martedì 22 luglio 2008

cammina, cammina...si arriva al secondo premio


Il racconto "Cammina, cammina" si classifica secondo al concorso letterario di Villa Petriolo, edizione 2008.

Ne è autrice Cristina Trinci. Le nostre congratulazioni!


Cristina Trinci è nata ad Empoli (FI) il 14 ottobre 1979. Di Empoli, da poco tempo risiede a Castelfiorentino (FI), nel borgo di Castelnuovo Val d'Elsa.
Frequenta, dal 1995, corsi amatoriali di teatro e, da più tempo, di fotografia.
Nel 2001 un racconto di Cristina viene pubblicato nelle edizioni Millelire di Stampa Alternativa, per il Concorso Parole e note indetto dalla Biblioteca di Empoli.
Nel 2003 alcune sue poesie sono edite dal Comune di Asciano per il concorso Idealdonna.
Laureata in Scienze della comunicazione, dopo un diploma professionale per Operatore culturale e dello spettacolo, termina un master in comunicazione pubblica. Attualmente è impiegata presso un ufficio comunale, relazioni con il pubblico.





racconto

“CAMMINA, CAMMINA”

di Cristina Trinci





Cammina, cammina. Schegge di passi. Piedi impigliati nelle zolle. Tu davanti, e lui poco più indietro. C’è pace tutt’intorno. Solo armoniosi canti e note di scricchiolii. Natura, natura, ma anche uomo. Geometrie di filari e colori di colture autunnali, in riposo, in attesa: mano dell’uomo.
Tu, davanti: hai il volto invecchiato dal lavoro nei campi e stringi le palpebre per vedere lontano. Dietro a te, nostro figlio, appena adolescente, svogliato guarda i propri piedi mentre a fatica prosegue il cammino. Ai vostri lati, colonne di viti spossate dalla vendemmia.
D’improvviso, ti volti e parte la tua mano nodosa che colpisce secca e decisa la faccia di Giacomo. Meravigliato e quasi piangente, lui alza lo sguardo e, con il mento tremante per l’improvvisa violenza chiede: “Babbo! Perché?”. Tu impassibile rispondi: “Intorno. Le cose belle ti stanno intorno. Se ti guardi solo per te non impari niente”.
Perso nell’incomprensione, nostro figlio tace. Grappoli d’uva tardivi, o scampati al raccolto, colgono il suo sguardo furente per il torto ingiustamente subito dalla sua guancia. Ruggine, arancio bruno, e ogni tanto giallo profondo, le foglie di vite adornano il vostro incerto incedere.

Il sole, alle vostre spalle, comincia a ritirarsi, nell’inesorabile ritmo di luce e di buio.

Io, invece, lo ricevo ancora pieno sulle labbra, questo sole appena tiepido. Un po’ osservo e un po’ immagino, da quassù, quello che succede nella vostra camminata tra le nostre vigne. Affacciata alla finestra di buon legno antico mi abbraccio da sola, sperando che la luce finale del giorno mi lavi via i ricordi di questo giorno. Indecenza, incoscienza, innominabile giornata. Gli occhi socchiusi, sorretti ai lati da inevitabili rughe, penso. Maledetta storia, distruzione e splendore. Ancora non credo di poter averlo fatto di nuovo. Sono passati trent’anni e quel profilo scolpito nel tempo non ha perso nessun contorno. Profilo di uomo, tra i tanti il solo. Profilo di voce, nell’aria immobile. Profilo di dita, veloci su corde. Senso, mi chiedo il senso… A vent’anni basta dire che si è stupidi davvero, cantare Guccini in un prato, le gambe incrociate all’erba, sentirne l’umidità, ingozzarsi di pessimo Lambrusco e alla fine traboccare di liquida tenerezza con la testa sulla spalla dell’uomo unico che si pensa, si vuole, si crede, si sceglie, si insiste, sia l’unico. E in pochi elastici anni, si costruisce un’inespugnabile verità che resterà lì, immobile, mentre noi si continuerà a camminare in avanti, in discesa, nella curva del tempo. Tempo, poco, sceltissimo tempo che ci ha voluti insieme, sempre tra straniere parole di volta in volta diverse, ora francesi, ora tedesche, ora arabe o greche, oppure tra note complesse e ritmate di lingua universale. Quanto poco basta e quanto è sempre troppo questo filo di sottile acciaio che non si ossida, non si corrompe e non si allenta. Si consuma, ma mai fino in fondo. Ancora sul filo danza la confusione di serate d’oro, chitarre e canti da poco, ma uniti in un unico vortice d’allegra compagnia, stretti braccio a braccio nel poco spazio di una poltrona in una piccola casa piena di tutto, di vecchio, di sporco, ma anche di libertà e nessuna spiegazione, vivi in un’unica nuvola di saggezza, ubriachi di vini senza nome, rossi, fermi, lenti come leoni sazi nello scendere giù nella gola, e feroci come leoni affamati quando raggiungevano il pensiero.

