecchio che sedeva immobile davanti alla flebile fiamma del camino. Mi chiesi come avessi potuto non notarlo. Era assorto e silente, sprofondato in una poltrona forse più antica di lui.
Intanto la donnina mi condusse decisa ad una poltrona identica a quella del marito, posta anch’essa a fissare il fuoco. “Siediti!” esordì in un tono che non ammetteva repliche, “Ti porto una fetta di torta di formaggio appena sfornata. Mio figlio ne va pazzo.” La fissai voltarmi le spalle e recarsi al modesto angolo cottura.
La donna, i suoi occhi, e la fama che la precedeva grazie alle storie di paese mi mettevano parecchia agitazione, lo ammetto; ma il corpo sottile e calmo del vecchio e il calore che emanava dal focolare sembravano sufficienti a neutralizzare ogni timore, almeno per il momento.
Mi accomodai come meglio potevo sulla poltrona. Il vecchio, che dunque si chiamava Mario, non mi degnò d’uno sguardo. Fissava le fiamme baluginanti con il viso privo d’espressione. Respirava? Ma sì, certo che respirava.
Ed ecco Amata tornare con una fetta del suo dolce al formaggio. Accettai e assaggiai. Mi scottai appena la lingua, ma il sapore era buono. Davvero. Lei sorrise soddisfatta e spiegò: “E’ il dolce preferito di mio figlio, come ti dicevo. Dovrebbe essere qui tra poco, così gliene ho preparata una doppia razione. Uh…” e corse via verso il piano superiore dell'abitazione, come ricordando un impegno urgente.
“Ti è piaciuto il dolce?” chiese d'improvviso il vecchio con voce catarrosa, quasi non parlasse da anni.
“Oh, sì… moltissimo…”, dissi, ed ero sincero. Lui annuì e sorrise, ma entrambe le cose parvero stentate.
“E’ buono sul serio. A Primo sarebbe piaciuto, come ogni volta.” Primo doveva essere suo figlio. Era usanza diffusa imporre nomi come quello, all'epoca, nel folto di quei boschi, quando nasceva il primogenito di una famiglia. A Primo sarebbe piaciuto... Sarebbe?
Il vecchio si rese certamente conto della mia espressione perplessa e non ebbi bisogno di chiedere delucidazioni.
“Era il nostro unico figlio. Fu dato per disperso in guerra...”, raccontò, in un modo che forse non si addiceva completamente ad un bambino ma che lo stesso compresi appieno; per merito di quella peculiare, potente connessione che sembra generarsi a volte e senza una precisa ragione tra i bambini e gli anziani. “Le sue spoglie non tornarono mai a casa” spiegò il signor Mario, “e mia moglie non si è mai arresa all'idea che fosse morto. Da allora Amata... prepara. Capisci? Prepara se stessa e tutto, qui in casa. E aspetta. Quante di quelle fette di dolce ho visto finire nell’immondizia! Ed il cancelletto del giardino mantenuto costantemente accostato, il suono di qualcuno che bussa alla porta, l’arrivo di una lettera… carezze di folle speranza. Perché basta un refolo del vento della resa, vedi, e la candela della speranza si spegne all’istante.” Solo ora mi accorsi che piangeva piano, come per non dare fastidio. “E giuro che non so come Amata tenga accesa la sua, di candela: ne deve avere a centinaia, di riserva, lì nella sua mente. Nel suo cuore di madre. Ora, lei è su, a rassettare la stanza di Primo, nonostante sia intonsa dal momento in cui lui ne uscì per non rientrarvi mai più. Perciò, quando scenderà di nuovo, sii gentile: non farle credere che la temi o provi pena per lei. La sua malattia, se è così che vogliamo definirla, non è contagiosa. Sottile è la linea di confine che corre tra la follia e la speranza, tra l’ossessione e l’amore. Così sottile che spesso scompare...”
Accompagnò quelle ultime parole, per la verità un sussurro a pochi centimetri dal mio viso, con un gesto delle lunghe dita ossute che stava a significare il dissolversi di qualcosa. Quindi si lasciò ricadere il braccio in grembo e ristabilì il suo contatto telepatico con il fuoco, nuovamente immobile e silenzioso.
Mi alzai lentamente, e mi ritrovai a fronteggiare la signora Amata come in duello.
“Be', arrivederci” dissi a fatica. “E grazie ancora dell’ospitalità, del calore e dell’ottimo dolce.” Poi, con una voce che non era la mia, aggiunsi: “Lo serbi in caldo per Primo. E non appena dovesse giungere una lettera che le manda lui, verrò a consegnargliela di persona.”
Un lampo di razionalità le attraversò gli occhi. Per un attimo seppe, o ricordò, che suo figlio non sarebbe mai tornato. Ma fu solo un attimo. Subito dopo, gratitudine sconfinata sul suo volto. Gratitudine perché le turavo un’altra falla, un altro giorno, e almeno da lì nessuno spiffero sarebbe filtrato a minacciare la fiamma della sua candela sempre accesa.
Uscii, tornando al mondo reale. Quello in cui Primo non avrebbe mai percorso il vialetto del suo giardino né scritto a casa per comunicare sue notizie. Quel mondo che Amata chiuse ancora una volta fuori, insieme a me e alla neve che tutto mette a tacere.
Lasciai dietro di me la casa, la strada di cui non ricordo il nome, Mario e il suo camino, sua moglie, il suo cancelletto socchiuso come un bacio non dato... e quella torta al formaggio che, credetemi, era davvero squisita.

domenica 13 febbraio 2011

Il racconto “Punteggio: diciannove ventesimi” di Bruno Bianco per LA GAIA MENSA



Buona domenica col racconto di Bruno Bianco “Punteggio: diciannove ventesimi” per “La gaia mensa”, quarto concorso letterario di Villa Petriolo.

Bruno Bianco, di Montegrosso d’Asti (AT), è un ingegnere libero professionista. Alcuni suoi successi del 2009:
• 1° classificato V edizione Concorso “Rosazza Letteratura” 2009 Sezione Prosa – Rosazza (BI)
• 2° classificato III edizione Concorso di Narrativa “Tifeo Web Narrativa Online” 2009 – Catania
• 2° classificato IV edizione Concorso di Poesia “Coniugi Maria e Vincenzo Boccaccio” 2009 – Grillano/Ovada (AL)
• 1° classificato I edizione Concorso di Poesia “La chitarra fa piangere i sogni” 2009 – Gubbio


