lunedì 4 agosto 2008

salmastro, abrasivo, strepitoso



"Dreams" dell'artista Yuroz, tratta da Jean Stephen Galleries, Minneapolis, USA.



"Salmastro" di Domenico Guarino è tra i racconti segnalati da Villa Petriolo nel concorso "I giorni del vino e delle rose". I nostri complimenti all'autore.

Domenico Guarino è nato a Battipaglia (SA) nel 1968 e risiede a Firenze. Laureato in Storia medioevale, lavora come giornalista a Controradio/Popolare Network. Nel 2006 ha vinto il premio letterario "Raccontare le periferie" del Gabinetto Viesseux e, nel 2007, il premio "Tiziano Terzani - un racconto per la pace". Nel 2008 si è aggiudicato il premio "Cronista dell'anno" dell'UNCI (Unione Nazionale Cronisti Italiani).



racconto

"SALMASTRO"

di Domenico Guarino



'Salmastro... e ... abrasivo!'
'Ma dai! Elegante... fruttato... e... corposo’
'No ti dico: salmastro, abrasivo...E anche... strepitoso. Si, senza dubbio: strepitoso! 'Sì... e poi...'

E poi, come sempre, eri tu a pretendere l’ultima parola, e a me non rimaneva che guardarti.
Ridere, spogliarti, o assaporare con sensuale accondiscendenza tutto quello che ti apparecchiavo davanti. In quel piatto di ceramica bianco bordato di rosso e di fiori, che avevi voluto acquistare per forza in quella bottega di Lucca che avevamo trovato insolitamente aperta il Primo di Maggio. Quando tutti se ne stanno a festeggiare la Festa dei lavoratori.
E a me sembrava un’offesa solo per quello!
Perché, magari a te non te ne fregava niente, ma io a certe cose ci tenevo.
Perché ero cresciuto col mito della classe operaia. Delle bandiere rosse svolazzanti nell’azzurropalstico di un cielo infinito e sorridente.
'Il futuro era nostro' pensavo. Lo sarebbe stato, senza ombra di dubbio.
In famiglia la pensavamo tutti così.
Nonostante la mamma ed il papà andassero regolarmente in chiesa, e a me era toccato pure il chirichetto; che quello dalle mie parti non te lo leva nessuno.
Carletto: ecco, lui era stato l'unico. Ma lui era uno Stromilli, e per tutti in paese gli Stromilli erano 'gli eretici'.
Miscredenti, bestemmiatori, atei. Gente massiccia, baffuta, con lo sguardo sguincio ed altero. Gente di quel sentore Risorgimentale, che si mantiene inalterato negli anni. Nonostante tutto.
Come il vino buono.

‘In futuro pensi di rimanere ancora qui o hai deciso di averne abbastanza?’ ti chiesi all'improvviso.
Girasti lo sguardo verso la finestra, lentamente.
Nella penombra della stanza il verde dei campi si stagliava con evidenza translucida.
In sottofondo le cicale sacrificavano al sole la propria indolenza componendo in musica tutto il peso della canicola asfissiante. Come fossimo all’Opera, assorti nella contemplazione di un'overture maestosa ed ondeggiante.
Alzasti il calice, ed esclamasti con foga caricaturale: ‘il mio trono è saldo, signore! Non fuggirò da questa terra che ho conquistato a suon di battaglie e stragi sanguinarie. Rosse e vellutate come questo nettare divino che assaporo con gioia!’
E poi di nuovo scoppiasti a ridere.
Facevi scorrere il vino sul palmo della mano. Qualche goccia. Abbastanza per formare un piccola pozza. E poi lo leccavi. Come si fa con la nutella.
'Ma non è così che si beve! Lo rovini...'
All'improvviso la tua espressione si fece seria. 'Nessuno, nessuno può insegnarti come sia giusto godere delle cose che ami! Nessuno! Capito? Non lo permettere mai'.
Mi strappasti di mano la bottiglia e tirasti giù un sorso più deciso.
Pian piano, con piacere quasi tangibile - un piacere che quasi sentivo vibrare nel respiro della pelle- lo vidi transitare attraverso la tua lingua e poi in gola.
I tuoi occhi brillavano tutta la sensuale pienezza di quell'approdo. Il riflesso profondo, insistente, di un attimo che non voleva scorrere.
‘Non ho mai capito cosa ci trovi davvero in me’ ti dissi.
E fu allora, esattamente allora, che compresi quanto inutile sia cercare una ragione nelle cose che accadono.
Mi accarezzasti la guancia con il palmo della mano ‘Ma tu sei come questo vino! Salmastro, abrasivo, strepitoso. Come avrei potuto fare a meno di te!’
Scoppiammo a ridere entrambi.
Poi ricordo solo il freddo delle mattonelle di cotto e la tua schiena bianca che mi sfuggiva, fluttuando attraverso i muri grigi e possenti che mi ricordavano quanto fossi smaccatamente felice.