Poi il distacco. Insopportabile e cinico. Bastardo, te ne pentirai, tornerai con le mani imploranti, qui, tra le pieghe di una gonna che ora decidi di ignorare. Tornerai. Tornerai.

Maledetta profezia d’istinto e di rabbia. Maledetta. Con una rosa slabbrata adesso torni alla conquista di questo west che fu tuo, deserto esclusivo, terra possibile madre di futuro e di noi. Rosa. Carne dolce e profumosa. Rossa e spinosa. Regina d’ogni cosa. Conterrai qualcosa?

Non dirmi che sei vuota, che dentro non porti niente, non dirmi che torni per il gusto di tornare, di vedere com’è passato il passato anche per me. Rosa, fottutissima rosa, vattene. Vattene.

Porta chiuditi. Cosa vuoi che m’importi di questo fiore che mi porti. Cosa vuoi che mi freghi dei passati spregi. Niente. Niente, niente, niente eppure si piange e non si sa perché. Non ho paura, no, non ce l’ho. I giorni con te sono vischiosi come miele e rari come stelle cadenti che realizzano desideri, improbabili, nascosti e vivi, borbottanti nella pentola dell’anima. Cucina sazia e saggia. Sana e naturale. Siedi. Hai vinto, siedi. Tavolo di legno con il piano in marmo. Sì, mi fa piacere vederti uguale a sempre. Cosa hai fatto in trent’anni? Vuoi ridere? Che vuol dire? Ce ne vorrebbero altrettanti per raccontare. Dimmi qualcosa tu, mentre i pomodori appassiscono nel tegame e l’acqua bolle.
E lascia quella rosa, dammela. E grazie, eh. Davvero un bel pensiero. Tieni, bevi. Rosso della casa. Offro io. Offro io, come sempre, chi offre sono io, chi si prende tutto sei tu. Sei sempre tu. Bevi. Dimmi che ti piace. Chianti. Chianti divino. E come si fa, si ascolta il cielo. Si guarda in su e si cerca di prevedere il tempo, i pericoli, trovare i rimedi. Si pianta una rosa, una sola, in cima a un filare e si aspetta. Se la rosa si ammala, la vigna è salva. Noi vediamo la rosa e curiamo la vite che si ammala dello stesso identico male. Io mi ammalo e tu ti salvi perché qualcuno sembra che mi usi come antidoto. Più io ingrigisco e più tu mantieni il tuo vigore. Hai bevuto? Bevi ancora e poi ancora. Pensa, ora. Pensa. Questo è Chianti, amore mio, ex amore mio, vecchio amore mio, ma come sei invecchiato bene amore mio. Questo è vino che con le sue dita rosse accarezza di velluto la tua lingua, per poi lasciarla asciugare, a morire dalla voglia di avere ancora quella ingannevole carezza. La gola lascia passare. Lo stomaco accoglie. E tu stai bene. Solo bene. Tanto bene. Cominci a sentire più fatica in ogni gesto, come piccoli piombi appesi alla pelle. E intanto, cosa senti ancora? Lo senti il profumo denso, aroma di terra, di radice? E ora? Non ti sembra forse di sentire, appena accennata, la delicatezza della rosa che per lui si è ammalata? Non è potere salvifico questo? Come può non essere vino d’amore?