Racconto “Punteggio: diciannove ventesimi” di Bruno Bianco


Paolo gliel’ aveva detto subito.
-Mio caro Luca ho una brutta notizia; domani sera Alberto e Chiara vengono al ristorante. Lui ha prenotato una cena a base di tartufo; dall’ antipasto alla fine. Vini da scegliere sul momento, ma non si scapperà da barolo, barbaresco e brunello di montalcino; totale, non meno di centocinquantamila lire a testa, alla faccia della fame nel mondo.-
Paolo faceva il cameriere alla “Ruota d’ oro”, il ristorante più rinomato e caro della zona. Il noto critico gastronomico Mastelli, terrore dei ristoratori, nell’ultima visita di qualche mese prima aveva concluso una recensione da favola con la frase “Cucina indimenticabile, servizio grandioso; peccato per una lampadina bruciata in bagno. Punteggio: diciannove ventesimi”. Insomma, a parte quella lampadina, Alberto aveva giocato la carta giusta; con i soldi del paparino miliardario avrebbe attaccato Chiara nel suo tallone d’ Achille, la gola.
Chiara era un’appassionata di gastronomia, sempre alla ricerca di ristoranti diversi, entusiasta nell’assaggio di nuovi piatti, nello scoprire sapori particolari e azzeccati abbinamenti dei vini. Ma Luca non aveva il paparino che sponsorizzava e comunque se anche l’avesse avuto, dopo la “Ruota d’ oro “ qualunque altro locale sarebbe stato perdente nel confronto; allora aveva tirato fuori il telefonino e aveva fatto quel numero che stava in cima alla rubrica del cellulare.
-Ciao Chiara, sono Luca. Se non hai niente di meglio da fare ti va di venire venerdì sera a cena da me? Ho in mente un piatto un po’ particolare e mi sarebbe piaciuto avere il tuo parere.-
Aveva accettato e adesso tra qualche ora sarebbe stata lì. Paolo era stato efficientissimo, gli aveva riferito per filo e per segno com’era andata la serata al ristorante. Erano arrivati con la BMW del paparino e lei era la più bella del locale, con quella solita eleganza portata con la disinvoltura di chi sembra che si sia messa i primi due stracci trovati nell’ armadio; come da programma, tartufo bianco d’Alba e grandi vini avevano reso unico un menù che di per sé era già un qualcosa di eccezionale.
Però Luca era convinto che dopo la cena tra i due non ci fosse stato un seguito.
-Stasera viene da me e vuole essere mia ospite ancora da donna libera. Poi si vedrà.-
Aveva iniziato al mattino. Era andato al mercato e al banco dell’ acciugaio aveva preso tre etti di acciughe che erano una favola.
-Un cardo per favore; il migliore che c’è.-
Aveva preso il massimo dei massimi, un cardo gobbo di Nizza Monferrato; e poi tre peperoni, uno rosso, uno giallo e uno verde, un sedano enorme, due finocchi grandi come il pugno di un gigante, un cavolo e una barbabietola già arrostita al forno. Aveva appoggiato le borse sul sedile dietro della Panda, ma la spesa non era finita, mancava ancora l’ ingrediente più importante.
-Nonno, ho bisogno di aglio. Sì, ho detto aglio, quello che mi vuoi sempre dare tutte le volte che mi vedi. Stavolta lo prendo.-
Mancava ancora un ultimo elemento; con la Panda entrò nel piazzale della cantina sociale “Terra e territorio”. Aveva deciso di non badare a spese; due bottiglie di Barbera d’ Asti superiore “Riserva Vigne Vecchie”, un anno di invecchiamento, 14 gradi. “A noi del Monferrato quelli del barolo ci fanno un baffo”, aveva pensato mentre risaliva sulla Panda.
Scaricò tutto nel suo bilocale e iniziò dalla pulitura delle acciughe; alla fine tutte le acciughe pulite, tagliate e sminuzzate riposavano in un piatto. Poi prese l’aglio che aveva sbucciato e iniziò a farlo bollire. Quindi scolò l’aglio e lo depositò nel pentolino di coccio insieme alle acciughe sminuzzate e a due bicchieroni di olio extravergine; abbassò la fiamma al minimo e con la forchetta iniziò a schiacciare aglio e acciughe. Vedeva il tutto amalgamarsi, crescere in densità, diventare un intingolo chiaro annegato nel suo bagno d’ olio; tutto era pronto per un pranzo indimenticabile.
Il campanello suonò e Luca si strofinò le mani unte sul grembiule; il tempo di sfilarselo, darsi un’ultima occhiata allo specchio e in un momento spalancò la porta.
-Non ci credo; hai fatto la bagna cauda !-
-Bagna cauda, madame. Per servirla.-
Luca aveva fatto un inchino per invitarla a entrare; era davvero uno schianto, con quei jeans chiari e la camicetta bianca dai primi due bottoni slacciati. Chiara era entrata nel soggiorno-cucina senza perdere quell’espressione di sorridente stupore; fissava sul tavolo le due ciotole con le candele accese sotto, tutte quelle verdure tagliate a pezzi fini, il vassoio al centro con le fette di pane e di fianco un’altra pagnotta ancora intera vicino alla bottiglia di vino.
Luca era tornato dalla cucina con la grande pentola di coccio che fumava; all’interno, la bagna cauda aspettava ansiosa il suo momento, friggendo nella sua immersione d’ olio bollente. Luca mise al centro la pentola e servì due abbondanti porzioni nelle ciotole scaldate dalla fiamma delle candele; Chiara iniziò con un pezzo di cardo immerso in quell’intingolo bollente, mentre lui faceva la imitava con un pezzo di peperone giallo. Chiara passava dal cardo al sedano, al peperone, al cavolo e in mezzo prendeva una fetta di pane e se la portava alla bocca; e non parlava nemmeno più, mentre con la bocca piena faceva gesti con il capo e le mani per dire che in quel momento non poteva esserci al mondo niente di meglio che una bagna cauda così. Ogni volta che il ciotolino era vuoto, prendevano dalla pentola e riempivano di nuovo; come con quella barbera di quattordici gradi che dava appagamento anche solo a guardarla nel bicchiere. Erano andati avanti senza mai concedersi un attimo di pausa; quando ormai nella pentola era rimasto solo più un velo di bagna cauda, iniziarono a intingere le verdure direttamente lì dentro, giocando a imboccarsi l’uno con la forchetta dell’ altro, scambiandosi i bicchieri dove si versavano il vino della seconda bottiglia, visto che la prima riposava ormai vuota in un angolo della tavola. Alla fine con il pane si misero a fare “scarpetta”; strisciavano il fondo e poi i bordi e poi ancora il fondo finché la pentola non era rimasta perfettamente asciutta, come pulita per bene con una spugna da stoviglie.
-Leggerezza per leggerezza, come dolce ho preparato la panna cotta con Moscato d’ Asti.-
Lui alla panna cotta e al moscato avrebbe rinunciato volentieri, tanto si sentiva sazio, brillo, euforico e innamorato, ma non poteva far saltare il dessert a Chiara; lei lo guardò senza rispondergli e Luca capì che in quel momento Chiara si sentiva come lui, sazia, brilla, euforica e innamorata. E quella sera, la panna cotta, nessuno dei due la mangiò.

Luca si svegliò di colpo. Si girò alla sua sinistra e vide che Chiara non era vicino a lui; poi sentì dei rumori nel bagno e si tranquillizzò. Guardò l’orologio sul comodino che segnava le sette meno un quarto. Si stirò senza scendere dal letto, ancora assonnato e intorpidito; Chiara uscì dal bagno e lo vide che la fissava.
-Lo sai che hai una lampadina bruciata in bagno?-
No, la lampadina bruciata no! Tanti sforzi, tanto impegno e tutto rovinato da una lampadina.
Allora Luca diede un bacio a Chiara che intanto era ritornata di fianco a lui
-Sono già quasi le sette; il tempo vola.-

Sì, il tempo vola davvero e sono passati più di cinque anni, anzi quasi dieci. A Luca piace svegliarsi al mattino, vedere che Chiara non è al suo fianco e poi sentir dei rumori di lei che gira per casa, che va a vedere come sta il loro Matteo che non ha nemmeno un anno, ma a loro due sembra che ci sia da una vita. Gli piace guardarla che esce dal bagno, bella e sorridente come allora e lei lo sa che gli piace tanto e quella frase gliela ripete sovente “Lo sai che hai una lampadina bruciata in bagno?”.
Allora Luca l’aspetta nel letto, le da un bacio appassionato e non perde occasione per darsi quel giudizio che ritiene di avere sempre meritato: “Cucina indimenticabile, servizio grandioso; peccato per una lampadina bruciata in bagno. Punteggio: diciannove ventesimi”.

sabato 12 febbraio 2011

“Strega” di Gabriele Caprioli per LA GAIA MENSA



“Strega” è il bel racconto di Gabriele Caprioli per “La gaia mensa”, il quarto concorso letterario di Villa Petriolo.

Gabriele Caprioli, di Cernusco sul Naviglio (MI), nasce negli anni 60.
Si diverte nei 70.
Resiste a fatica agli anni 80.
Si adegua negli anni 90.
Il nuovo millennio presenta il conto ma lui non vuole pagare e così continua a scrivere, ora ha una casa ai margini della grande foresta di Milano, si è costruito un soppalco e lassù si sente come il suo animale-simbolo il bradipo e da lassù si illude di poter scrivere qualsiasi cosa.



Racconto “Strega” di Gabriele Caprioli


ci siamo
tutti riuniti intorno al tavolo grande
i bicchieri sono messi lungo una linea retta distanziati di un soffio l’uno dall’altro, allineati e vicini senza toccarsi mai, un po’ come noi fratelli
la strega è di là che cucina per tutti e per ciascuno
promette qualcosa di speciale, un sapore dell’infanzia in grado di riaccendere sinapsi e rivelare piaceri dimenticati

Marina è la sorella più vecchia, per me quasi una zia, è di animo buono ma porta in giro un naso imponente che la fa sembrare irrimediabilmente stronza, per lei la strega si procura il vero Gorgonzola, che è un formaggio gessoso, in buona parte muffo, di sapore rancido e odore pungente, una qualità di formaggio che va esorcizzata con un vino invecchiato altrettanto deciso
la leggenda del Gorgonzola parla di qualcuno che ha dimenticato dello stracchino nelle cantine di un osteria e qualcun’altro che se lo è mangiato lo stesso
mia sorella stasera, spiace dirlo, somiglia un po’ a stracchino andato a male

la strega si è palesata come tale nei miei pensieri una sera durante una lezione di cinema indipendente in un sottoscala di Rogoredo, come ci ero finito in quel giro? una donna, per forza, Carmelina la Venere del Salento, piccoletta rissosa che mi voleva regista ad ogni costo e io, nello spreco di talento quotidiano, la accontentavo partecipando a questi incontri piuttosto noiosi

Matteo è in cattedra e critica, la sua attività preferita, l’opinione che ci siamo fatti è che il primo maschio della famiglia deve aver goduto di speciali immeritati privilegi durante l’infanzia, al punto da maturare un complesso di superiorità nei nostri confronti davvero grottesco, chiunque può percepire l’odio di noi fratelli quando comincia a sentenziare, lui no
la strega cucinerà fegato di manzo o di vitello, lui non sarà soddisfatto della scelta, né della cottura, nonostante ciò farà bis e vuoterà una bottiglia di Merlot

ora la strega azzarda una specie di affettuoso appello, ci siamo, manca solo Mauro, non penso verrà, è morto quando faceva la quinta elementare, mi ricordo bene perché io frequentavo la stessa scuola ed ero in prima e avere un fratello in quinta ti salvava il culo
Mauro era un bambino grosso e rispettato, con una brutta malattia in corpo, mangiava yogurt a valanga e io lo imitavo
la strega finge di non sapere, prepara yogurt alla turca con aggiunta di ciliegie di serra
indizio che non sarà una serata facile
non è mai facile con la strega per casa, siamo cinque estranei alla ricerca del posto migliore, sapendo bene che a nulla vale la distanza, spesso il più distante è il più bersagliato
la strega siederà a capo tavola, noi abbiamo a disposizione tre sedie alla sua destra e tre a sinistra, all’estremità opposta del tavolo il vuoto, sarebbe il posto destinato al marito e la strega di mariti ne ha consumati ben tre prima di dichiararsi vedova inconsolabile
con ogni marito ha generato due figli e comperato un nuovo vigneto cui dedicarsi abbandonando il precedente al suo destino, meglio, ai figli del precedente matrimonio inchiodati a questo destino
perciò noi fratelli abbiamo tutti un vino che porta il nostro nome, è una specie di tradizione famigliare
il mio è un Chianti, forse mi sbaglio, non chiedetemelo, io sono la pecora nera, sono astemio e quando si apriranno le bottiglie sarà per me la parte peggiore della serata, i miei fratelli, scambiandosi bicchieri e vino, abbandoneranno ogni timore, parleranno la stessa lingua e mentre la strega inorgoglisce di quel tintinnare confuso e odoroso, io mi annullerò nell’acqua minerale

