giovedì 18 settembre 2008

Rose. Con spine



Un altro bel racconto per la raccolta dei testi in concorso per "I giorni del vino e delle rose".

Oggi leggiamo "Rose con spine", di Amelia Gatti.

Amelia nasce a Firenze nel 1970. Scrive perché "gli antidepressivi hanno dannosi effetti collaterali e le sedute dall'analista costano troppo, in termini di tempo e soldi"! Non ha mai pubblicato.


Racconto

"ROSE CON SPINE"

di Amelia Gatti


E’ notte. Fluttuo in un’atmosfera rarefatta.
Sono in una terra sconosciuta, psichedelica e promiscua.
Sento colori, vedo suoni, accarezzo profumi.
Il cielo è un manto viola, cangiante.
Brandelli di nuvole purplerubyred trasportano angeli cherubini pingui e ridenti.
O forse è la mia fantasia e sono solo nuvole, vaporose e cicciotte, come culi di bimbo.
Sono leggera ma la carne è pulsante, eterea ma ho il ventre preso in una morsa di puro piacere liquido.
Tutto si fonde e risorge dentro di me, nell’umida febbricitante fessura fra le mie cosce.
Mi faccio strada fra rose carnivore dai colori abbaglianti che si aprono al mio passaggio, inclinando lo stelo. Nascondono bocche fameliche che rapide inghiottono insetti facendo schioccare la lingua.
Tremo, le tempie pulsanti, i passi incerti, come persa nell’allucinazione di un acido. Intorno a me, suggestioni improvvise, sguardi distratti e movenze convulse.
Inizio a farneticare in lingue diverse mentre vado incontro al mio destino. Cerco il mio Dio, il mio Maestro, il mio Signore, il mio Inizio e la mia Fine.
Dov’è? Cos’è? E’ energia, è luce, immensità, amore.
Ha gli occhi cupi di Blauburgunder. L’ho visto in sogno.
Sento, con tutti e cinque i sensi. Sento il suono voluttuoso di una frusta.
Poi silenzio.
- Ciao – Recitiamo all’unisono.
La mia voce è incerta, sussurrata, timida. Intensa e melodiosa la sua.
Mi fluisce sulla pelle come il jazz più profondo, penetra in ogni angolo del mio corpo, provoca scintille dorate che mi pizzicano le guance.
Sono incastrata, stregata. Piegata, lo guardo con aria implorante. Un drappo di velluto rosso scarlatto mi copre gli occhi.
I polsi legati. Paralizzata dalla paura. La paura una sensazione solida.
E’ buio, ma posso vedere con gli occhi della mente. Sedotta dalla sua voce.
- Fidati di me. Scoprirai quanto è meraviglioso quello che ti farò vivere io. -
Solo oscurità e la sua voce luminosa, a rischiarare le tenebre.
La sua voce mi riempie di luce e io divento fluida.
Ruscello, torrente, fiume che rompe gli argini.
Scorro in un tormento di sottomissione.
Mi abbandono a lui, escluso dalla mia percezione tutto ciò che non è lui.
Sento lo scroscio di un liquido nel bicchiere, denso, avvolgente.
Mi sembra di vederne il colore. Rosso rubino, con riflessi violacei, purpurei. Penso, alla rosa purpurea del Cairo.
Annuso l’aria. Aroma di frutti rossi, ciliegie, fragole e frutti di bosco.
Mi sembra di nuotare in una vasca colma di umida polpa rossa d’uva. Una folata d’aria calda. Ha un odore dolce, più dolce dell’aria fresca. Mi entra in bocca. Tante microscopiche particelle solide e zuccherose.
Lui si muove, sento il fruscio delle sue vesti.
Fa ondeggiare il liquido nel bicchiere, con un fluido movimento del polso. Lacrime appaiono sul killer loop del bicchiere, a preannunciare le mie lacrime, più tardi.
Beve. Le papille gustative in azione come tanti clitos sulla lingua rossa e ruvida.
Poi avvicina le sue labbra alle mie e mi cede il liquido prezioso che misto alla sua saliva ha un sapore indefinito. Il vino mi entra in bocca, esplora ogni anfratto di me, ondeggia, si muove sinuoso, mi penetra prepotente.
Sa del sudore dell’uomo possente che ha lavorato la terra, ha il profumo della pelle liscia della giovane donna che ha raccolto quel grappolo e ne ha schiacciato un acino contro il seno florido e giocoso, sotto la veste d’estate.
Sa degli ormoni impazziti di lui, l’artefice di questa delizia, wine - dream – and love maker, inginocchiato davanti alla sua dea, la terra, che muta sembianza e diventa donna, madre e meretrice.
Due gocce escono dalla bocca, scivolano giù sui seni, i capezzoli turgidi come due acini di sangiovese, duri e sugosi. Lui lecca e morde, torce e accarezza.
Poi una puntura, mentre un profumo di mosto m’inebria. Un’altra, e un’altra ancora…le spine di una rosa rossa la mia dolce tortura.
Ha scritto la sua iniziale sul mio monte di Venere, piccoli fori gocciolanti vino e sangue: D. Come Donna. D. Come Dono. D. Come Dio.
Mi sfiora i capezzoli, che si induriscono al passaggio della sua mano, una mano forte e calda, da vino rosso maturato in legno di rovere.
Lui. Vino opulento, maturo, corposo, che mi domina con potenza e autorità, ruvido e intenso al tempo stesso.
Io. Schietta e aggressiva come un giovane sangiovese, tannini spigolosi e gioiosa, selvaggia freschezza.
Le parole del mio Dio mi penetrano, mi provocano uno stato ipnotico, mi cullano in una dimensione onirica mentre mi mette in piedi, contro il muro, le gambe divaricate.
Le sue parole ora mi lacerano il ventre.
Sento il primo morso del serpente.
Un colpo netto, deciso, graffiante, sulla natica destra. E poi il secondo, e il terzo. Colpi secchi, caldi, tannici, freschi, in qualche modo sapidi, intensi e persistenti, corposi, maturi e nella loro maestosità armonici.
Poi niente.
Baci morbidi.
Assenza di parole, silenzio di movimenti.
Una ruota dentata, una corona di spine, un mazzo di rose rosse.
Pizzicano la mia pelle, lasciando segni lievi, leggere striature vermiglie. Su e giù, evoluzioni rotonde, insistenti all’interno delle cosce, là dove la mia perversa fontana d’amore sgorga zampilli di succo d’uva bianca.
La mia rugiada brilla umida e lui la lecca via, assaporandone le sfumature di gusto.
La sua mano continua a scrivere, ondeggia, preme, scrive il suo nome, ancora e ancora.
Sui seni, sulle cosce, sulla schiena, sul ventre.
Me lo imprime sulla pelle come un marchio a fuoco, un segno del possesso, visibile a tutti.
E io provo un godimento smisurato ad essere segnata, ad essere identificata come Sua proprietà.
Sua. SUA. Di quest’uomo che è tutto per me, che amo in mille modi diversi.
E che mi guarda con ammirazione, sorridendo al mio sorriso candido, che brilla d’innocenza.
Mesi e mesi di attesa si tuffano nel celeste dei miei occhi.
Ho aspettato così a lungo questo momento da idealizzarlo. Eppure lui è così reale. Lo gusto, con tutte e cinque i sensi. Annuso, sfioro, premo, bevo…
E la testa va via, verso un mondo finora sconosciuto, un cielo senza regole, fatto di luce e tenebra, saliva e sangue, liquido di uva rossa spremuto fino a succhiarne l’anima.