Sì, rimani. Cadi tra me e la mia ombra. Cadi nel letto alto, matrimoniale, di un matrimonio bugiardo e silenzioso, ma profondo e con un grande frutto. Anch’io cado. Ti cado addosso, e mi strappo di dosso ogni possibile no. In onore del vino della terra, del potere della rosa e del frutto del seno della vigna, io mi sento di nuovo io, mi ritrovo finalmente nella mia casa, per la prima volta io, sotto le travi di legno che ricordano numerose croci, sacrifici e rinascite. Io provo ancora guardandoti a sentirmi altro da te, ma non ce la faccio, e aggrappo un ultimo sguardo alla testata del letto in ferro battuto, poi mi stacco esausta da noi e siedo strafatta d’istinto e di pulsione vitale sul pavimento in cotto della mia, ora nostra, camera.

Il tempo di riprendere fiato. Il tempo di tradire. Il tempo di pensare che è tutto inutile. Chi se ne frega di sapere se mi vuoi portare via da qui, chi se ne frega, lo so che piango di nuovo, lo so, lo so. Ma tu vattene, che ora tornano dal campo e devo rifare il letto e buttarti fuori dal mio corpo. Vattene. A cinquant’anni io non ti voglio più. Il nostro è un amore giovane e di questi corpi vecchi non sa che farsene. Solo scuoterli un po’. Lo so che mento, ma ora vattene, tu e la tua rosa. Va bene, tengo la rosa perché oggi è il mio compleanno e questo regalo lo tengo da monito. Chiusa. Porta chiusa. Tradito…. Ho tradito, con il bicchiere in mano, pieno del vino di mio marito.

Spio di nuovo la vostra camminata. Siete ormai arrivati in cima al filare, vicini alla casa, vicini a me, anche se io non so dove sono lontana. Silenzio, cinguettio e sera appena iniziata. Tu arrivi accanto alla rosa, in cima al filare. Dici a nostro figlio che quella si ammala perché si possa salvare la vite.

Vorrei essere vite, mai più rosa.


43 commenti:

Anonimo ha detto...

racconto molto bello e certamente ben centrato sul tema del concorso. Emoziona disegnando un personaggio forte della sua debolezza. Ci sono amori per i quali una donna è capace di fare molte sciocchezze e questo è certamente un esempio molto chiaro. Brava Cristina, potevi essere prima a pieno merito.
Ciao Pat

silvia ha detto...

ma quanto mi piacete quando fate così! lo dicevo io che dietro quelle buste che arrivavano copiose a villa petriolo in tutti questi mesi si annidava qualcosa di molto, molto speciale..debbo dirlo, a parte i racconti vincitori - belli, mi piacciono tutti - la più grande sorpresa è scoprire questa forza nell'esserci, nel partecipare
grazie, patrizia!
e...brava cristina, una grande emozione leggerti.

morrison ha detto...

Una grande emozione, si, grazie Cristina e ancora grazie Silvia.

Anonimo ha detto...

Che dire. Brava, brava, brava.
Racconto speciale, emozionante, intrigante.
Mi è piaciuto davvero tanto.
Marina Priorini

silvia ha detto...

vibra, il racconto di cristina, e disegna un mondo che, anche quello, s'incastra tra noi e la nostra ombra...
"...ubriachi di vini senza nome, rossi, fermi, lenti come leoni sazi nello scendere giù nella gola, e feroci come leoni affamati quando raggiungevano il pensiero".