Milù è sempre la donna più bella della mia vita, è la bellezza che irride il tempo, che sbuca da un mare di riccioli come una balena silenziosa nella baia
io di Milù non riesco a pensare né dire altro, è bella e per questo le si può perdonare anche la felicità e la fortuna e la vita così comme viene, le spezie poco ortodosse con cui altera i piatti tradizionali
la strega è andata fino fuori regione, per trovare una diavolo di drogheria che avesse un certo zenzero delle Antille da mettere in vista stasera, da farci star male a tutti

la strega ha ripetuto una vita sempre uguale e diversa, un marito benestante e barbuto, un cascinale immenso, polveroso, terra da uva e due figli che appena possibile se ne sarebbero sporcati le mani
alla terza replica lo schema è fallito, mio padre tanto benestante quanto inetto, io e Mauro troppo bambini
infine Mauro è morto, papà è morto e io sono diventato un topo di città, un magrolino pallido allergico ad ogni forma di natura
stanotte, quando la battaglia della tavola si sarà esaurita tra morti, feriti e avanzi, con la macchina me ne andrò a dormire in un qualsiasi motel
la strega sa e non mi odia per questo, l’odio è ingrediente per noi poveracci che mal sopportiamo la vita, lei non ha di questi problemi
si affaccia dalla cucina a intervalli irregolari, intercetta i pensieri di ognuno dei suoi figli e ognuno di noi pensa alle sue debolezze quando è in procinto di cenare con lei

per Mirco la strega avrà riempito di carne macinata, cipolla, capperi e olive e altro i peperoni del suo orto
gialli, rossi, arancioni, verdi, da bambino non capivo mai perché avessero colori differenti, non capivo perché Mirco un giorno era il mio migliore amico e il giorno successivo il mio aguzzino, le unghie sporche che mi piantava nella carne per farmi male, farmi diventare uomo come diceva lui
è il fratello più legato alla terra, il più contadino, penso l’unico che davvero non ha mai desiderato fare altro nella vita che lavorare la terra

non mi ricordo il film ma se ne trovano un’infinità, in cui il personaggio che cucina, colui o colei che sa preparare il cibo assume un ruolo magico, è un alchimista che trasforma il fuoco in vita
è una strega, ho pensato, lei che da sempre governa figli figlie e mariti mariti e debitori incalliti e parenti serpenti e amanti ingombranti e disgrazie sgraziate e pane vino eccetera
il grembiule indosso, la fiamma accesa, la certezza di saper creare il buono anche nel male di certi giorni
la strega è ancora qui, padrona del fuoco, si è fatta costruire una cucina immensa e massiccia, lavori che sono durati tutti gli anni della mia infanzia, almeno questo è il mio ricordo, fino alla scomparsa di papà quando la cucina era finalmente pronta e la strega mise a cuocere tanta carne morta da trasformare casa in una succursale del mattatoio, ci furono combinazioni di aromi da far girare la testa e vini tra i più cattivi in circolazione, bottiglie che venivano dall’inferno del sud, rossi che macchiavano peggio del sangue delle bestie
sapesse la strega che io sono ormai vegetariano, vegetariano e astemio e cittadino, niente altro?
saprà indovinare che ora il mio piatto preferito è il sushi?

si comincia, non ne potevamo più delle nostre chiacchiere interlocutorie, lavoro e famiglia, fotografie di nipoti che non conosco, bambini come tanti altri che sono passati dalla fototessera spiegazzata nel portafogli allo sfondo dell’iphone, senza guadagnare in interesse
si parla del tempo, si fa il conto degli anni trascorsi da quando è accaduto questo e quest’altro
la strega chiede di raggiungerla in cucina, il laboratorio da cui siamo sempre stati esclusi
fa un gran caldo, la confusione è tale da mettere soggezione, c’è un misto di odori inestricabile, c’è un po’ di quella curiosità bambina, c’è la forza che ci tiene insieme
sei teglie pronte, il contenuto nascosto dal coperchio, ogni piatto ha un nome proprio e una ricetta pensata per noi, potrebbe essere solo un gioco bizzarro, allora perché siamo così a disagio?
la strega ha preso ancora una volta qualcosa delle nostre vite e ne ha fatto cucina, magia da incanto, dobbiamo scegliere una portata, alla cieca, assaggiarla e indovinare per chi è stata preparata e di tentativo in tentativo i piatti passeranno di mano e capiremo chi siamo e che sapore abbiamo
questo è l’incantesimo della strega, siamo contenti?
“si mamma”
rispondiamo in un coro sbilenco ma ubbidiente

domenica 6 febbraio 2011

“Ricordi” di Marco Donati per LA GAIA MENSA


Foto di Alena Fialova'


Il racconto di un giovane autore de La gaia mensa, quarto concorso letterario di Villa Petriolo, in questa domenica di febbraio. Buona lettura!

Marco Donati, nato a Castiglion Fiorentino nel 1990 ed abitante ad Arezzo, è uno studente universitario. Ha partecipato ad incontri e iniziative di carattere letterario/storico/filosofico proposte dalla scuola, a concorsi e riviste letterarie. Alcun suoi lavori (racconti, storie brevi, poesie, haiku) sono reperibili su archivi gratuiti online. Svolge anche attività di fanwriter (scrittore di fan fiction, racconti amatoriali senza scopo di lucro volti ad approfondire storie esistenti ed edite per condividerle con altri appassionati).


Racconto “Ricordi” di Marco Donati

Anche oggi siamo in fila davanti alla mensa universitaria.
Ancora non è neanche mezzogiorno, e la cassa non ha ancora aperto, ma noi siamo in pole position per tuffarci sul cibo per primi. Ho saltato un' ora di lezione per stare ad aspettare qui fuori sotto la pioggia, ma non importa, studierò di più questo pomeriggio, o avrò qualcos’altro da aggiungere all’elenco delle cose che ho lasciato indietro e che dovrei recuperare, ma non avrò la voglia di farlo. Non ho neppure poi tutta questa fame, ho fatto colazione appena due ore fa, ma non importa, in qualsiasi altro momento il cibo avrebbe un sapore peggiore. Non mi ricordo neppure cosa c’era ieri nel menù, ma non importa, l’unico motivo per cui sono qui è la compagnia, e quella me la ricordo, non mi sazia e non la dimentico mai.
Stanno sghignazzando come sempre, come degli stupidi, su chissà quale battuta sconcia che non sono stato ad ascoltare, e, oddio, quanto sono infantili! Ma anche io divento stupido ed infantile in loro presenza. E’ chiamata “cattiva influenza”, ma mi va bene così.
- Cazzo, ma quando apre ‘sto posto! -
Pensare che se tanto dovevo saltare la lezione potevo starmene a letto al calduccio ancora un po’, invece di scappare di casa di corsa. Adesso me ne starei bello imbacuccato nel mio maglione pesante, invece che prendere il freddo sotto questa giacchetta fradicia, grazie al mio sempre efficiente ombrello rotto. Avrei avuto anche il pranzo pronto e servito sulla tavola imbandita senza il minimo sforzo, ma appena mi chiamano, corro. In effetti non è molto maturo, scodinzolare in questo modo come un cagnolino, assecondare ogni loro ripicca e fare sempre quello che vogliono. Ma, da qualche parte, devo volerlo anch’io, altrimenti non lo accetterei così di buon grado. Forse è vero che non ho una personalità, di certo non ho dovuto sforzarmi a indossare la maschera che vogliono vedere. Forse vedono solo quello che vogliono vedere e vedono solo la parte che voglio mostrare, forse accettano la parte che non ci dovrebbe stare e fanno finta di niente, forse non hanno bisogno di essere spietati per farmi crescere. Di certo, anche quando sono in disparte, in silenzio, da solo, a pensare, lì sento vicini e di certo mi torneranno a cercare. E credo che già avere qualcosa del genere non sia da buttare...
Il problema è togliersela, quella maschera. Quando tutto il resto del mondo mi sembra pesante e ostile, quando fuori dal mio rifugio sicuro mi sembra impossibile non essere giudicati, non essere criticati, non essere frustrati. Però non è neppure vero, perché quando mi rendo conto che anche questo non potrà durare per sempre, mi sento frustrato ugualmente.
Si apre la porta della mensa, e ci indirizziamo nell’ingresso, verso il bancone. Ci litighiamo i vassoi e le posate, come se ci fosse una qualche gara a chi arriva primo. I pensieri negativi si involano, e resta il sorriso. Commentiamo aspramente i cibi e le portate allo stesso modo di tutti i giorni.
- Quel pollo sembra ancora vivo! -
- Su questo pecorino c’è più muffa che sul gorgonzola! -
Prendiamo molto più pane di quanto ce ne serva, giusto perché è gratis e non possiamo farci sfuggire una simile occasione, neanche morissimo di fame.
Tiriamo fuori i soldi, sperando sempre che la cassiera sbagli a farci il resto e ci faccia pagare di meno. Ci sediamo al nostro solito tavolo scolorito, brutto. Familiare. E anche se è rettangolare mi sembra di stare al centro di un cerchio.
Riempio il bicchiere di succo al distributore automatico, fino all’orlo. Assaggio un paio di penne, al ragù di verdure. Fredde, scotte. Dall’altro lato del tavolo si tirano gomitate per i tovaglioli. Soffoco le risate, e la pasta diventa così buona... La fettina di carne si taglia a fatica, per quanto è dura e rinsecchita, e sotto i denti suona come gomma. Qualcuno rovescia sul tavolo qualcosa, che finisce addosso a qualcun‘altro. Per le risate la carne mi va di traverso, ma non esito ad addentarne, avido, un altro boccone. Le crocchette di patate sono bruciate, e quel sapore amaro mi fa pensare che quelle schifezze non sono solo sgradevoli ma pure cancerogene. Per sbaglio - inconsciamente? - verso dell’olio nella Coca-Cola. E le crocchette si tuffano una dopo l’altra nella bocca tra gli scherzi che aggiungono sale, pepe, ketchup, maionese, yogurt e budino all’intruglio scoppiato casualmente. Arrivati alla frutta, i commenti sulle rispettive banane sono la ciliegina sulla torta. Quando sbuca fuori anche la fiaschetta argentata da sotto il cappotto, orribile posto dove stipare quell’inebriante vino rosso, capisco che non ne avrei affatto bisogno, siamo già belli alticci. Ma un bicchiere non farà male, o al massimo non peggio di tutto il resto che in quel banchetto ha già messo a dura prova il mio fegato. Di certo con l’aranciata non posso brindare ad un altro giorno di scazzo totale senza pensieri, sarebbe indecoroso.
Svuoto i rifiuti nel cassonetto e ripongo il vassoio, pensando a dove finirà quel tempo, quei ricordi insieme. Sperando che non finiscano nel cestino insieme a quei resti di uno scialbo impareggiabile pranzo.
Mentre li riaccompagno alla stazione non penso se dovrei star facendo qualcos’altro in quel momento, penso solo a come allungare quel tempo insieme, magari prendendo un gelato o sostando ad un bar. Ma è il momento di lasciarli andare e li lascerò, sapendo di ritrovarli il giorno dopo, stesso posto stessa ora, stesso spirito. Ci sono sempre, sono sempre lì ad aspettarmi, ma spero ci saranno ancora al momento giusto, spero che prenderanno il treno successivo quando ne avrò bisogno. Spero che resteranno anche quando sarà finito il tempo dei pranzi e del cazzeggio.
E di nuovo i pensieri negativi riaffiorano. Aspettando il ritorno dei miei amici a scacciali via ancora una volta.

