martedì 29 luglio 2008

escher's wine...


Maurits Cornelis Escher, Mani che disegnano, 1948


I nostri complimenti all'autore del secondo racconto segnalato da Villa Petriolo, "Escher's Wine" di Andrea Bellucci.


Andrea Bellucci è nato ad Empoli nel 1963. Residente a Montelupo F.no, ha pubblicato: "Cittadini e istituzioni a Montelupo. Organi e statuti di una comunità. 25 aprile 1945 - 25 aprile 2005, Sessanta anni dopo", 2005, "L'alluvione", 2006, "Una storia esemplare", 2004. Collabora con la rivista di storia contemporanea "Zapruder" e con la rivista "Antipodi". Tiene la rubrica "La storia siamo noi" sulla rivista "Montelupo Informa".




racconto

"Escher's Wine"

Di Andrea Bellucci



La grande macchina nera entrò nel viale innevato dalla ghiaia, brillante sotto il sole d'estate. In lontananza due mucchi neri. Due donne piegate dall'età e dalla fatica. L'astro bruciava volti e braccia. Bruciava, il sole d'agosto. Il guidatore rallentò. L'auto silenziosa scivolava in un paesaggio con pochi netti colori.
Il finestrino scese magico. Lo Zenith toglieva ombre e tempo. Occhi azzurri nel buio del giorno infuocato brillavano come in un'isola greca dall'interno dell'auto. Gli stessi occhi. La stessa luce.
Il mucchio più vicino alzò lo sguardo con quel gesto così naturale ed eterno. Senza chiedersi perché. La mano davanti agli occhi accecati. Il fazzoletto legato al viso.
L'altra donna entrò in casa con passo lento e falsamente insicuro. L'insicurezza di un bambino che ha imparato a camminare da poco. Con il braccio appoggiato su un fianco. Senza dimostrare ciò che si è. Perché quella donna era quel che era. Una donna, dunque.
Ne uscì scostando ancora quella tenda verde davanti alla porta. Panno pesante che proteggeva il legno. Il bicchiere in una mano e il fiasco nell'altra.
Quasi in un gesto automatico di sudditanza senza vergogna, di riconosciuta e riconoscibile gerarchia inter pares, porse quei due oggetti in vetro e paglia all'altra.
Ecco, pensò. Eccolo. E' tutto qui.
Nell'ora del fuoco, una donna, vestita di nero, riempiva un bicchiere di vetro massiccio e pesante con del vino rosso. Un braccio e un sorriso si allungarono dal finestrino.
Il soldato sulla torretta rese il bicchiere alla ragazza e il carro armato ripartì subito, veloce, con un balzo. Lei fece il gesto di porgergli il fiasco e senza dire una parola gli regalò un sorriso che continuò fino a che quel mezzo di ferro e piombo divenne piccolo e innocuo e lo poteva tenere fra due dita.
Dritto sulla bestia sbuffante guardava indietro. Il filare alla sua destra, i cipressi, e la casa pietra e mattoni. In testa quel volto. Quegli occhi.
Bevve quel vino. Aspro e chiaro. Schietto e fresco. Non era un intenditore e non usava termini tecnici o complessi.
Mentre il liquido scivolava nella sua bocca e poi nella gola e poi ancora più giù, qualcosa saliva da dentro fino al cervello. Una fulminea sensazione di essere nato. Ora.
Guardava i cipressi dietro di sé. Una luce lo stordì. Il carro si fermò. Si gettò a terra proprio mentre la macchina da guerra si trasformava in ferraglia fusa. La casa bruciava proprio sotto il sole, quasi l'avesse incendiata con un raggio. Poi, il buio.
"Ha detto che vuole un bicchiere di vino?"
La macchina nera scivolava silenziosa lungo il viale di ghiaia bianca come la neve. silenziosa e irreale, scivolava. Due macchie nere. Due donne curve. Il sole d'estate picchiava forte. Fermò l'auto davanti alla casa.
Il primario passava in rassegna come ogni mattina quel piano lasciandoselo per ultimo. C'era poco da fare lì. Un giro veloce e via. Vecchi moribondi.
Mentre stava per uscire, seguito dal gruppo degli assistenti, l'infermiera sì avvicinò bisbigliando. Il primario si voltò guardando in direzione del letto alla sua destra. "Un bicchiere di vino?".
Una mano pesante lo risvegliò dal torpore innaturale seguito all'esplosione. Il sangue gli colava lungo la faccia impedendogli la vista. Si stropicciò gli occhi guardandosi con stupore le mani rosse. Si sedette sull'erba, le braccia tese. Poi, alzò lo sguardo verso quello che rimaneva della casa.
Appoggiandosi ad uno di quei cipressi si alzò, voltandosi per vedere il rottame fumante camminando prima lentamente poi quasi correndo verso la ragazza. Il proprietario della mano lo bloccò: " Non c'è più nulla da fare. Dobbiamo andare".
Se l'altro fosse scomparso lui sarebbe sembrato un mimo contro una parete invisibile.
"Fate pure, non credo che a questo punto un bicchiere in più o in meno..."
La mano uscì dall'auto e prese quel bicchiere di vino.
Il vetro si frantumò in mille pezzi al contatto violento con il pavimento e il liquido rosso si sparse per la stanza schizzando la parete e i camici bianchi.