Anonimo ha detto...

tu sei vita,cristina.
grazie per questo quadro vivente che ci offri insieme all odore del sudore,della terra,delle rose,dell infinita forza femminile che si ripete nei secoli immutata e affascinante.grazie
Miky

Anonimo ha detto...

Commento: si, molto femminile nello stile e nel contenuto. Palpitante, sentito, sofferto. Amarognolo versato in gola. Ben scritto, soprattutto in alcune metafore molto riuscite.
Critica: Un po’ prolisso (per il mio gusto). Tematica piuttosto consunta. Anche qui ci vedo poco vino (in corpo, almeno) e mi verrebbe da ri-dire qualcosa. Ma poi, l’autrice pone sull’altare sacrificale la rosa (una di quelle che stanno nel titolo del concorso) che è ben grassa di carne e lorda di sangue. E allora ammutolisco.
Marco

silvia ha detto...

marco, un critico stimolante, rilanci la palla...mi piace leggerti. aspetto anche commenti sul terzo.

Anonimo ha detto...

Stimolante...e spietato. Hai dimenticato spietato :-)
Marco

silvia ha detto...

giusto, spietato. bene crudele, dicevamo. e sia. ti aspetto, eh...

Anonimo ha detto...

per marco:
a me invece quell essere prolisso-come dici tu- mi rende bene l idea di quel che cristina vuol dire,è come fosse un coltello che incide parola dopo parola sotto la pelle immagini più forti.quel tavolo di legno e marmo a me ,par di vederlo,lo posso anche toccare se solo allungo una mano..
Miky

silvia ha detto...

anche a me, come a miky, hanno fatto lo stesso effetto quei dettagli...una macchina da presa che si sposta come l'occhio che guarda, teme nel mettere a fuoco, ma poi torna a guardare...ché non si può non farlo.

Anonimo ha detto...

Non so: il tema è tipicamente femminile, lo stile anche, e può essere che fosse il miglior modo per ricreare quel genere di pathos. A mio avviso avrebbe potuto colpire al cuore allo stesso modo, sfrondando qua e là alcuni viticci della sua vigna. Ma...è a gusto soggettivo (infatti, avevo scritto "a mio gusto")
Marco

Anonimo ha detto...

infatti,dici bene marco,a tuo gusto.credo che i gusti delle donne in questo caso siano diversi e io così sento quel che un altro essere con un simile sentire al mio ha scritto.
Miky

silvia ha detto...

ehilà, anch'io parlavo per conto del mio gusto, non si può fare diversamente...

mi avete fatto tornare la voglia di andare a ripescare nei miei vecchi libri. leggo da La realité et son ombre, di Lévinas, 1948.
"La critica si sostituisce all'arte. Interpretare Mallarmé non significa tradirlo? Interpretarlo fedelmente non significa forse sopprimerlo? Dire chiaramente ciò che egli dice in maniera oscura significa svelare la vanità del suo parlare oscuro [...] Si può definire il critico: colui che ha ancora qualcosa da dire quando tutto è stato detto; che può dire dell'opera qualcosa di diverso da quest'opera stessa...".

Non scomoderei Mallarmé in persona, ei fu, magari Cristina sì. Cristinaaaaaaaaaaaaaa...

Cristina ha detto...

Salve a tutti, e grazie, mille volte grazie per le vostre parole. Amo le parole, e quelle pronunciate così, gratuitamente e generosamente, per il mio figlio-racconto non possono far altro che darmi felicità. Felice di avere una stessa sensibilità condivisa con persone che nemmeno conosco, felice di aver acceso pensieri o ancor meglio emozioni.
Utili, sempre e in ogni occasione, le critiche. Spero di imparare ancora, spero di non accontentarmi mai, spero di misurarmi con nuove sfide e molte sconfitte, unica via per scoprirsi ogni giorno migliori, senza per questo dire "ecco, sono arrivata".

Cristina

Anonimo ha detto...