sabato 5 febbraio 2011

LA GAIA MENSA: il racconto “I fregnaquanti” di Fernanda Spigone



Fernanda Spigone, residente a Segni, in provincia di Roma, ha scritto e pubblicato testi di poesia, narrativa e teatro. Collabora con riviste letterarie e periodici di cultura e attualità curandone importanti osservatori e portali. E’ membro attivo dell’associazione “Artisti dei Lepini” e della Giuria del Premio Biennale Letterario dei monti Lepini, fa parte del gruppo di studio Poetare..perchè? diretto da Paolo Broussard. Nell’anno accademico 2007-2008 ha coordinato le attività del Salotto letterario svoltosi presso l’Unitrè, Università delle tre età in Colleferro. Attualmente, presso la stessa sede, coordina il laboratorio di Storia della letteratura italiana. Ha ricevuto numerosi premi letterari ed è stata inserita in ragguardevoli antologie e storie letterarie.

Buona lettura del racconto di Fernanda, partecipante al quarto concorso letterario di Villa Petriolo "La gaia mensa"!



Racconto “I fregnaquanti” di Fernanda Spigone



Maccheroncini all’uovo, giallo dorati, che nacquero nella notte dei tempi, sottili code di cometa a rischiarare un universo povero di cibo e ricco di fame.
Le donne, la sera, preparavano il prezioso impasto di uova e farina, poi infierivano sulla pasta con la danza veloce delle loro mani, quindi la massa formatasi veniva presa a bastonate: scorreva su e giù il mattarello, tante tante volte fin quando da quel mucchio morbido e profumato veniva fuori un lenzuolo rotondo, giallo e grande come il sole africano che le donne stendevano ad asciugare.
Era la “ sfoglia”! Attoniti i bambini, con la punta del naso imbiancata di farina, guardavano la magica trasformazione ed il grembiule della mamma diventava allora l’ampia veste di una fata, il kaftano di un mago o di uno sciamano, che meraviglia sapevano compiere quelle mani che si muovevano agili come rondini in volo!
L’indomani la sfoglia era asciutta e il rito riprendeva; sul povero tavolo c ‘era ancora la “spianatora”, dove la massa era stata spianata, la sfoglia ora veniva piegata accuratamente tante volte fino a diventare una sorta di lungo tubo schiacciato e allora iniziava un’altra magia, di nuovo i bimbi dal naso infarinato si riunivano lì a guardare la mamma che con un coltellaccio tagliava il tubo sottilmente: la mano sinistra era sul tubo con la punta delle dita unite , la mano destra tagliava, l’abilità consisteva nella sinergia fra la mano destra che avanzava minacciosa e la sinistra che indietreggiava senza mai mollare la presa sull’involucro di pasta.
Era quello il videogioco dei bimbi dal naso infarinato, quelle mani agili e scattanti mimavano la lotta fra il bene e il male , dalla loro tenzone ne nascevano rotelle di fili ordinatamente attorcigliati che le donne, imitando le evoluzioni dei grandi volatori, districavano e mettevano su un vassoio esclamando all’unisono: “ Fregna quanti!!”(Perbacco quanti!!),
La campana di Santa Maria suonava a distesa, era la festa del Patrono, e la sua voce sembrava che dicesse ad ognuno:”din din do maccarò, din din do maccarò”e così pure cantilenavano i bambini in un gaio girotondo intorno al tavolo.
Più tardi quei raggi d’oro venivano cotti e su di essi si adagiava un rosso ragù infiocchettato di formaggio, e quel piatto fumante somigliava ai rubescenti tramonti dei monti Lepini che andavano a placare le attese e le ansie quotidiane.
“I Fregnaquanti” non erano solo piatti fumanti, erano il calore della famiglia, la generosità delle donne, erano l’allegria e la riconoscenza degli uomini, lo stupore infantile, erano la religiosità di tutti, erano i profumi ed i colori della nostra terra, essi in un periodo in cui la fame era quotidianità , hanno gratificato il corpo ma ancor più hanno nutrito lo spirito e noi, lepini, ne conserviamo intatta la memoria.

giovedì 3 febbraio 2011

Racconto “La taverna dei sette peccati” di Franco Benedetti per LA GAIA MENSA




Buona lettura con il racconto di Franco Benedetti, empolese DOC, per “La gaia mensa”, il quarto concorso letterario di Villa Petriolo.

Franco Benedetti è nato a Empoli il 9 Aprile 1945. Agente editoriale fino al 31 Dicembre 2005. Conosce importanti personaggi della cultura: Luigi Russo e Sibilla Aleramo. Dello spettacolo dei quali è allievo: Edmonda Aldini per imparare la gestualità; di Piera degli Esposti per impostare la voce e di Vincenzo Cerami per apprendere i primi rudimenti su come scrivere un soggetto. Scrive: racconti, poesie, commedie comiche. Viaggia in Italia per vedere, ascoltare, imparare.