Il volto della donna si fece sempre più indistinto e anche quel paesaggio, i cipressi, il sole, la casa.
Tutto divenne scuro, solo quel bicchiere in primo piano e se stesso visto da fuori.
Gli occhi blu dentro l'auto. Il carro armato e l'esplosione e il tempo andato e quello presente.
Il medico fece un cenno alla donna di tirare il lenzuolo e mentre le mani di lei si avvicinavano al viso di lui, tutto ancora doveva accadere, in quell'estate del '44.
L'uomo si tolse gli occhiali con un gesto lento e artefatto, come a prendere tempo e mascherare un certo imbarazzo. Le luci in sala si riaccendevano a blocchi, a scatti prevedibili. Il copione sulla poltrona accanto, con inseriti decine di fogliettini gialli e rossi. Quello che aveva visto corrispondeva a quello che aveva letto. Purtroppo.
Si voltò con fare distratto mentre la mano sinistra appoggiava le lenti sul documento.
Il regista, seduto accanto e destinatario dello sguardo ne scrutava il volto, la barba, i capelli grigi, come per scoprire in anteprima quello che avrebbe detto.
Poi quello che avrebbe detto divenne il passato. I due, soli nella grande stanza, si alzarono, si strinsero la mano e si diressero verso parti opposte.
"Signor Andrea” aveva esordito quel bel tipo mentre si versava da bere un bicchiere di vino rosso al deserto buffet della sala cinematografica “il suo prodotto è artificioso, poco originale e del tutto fuori tema. Noi le avevamo chiesto un video incentrato sui temi della cultura del vino, unito a più ampie suggestioni connesse al paesaggio, alla storia, all'arte, alla lingua del nostro Paese.”
Parlava come un regolamento vivente quell'uomo.
“E lei cosa ci ha portato? Una storia confusa e falsamente originale, un uso dissennato dei flashback, con un vecchio, un soldato, una donna.”
Andrea era già nella strada diretto verso la propria auto “Ma come? C'è il paesaggio, c'è la storia: E poi i rimandi al passato intrecciati con il presente e il vino che fa da filo rosso (rosso!) della memoria”
“Filo rosso della memoria”. Quella chiusura non piaceva ad Andrea e si arrovellava nel tentativo di cercare un'alternativa.
Si alzò dalla sedia con il bicchiere in mano e sorseggiando il vino dette uno sguardo al temporale che imperversava nella campagna circostante, fra downburst e accenni di grandine che velocemente si alternavano sui filari di cipressi allineati sulle colline.
Si rimise al tavolo e stampò le 8 copie, ovviamente in word, le chiuse insieme a tutti i documenti richiesti e spedì. Convinto di aver scritto un'opera originalissima. E di avere la vittoria in tasca.
“Senta mi faccia entrare”. L'uomo all'entrata era irremovibile, la cerimonia era finita. Rimanevano solo i componenti della giuria. Andrea si rassegnò ad attenderli all'uscita.
Riandò spesso, nei giorni successivi, a quelle frasi. Pronunciate davanti ad un bicchiere di vino, nel bar vicino alla sede della premiazione.
“Il concorso parlava chiaro” aveva detto l'uomo di mezza età, vestito di abiti un po' pesanti anche per quel settembre piovoso e freddo. La barba gli incorniciava il viso in maniera perfetta e i capelli grigi corti lo rendevano autorevole. “Il regolamento parlava chiaro, cultura del vino, paesaggio, originalità certo. Ma il suo lavoro era artificioso e contorto. Raccontare la storia un regista che racconta una storia per partecipare ad un concorso è tutto fuorché originale. E poi, scusi, con tutta franchezza: ma chi si crede di essere?”
“Già, chi mi credo di essere? Eppure il vino è il vero protagonista del racconto del regista e del racconto del racconto del regista. Il vino è memoria, è ciò che unisce tutti i personaggi. Ma forse ha ragione. Chi mi credo di essere”.
Andrea poggiò il calice di vino e guardò fuori dalla stanza. Vedeva filari di viti e cipressi allontanarsi, lei faceva il gesto di porgergli il fiasco e mentre il lenzuolo gli copriva l'ultima parte del viso bevve l'ultimo sorso.
Questo.

5 commenti:

Domenico ha detto...

Di gran lunga il migliore finora
Bello
Complimenti
D

silvia ha detto...

grazie, domenico, andrea sarà contento!

Anonimo ha detto...

grazie a voi!!
Io, per ora, ho trovato una qualità di tutti i racconti davvero alta, mi scuso se non ho esteso le mie congratulazioni a tutti..quelli che ho letto.lo faccio ora!!

Andrea B.

silvia ha detto...

...la qualità dei vostri racconti, e di chi li ha scritti, sta facendo la differenza. ne sono veramente orgogliosa. grazie.

Anonimo ha detto...

davvero ben scritto. forse il migliore fra quelli letti fin'ora. La qualità è in aumento.
Bravo
Marina