Per Milky: volevo scrivere esattamente quello (poi, mi sono un pò trattenuto): i gusti femminili, GENERALMENTE, sono diversi dai maschili, e puntano in quella direzione riguardo temi e stile.
Per Cristina: ciaaaaaaaaaaaao! Brava! così si recepiscono le critiche! però qui di critiche pare ci sia solo io a farne...
Marco

Giovanni ha detto...

Trabocca Bukowski Barocca

Mi piace davvero. La vita, vissuta
stereotìpo a moroso della Donna, che donna

Ma sono di fretta. Commenterò per esteso.

Saluti (emozionato),
G.*

Anonimo ha detto...

Marco,
sono in sintonia con te in tutto quello che dici. E forse riesco ad essere ancora più spietata e, per questo, schietta e desiderosa di un tuo parere. Mi segnaleresti la tua mail? ti scrivo volentieri...

silvia ha detto...

divinando chiama, cristina risponde!
Benvenuta, cara! E tanti tanti complimenti. Una bella penna, spirito sensibile. Ti dicono di ricci adorna, frizzante, un pò come il Lambrusco del tuo racconto.
Sarà un piacere conoscerti. Torna a farci visita, ti aspettiamo.

Anonimo ha detto...

Efficaci le immagini che usi Cristina, parole rimescolate con l’arte di una buongustaia dei sensi. Il tema del tradimento viene presentato in tutta la sua provocante carnalità legata al dovere morale sentito per un bene comunque innegabile (marito) e uno ancora più indifeso e da proteggere (figlio) e mi lascia un’amara scia. Tramuti l’evidente squallore che, comunque, io percepisco in certe parole, in una bella dimostrazione di pura Vita, di quanto poco alla fine si riesce a combattere contro un istinto così viscerale, così ripudiato ma al quale ci si prostra, indomite consapevoli masochiste…
K.

Anonimo ha detto...

E chi è l'anonima che vuole la mia mail? Palesarsi please per avere mail :-)
Vabbè, lo confesso, sono un pochininino meno spietato di quanto potrei. Però, le critiche più severe le fo solo a chi conosco, mi piace molto, e son sicuro le sappia reggere (e soprattutto sappia con certezza che valgono ben poco, che lettore comunissimo sono) :-)

silvia ha detto...

spero ci vogliate fare partecipi... anche delle spietatezze. che qui, per fortuna, non ne va della vita.

circa l'annosa questione del "sentire femminile"...perdonatemi se continuo ad approfittare di quest'occasione per spolverare la libreria. un viaggio due servizi.
dunque, in "A lettere scarlatte: poesia come stregoneria", di Paola Zaccaria si legge questa considerazione:

"(...) Se davvero vogliamo guardare al testo come spressione di una soggettività, non possiamo non tenere in conto il sesso di chi ha scritto il testo. Sapere che quella poesia è stata scritta da un uomo o da una donna è il primo atto di soggettivizzazione dei discorsi, e dunque del discorso letterario (...) Come nella vita ci relazioniamo con uomini e donne consapevoli del nosgtro e del lorosesso, così nella lettura ci relazioniamo con l'artista consapevoli che il sesso non va senza effetti sulla visione del mondo,la simbologia, la forma. Se poeta è, al fondo, chi possiede al massimo grado le qualità di emotività, empatia, sensibilità comunemnte definite "femminili", il poeta uomo aggiunge a ciò la sicurezza di appartenere a una tradizione letteraria consolidata, oltre che una sicurezza del suo "ego" che gli è consentita per tradizion del suo sesso e dalla professione di scrittore; la poeta ha dovuto formarsi (...) nella tensione del doppio legame: la non consuetudine a viversi come donna e poeta, a riconciliare l'orizzonte della femminilità con la cretività artistica, genera disagio, a meno di non affrontare un'accusa di rinuncia della femminilità con conseguente sviluppo di attitudini tradizionalmente riservate al maschile (...)".


che ne pensate?