Racconto “La taverna dei sette peccati” di Franco Benedetti


La Taverna dei sette peccati, è una baracca in collina nei pressi di Empoli, costruita in mattoni forati, coperta di lamiere zincate con sopra degli embrici d’un vecchio casolare, poggiati su listelli fissati sulle stesse, inclinate per far defluire la pioggia.
Funge da ripostiglio di oggetti d’ogni genere; poltrone sventrate, sedie scollate, infissi e pensili disfatti. Anziché buttarli, Arpagone, che dell’ambiente è il proprietario, li ripone dentro accatastati, insieme a zappa, vanga, una vecchia frullana e varie cesoie; strumenti che adopera nel campo, in leggero declivio, grande come tre giornate di lavoro. Ad ovest, un gigantesco fico ombreggia sullo spiazzo lastricato con mattonelle di vari colori. prossimo alla baracca, attrezzato con caprette, sopra due tavole per impalcature incrostate di calcina.
E’ anche il ricovero di undici pensionati, nonché attori della compagnia teatrale: “la Combriccola degli Artigiani. Ogni qualvolta gli viene il ghiribizzo, passa le serate nella taverna o sotto il fico, organizza pantagrueliche cene e schiamazza senza vergogna fino a notte fonda; lusingando Arpagone con mille artifizi, compreso quello dell’abbuffata gratuita, purché ospiti i sodali e li lasci armeggiare in quell’angusta cucina senza brontolare.
Il campo confina con il torrente detto de’ ricci, che scende fino a sfociare nell’Arno, una fila di aceri esclude il barbaglio dei raggi del sole respinti dall’acqua, ma non annullano il gorgoglio che si alimenta tra i rami e le foglie, come campanelli tibetani, che pronunciano il clamor della quiete tra valli e montagne suggestive.
In questa ambrata cornice, filari di viti sono ben ordinate nel misero castro, producono Trebbiano, solo quelle a ridosso degli aceri, che sembrano viti maritate, producono poche ciocche di Albarola, che in Toscana rappresenta una rarità, si sommano alla vendemmia che Arpagone cede all’amico Caronte, contadino d’antan, in cambio di qualche bottiglia di vinsanto e dieci damigiane di vino rosso vermiglio.
Quel vino così buono possiamo paragonarlo all’antico “vino da fianco”, lo si beve contro le coliche e loro ne trincano tanto e volentieri nei periodici incontri, per poter attestare che di coliche renali o di fegato, non ne hanno mai avute.
Giovedì 18 marzo, il freddo non pungeva come nei giorni precedenti e il cielo franco di nubi e imprecazioni terrene, invitava la combriccola a riunirsi per la cerimonia d’apertura della stagione luculliana. Di buon mattino partirono le telefonate a catena, guidati da Virgilio, regista degli undici della combriccola,
Pasquale e il Moro, dovevano raccogliere erbe commestibili nel campo e nella bassa sponda del torrente, nel territorio della “Taverna dei sette peccati”; Bolero, Sauro e Orazio, furono destinati all’acquisto delle vettovaglie, unanimemente scelte per dare un tocco di classe a tanto arrangiata sistemazione. Il resto del gruppo, compreso Arpagone, nel pomeriggio presero in consegna la stanzetta per liberarla da impedimenti, preparare il tavolo con tovaglia e tovaglioli di carta, piatti e bicchieri di plastica, posate d’acciaio dalle fogge scombinate, pentolone e padella e raccogliere la legna per il fuoco nel grill esterno. Caronte indiscusso mastro vinaio, era addetto a traghettare il suo nobile vino, dalla stagna in litri di vetro come quelli dell’osteria.
La sera allunga le ombre e altera la gaiezza, ma non la loro, sempre vispa perché eccitata anche da esili avventure. Poche ore prima erano tutti in maniche di camicia, accaldati dal rito e dai radenti raggi solari. Il tepore del giorno si era lentamente disperso, ricomparvero maglie e giacconi e in questo passaggio termico, i fuochi del gas e del grill si accesero per dare libero sfogo alla creatività dei novelli cuochi. Nella memoria viveva ancora la frenesia del giorno, la cerchia si era inabissata nella pastosa tenebra, rimase la misurata scena, affollata di uomini evasi dalla realtà ordinaria.
Uscirono dai panieri di Pasquale e del Moro; cicoria, cicerbite, raperonzoli e salvastrella per l’insalata fresca e croccante; bietola per il piatto caldo. Grillo, ancora in maniche di camicia, lavò l’erbe selvatiche, mentre Nerbone con la grazia d’un bisonte, tagliò le cipolle a julienne per farle rosolare con aglio e alloro in olio extravergine. Nell’aria si diffuse immediatamente un intenso profumo di sogni vertiginosi, una melodia. Appassite le cipolle, Nerbone tolse dalla padella l’aglio e l’alloro, dopo che avevano esalato l’ultimo aroma, aggiunse i pomodori pelati, una misurata quantità di concentrato e filetti d’acciuga, tutto si doveva sciogliere per alimentare i nostri perversi pensieri. Fu il turno della bietola, si assopì immediatamente all’interno nell’intingolo, solo per soddisfare i nostri palati, giunse infine il momento di passare il composto dalla padella alla pentola coi ceci immersi nel brodo di cottura, quella grazia di Dio s’avviò consapevole al successo. Mancava mezz’ora, tanto bastava per regolare la densità e il sapore.
Fuori la legna ardeva come all’inferno, non c’era tempo per arrostire quell’anime perse, doveva attenuare velocemente il suo ardore, farsi brace, per cuocere le gigantesche bistecche di razza chianina.
Che meraviglia quei “ragazzi”, un barlume di coscienza li gonfiò d’entusiasmo; "che state a fare costì impalati!", urlò il Trombaio, "lo stomaco ruglia dalla fame, ci sono da preparare crostini e fette unte". Il rosso vermiglio cominciò a circolare nei bicchieri, che cantano come le cicale, quando sono vuoti; arrivarono le fette marchiate dal fuoco e dalla griglia, ognuno a piacere strusciò l’aglio, mise l’olio, il sale e il pepe.
S’aprirono gl’involti di carta gialla, guizzarono fuori come budella, burischio e soprassata; rullarono i tamburi, dettero fiato alle trombe, le chiacchiere e le risate, frenarono la salivazione ormai giunta allo stremo, i primi agognati bocconi erano già stati deglutiti.
Nerbone distribuì nelle scodelle i cubetti di pane arrostito, versò sopra il fumante “cacciucco di ceci”. Le bistecche andarono sul fuoco, pochi minuti poggiate per un verso, lo stesso tempo dall’altro, senza dimenticare i fianchi, da insaporire dal rovente alito del legno d’ulivo. Il vino anticoliche anticipò la digestione, l’appetito non diminuì e loro continuarono la degustazione che per tutti fu con la seconda porzione di cacciucco.
Le bistecche arrivarono cotte a puntino. Il gusto si esaltò al battesimo, quando caldissime furono cosparse di sale grosso, i grani dovevano sciogliersi come lacrime immacolate, prima che Sventrapapere, lo “scalco” della combriccola le tagliasse e le servisse su vassoi di latta e l’osso da rosicchiare per coloro che hanno ancora quasi tutti i denti. Nate come oblò della lavatrice, due ciotole trasparenti erano già in tavola, ricolme d’erbe saporite e profumate.
In quella bolgia, le parole si fecero incomprensibili; tutta colpa dell’equinozio! La tanica di vino era andata in riserva, il dolce e il caffé seguirono dopo di un bel po’. Il gruppo si stringe, la chitarra del divino Sauro, artista dall’eloquenza pratica, partì con gli accordi del Trescone, stonarono tutti, seguirono canzonacce da bordello tra sghignazzi e rumori d’ogni sorta.
Il gran finale fu denso di verità incredibili e menzogne spudorate; ci fu un turbinar di ganze, zoccole e scopate a quattro cifre. Mendacem memorem esse oportet. Il bugiardo deve avere buona memoria. Alle mogli fischiarono le orecchie, tanto che trillò qualche telefonino, risposero all’unisono: "siamo al bicchiere della staffa", intanto la dama di grappa distillata da Caronte faceva l’ennesimo giro. Le mogli sanno che non sarà solo uno.
L’ultima auto della fila procedette lenta nella viottola, le luci si persero dietro la curva; nella “Taverna dei sette peccati”, scenario dello spettacolo, rimasero sospese nell’aria le novelle d’un tempo, raccontate dagli undici personaggi, disposti ad interpretare per lungo tempo ancora la metafora della vita.




Ricetta "Cacciucco di bietole e ceci":

Ingredienti

n° 1 cipolla rossa
n° 5-6 filetti acciuga sotto sale
n° 2 barattoli piccoli pomodoro
gr 500 ceci
n° 1 bietole
sale pepe q.b.
alloro aglio q.b.
vino bianco q.b. secco
brodo vegetale q.b.

Procedere con il fondo: tagliare a julienne sottile la cipolla e rosolare a
fuoco dolce in olio extravergine con aglio e alloro. Appassire bene la cipolla, sfumare con il vino bianco, far evaporare e aggiungere il pomodoro. Riprendere il bollore e aggiungere i ceci ammollati in acqua, cuocere delicatamente aggiungendo poco a poco il brodo vegetale. Nel frattempo lavare e mondare le bietole, tagliare a listarelle e cuocere delicatamente in padella con olio extravergine, aglio e alloro. Quando pronte controllare la cottura dei ceci, se è quasi a punto aggiungere le bietole a proseguire la cottura per ½ ora circa. Regolare di densità e sapore.

martedì 1 febbraio 2011

La gaia mensa: il racconto "Il fato di Federico" di Alessandro Danieletti




Ancora bei racconti dalla raccolta de “La gaia mensa”, il concorso letterario di Villa Petriolo edizione 2010.
Oggi che le anticipazioni sul bando 2011 sono state pubblicate, in attesa che esca il bando ufficiale (8000 battute in lingua italiana, come da tradizione), torniamo a ringraziare tutti coloro che ci hanno voluto donare le loro parole!

Alesssandro Danieletti è nato a Milano e risiede a Perugia.
Alessandro racconta di sé: “Sono un appassionato lettore e, tra altri grandi, cerco di approfondire Nietzsche: amando molto anche i piaceri della tavola, l’idea, ispirata dal titolo del concorso, di amalgamare le due passioni era troppo “appetitosa” per non partecipare al banchetto letterario”.


Ringraziamo Alessandro e vi invitiamo alla lettura de “Il fato di Federico”!


Racconto “Il fato di Federico” di Alessandro Danieletti


Oh, Dioniso, mio dio dell’ebbrezza!
Ti invoco nel crepuscolo di questo giorno, alzo il calice di malvasia e tramonto con il sole nel liquido ambrato. Mi immergo nel vino, lo mescolo al mio sangue, il piacere mi pervade e sento in lontananza i tuoi cori di ditirambi. La notte è innanzi a me, danzo nei suoi suoni, gioco nel buio, entro nell’antro della Sibilla, foglie profetiche sfiorano il mio corpo, le lascio andare nel vento; solo il vino e il mistero mi sono compagni.