Camminare non mi è mai pesato. Affatto.
Mi è sempre piaciuto sentire il movimento dei muscoli, il lento fluire dei passi. Le lievi frustate dei nervi e quella sottilissima patina di sudore che inumidisce la pelle dopo un po'.
Sento scricchiolare la terra sotto i passi. Un crepitare vivace che mi rassicura.
In prospettiva vedo la regolare armonia dei filari adagiati come spade fiorite sul crinale dei colli bassi e dolci. Rotondi, come se qualcuno li avesse disegnati con l'ovatta, disponendo i batuffoli ad uno ad uno.
Il risultato di un'applicazione millenaria e solerte. Natura e lavoro che si fondono in un intreccio commuovente.
Camminare è' uno dei piaceri che ancora mi concedo. Ogni volta che posso.
E a pensarci bene anche questo sembra essere diventato un lusso: casamacchinaufficiomacchinacinemamacchinavacanzamacchinaletto.
Variante: scooter.
O, per i più fortunati: motocicletta.
Tu dicevi sempre che il segreto stava nel fare con gusto le cose che si fanno.
Cioè: lavorare con gusto, mangiare con gusto, fare l'amore con gusto, ballare con gusto, dormire con gusto.
E io che invece avevo dimenticato quanto fosse bello respirare! Che non sapevo più nemmeno baciare una donna.
Avevo perso la capacità di sorprendermi. L'avevo smarrita nei rivoli di un'abitudine malvagia e spossante che mi aveva reso tutto conforme alla noia.
Eppure non si trattava di ripetizione. No!
Non solo di quello almeno. Ciò che veramente mi aveva avvelenato l'anima portava un nome preciso. Si chiamava -si chiama- vigliaccheria.
Sì: ero diventato codardo. Sordo.
Non avevo più il coraggio di mettermi in gioco. Di rischiare. Non sapevo più affrontare le cose con la giusta generosità, con affetto.
Me le facevo scorrere addosso come se nulla fosse. Le sentivo scivolare sulla pelle senza lasciare traccia. Senza affondare i colpi.
Tutto molto più facile.
Nessuna complicazione, un'apparente imperturbabilità. La sensazione di essere padrone delle cose. Di essere sempre in ordine. Sempre al posto giusto, nella maniera giusta.
Non cedere.
Non farsi coinvolgere più di tanto.
Che cretino!
Mi bastò vederti in un pomeriggio qualunque, in un posto qualunque, in un attimo qualunque per rivoltare come un sacco la presunzione della mia autosufficienza.
Mi bastò quel battito di ciglia, quelle labbra che sapevano di ciliegia solo a respirarle, quel bagliore setoso ed affilato con cui mi trapassasti assolata e limpida.
Mi bastò questo.
In un attimo.
Aspettavi l'autobus alla fermata della Fornace, di fronte alla vecchia pompa di benzina.
La maglietta bianca, la vita stretta, i capelli corti appoggiati vezzosamente sul lato. I fianchi larghi da donna.
Quei fianchi che solo le femmine possono avere.
Forti, ampi, morbidi. Fianchi che ci avresti dormito un secolo intero sognando le terre dove il fuoco accompagna i tramonti più dolci... Eri una calamita.
Attraversai la strada solo per passarti accanto e respirare il tuoi profumo. Fu il primo passo: recuperare l'olfatto!
Sapevi di rose.