Anonimo ha detto...

scusa Marco! solo una dimenticanza...sono Katiuscia, Katy, K.....insomma! ; )

silvia ha detto...

chi ha visto ADELE H di Truffaut?!!!!
indomite consapevoli masochiste...ahiahiahaiahiahi...che dolor....

Anonimo ha detto...

per altro: katycerry@libero.it, così non ti sveli del tutto: ci mancherebbe altro che fosse una donna a chiedere a un uomo di scoprirsi! ; )

Anonimo ha detto...

Bello Adele H! Ma ancora di più Harold & Maude di Hal Ashby...oltre ogni confine!
K.

silvia ha detto...

ancor più inquietante...ma dicono si debba buttar l'occhio nel buio per vedere la luce. e così farem...

Anonimo ha detto...

da Antigua vita mia (Marcela Serrano)
Raccontare la storia di una donna.
Una donna è la storia delle sue azioni e dei suoi pensieri, di cellule e neuroni, di ferite e di entusiasmi, di amori
e disamori.
Una donna è inevitabilmente la storia del suo ventre, dei semi che vi si fecondarono, o che non
furono fecondati, o che smisero di esserlo, e del momento, irripetibile, in cui si trasforma in una dea.
Una donna
è la storia di piccolezze, banalità, incombenze quotidiane, è la somma del non detto.
Una donna è sempre la storia di molti uomini.
Una donna è la storia del suo paese, della sua gente. Ed è la storia delle sue radici e della
sua origine, di tutte le donne che furono nutrite da altre che le precedettero affinché lei potesse nascere: una donna è la storia del suo sangue. Ma è anche la storia di una coscienza e delle sue lotte interiori. Una donna è la
storia di un’utopia.
A Cristina, e non aggiungo altro.

Marina Priorini

Anonimo ha detto...

Non c'è niente di tipicamente femminile. La scrittura non ha sesso.
Un esempio lo stralcio di queste magnifiche parole regalate attraverso la Serrano.
Potrebbe scriverle anche un uomo purchè dotato di complessa sensibilità. Così poco ermetica la sensibilità, forse ma è lei che trafigge il fianco.
Marina, hai partecipato al concorso?
D.B.

Nicola ha detto...

Sì, concordo.
Femminile e maschile sono solo biografia in astratto, che poi ci sono femmine che srotolano il papiro della loro vita scritta da maschi, e maschi che lo fanno da donne...
Così anche per il fare cucina, ad esempio.
E poi, c'è anche un altro aspetto, l'asimmetricità:
una femmina, per essere/diventare donna, deve essere/diventare femmina fuori e dentro.
un maschio, per essere/diventare maschio, deve essere/diventare maschio fuori, maschio E femmina dentro.

N

silvia ha detto...

perdonatemi, mi esce un pò il tannino dal chianti..si sa, da noi, il sangiovese ha punte di polemica a volte inarginabili...
mi par un pò teorica questa posizione. non noi siamo il nostro corpo?

Anonimo ha detto...

eppure io a volte leggo un articolo e mi dico:questo è frutto di una donna e dopo guardo la firma.quasi sempre c indovino...io credo che -per fortuna!- siamo diversi ed è bello esserlo e riconoscersi tali,non credete?
vivo questa diversità con il maschile con grande complicità verso il femminile,mi piace condividere certe emozioni che ritengo essere specialmente nostre.
Miky
p.s.
se trovo uomini che riescono ad esprimersi così è certo una gran gioia

silvia ha detto...

in chiusa alla precedente, una dimenticanza...evvivano le differenze!

Nicola ha detto...

(DA LEGGERE URLATO)
Noi siamo il nostro corpo?
Non è, questa, un'assunzione molto teorica?
Noi, chi?
Siamo, non siamo?
nostro?
corpo?