Sento ancora gli echi frementi della notte ma con l’aurora è Apollo a sedermi accanto. Ed è nelle illusioni del suo sogno che entro alle prime luci del giorno.
Sono consapevole della mia grandezza e intuisco il mio fato, sono un uomo postumo, destinato a vivere dopo la morte, il che mi procura più spesso una vaga e trasognata malinconia piuttosto che una vanagloriosa esaltazione; la contezza della gloria postuma, o dell’immortalità, dà alla vita un certo qual sopore più che un sapore, forse perché nel sogno viviamo già ogni giorno con la nostra lunga ombra che ci sopravviverà, ma in questo lungo soggiorno italiano, gioie di gusto fin qui sconosciute si sono aperte ai miei sensi e Apollo gioca con me lasciandomi immaginare quale destino mi avrebbe arriso se mi fossi chiamato Federico Nicce, fossi stato italiano: nato e cresciuto con il profumo di pasta al pesto, amatriciana o pizza e basilico nel naso.

Proprio in questo momento un aroma che viene dalla cucina sta pervadendo il mio studio, corrompendo ogni riflessione. Fernanda, la cuoca della pensione, è una creatura divina: dalle sue mani nascono sapori sublimi, si scatenano gusti metafisici. Al di là del bene e del male.
Qualche giorno fa è stato un odore intenso e invadente a spingermi verso la cucina. Mi sono avvicinato lentamente alla porta socchiudendola. Ho contemplato, per non so quanto tempo, il ciclo perfetto del carciofo fritto. La farina avvolge lo spicchio, nell’olio bollente prima è uno sfrigolio vivace, poi un gorgoglio costante che lascia emergere il guerriero dorato. Un letto di carta asciuga l’umore del soldato che resta in attesa degli altri ancora al turno di doratura dell’armatura. Un esercito perfetto per sapore, odore e colore. Buono, troppo buono. Superbuono.

La gaia mensa di Fernanda è un’estasi di sapori, è arte plastica dalle forme armoniose, è forza vitale di gusti e aromi da esplorare.
Quando prepara ragù e tagliatelle, credo di assaporare il godimento di cui diceva Tiresia a proposito della torta del piacere umano: gli dèi curiosi vollero sapere da lui in quale dei due sessi fiorisce più rigoglioso il piacere e lui, che era stato per qualche anno anche donna, rispose che se il piacere fosse stato una torta e la torta divisa in dieci fette, nove sarebbero andate alla donna, perché gode con l’anima. Ma anch’io, benché becero maschio materiale, alla gaia mensa di Fernanda mi unisco ai suoi aromi per una sorta di piacere dell’anima.
Scrivere la ricetta mentre racconta il rito della preparazione e gli odori penetrano con insistenza nel mio corpo, mi fa esclamare “io sono ragù tutto intero, e nient’altro”.
Ma dunque, così parlò Fernanda: “prendo due costole di sedano, una cipolla, una carota e un ciuffo di prezzemolo. Con la mezzaluna trito tutto finemente e lascio appassire il battuto nell’olio….”
Mentre pronuncia queste parole resto come imbambolato dall’ondeggiare ritmico, preciso e deciso, della lama che sminuzzando unisce ciò che era diviso. Intanto Fernanda mescola e dice : “…aggiungo la carne, di vitello e maiale, a pezzetti (ci metto anche una foglia di alloro) e la lascio rosolare bene…”
La carne sfrigola assetata di vino, io attendo impaziente le parole di Fernanda: “…verso un po’ di vino bianco. Quando è evaporato e la carne ben asciutta, aggiungo il pomodoro passato. Lascio cuocere coperto a fuoco lento e pappuliare per almeno tre ore”.
La sua mano che solleva il coperchio squarcia anche il velo di Maya. Respiro come un suffumigio il profumo che ha liberato, assaporo la bellezza e lascio che il mio spirito si predisponga alla conoscenza di un godimento lento e duraturo.
Gli aromi del ragù persistono per tutta la notte, in compagnia di Dioniso danzo nel soffritto, nel “pappuliare” improvviso del pomodoro, nella densità seducente del sugo in cui al mattino Fernanda scorge le tracce del mio dito avido di piacere.

Ormai conosce le debolezze della carne e mi lascia persino assistere alla nascita della tagliatella: un atto creativo assoluto. L’impasto morbido e compatto modellato dalle sue mani con gesti sapienti e magici è argilla creatrice: mi capita di socchiudere gli occhi per sentirmi parte di quell’impasto, fuso con le uova e la farina in un unico composto da cui i colpi precisi e decisi del mattarello generano suoni antichi al contempo celestiali e terreni. Riposo con il manto disteso, mi avvicino per udirne il respiro calmo e regolare mentre sfioro con la mano la ruvidezza pastosa. E’ una pelle di donna genuina e fiera, che conosce le asprezze della terra. Poi le mani di Fernanda si avvicinano di nuovo: raccolgono il manto in pieghe amorevoli come seta delicata, sollevano strisce di tessuto morbido e irregolare lasciandole fluttuare nell’aria, quella tenda sinuosa dinnanzi agli occhi, evoca in me un novello Anchise; mi sembra di ravvisare, come accadde a lui, tra gl’improvvisi svolazzi della tenda, Venere, per descrivere la cui bellezza la parola umana è troppo insipida. Mi abbandono al piacere e lascio che la dea faccia di me ciò che vuole. Il volere del Fato era che Anchise facesse generare alla divina Afrodite Enea, che ebbe poi, per merito di un poeta italiano, un grande destino: poetico, letterario, che è l’unico che alla fine valga davvero, poiché una mera cronaca di fatti incerti, quando sono trascorsi un paio di millenni, conta poco, e a tutti noi piace ricordarci piuttosto di una leggenda poetica anziché il solito sangue rancido della storia. Io…io per volere del Fato dovevo generare nel mio pensiero l’eterno ritorno: ”Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro e ogni cosa indicibilmente piccola e grande della tua vita dovrà fare ritorno a te. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello di polvere”. Non è uno scherzo, è un pensiero che stritola. “Quanto dovresti amare te stesso e la vita per non desiderare più alcun’altra cosa che quest’ultima eterna sanzione, questo suggello?”. La cosa bizzarra è che questo pensiero, che certo resterà tra i miei più celebri, non è scaturito come tanti altri da profonde elucubrazioni bensì da una subitanea illuminazione. Oh, ne ho avute altre, che penso pian piano verranno scoperte, ma l’ispirazione di questa forse resterà misteriosa perché semplicemente nessuno immaginerà mai che mi venne a un tratto mentre uscivo estasiato dalla cucina di Fernanda. Al pari di una bella donna, e della verità, dà più felicità desiderare le tagliatelle al ragù piuttosto che possederle. Ammirarle, desiderarle, conoscerle. Questo è l’istante immane che vale l’eternità. Ammirare, desiderare, conoscere. Per l’eternità. Ecce illuminatio, ecce magnum secretum.

Nel crepuscolo mio amato Dioniso mi vieni di nuovo incontro.
Lo so, il mio è il fato di un grande tedesco di nome Nietzsche, la cui eco trapasserà ogni tempo, ma ancora per questa notte, al rimbombo dei tuoi cori, mi fondo nell’estasi dell’alter ego italiano. Lasciami in compagnia della malvasia e del suo profumo, concedimi di salire sul tuo carro, sorseggiare la potenza della mia solitudine, sedere sulla soglia dell’attimo, avido di conoscere e gustare la vita.

Nel sole del nuovo giorno, la lira di Apollo canterà il mio ritorno in Germania.
Chiederò a Fernanda di prepararmi provviste per le mie illusioni.

1. Termine napoletano che deriva dal rumore sordo delle bollicine prodotte dal ragù che bolle lentissimamente



Tagliatelle al ragù

lunedì 24 gennaio 2011

"Sospirate lauree” di Dario Ghiringhelli per il concorso letterario di Villa Petriolo La gaia mensa


Lo chef Pino Maggiore durante la cerimonia di premiazione del concorso letterario di Villa Petriolo "A Grangola!"




Continua, su DiVINando, la pubblicazione dei racconto partecipanti al quarto concorso letterario 2010 di Villa Petriolo “La gaia mensa”.