12 commenti:

Anonimo ha detto...

Amelia.........sono il tuo vino da bere, da gustare.......
Amelia.........
leggendo il tuo racconto, scopro ancora più virtù nel nettare divino....
Amelia.....dammi il tuo nr. di telefono!!!
Scherzo. Complimenti davvero per il racconto.
Cecco

Anonimo ha detto...

rose psichedeliche direi, amelie...


flo

silvia ha detto...

sì, il racconto di Amelia è davvero ben scritto...e caldo al punto giusto! Brava Amelia!
Cecco, che fai...ti proponi?!!!!!
mica mi farete svolgere i rulo della presentatrice di Cuori solitari..;-D

Anonimo ha detto...

e perchè no?.........

Anonimo ha detto...

amelia io ti voglio conoscere. Donne con queste capacità narrativa e donne come te non ne nascono tanto spesso!!!
Cecco

amelia ha detto...

caro,
ho già il mio D.

cmq grazie

Amelia

amelia ha detto...

Cecco,
usi troppi puntini
ben tre punti esclamativi

ma

sei ruspante al punto giusto!
;-))

Anonimo ha detto...

Amelia.
lasciami sperare.

Anonimo ha detto...

"Lo gusto, con tutte e cinque i sensi. Annuso, sfioro, premo, bevo…". E' necessaria tanta passione, e talvolta tanto coraggio, per guardare in fondo alle cose, alle persone. E occorre mettere in moto i sensi, sempre. Complimenti ad Amalia, a cui dedico dei versi di Antonio Machado. “Nel cuore mi doleva
la spina di una passione;
un giorno la strappai via:
non mi sento più il cuore”.
Un saluto.
Una D di donna.

Amelia ha detto...

D.forse un tempo aveva un significato reale,tangibile.
Oggi e Dio-Dea e Donna. Sì. Donna, perchè le Donne sono 'oltre' ciò
che all'intelletto, al cuore, all'animo maschile è
concesso.Con rare eccezioni...

Grazie delle belle parole, Donna anonima

Anonimo ha detto...

D. nasce e vive sulla pelle. Ne è ricamo e fiore.
D. è il brivido del saper fare notte e tuono e tempesta con una piccola benda nera e i troppi capricci che si fanno onde e tempesta dentro il sesso e dentro il cuore.
D. è.
Era, sarà e rimane.
Come un tatuaggio dell'anima. Come il graffio di una rosa stretta in mezzo ai seni a farsi rossa purpurea e viva di passione.
Il marchio dell'ombra di se stessi, oltre il pudore.
Senza paura, liberati persino dal dolore.
D. stringe e nello stringere ed esser stretta, in questi nodi, Amelia trova libertà inedite. Svuota anima, nubi, insicurezze, fantasmi e sue paure, e perde sè tremante, l'anima gonfia di vento come una donna bambina, libera di non dover crescere almeno per un giorno ancora.
Amelia, perfetta nella sua perfetta imperfezione.

D.
(il Senatore)

silvia ha detto...

....perfetta nella sua perfetta imperfezione. Il sogno di tutti. Essere riconosciuti per come siamo. Ma, come siamo poi?!
Vogliamo RIconoscere Amelia, e D di donna, e il Senatore. E Cecco!
Vi aspetto giovedì 25.