(ORA IL TONO SI ABBASSA, QUASI DIMESSO)
Non voglio filosofare, però si potrebbe dire con altrettanta plausibilità che siamo i nostri pensieri, o la nostra educazione, o la nostra biologia (che è neuronale oltre che corporale), e via dicendo.
CERTAMENTE, siamo il nostro corpo. Ne portiamo tutti i segni. Anche quelli contraddittori. Una femmina che mima il maschietto, o il maschietto che fa la femminuccia, cos'è? Solo fuori? Dentro/fuori? solo dentro?

(SGUARDO SIMPATICO)
:-))

Anonimo ha detto...

SCRITTO SUL CORPO,come un titolo di un liro di qualche tempo fa perchè è tutto scritto sulla nostra pelle
le piccole rughe attorno agli occhi raccontano riso e sorriso e pianto,il corpo morbido parla di quel che entra con piacere nella bocca,colore della pelle ossigenata dall aria fresca del mare..tutto questo è il nostro corpo ad urlarlo
in silenzio
Miky

Anonimo ha detto...

Lo sapevo che alla fine usciva fuori st'argomento, e qualcuno diceva che non esiste differenza ecc. :-)
Secondo me c'è. Non nella sensibilità, che quella varia da persona a persona, non da sesso a sesso. Ma nel modo di esprimerla: le donne sono GENERALMENTE (significa: spesso, ma non sempre)più prolisse, prediligono alcuni termini e alcune tematiche rispetto a altri/e, e seguono vie più tortuose (direi, diversamente tortuose) dei maschi. Non c'è niente, ma proprio niente di male. La prova? Come dice Milky, leggi 100 racconti (non parliamo dei romanzi) e indovini quali sono di uomini, e quali di donne, con un piccolo margine di errore. Se non avessi saputo che questo racconto fosse stato scritto da una donna, avrei scommesso i pochi soldi che ho, che lo fosse.
Marco

Giovanni ha detto...

Si sono di uomini, o donne, e s'indovina;

solo se si tengono strette queste proprie spoglie.
Lo scrittore (saisi, cuit), sa (sapio)

essere

il centro di quello che crea. Maschio e Femmina;

Bianco e Nero, ma non di Torino!

giorno e notte terra e mare.

Difficile un po' di più essere consapevoli delle dualità intime

...in queste pagine: la vita. E si vive tranquilli abbracciandoci le identità rotonde.

Il maSHchio sa d'essere fimmina.

Bia,
G.*

Anonimo ha detto...

Bel racconto, brava.

Andrea B.


"e tutto quello che sappiamo, e che non abbiamo soltanto udito sussurrare e bisbigliare, si può dire in tre parole"

Barbara B. ha detto...

Ho ancora il fiato corto per la pulsione vorace con cui questo racconto si fa leggere. passione, emozione, debolezza lo specchio del nostro io. Brava per me era da primo posto e alla serata della premiazione voglio proprio dirglielo!!!
barbara

silvia ha detto...

cristina ne sarà felice...

Faber ha detto...

Mi dicono di aver pensato leggendo che fossi io il DB che rispondeva a Marina, mia cara amica di penna, scritture e concorsi su altri lidi.
A proposito della scrittura al maschile e al femminile.
Poi leggo, incuriosito, quel DB e secondo me non fa Dante (come me) di primo nome, e non vive a Milano (come me) ma a Palermo. E di nome fa Daniele.
Amico di penna, scritture e concorsi. Su altri lidi.
Amico condiviso con Marina. E il cui commento condivido in pieno.
Se così fosse due grazie a Villa Petriolo: per averci ospitati con le parole ora facendoci scoprire vicini quando di esserlo nemmeno lo sapevamo, e per settembre. Quando spero che, in tempo di vendemmia e feste e con la scusa felice delle premiazioni e della fine rossa e ocra rinnovata dell'estate, ci si ritroverà lì insieme.

Dante

silvia ha detto...

ciao dante! benvenuto...il tuo nome,nonché il nick, promette grandi cose...a presto!