Racconto “Sospirate lauree” di Dario Ghiringhelli

Intanto il ritmo bizzoso e vivace della musica e della canzoni, invitante e contagioso, sembrava fatto apposta per abbandonarsi, per dimenticare ogni problema, personale o del mondo, per lasciarsi andare, complice la gioventù, all’onda della spensieratezza.
Ogni tanto accadeva che qualcuno del nostro gruppo riuscisse a conseguire la sospirata laurea che, quale convenzionale e tradizionale epilogo, sfociava in una cena con molti inviti da parte del neo dottore al quale toccava di finanziare l’avvenimento.
La cena cosiddetta di laurea veniva rigorosamente organizzata nel salone del ristorante Cadorna riservato per l’occasione.
Eravamo tutti invitati, ragazzi e ragazze, e la festa non poteva considerarsi tale senza che fossero presenti, come minimo, trenta o quaranta convitati.
E, come in tutte le faccende studentesche, era noto come si incominciava, ma ugualmente ignoto quale sarebbe stato l’epilogo.
Gianni era stato proclamato dottore in architettura con centodieci e lode dal magnifico rettore dell’Università Statale di Milano e nessuno degli amici e amiche si era rifiutato di contribuire alla colletta effettuata per l’acquisto del regalo da porgere al nuovo laureato, sapendo che sarebbe stato sicuramente invitato al luculliano cenone.
Mamma e papà, titolari del Cadorna, non poterono mancare alla cena di laurea di uno studente il più rappresentativo tra gli aficionados del Cadorna. Seduti tra Gianni e Ottavio, stavano, però, sulle spine, temendo che, con il procedere delle libagioni, il clima iniziale di distensione si trasformasse in un’atmosfera di eccitazione bacchica.
Al dolce, Ottavio, che non era stato parco nel bere, si alzò per dare avvio all’ennesimo brindisi in onore di Gianni ed esortando Gigi a tenere il discorso conclusivo della serata. Gigi, memore del suo complesso legato alla pronuncia della erre, tentò di sottrarsi, ma, alla fine, di fronte alle grida dei commensali:
“Discorso, discorso, discorso!”, improvvisò una specie di omelia encomiastica sulla laurea conseguita da Gianni, subito interrotto dagli evviva di tutti:
“Viva il dottore, viva l’architetto! Dai andiamo fuori a fare ancora un po’ di baldoria!”. Così, poco prima della mezzanotte, la compagnia si sciolse e tutti si riversarono sul piazzale della stazione ormai deserto, vociferando e schiamazzando allegramente.
Non si era ancora a livello di sbornia, ma l’alterazione dei maschi era notevole, mentre le fanciulle tendevano a dirigersi in fretta verso casa per evitare prevedibili rimbrotti da parte dei severi genitori.
Gli ultimi ad abbandonare la piazza furono il laureato, Gigi, Ottavio e Pierangelo, il quale formulò un’esecranda proposta:
“Andiamo a fare un giro in corso Sempione a Milano per tampinare qualche battona!”.
Come per un tacito accordo gli altri rimandarono la proposta al mittente:
“Ma sei pazzo, dopodomani sera c’è un’altra cena di laurea. Non ricordi? Il nobile Antonio si è laureato in scienze politiche. Fra quarantotto ore si riprende la kermesse!”.
Pagava tutto Antonio che, fiero delle sue vantate origini nobiliari, si piccava di poter spendere senza preoccupazioni di sorta, pretendendo dal ristorante un qualcosa di eclatante che superasse, per abbondanza e varietà, la precedente cena di laurea organizzata da Gianni.
L’indicazione tassativa era che si dovesse pasteggiare a base di spumante, con il rigoroso divieto di ogni altro vino.
Per quanti non avevano ancora smaltito le conseguenze della cena di Gianni, quest’ulteriore agape fraterna risultò assai impegnativa se rapportata alle funzioni fisiologiche della digestione.
Per di più, Antonio, già leggermente alticcio, ogni quarto d’ora, faceva il giro della grande tavolata fatta approntare a ferro di cavallo, riempiendo con la forza i bicchieri di tutti i conviviali.
Perché la regola vigente tra i laureandi del Cadorna era che il successo di una cena di laurea lo si giudicasse solo in funzione di quanti ne uscivano allegramente avvinazzati.
Ed Antonio, nel suo inveterato atteggiamento nobiliare, si era fissato che il suo cenone guadagnasse il guinness dei primati.
La risultanza fu che, intorno alle ventitré, quasi tutti gli invitati e quasi tutte le invitate erano in condizioni vistosamente precarie. L’atmosfera stava degenerando rapidamente e mamma e papà, altamente preoccupati, fecero togliere la corrente elettrica facendo precipitare il salone nel buio, che provocò un fuggi fuggi generale, sfociando nel consueto piazzale della stazione delle Nord.
Un gruppo di ragazzi si trovò vicino all’ingresso del Partigiano, la nota balera già citata più di una volta.
Quella sera era in pieno svolgimento una festa da ballo di tono popolare affollata di servette e militari in licenza. Il gruppo di giovani entrò tumultuosamente nella sala da ballo, mentre Antonio, il festeggiato, si mise a vomitare senza ritegno su una poltroncina vuota per poi cadere a terra quasi inerte.
Pierangelo risolse d’autorità la situazione, rovesciando due bicchieri d’acqua sulla faccia di Antonio che rinsavì all’istante, recuperando, in un certo qual modo, il proprio equilibrio mentale.
Ottavio ripagò il gesto salvifico di Pierangelo, dopo essergli arrivato di dietro, rovesciandogli altrettanta acqua giù giù per la schiena.
Intanto Gigi ed Eugenio avevano preso un po’ di mira una ragazza piuttosto grassoccia e tarchiatella, girandole intorno per invitarla a ballare. Naturalmente le loro avances furono troncate dall’intervento del suo accompagnatore risultato, a posteriori, essere un operaio dell’Isotta Fraschini, con intercorrenza di spinte e spintoni.
Il gestore della sala, ex resistente, dovette intervenire, investendo con violenza i reduci della cena di laurea:
“Cosa vi insegnano all’università? Questa è la casa del Partigiano e ci vuole rispetto….. vergognatevi!”
“Non è il caso di drammatizzare con dei poveri studentelli come noi”, gridò, per tutta risposta, Franco, cercando di volgerla in ridere.
“Silenzio! E filate via subito!”
“Va bene ……….. va bene!”, ribattevamo tutti noi in tono conciliante.
“E non crediate che la cosa finisca qui, incoscienti! Penserò io a fare una denuncia ai carabinieri”.
Ci fu un leggero sbandamento del nostro gruppo al quale subentrò la voce tagliente e sarcastica di Gianni, anche lui presente in qualità di ex neo laureato.
“Adesso basta, culatina!”.
Tutti conoscevamo il soprannome affibbiatogli da buona parte della popolazione saronnese che suonava pressappoco così: “Maria Pompilia, colei che nel camminar dimena l’anca e se non l’ha preso, poco ci manca”.
Il gestore allibì.
In tutta la sala si era creato quel mutismo quasi cadaverico fatto di tensione nervosa, che si diffonde allorché qualcuno osa lacerare le norme riservate dell’ipocrisia e scaglia in un ambiente, a mò di proiettile, l’affermazione di una scottante verità.
Quel siderale silenzio fu rotto da una risata assai becera, spietata e bestiale, più da folle che da persona in preda all’alcol. Antonio, il dottore in scienze politiche, il festeggiato di quella sera, che aveva ascoltato tutto nella condizione incerta fra il dormire e l’essere desto nel suo annebbiamento etilico, si era svegliato dal suo torpore e bollava con espressione irriverente, acuita dalla sua erre moscia, il discredito di un uomo che, sino a un momento prima, era un riverito e onoratissimo ex partigiano.
Pochi minuti dopo una pattuglia di carabinieri ristabiliva l’ordine, invitandoci con cortesia a lasciare la sala da ballo e a disperderci in fretta.
L’imposizione dei gendarmi fiaccò un po’ tutti e, noi quattro, rimasti soli, mentre tutti gli altri si lasciavano inghiottire dall’oscurità, ci ritrovammo nuovamente davanti all’ingresso del Cadorna, che, nel frattempo, aveva chiuso i battenti.
Gigi, Ottavio, Pierangelo ed io eravamo un po’ come “i quattro dell’Ave Maria”, nel senso che il feeling tra noi, quando eravamo soli, raggiungeva la massima intensità, giusto perché ognuno di noi la pensava in un modo diverso dagli altri, ma in totale comunanza di intenti.
Una salutare sigaretta sigillava silenziosamente ciò che in quel momento tutti avevamo già in animo di fare.
Senza proferire parola alcuna, ci accomodammo sulla spider di Gigi che, quasi automaticamente, prese la direzione di Cerro Maggiore, dove Silvana, come da suo costume, ci avrebbe sicuramente ricevuto nel suo appartamento posto sopra la già menzionata merceria divenuta per noi, nel tempo, un confortante rifugio.
Ma Silvana, appena sentì l’inconfondibile rumore della spider, sbarrò la porta. Non gradiva, per via dei benpensanti vicini, che avvenissero scomposte e rumorose manifestazioni di allegria schiamazzante sotto la sua abitazione. Fu tuttavia, costretta ad aprirci, per interrompere i pugni che battevamo contro il portoncino d’ingresso.
Silvana, la cui bellezza era trascorsa, ma non passata, come avrebbe giustamente affermato l’autore de “I Promessi Sposi”, non potendo venir meno alla sua fama di “boccuccia di rosa”, ci fece accomodare in salotto sorridente ed un po’ preoccupata al tempo stesso, ignorando quale sarebbe stata la conclusione di quella improvvisa intrusione in casa sua.
Come era sua abitudine in simili circostanze, aveva assunto un atteggiamento civettuolo ed ammiccante che ben confaceva alla sua disabbigliata vestaglietta tenuta chiusa da una cintura allacciata in vita.
Il nostro intendimento era chiaro: volevamo concludere la serata con un certo ardore della fantasia e dell’immaginativa.
Silvana era seduta nello splendore dei suoi quasi quarant’anni ben visibili attraverso qualche piccola ruga del viso, e nella folta nera capigliatura che luccicava solo per la presenza di qualche sporadico filo grigio; sul viso, la mancanza di trucco stentava a renderle giustizia.
Il suo modo di guardarci, lasciando trapelare quelle misteriose esperienze di vissute tenzoni d’amore, era in grado di sconvolgere la nostra mai sopita ed anelante brama di sesso.
Come per una silenziosa intesa, Ottavio, Pierangelo e Gigi mi spinsero letteralmente verso di lei.
Io, ancora un po’ inebriato dalle abbondanti bevute, dondolai vistosamente nel mezzo del salotto, aggrappandomi, per non perdere l’equilibrio, alle spalle di Silvana, che, senza riluttanza, fece atto di dirigersi verso la camera.
“Va, va con la nonna” urlarono in coro i miei amici.
Silvana, non sapendo se ridere o arrabbiarsi, mi trascinò nella camera chiudendo la porta, mentre i tre lasciavano la casa per aspettarmi in auto.
Li raggiunsi dopo circa tre quarti d’ora.
Facemmo ritorno a Saronno, evitando tutti un sia pur minimo accenno a quell’amplesso che mi era toccato, perché ognuno di noi già pensava alle nuove avventure del giorno dopo.
Come poteva configurarsi una generazione che allora conosceva una sola dimensione, il futuro, e che considerava il passato un freno ed un impaccio alla corsa verso di esso?

venerdì 21 gennaio 2011

Per La gaia mensa, “Un fagiano tempestato di rubini” di Annamaria Matera




Un altro bel racconto per la raccolta de “La gaia mensa”, il concorso letterario di Villa Petriolo edizione 2010.