Raspi, acini, pigne, tannino, sulfiti, fermentare, rovere: il suono forte e l'inconsuetudine elegante delle parole che hanno a che fare con il vino.
Suoni antichi. Lenti. Che richiedono attenzione.
Ci sono parole che hanno il dono di meravigliare.
Come 'stropicciato'
La adoravi, quella parola.
'E' dolce e spigolosa insieme. Sa di neonati addormentati in lenzuola di lino' dicevi.
E come sempre accompagnavi le frasi con il movimento delle mani.
Quelle mani bianche affusolate e scarne con cui accarezzavi i miei sospiri quando i nostri corpi si stringevano nell'aria frizzante di una sera di maggio.
Quella sessa aria che ora respiro aspettando che tu torni.
Con te ho imparato il gusto dell'attesa. Sentirsi aggrappato agli attimi che scorrono, mentre il tempo passa.

'Arrivo: le sette e quarantatrè di martedì sera': solo un sms. Scarno essenziale, defintivo. Come le cose veramente preziose.
Semplice. Come un calice di cristallo. Come tutte le cose che ti appartenevano.
Fermo sulla soglia mi godo la brezza ed il rigoglioso sbocciare degli umori.
Le viti sonnecchiano in lontananza. Gli ulivi ondeggiano di brezza leggera.
Sarà il sole a render loro giustizia. Con calma.
Spietato e dolce: lavorerà a lungo perché l'autunno possa godere dei frutti migliori.
I grappoli a quel punto saranno carichi e noi potremmo mangiarne, e berne. E potremmo farceli scorrere addosso gustando il loro lieve solletico tiepido. Fino a mordere i chicchi ad uno ad uno.
Assaporando lentamente il pretenzioso elastico della buccia, la vorace e papillosa frescura della polpa, e l'amaretto docile dei semi tra i denti.
Sarà il tempo a regalarci tutto questo.
Basterà saper aspettare.
Con calma.
Con la dovuta calma.

6 commenti:

Anonimo ha detto...

Complimenti davvero all'autore!
Questo racconto sembra un quadro. Pennellate di colori e sapori che fanno proprio venire voglia di gustare il vino sin dalla sua origine: la terra!
Anche le emozioni sucitate dal rapporto tra i due protagonisti sono davvero ben scritte.
Un consiglio: forse varebbe la pena riprendere in mano il racconto ed usarlo come traccia per ul libro. Io sarei curiosa di leggerlo.
Buon estate a tutti e complimenti anche all'organizzatrice di questo concorso!

Domenico ha detto...

Beh...grazie.
Grazie davvero! In effetti l'ho pensato come un quadro.
Che strano...
Sul libro...chissà?
potrebeb anche essere. perchè no?
Intantocaro 'anonimo' (o anonima?) puoi 'consolarti' con una raccolta di racconti che uscirà a metà settembre.
'di domenica si può anche morire' (ed polistampa)

Domenico ha detto...

ah
...ma te sei un anonim-o o un'anonim-a?
No, giusto per sapere...

Anonimo ha detto...

...forse non hai letto bene fr le righe dei miei complimenti. cmq sono un'appassionata di racconti ed anche del buon vino...

Domenico ha detto...

whow! Complimenti!

silvia ha detto...

grazie grazie grazie!
e ancora tanti auguri a domenico per la sua prossima avventura letteraria!