Annamaria Matera è nata e risiede a Cosenza.
E’ finalista e vincitrice di numerosi concorsi nazionali ed internazionali di Poesia Haiku, Narrativa e Narrativa per bambini.


Racconto “Un fagiano tempestato di rubini” di Annamaria Matera

Eravamo tornati nella casa di campagna solo per controllare che tutto fosse a posto. Mi aggiravo nella fresca penombra delle stanze, quando un tuono squarciò l’immobile silenzio dei campi, avvolti dalla bruma autunnale. Pochi secondi dopo, già cadevano le prime gocce, gocce grosse e pesanti, che in un attimo, si trasformarono in un furioso temporale.
- Non ci conviene andar via con questo tempo, – urlò mio marito da sotto la tettoia, dove era rimasto bloccato – potrei accendere il camino, mentre tu prepari uno dei tuoi manicaretti. Che ne dici? – continuò, strizzandomi l’occhio con complicità – Niente di complicato, una cosina semplice, per non rimanere a stomaco vuoto –
- Le conosco le tue cosine semplici! Specialmente quando siamo qui ed hai più tempo per stare a tavola! Comunque, hai ragione: tra poco sarà buio e conviene rimanere, ma accendi il camino, questa umidità non fa bene alle mie ossa e porta dentro una bottiglia di novello, ormai si può stappare; alla “cosina semplice” penso io –
La dispensa mi accoglie con i suoi colori, con i suoi profumi genuini che sanno di casa, di buono, di famiglia.
I barattoli delle conserve ben allineati, l’ingenuità delle loro decorazioni quasi mi commuovono. Hanno tutti il coperchio nascosto da un cappuccio fatto con stoffa a quadretti o a fiorellini, trattenuto da un rustico pezzetto di spago, tutti hanno un’etichetta scritta e decorata a mano.
Guardo con occhi avidi, ma non so cosa fare, poi, quasi senza accorgermene, mi ritrovo con un sacchetto di castagne secche in mano.
- Castagne. Cosa posso fare con delle castagne secche? Un dolce. Già, così mangiamo una bella torta! No. Posso farci anche.. si, un ripieno! Un ripieno. Ma cosa riempio? Ed improvvisamente, mi ricordo che nella ghiacciaia – come la chiamava mio suocero – deve esserci anche un fagiano, che il freddo avrà ben frollato ed il microonde mi aiuterà a scongelare. Lo riempirò con funghi e castagne.
Metto a rinvenire i funghi porcini in acqua tiepida e a bollire le castagne, per renderle di nuovo morbide, tiro fuori dal freezer il fagiano. Nel microonde, in pochi minuti, torna morbido anche lui; per fortuna, è già pulito, così non mi resta che preparare la farcia.
Nella pentola con le castagne, l’acqua comincia a bollire e, come per incanto, nella grande cucina si diffonde un profumo di bosco, di pini, di ricci appena aperti.
Ricordo bene quel giorno, il giorno in cui “andammo per castagne”. Ricordo il rumore degli aghi di pino – ce n’era un tappeto – che crocchiavano sotto gli scarponi da trekking, i gridolini dei bambini, i loro – Ahi! Come punge! – ogni volta che tentavano di aprire un riccio.
Mi avvicino alla pentola. L’acqua bolle e le castagne ballonzolano, facendo plop, plop; la pellicina che le ricopriva è venuta via quasi completamente. Meno male, impiegherò meno tempo a sbucciarle. Le scolo, le sbuccio bene e le schiaccio con una forchetta, in modo da ottenere una purea non troppo liscia, unisco ben strizzati i funghi e la mollica di pane, che ho fatto ammorbidire nel latte, due uova fresche della Pina, prezzemolo tritato, una spruzzata di cognac (se Fausto scopre che anche in cucina uso quello invecchiato!), sale e pepe.
Il fagiano già pulito mi fa risparmiare un bel po’ di tempo e non impiegherò molto a farcirlo, devo solo strofinarlo, all’interno ed all’esterno, con uno spicchio d’aglio, ma non mi da fastidio, perché il suo profumo forte, un po’ piccante mi piace, anche quando rimane sulle mani. Ciò che, invece, mi infastidisce è cucirlo con il filo da cucina. Non ho mai invidiato i chirurghi e devo stare anche molto attenta a chiuderlo bene, perché il ripieno non fuoriesca.
Prima di metterlo nel tegame, però, devo preparare la salsa di melagrana, cosa semplice
solo in apparenza, perché vorrei riuscire a sgranarla senza che gli schizzi rossi del suo succo arrivino fino al soffitto della mia cucina. In verità, un’anziana cugina di mia madre mi aveva insegnato un trucco per evitare questo inconveniente: pare che basti sgranarla tenendola immersa in acqua fredda, ma oggi sono calma e rilassata e sono sicura di riuscirci. In fondo, so bene che per ottenere lo stesso risultato non bisogna tagliarla con il coltello, la cui lama romperebbe i semi, facendola lacrimare, ma aprirla con un gesto deciso, rispettando la sua forma naturale e sfruttandole le piccole lesioni che si formano sulla buccia.
Trovo, e non per caso, due grosse melagrane in cantina, delicatamente adagiate sui graticci. Le ha posate lì il contadino che cura il nostro piccolo orto, sicuro che presto le avremmo trovate e gustate. Mai come quest’anno sono state gradite.
I frutti “del verde melograno dai bei vermigli fior” sembrano sorridermi e sorrido anch’io, pensando a questo meraviglioso dono della natura. Sembra un sacchetto pieno di rubini e piena di rubini è, poco dopo, la mia ciotola, in cucina.
Ne metto da parte una manciata da aggiungere alla pietanza al termine della preparazione, per guarnirla, e, nel farlo, davvero mi sembra di affondare le mani in qualcosa di prezioso. I piccoli semi rossi sono lisci, senza asperità. Me li sento scivolare fra le dita e mi piace la loro carezza fresca e profumata.
Metto i rimanenti chicchi nella mia preziosissima centrifuga e, senza nessuna fatica, ottengo un liquido rosato, ricco di mille profumi. Mi punge il naso un odore in po’ aspro, come di mela, mi pare di sentire la rosa, la fragola, odore di erbe nuove. Il succo è così invitante alla vista che mi viene voglia di berlo, ma ne assaggio solo un goccio, per dare gioia alla bocca, alla gola, poi lo verso nel tegame con qualche cucchiaio di zucchero e lo lascio ridurre un po’.
In quel piccolo mare baciato dall’aurora, adagio il fagiano ripieno, lo spruzzo con qualche goccia di aceto di lampone e copro il tegame. Lascio cuocere, girando ogni tanto il volatile, fino a quando non sento un allegro sfrigolio, allora, sollevo il coperchio e vengo letteralmente investita da un mix di profumi inebrianti. Sono profumi autunnali: caldi, morbidi, vellutati, ma soprattutto avvolgenti. Me ne sento, infatti circondata e coccolata. E’ proprio di questo che avevo bisogno, mentre il temporale, ormai scatenatosi, continua a battere contro i vetri della finestra.
- Che profumo! – esclama mio marito, annusando l’aria, mentre entra in cucina – ma cosa hai preparato?-
Glielo dico.
- Allora, cosa beviamo? Forse, il novello non va bene. Ci vorrebbe un rosso corposo…… -
- Non importa! Siamo solo io e te. Perché non tentiamo un accostamento azzardato? Per una volta, lascia stare le regole! –
Accetta con qualche riserva; è un intenditore ed è sempre molto attento nella scelta, ma si ricrede appena stappa la bottiglia. Annusa prima il sughero, poi, ad occhi chiusi, fa passare due o tre volte la bottiglia sotto il naso.
Io sono lì, ferma, in attesa di un responso. Vedo le sue narici dilatarsi, per catturare più profumo possibile, le labbra allungarsi in un sorriso compiaciuto.
- Potrebbe andar bene. Proviamo –
Versa il vino nel calice. Il liquido spumeggia, le bollicine formano una collana di piccole perle lungo il bordo, poi cominciano a spegnersi una ad una, spariscono. Lui ruota il bicchiere perché il vino possa ossigenarsi e liberare tutto il suo profumo.
– Sento le more, le prugne, vedo i pampini baciati dal sole – dice, inebriandosi.
La perfetta trasparenza del cristallo gli permette di ammirare il colore del vino e tutte le sue sfumature cromatiche. E’ soddisfatto.
- Sarà un’ottima annata! – dice
Il fagiano, irrorato con il fondo di cottura, è sul piatto di portata. Lo cospargo con i semi di melagrana che ho tenuto da parte e sorrido.
- Guarda – gli dico – che fagiano prezioso. Hai mai visto un fagiano tempestato di rubini? –
Il vino ha un gusto fruttato, a tratti erbaceo, che ben si adatta ai sapori del piatto, esaltandoli.
Oggi le nubi hanno rubato il tramonto. Ormai è buio. Per rischiarare la stanza, basterebbe la fiamma del camino, ma accendo una lampada, qualche candela.
L’autunno è fuori.